Prosa Poetica, Visioni

Per essere un uomo in mezzo ad altra gente normale…

Piccolo infortunio sul lavoro, un’unghia pestata da uno smontagomme, come una martellata sul dito, dolore, unghia che diventerà presto nera, libido azzerata… non sapere che fare in questo venerdì di festa, andare al supermercato come ogni fine settimana, passare la mattinata a leggere LaRepubblica, la nuova intifada, i neofascisti, notizie di qua e di là per rinfrescarsi la mente da quei discorsi ottusi della gente sul lavoro, uno più leghista dell’altro, discorsi che non si possono sentire e, oltre a questo, adesso non aver voglia di niente e ricordarmi pure del lavoro per il male che sento, la poca voglia di ragazze, il dolore che c’è e che mi fa sragionare e maledire quei colleghi, ma meglio non pensarci…

Il primo pomeriggio, da non sapere davvero che cosa fare, troppo stanco e stressato per continuare a leggere il giornale e l’inserto, e decidere di andare a fare benzina, fare un salto magari dal Barresi per fare due chiacchiere dopo lungo tempo… non c’era, per fortuna, perché i suoi discorsi maniacali mi avrebbero portato solo male… e allora andavo in macchina fino in stazione e decidevo di farmi un salto in centro, a Milano…

La biglietteria automatica che non funzionava, il bar che vendeva i biglietti che era chiuso, e allora salire sulla prima carrozza per fare il biglietto direttamente in treno, un treno affollato… altri giovani e altri che dovevano anche loro fare il biglietto, un quarantenne con barba e capelli lunghi che sembrava Gesù Cristo, un ventenne barbuto come va di moda adesso che pagava con il bancomat, e una ragazzina che poteva più o meno avere la stessa età di Ana, che viaggiava insieme al nonno e alla nonna, e stare lì, in piedi, sulla prima carrozza, di fianco a lei, per gustare il bello di un fine settimana senza voglia di Ana, con il solo piacere di stare insieme ad altra gente, in comune, in un trasporto pubblico, liberandomi dei pensieri maniacali che sarebbero saltati fuori parlando con il Barresi… e c’era anche una trentenne bionda seduta più in là, una bionda che sembrava un’ucraina, una specie di Liana in versione più giovane, verso la quale lanciavo qualche occhiata senza neanche farlo apposta, ma poi mi stabilivo lì, di fianco alla ragazzina e ai suoi nonni, per godermi questo fine settimana senza slanci erotici…

E il treno andava e andava, per mezz’oretta, fino a quando si arrivava a Milano, e scendevo, con il mio biglietto fatto sul treno, e camminavo subito oltre la stazione lì in centro e mi dirigevo verso il Duomo, per fare un salto in libreria Feltrinelli, guardare un po’ di libri nuovi, senza dover passare per la biblioteca che sarà chiusa fino a lunedì, e districarmi tra l’ammasso di persone che c’era, la calca, la ressa, di un’Immacolata fatta apposta per muoversi e visitare il centro…

Camminavo e camminavo, e cercavo di guardare la gente intorno a me, persone di tutte le età, di ogni condizione economica, di ogni genere, e notavo anche che la gente che fumava era davvero poca, e mi veniva quasi un sendo di colpa ad accendermi una sigaretta, dopo che troppo spesso sul lavoro mi dicono di smettere di fumare e fanno commenti, ma poi, più di tanto non ci pensavo, è già tanto aver diminuito un po’, e va bene così… mi incamminavo verso il centro, con l’idea magari di fare qualche foto, qualche foto dell’Italia per la lontana Rudina, foto da caricare su Instagram, e fotografavo il nuovo albero di Natale e la facciata del Duomo, due foto scontate, per niente originali, ma che possono sembrare interessanti per chi vive a Tirana e non si è mai spostata in Italia, come è il caso di Rudina, e me ne andavo verso la libreria… quanta gente, che ressa, come può essere Milano solo nei periodi di festa, ma che sollievo entrare in libreria e vedere altra gente che cercava libri, altra gente come me, segno che non sono l’unico, per fortuna, a interessarmi di libri e cultura, e trovavo una sorta di comunanza con quelle persone che sul lavoro non incontro mai… il reparto dei libri di filosofia, un reparto molto ricco, Cioran, Deleuze, Derrida, oltre ai classici, e due giovani studenti universitari che mi ricordavano i miei anni di università, la mia passione filosofica, di me e di Fizi, prima che si rovinasse anche lui, ed era divertente vedere quei due giovani, alle prese con i loro sogni, le loro letture preferite, i loro scambi di idee, e mi rendevo conto che non ero l’unico a stare lì davanti a quello scaffale, ma c’erano anche altre persone, tutte interessate… sfogliavo i libri di Galimberti, guardavo il prezzo, non mi andava di spendere quei miseri euro che avevo in tasca, e guardavo i libri di Cacciari, “Icone della legge”, guardavo il prezzo, e pensavo che se proprio volevo c’è comunque la biblioteca, Cacciari che ieri mi faceva una buona impressione a vederlo in televisione commentare della politica, in un momento della serata dove mi sentivo morto, sopraffatto dall’ignoranza della gente sul lavoro, infortunato e senza alcuna libido, completamente stanco morto e frustrato, indignato e preso in giro come un Cristo in croce, da tutte quelle idee e quel modo di fare fascistoide sul lavoro, che vedere come l’emergenza neofascista non sia solo presente nella mia vita, ma presente anche nella società, mi dava un senso di comunanza con chi non ne può più, e mi faceva andare avanti… non compravo il libro di Cacciari, non avevo voglia di appesantire le mie letture e le mie giornate, e andavo anche oltre quei due giovani studenti di filosofia, guardavo lo scaffale dei libri con la giusta distanza, senza esserne attratto come un consumista culturale, e facevo un giro ancora lì in libreria, tra i miei simili, sentendomi ancora accomunato con altra gente, appassionata di cultura, e guardavo anche oltre quell’altro libro di Cacciari sulle icone, ripensando agli ultimi libri di arte iconica che avevo letto, e non c’era affatto bisogno di esagerare con l’argomento, bastava solo visualizzare quelle immagini e stare un po’ tranquillo… me ne andavo, riprendendomi, ritrovando la forza, ripensando ai miei libri sui Balcani, alla lingua albanese, a Rudina, e ritrovavo quell’ispirazione che sembrava perduta…

Camminavo ancora fuori dalla libreria, in piazza Duomo, passavo in mezzo alla gente e tornavo verso la stazione, per comprare il mio biglietto alle macchinette automatiche, per salire sul treno e tornarmene a casa e stare tranquillo con i miei libri… di fianco a me, sul treno, si sedeva una coppia, marito e moglie, con il loro figlio sui dieci anni o giù di lì, e mi veniva da pensare… la vita adulta, marito e moglie, un figlio… che mi sembrava un altro mondo, e mi mettevo a guardare il mio telegiornale in albanese sul cellulare mentre vedevo come Rudina, al di là del mare, avesse messo i suoi “like” su quelle due foto di Milano, come immaginavo… una moglie, una vita decente, una vita seria, quell’uomo che si preparava una sigaretta davanti a me, i consigli di Manzato quando mi diceva che anche sua moglie gli aveva detto di riprendere a fumare, quella vita da adulti che per un attimo mi sembrava da desiderare, un obiettivo, e pensavo a Rudina al di là del mare, una vita che forse non sarà mai, e lasciavo perdere anche i pensieri per Ana, mentre provavo a pensare a cosa significhi essere padre e marito, avere una moglie, avere dei figli, e cercavo di ritrovare la fiducia in me, nel mio essere uomo, nel mio essere informato e cercare di conoscere, senza farmi venire sensi di colpa per il fumo, o perché sono di sinistra, o perché sono un po’ intellettuale, rispetto a quella gente ignorante e fascista sul lavoro, gente moralista, ottusa, per me insopportabile, e cercavo ancora comunanza in mezzo agli altri, in mezzo ad altre persone che non quelle che di solito mi circondano, e cercavo di essere me stesso… la famiglia scendeva a Paderno, luogo simbolico per me, là dove c’era Katia, là dove c’era Leida, là dove c’era quella scuola che mi ha fatto conoscere la filosofia, la lingua tedesca, la cultura, quella scuola che mi ha cambiato la vita, il modo d’essere, che mi ha aiutato ad essere uomo, insieme ai suoi insegnanti, e mi dicevo che potevo stare tranquillo, senza pensare troppo alle sigarette, a questo male che mi azzera la libido, a quel sogno d’oltremare dove è confinata Rudina, senza che lasci spazio a nessun’altra ragazza, e sopratutto cercavo comunanza con gente assennata, gente normale, gente con cui poter parlare e discutere davvero, senza la gabbia di quell’ambiente orribile che c’è sul lavoro…

E arrivava anche la mia fermata, scendevo e andavo verso la mia macchina, lasciata nel parcheggio, e cercavo di essere me stesso, in mezzo a quella gente, a quelle persone normali, alla ricerca sempre della comunanza con gente normale, e pensavo ancora a lei, a Rudina, al di là del mare, che l’Italia e Milanon non l’ha mai vista, e chissà cosa sogna, e rimandavo i pensieri erotici ad altri giorni, ad altri giorni dove questo male non si farà più sentire, dove l’oppressione del lavoro non ci sarà più, quando ci sarà comunanza con gente normale, quando le cose si saranno stabilizzate, e mi dicevo che in fondo potevo ancora dedicare il mio tempo ai miei libri, alle mie letture, ai miei programmi preferiti, per essere ancora me stesso, per crescere, per essere un uomo in mezzo ad altra gente normale…

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