Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Ana, Ana, Ana…

La notte, la notte, libri passati della storia del popolo ebraico, dai tempi dei romani in giù, soliti dilemmi sesso religione, come una volta mi diceva anche il dottore, l’impossibile equilibrio tra desiderio erotico e calma dell’anima, la pace, dopo che ieri in biblioteca un libro mi portava un po’ fuori, “Decadenza”, di Michel Onfray, quelle parole che sembravano uscite dalla bocca dell’ateissimo barista qua vicino a casa mia, il disequilibrio, l’eccitazione, il solito dilemma sesso religione, che continuerà per tutta la vita, alla fine, è così, l’altro dottore che mi diceva di fare ciò che mi pare, che poi la gente famosa si è convertita solo sul punto di morte, ma per tutta la vita ha fatto quello che gli pareva, vita da artisti… la giornata di ieri che era stanca, finivo a malapena di leggere “La tregua” di Primo Levi, e in biblioteca era già un sollievo, un libro stupendo, che dona la calma, dà tutta la  poesia di quell’Europa orientale, che quando leggevo parlare di “romeni” e della loro lingua mi veniva quasi voglia di ascoltare qualche telegiornale in romeno, di solito più facile da capire che non le parole di certi ucraini, romeni, moldavi che parlano in romeno, o anche dei film d’autore… lasciar perdere quella voglia, per non intaccare la lingua romena parlata da Ana, le parole di Eugenia di una volta, una lingua dal sapore magico, che ogni volta che provo a ricordare per parlare mi escono però parole in russo, l’Europa dell’Est e i suoi villaggi immersi nella natura, il ricordo di Alina, di Eugenia, di tante altre, come Isabela, e poi Ana, e la romena senza nome, e quella lingua che non è fatta per essere parlata, ma solo ascoltata, da chi capita, importa poco… un pomeriggio stanco, che mi prendevo male anche con quegli altri libri che avevo lì, “50 anni dopo Apocalittici e Integrati”, “Elogio della normalità” di Yehoshua, “Il signor Mani” di Yehoshua, perché leggere ancora di Israele? Che noia quel libro israeliano, e infatti lo consegnavo, senza averlo letto, insieme agli altri due, e tra i miei preferiti c’era anche quell'”Elogio della normalità” che fissa i rapporti tra identità religiosa e identità laica, l’elogio della normalità e non le idee strane che vengono fuori dal sentirsi eletti, per gli ebrei antica credenza, passata poi ai cristiani, i veri eletti, basta con questa eccezionalità, siamo tutti normali, come tutti, basta cercare l’eccezionalità in sé stessi, solo per perdersi in credenze e comportamenti strani, cerchiamo di essere normali, come quella citazione: “L’impresa eccezionale è essere normale”… e così lasciavo perdere quel libro israeliano, anche quegli altri libri che mi attraevano, quello sull’arte buddhista, quello sul buddhismo, perché perdersi ancora nelle religioni? Perché? Forse per una qualche paura della sessualità, dell’erotismo, fare i conti con il desiderio erotico che una volta era sempre libero di spaziare, senza freni, sognando sempre, una volta che ero in università, facoltà di lingue, attorniato da ragazze, piacere e desiderio immenso, elevato quasi a spiritualità… ma il mondo di adesso non è più quello di una volta, adesso, a differenza di prima, sono sempre attorniato da uomini, da lavoratori, e il desiderio non sempre è così libero, e l’icona ortodossa mi fà da schermo, mi fa da concentrazione sul lavoro, bypassando per un attimo il desiderio erotico, il desiderio di tipe, ed è anche piacevole stare vicino a colleghi e ad altre persone, si parla di qua e di là, si sta assieme, come diceva Leida, la ragazza non è tutto, ci sono anche le amicizie, c’è anche tutto il resto della gente, come i colleghi, la gente del bar, quel giovane che incontravo ieri per caso al parco, che mi chiedeva se avevo credito nel cellulare, per poter fare una chiamata, gli davo il telefono, mentre mi stavo perdendo ancora nel mondo virtuale, a cercare erotismo in qualche immagine da tunnel erotico, per staccare, e invece quello mi chiedeva se ero di qui, del paesino, sì, gli dicevo, non ti ho mai visto in giro, mi diceva, io e la mia esistenza in questo paesino, da poco iniziata, prima mi perdevo sempre tra Milano e altri paesi qua, in periferia, alla ricerca di Alina, Leida, di tutte le altre, sì, il mio paesino l’ho sempre frequentato poco, e solo ultimamente frequento molto la biblioteca, quel giovane che per un attimo sopperiva alla mia mancanza di amicizie, quel giovane che era certo di meglio che non quei maniaci di certi amici, tra Barre e le sue foto degenerate, che si credono arte, Fizi e le sue amicizie su Tinder, Costanzo e le sue tipe ucraine pornografiche, Tonjo e la sua giappominkyaggine, tra tatuaggi Irezumi e buddhismo zen immaginario, che amici, madò, che amici, perché non mi trovo altre amicizie, gente più normale? Perché è così difficile trovare gente normale? Ma andava bene così, mi sentivo parte di un tutto, in quel momento, nel parco, con quel giovane affianco che chiamava il suo amico, e là in biblioteca, in mezzo a ragazzi e ragazze, studenti e studentesse verso la laurea, gente giovane, rinfresco dal mondo del lavoro e della sua gente attempata, ricambio di volti, di luoghi, di impressioni, un senso di libertà almeno il fine settimana… e la sera arrivava, poi, dopo la solita camminata serale, dopo la cena modesta, in nome della dieta e della salute, e quando non ce la facevo più a pensare, a leggere quel libro sulla storia ebraica, quando anche il pensiero delle altre lingue non mi dava più ispirazione, mi davo allora alla televisione e all’unico programma che seguo ormai: “Fratelli di Crozza”… c’era proprio da ridere, Feltri e la sua mentalità chiusa, che mi ricorda molto certi colleghi di lavoro, Renzi e la sua mania di apparire, il suo essere uomo degli anni ’80, uno yuppie politico, uno che si perde tra televisione e consumismo, e che fine ha fatto la vecchia sinistra che sognava ancora il comunismo, l’unione sovietica, la vittoria sul nazifascimo? Quella sinistra che voleva vederci tutti come un grande popolo sulla terra, l’internazionalismo, la solidarietà, la poca voglia di lavorare, ma per vivere almeno assieme, tutti quanti, sì, per vivere, non per lavorare, come a volte mi sembra che facciano certi colleghi, che non lavorano per vivere, ma vivono per lavorare, alienazione di questo mondo… Berlusconi e la sua vecchia età, ormai il suo messaggio e le sue promesse che vanno ormai alla gente anziana, non può aver presa sui giovani, la gente non lo sopporta più, è solo un vecchietto ormai… e poi la questione morale, con quell’altro fulminato di Scalfari e le sue sparate da filosofo antico, che mi passa proprio la voglia di leggere LaRepubblica e L’Espresso, testi che fanno il lavaggio del cervello, tempo sprecato, energie sprecate… e poi il maestro di yoga, ecco dove porta tutto quell’orientalismo, alla ridicolaggine, che non capisco proprio come certa gente si perda davvero nel buddhismo e nell’induismo, proiettando chissà quali desideri e bisogni in cose lontane, esotiche, e se anch’io ogni tanto voglio informarmi sull’Asia, come ieri quella voglia di arte buddhista, o un libro sull’induismo, è proprio per informarmi e non essere affascinato in maniera alienata, ma si può anche lasciar perdere tutto, e ricordarsi i concetto ben espresso da Edward Said nel suo “Orientalismo”… e poi Razzi, il personaggio più ridicolo, tutto pornografia e ignoranza, un personaggio su cui giornalisti vari ci stanno facendo i soldi, invitandolo alla televisione, alla radio, per sentire dire le stesse cose che dice Crozza, cazzate, si fa così, per ridere, sì, per ridere… e delle belle risate almeno accompagnavano ieri sera, e finiva così la serata…

Il venerdì sera, che mi veniva quasi voglia di uscire in qualche pub, ma poi, no, che palle, dovrei bere qualcosa, e invece mi concedo solo acqua ultimamente, dovrei incontrarmi con altri, parlare di me, della mia vita lavorativa, privata, dei miei studi, e in che pub andare? Quello degli alternativi dove si usciva sempre con Barre, Fizi e gli altri? Andare là da solo? Non mi va quella gente fricchettona, non ho più argomenti in comune, sono distaccato ormai dalla vita dei giovani, da quella dei vecchi, da quella dei miei connazionali, vivo ormai quasi in un mondo tutto mio, e se solo, come una volta, si potesse parlare un po’ più di cultura con gli amici, mentre invece si parla solo di sesso oramai, come sa fare solo la gente affamata, insoddisfatta, quando c’è tutto un altro mondo di argomenti, che però sa solo Dio quando potrò trovare qualcuno con cui parlare… e arrivava la sera, la notte, e la voglia di uscire, di scambiare due parole con qualcuno, con qualcuna forse, e prendevo e me ne andavo fuori, con la macchina, di notte, per vedere solo se c’era Ana, come nel primo pomeriggio ero andato fuori per vedere se c’era la romena senza nome, la Romania, quel sogno che era partito già dal libro di Levi, la Romania e la lingua romena, così simile all’italiano e così diversa, affascinante, il sogno di canzoni, la bellezza di Inna e le sue canzoni commerciali, chi lo sa poi, chi lo sa… e c’era Isabella, per strada, al solito posto, là dove una volta c’era invece Katia e Leida ormai non c’è più nessuna, quel luogo, dopo dieci anni, sembra aver chiuso, e forse è meglio così… passare di qua e di là, Ana che non c’era, chissà dov’è, mi dicevo, tanto non ho voglia di fermarmi, ho solo voglia di svagarmi, di non pensare troppo, e giravo di qua e di là, quasi tentato di fare un salto al pub, e conoscere un po’ di gente, ma poi la vedevo, e non pensavo neanche più a tutti questi anni dove mi sono perso con Leida e Alina, quando la mia vita sociale era fatta di università, e quindi non c’era bisogno di altra vita sociale nei locali, e quando la mia vita privata era fatta di loro, di Alina e Leida, e poi, e poi, i soliti pensieri lontani, sognare per un attimo Marina, sforzarsi di farmela piacere, basta! Non è tutto così calcolato, non le basta essere russa, essere un po’ carina, ma niente di più, niente che mi prenda, o anche Marta, non le basta essere italiana, un po’ carina, ma niente di più che mi prenda, com’è difficile riconoscere l’amore, ma anche il disamore o l’insignificanza, l’indefferenza, queste ragazze che sono tutte uguali quando non ti piacciono, non ti piacciono e basta, non c’è da star lì a pensare troppo… non mi piacciono, perché mi piaceva lei, che alla fine scorgevo all’angolo della strada, Ana… batticuore, batticuore, è lei, è lei, mi dicevo, di una bellezza erotica e dal corpo sinuoso, quasi come Eugenia, la stessa linea, quei suoi lunghi capelli castani, meshati di biondo, il suo vestire con quei lunghi stivali neri, i suoi leggings neri, la sua giacchetta di pelle, il suo grande ombrello rosa, aperto sotto la pioggia, e poi lei, sempre al cellulare, con qualche sua amica, chissà… batticuore, mi fermo o non mi fermo, residui di pensieri religiosi spazzatura, paranoie senza senso, e la voglia invece di fermarmi da lei, anche solo per scambiare due parole, mentre la voglia di lei mi prendeva, e se c’è una ragazza che ancora mi piace è proprio lei, Ana… Ana, la ragazzina, e mi fermavo, alla fine, da lei, andiamo? andiamo! come va? tutto bene, te? eh, cosa devo dire, piove, fa freddo! non mi piace la pioggia! lei e la sua voce delicata, che parla che sembra per scherzare, così, con sufficienza, senza troppa importanza alle parole, lei che prima telefonava con la sua amica, in romeno, quella sua lingua che quando parla lei sembra sussurrata, lei che parla come un sussurro, come un cinguettio, con una specie di sorriso sbarazzino su ogni parola, Ana, io e la mia voglia di lei… toccarle le gambe e pregustare quel momento, parlare del più, del meno, lei che tornerà a Natale al suo paese, il 25 dicembre da voi? Sì! Ah, non come in Russia, il 7 gennaio? No, o forse era Ucraina? Ucraina e Russia, sì, il 7 gennaio, Ucraina, Alina, Russia, Katia, Marina, l’Est Europa, la Romania, Eugenia e il suo non natale avventista, quante storie, quante storie inutili… fermarsi lì, come passare il natale, con i miei, lei che non riusciva a dire “miei”, strano gioco di vocali in effetti, “i miei”, io e i miei nipoti, le nipotine, mio fratello, i miei parenti, che non so neanche se vedrò, l’aria natalizia che si avvicina, quando si è tutti più buoni, dicono… e poi volere lei, volere Ana, perdersi nel suo corpo, nella sua bellezza, nei suoi seni, nei suoi capezzoli, leccarle i capezzoli, tastare il suo corpo e lasciarsi andare a visioni erotiche e di piacere, meglio che qualsiasi pornografia, la sua vera bellezza, il mio desiderio che si liberava e la sua arte erotica, le curve dei suoi fianchi e delle sue gambe, curve perfette, da vera ragazzina erotica, tutto il piacere di questo mondo in qualche minuto… e poi le sue parole, ancora le sue paroline, la sua vocina sussurrante, il tempo di tranquillità per riprenderci un attimo, lei e i suoi stivali bagnati, lei che odiava l’acqua, lei che andrà in Romania e tornerà a febbraio, così diceva, crederci quasi, per un momento, poi si sa, quelle ragazze lì dicono sempre cose che poi non sono, io che le chiedevo della musica, lei che già si perdeva sul cellulare, con la sua mica, a chattare, la distanza e allo stesso tempo l’amicizia fatta così, la voglia di scambiare due parole con una ragazza, che mi fa ancora venire la voglia di vivere e di godere, le battute così, senza troppa importanza, la chiacchiera, un venerdì sera stanco, che per un attimo avrei creduto fosse stato meglio andare in un pub, a sparare cazzate con altra gente, che non conosco, la difficoltà poi che ci sarebbe a intavolare discorsi, a conoscersi, e invece con lei, con Ana, si sta sempre sul vago, come va, come non va, io che cerco lei, lei che torna a casa, in Romania, ogni tanto, questo mio desiderio per lei che non riesce a decollare, io che non riesco a pensarla così tanto come una volta pensavo sempre Alina, pensavo sempre Leida, io che dovrei davvero decidermi su quale ragazza pensare, desiderare, e non continuare a cambiare, in questa tempesta di pensieri, di ragazze, lei, Ana, che mi fa ancora quasi sognare, se solo avessi già imparato che innamorarsi di quelle è follia… le sue parole, le nostre parole, torni al freddo e alla pioggia! Sìììì, non voglio! lei con la sua voce e le sue parole che tanto non valgono niente, lei e il suo ombrello, attenta ai capelli, senò! la sua risatina furbetta, una buona notte, una buona notte, lei che forse finiva alla una, una e mezza, come diceva, e non aveva voglia di stare lì al freddo, sotto la pioggia, la vita di una ragazzina romena, tutto qui, Ana… e poi la notte, il ricordo di lei, le vaghe canzoni che mi tornavano in mente, canzoni d’amore, il desiderio spaurito che ancora mi avvolgeva in macchina, le visionoi erotiche di lei, di Ana, e voler solo lei, se solo non scomparisse, quasi sempre, ogni volta, e ritornasse chissà quando, le canzoni, la musica che cercavo, e che non c’era, trovare il sonno poi a casa, sul letto, stanchissimo, con i muscoli che mi facevano male per quell’allenamento dell’altro giorno, braccia, pettorali… e sognare, sognare sogni assurdi, di un’Albania inesistente, sogni complessi, da trama di film thriller fantascientifico, sogni come solo pochi sogni riesco a fare in questo periodo, tra sogni erotici e sogni di sceneggiature impossibili, che non ricordo neanche, e il ricordo di lei, al risveglio, il ricordo di Ana, e non delle solite automatiche paranoie ad ogni risveglio, l’oppressione del lavoro, dello studio, dei libri, avere ancora voglia di vita, voglia di Ana, voglia di lei, voglia di gente, che mi chiedo cosa ci farò a fare forse in biblioteca, o a leggere libri, e mi perderei solo ora nella musica, in quella musica romena che è rinata in me, Denisa, di cui parlavo anche con Ana un’altra volta, la suadenza di un’altra lingua, la lingua romena, il sogno d’amore, il vago ricordo di Eugenia, la voglia di Ana, la voglia di vita, il sogno d’amore, basta con troppi libri, con troppo studio, con troppe idee fisse, Ana, Ana, Ana…

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