Prosa Poetica, Visioni

Nella mia malinconia nera e blu, che sa tanto di normalità…

Da Bershka, senza sapere perché, a fine giornata, il pomeriggio tardi, il cielo già buio, camminare senza sapere perché, Black Friday, è vero, pensavo, giorno d’acquisti, ma a giudicare dal parcheggio pieno sembra solo un altro sabato al centro commerciale, niente di più, gente che va e gente che viene, con sacchetti pieni di qualcosa, senza esagerazioni, gente comune, felice dei suoi acquisti, di stare accanto alle sue amiche, ai suoi figli, donne, per lo più, o così notavo, ragazze… un sentimento pieno di malinconia, dopo la giornata dedicata completamente al libro di Abraham Yehoshua sull’elogio della normalità, diaspora e sionismo, i dilemmi identitari, tra un passato religioso e un presente laico, l’apertura del mondo quasi senza divinità, il sentimento che mi avvolgeva, il ricordo della notte con Ana, la sua bellezza, ancora, dimenticare trappole religiose nelle quali ero caduto, trappole religiose che saltano fuori ogni volta che la situazione diventa opprimente, insopportabile, e prendersi un giorno così, completamente libero da impegni di lavoro, colleghi insopportabili, genitori che ormai hanno fatto il loro tempo, vicini e coinquilini che ad un certo punto non puoi più vedere… il ricordo di Ana, la sua bellezza, il suo nuovo maglioncino rosa, non so perché entravo da Bershka, forse perché l’ultima volta mi ero sentito così bene, con quelle commesse carine, i cassieri alla buona, le tante ragazzine e i tanti ragazzini, un ambiente giovane, cordiale, alla portata di tutti, la gente normale, la famosa normalità che mi mancava, i ricordi di Ana… l’impresa davvero eccezionale è essere normale, mi dicevo, citando un cantante che non fa per me, eppure questa frase racchiude tutto, più le centinaia di pagine del libro di Yehoshua, ritornare alla normalità dopo il sogno filo-ebraico di eccezionalità, di diversità, di superiorità o di levarsi dai giochi della normalità, come un eterno outsider, l’elogio della normalità che mi mancava… camminare, camminare, senza sapere perché, non comprerò niente, mi dicevo, non ho pure molti soldi, ma non mi importa, sentirsi bene in mezzo a tutta quella gente normale, quei ragazzini e quelle ragazzine, la gente normale, gli acquisti del fine settimana, ogni tanto ci vuole, la gente normale… un maglioncino nero, dai ricami semi arabescati, un buon modo per rifarmi il guardaroba da quel maglioncino nero di lana grezza che ormai ha fatto il suo tempo, come ormai sembra aver fatto il suo tempo il periodo rosso nero, che quasi comincerebbe un periodo blu e nero, come ai tempi di Alina, il ricordo di lei, in quella frase che dicevo ad Ana: “E la tua Alina? La tua amica?”, non la “mia Alina”, non lei, ricordo sperduto… camminare con tutta la tranquillità del mondo in quel negozio, senza nessuna eccitazione, concitazione, euforia, come tanti altri in quel negozio, sarà forse stato così che l’ultima volta mi scambiavano per un commesso, forse anche per la mia divisa rosso nera, non lo so, i camerini pieni, le donne al di fuori del camerino che sbirciavano dentro per dare consigli, gente di tutte le età, giovani e più grandi, trovare un camerino libero, all’interno pieno di grucce abbandonate, quanta gente sarà passata di lì oggi? E avrà comprato? Black Friday… indossare il maglioncino nero sui jeans neri vagamente trasandati, guardarsi allo specchio, quel po’ di narcisismo che ogni tanto ci vuole, senza farsi selfie, la mia pelle trasandata, la mia pettinatura casual, il mio sguardo che ricordava ancora lei, Ana, la sua bellezza, come se la stessi sognando ancora ad occhi aperti, io che dicevo a Marina che ultimamente cerco di curare un po’ di più il mio aspetto, così mi diceva anche Maria Teresa un anno fa, lei che ogni volta mi portava al centro commerciale e girava tutti i negozi, quando allora mi ritenevo un anti consumista di stampo duro, neanche fossi Stalin, o Mao Tse Tung, un po’ di consumismo fa bene ogni tanto, anche un po’ di narcisismo, fa anche questo parte della normalità di questo nuovo millennio… decidere di comprare quel maglione, per marcare il tempo, una nuova epoca, più libera, più leggera, più malinconica, la vecchia combinazione di colori blu e nero, molto invernale, molto novembrina, malinconica e sognatrice… alla cassa, ragazzine ancora e ragazzini di fianco e davanti a me, la ragazza che scriveva messaggi a duemila allora sul suo smarphone, i fumetti dei messaggi pieni di cuoricini, amori giovanili, pensavo, senza il devasto di Alina, le epoche in me, il devasto per Leida, che ormai i cuoricini sembrano appartenere alla preistoria del mondo, non più di certo alla mia vita… l’altra commessa, dallo sguardo acceso ed euforico, molto italiana, troppo italiana, forse, insieme all’altra commessa italiana che vedevo prima, gente che lavora, gente normale, e io con il mio nuovo bagaglio di concetti israeliani e giudaici, un salto nel mondo delle lettere che nessuna persona che conosco si permette, forse solo rabbì C., ma non è che poi lo conosco, e chi se ne frega poi, la commessa, il suo sguardo euforico e acceso, che diceva qualcosa al giovane cassiere con le braccia tatuate, come Fedez, “Ciao!”, “Ciao!”, saluto da amici, da fratelli, da concorrenti, come con Herzl, il cassiere del Carrefour, quella notte che chiedevo di Manuela, ero fuori come un melone, “l’effetto Leida” al suo apice, ora sfuma via, come molti pensieri sfumavano via quest’oggi, tra la biblioteca stamattina, il pranzo al All you can eat cinese, l’intero pomeriggio su quel libro, la fine della serata, la malinconia, alla cassa, quelle parole che non capivo tra la commessa e il cassiere, “Bello…”, bello… come il sesso con Ana, l’altra notte, bella, lei, la sua bellezza, il sogno d’amore sperduto e malinconico, quello sguardo della commessa che non capivo, gente che lavora, gente che un’indipendenza l’ha cercata e l’ha trovata, io che la mia indipendenza la trovo quasi solo nel pensiero, tramite i libri, tramite la conoscenza, conoscenza che non condivido con nessuno, l’antico sogno di eccezionalità e diversità di me rispetto agli altri, quella normalità che ho sempre disdegnato, ripudiando il conformismo, e ora che invece di essere anticonformista ero forse solo un po’ esagerato nel volermi distinguere a tutti i costi, al limite dell’anormalità, quanto è difficile essere normali, la famosa normalità che mancava… e pensare per un attimo ai terroristi, veri anticonsumisti dei nostri tempi, veri antioccidentali, veri odiatori di quel modo di vivere che si riassume in qualche contante e in qualche cassa di qualche negozio e della sua clientela, in una parola, il centro commerciale… pagare e salutare, ripensando alla commessa senza nome, ripensando alla nottata con Ana, sentendomi ancora pieno di malinconia, una malinconia nera e blu… Ana… uscire e ritrovarsi nel parcheggio, con tutta la calma e la normalità del mondo, la gente che va e che viene, accendersi una sigaretta, senza pensare che era di troppo, la fine della giornata, la fine del pomeriggio, la cena che mi dovevo preparare, e il senso di vita, di vivere, in qualche modo, libero, dai lacci di un lavoro che non può essere il mio avvenire, sognare altri lavori, la speranza di altri lavori, la soddisfazione intellettuale e spirituale di quel libro, l’elogio della normalità, lontano da stacanovismi e autoritarismi, destrismi di ogni sorta e discorsi di genitori che hanno fatto il loro tempo, la normalità e la libertà che si vivono così, in una giornata libera, dai soliti lacci, la normalità e la libertà di una giornata così, Black Friday dopo la nottata con Ana… Ana, sempre nei miei pensieri, nel mio sentire, nella mia malinconia nera e blu, che sa tanto di normalità…

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