Prosa Poetica, Visioni

La notte che si liberava…

Il film “La tregua”, che a tratti mi scorgevo in Primo, se c’è Auschwitz non ci può essere nessun dio, questione irrisolta, infinita, che va a momenti… il suo volto indignato, sconvolto, incapace a comprendere ormai gli altri che della Shoah si dimenticano, il diritto all’oblio o il ricordo? Questione irrisolta, infinita, che va a momenti… finire la serata con questi pensieri, il mio sentire, soddisfatto di aver almeno provato a cercare lavoro, adesso, almeno una volta alla settimana ci proverò costantemente, per trovare una via di fuga, “E che problema c’è? Lavori qui e nel frattempo cerchi lavoro altrove, che problema c’è?” senza scervellarsi troppo, libero… l’esempio di Marta e Marina che bastano a darmi la forza, l’ispirazione… il fine serata, dopo il film, lasciar perdere pensieri teologici, storici, ricordi politici di infanzia con mio padre filo-hitleriano, gente ignorante come Marco, gli altri colleghi, che ci puoi fare? Lasciali perdere… il fine serata, a cercare di dormire, ricordarsi di Leida e di tutto l’erotismo, la voglia, che già mi veniva di giorno, sul tardo pomeriggio, alla ricerca della romena senza nome, non c’era, ce n’era un’altra, una biondina da quattro soldi, e un boiler inguardabile, eppure qualcuno la prendeva su, la bionda, e poi un altro anche l’altra, lasciar perdere e guidare, intonare canzoni, non pensarci più di tanto… la sera, che Marina non si faceva sentire, neanche Marta, cosa mi importa? Sono solo conoscenti, amiche di chat, al massimo, ormai… la voglia di Leida, la notte, la voglia d’erotismo, per liberarsi dai troppi pensieri, uscire, uscire e sperare di incontrare lei, Ana… uscire e liberarsi, come nel pomeriggio, in macchina, il piacere di guidare, la strada libera di notte, come un’autostrada, la bellezza della notte, e delle sue strade poco trafficate, poter spingere l’accelleratore quanto ti pare… passare là, al luogo che una volta era di Katia, una volta di Leida, ricordarsi scene del film, quasi da propaganda sovietica, la bellezza e stupidità delle ragazze russe, le canzoni patriottiche sovietiche, e quelle d’amore, trasposizione metafisica lontana dalla vittoria sul nazifascismo da parte dei sovietici, la bellezza e l’incanto metafisico della stella rossa, il comunismo, la resistenza, la liberazione… la liberazione… la vittoria… i personaggi semplici che attorniano Primo, come tante comparse gioiose e gaudenti della tua vita, gente che ti strappa un sorriso, Primo che non rideva mai, il greco che offre ragazze, la bellezza dell’erotismo, i paesaggi immersi nella natura dell’Europa dell’Est, una tregua che è una lunga vacanza altrove, io che forse non avrei voluto tornarmene a casa, in Italia, due parole terribili per me, mac ome quel personaggio semplice me ne sarei stato con Irina, in Unione Sovietica, tanto più che ogni parola russa nel film era chiara e limpida, la lingua russa, quasi la mia vera casa, un’altra lingua, un’altra cultura, paesi dell’Est, parlate più belle, come la lingua romena di certe ragazze, perché tornare a casa? Cosa mi lega ancora a qui se non l’oppressione, la gente che non mi va giù, ma chi se ne frega poi, era anche divertente sentire parlare Claudio Bisio, e poi anche Primo parlava in italiano, e anch’io in italiano scrivo… uscire la notte, incrociare Isabella, incrociare la colombiana, passare due o tre volte davanti ad Ana, che all’inizio non c’era, la voglia e l’indecisione, chi vincerà? Sentire la voglia in me, un vago ritorno d’amore, dopo che passando di fianco a lei ci si salutava con un gesto della mano, il suo sguardo, pieno di qualcosa che assomiglia all’amore, e alla fine fermarsi, fermarsi da lei… “Ciao, ti sei fermato alla fine!” “Sì…” “Andiamo?” “Andiamo…”, “Allora, come va? Hai fatto la patente?” “Noooo… adesso forse a Natale, quando torno…” “Ah, torni, ma quanto sei stata via?” “Una settimana…” una settimana… solo una settimana, pensavo… “E te come va?” “Niente, solito, lavoro, studio, mi sono risentito con un’amica russa, eravamo usciti tre volte, ma poi la sera venivo da te, un casino…” “Aaah…”, parole sul freddo, sull’umidità, la chiacchiera, il silenzio della notte, il rombo della macchina… fermarsi là, come sempre… lei che si spogliava, dopo i soldi, il suo maglione rosa, “Bello…”, dicevo, “Grazie”, e perdermi subito nei suoi seni, “Ho il reggiseno”, “Imbottito… a te non serve…”, i suoi ampi seni, da perdersi, baciarle il collo, il suo volto da ventenne, perdersi nel suo corpo, toccarle le gambe, la schiena, il fondoschiena, le sue curve, la sua bellezza, eccitarmi sempre di più, la notte che si liberava… e poi lei, la sua arte erotica, le sue labbra, la sua bocca,  il piacere intenso di stare con lei, le curve del suo corpo, i suoi seni, la sua pelle sotto i leggings,  prelibatezza infinita, i tratti del suo volto, lei che si alzava un attimo per rispondere al cellulare, l’erotismo, la trasgressione, la notte impazzita di voluttà, il piacere, e lei che tornava a servirmi, ancora e ancora, la sua bellezza, i suoi fianchi, la sua pelle, estasi erotica e voluttà, la notte che si liberava… parole, senza un perché, Alina e la sua amica, litigato, lei che non vuole più parlarci, il Natale che non si sa, la lontananza e la freddezza delle parole, impossibile innamorarsi, come per lei, come per Marta, come per Marina, l’erotismo che basta da sé, basta così, Isabella la sua nemica? Nessuna parola, là dove le parole fanno naufragio, il suo sguardo distaccato, la mia tristezza, una buona notte e una buona serata, anche a te, erotismo ritrovato, la notte che si liberava… dormire in macchina nel languore, lontano da tutti e da tutto, la bellezza della solitudine, della stanchezza, del languore, sonno liberatorio in macchina, sentir gli angeli di canzoni israeliane, Sarit Hadad, la notte che si liberava, il sonno, il languore, addormentarsi… dopo un’ora, strafatto di stanchezza e di languore, l’assenza di pensieri, il ricordo di una lontana poesia, dein goldenes Haar Margarete, dein Aschen Haar, Schulamitt, der Tod ist ein Meister aus Deutschland, Todesfuge, la spossatezza, il languore, la bellezza di Ana, ventenne o poco più, le sue brevi parole romene, “Te suna apoi…”, la sua voce, le sue curve, la sua arte, e la notte sapeva ancora d’amore, la notte che si liberava…

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s