Short Story

Giuditta e Oloferne

1200px-Caravaggio_-_Giuditta_che_taglia_la_testa_a_Oloferne_(1598-1599)

Albert stava seduto sulla panchina, nel parchetto davanti la chiesa avventista, teneva la sua Bibbia in mano, dopo aver sfogliato senza voglia qualche pagina, solo per cercare di imitare quei giovani ragazzi e ragazze che aveva conosciuto da poco, da qualche sabato, quando, prima del sermone, c’era un’ora di letture condivise e di commenti. Non sapeva che lettura gli sarebbe capitata questo sabato, quali versetti, e non sapeva nemmeno lui bene perché fosse in quel parchetto, ad aspettare l’arrivo degli altri giovani, sapeva soltanto che aveva voluto cominciare a frequentare quella chiesa su invito di una sua compagna di università, Eugenia, e ora gli si era presentato il momento, dopo una storia finita un po’ male con un’altra ragazza che frequentava, e andare in chiesa gli sembrava un ottimo modo per prendere quello che gli altri chiamavano un periodo di riflessione. Stava seduto sulla panchina, con la sua Bibbia in mano, chiusa, la sua Bibbia dalla rilegatura rossa, tascabile e cattolica, e guardava gli altri adulti che arrivavano, in chiesa, mentre si fumava la sua sigaretta nel parco. Secondo gli standard avventisti fumare era inconciliabile con gli insegnamenti impartiti che mi mischiavano teologia e numerose ingiunzioni salutiste, dalla dieta a tutta una serie di altre regole, da perdere davvero la testa, ma non sapeva nemmeno Albert bene perché volesse dare un taglio netto alla sua vita, sapeva solo che aveva bisogno di un periodo di astinenza dall’alcol, dalla musica, dai cibi spazzatura, dal sesso con quell’altra ragazza che lo aveva fatto andare fuori di testa, o così credeva lui, forse era solo perché era attratto da quella compagna di università, Eugenia, eppure continuava a fumare. Eugenia quel sabato non ci sarebbe stata, come era già così da un paio di sabati, era estate e lei si era presa una vacanza in Romania, il suo paese natale, ma Albert aveva deciso lo stesso di frequentare la chiesa per non sembrare ipocrita, per mascherare quella specie di sentimento che provava per Eugenia, o forse per convincersi di doversi dare una regolata nella vita, aveva quasi raggiunto i trent’anni e si ricordava di tanti discorsi sentiti da gente più grande: “A vent’anni mi disfacevo, mi distruggevo, poi più avanti mi sono calmato…”. Dove stava tutto quel discorso? Era un discorso che reggeva? Era arrivato anche per lui il momento di darsi una calmata? Non lo sapeva e cercava le risposte tra quei versetti biblici e quei giovani avventisti che ora gli apparivano come un nuovo modello di stile di vita. Era una giornata calda, irrespirabile, una giornata calda di agosto e per fortuna aveva scelto una panchina nel parchetto che stava all’ombra, per non sentire il caldo afoso di Milano, anche se la mattina presto risparmiava un po’ i milanesi per lo più tutti diretti chissà dove, con i loro voli low cost o le loro destinazioni esotiche, o più semplicemente al mare in qualche località fra le tante del Salento o di Rimini. Alle vacanze lui non ci pensava, pensava a Eugenia, quando sarebbe tornata, lei che gli raccontava della bellezza della natura romena, dell’incontaminatezza dei paesaggi, lei che tornava a casa da lei, dai suoi parenti, una famiglia di dieci persone, tra madre e padre, e figli e figlie, una famiglia così numerosa che non si sapeva nemmeno lui spiegare, anche perché Eugenia gli aveva detto che i suoi genitori erano pure separati, sua madre viveva in Danimarca e suo padre invece si trovava in Italia, come lei, del resto, tranne che per questo periodo estivo dove lei si era presa le vacanze. E infatti vedeva il padre di Eugenia arrivare, camminando sul marciapiede, e fermarsi anche lui nel parchetto, solo per parlare con altre due donne romene sulla quarantina che stavano anche loro aspettando l’inizio del sabato, e Adrian, il padre di Eugenia, guardava per un attimo con occhio torvo Albert, squadrandolo, ma continuava poi a parlare nella sua lingua con quelle due signore romene, probabilmente qualcosa legato alla chiesa. Non gli andava di salutare quell’uomo sulla cinquantina, dai capelli bianchi, dal fisico affusolato e dal completo grigio con camicia bianca, gli sembrava proprio il modello sobrio di un protestante di una volta, con in più un certo fanatismo, come gli era sembrato di vedere qualche sabato prima, dopo il sermone, mentre parlava con altre donne e uomini e continuava a ripetere, in ogni frase, “Dumnezeu…” “Dumnezeu…”, il Signore, il Signore…

Stavano per diventare le nove in punto e Albert guardava il suo orologio, stava per decidersi ad attraversare la strada e a entrare in chiesa, quando vedeva un giovane uomo, dall’entrata della chiesa, guardare verso di lui, alzando il braccio con un saluto ieratico, quasi come per benedirlo, e per invitarlo in chiesa. Albert capiva sempre di meno cosa ci facesse lì, di sabato, tra Adrian che non gli rivolgeva la parola e sconosciuti che sembravano benedirlo con uno sguardo magnetico incomprensibile, e si chiedeva soltanto quando sarebbe tornata dalle vacanze la sua amata compagna di università, Eugenia, che ora cominciava quasi a maledire.

Attraversava la strada e attraversava la soglia della chiesa, passando oltre quel corridoio spoglio che aveva solo come unico disegno le pagine di un vangelo aperto e i versetti di Giovanni:

“Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.”

Questi versi gli erano sempre sembrati misteriosi, ma erano bastati a convincerlo, sin da piccolo, che nelle parole ci fosse qualcosa di magico, di sovrannaturale, di divino, e forse era per questo che si era iscritto alla facoltà di lingue straniere all’università, dove, insieme a Eugenia, avevano completato gli studi del trienno, diplomandosi entrambi a pieni voti, solo che lui aveva continuato gli studi, mentre lei si era fermata, trovando tutta la sua ragione di esistenza nella chiesa avventista, dove ormai si dava anche a piccole occupazioni di evangelizzazione. Non riusciva proprio a capirla, una ragazza così, così affascinante, che aveva anche lavorato come modella, brillante negli studi, tanto che il prof di linguistica generale con il quale aveva scritto la tesi le aveva quasi prospettato una carriera universitaria, non riusciva proprio a capire come una ragazza così, che per anni era anche sembrata capace di flirtare con lui, si fosse data così tanto alla religione, e forse si trovava in quella chiesa proprio per capire il mistero.

E alla fine del corridoio c’era lei, la giovane e bella sudamericana ventenne, anche lei studentessa universitaria, in marketing, che lo aspettava e lo accoglieva, davanti ad un quadro che racchiudeva una tessitura con scritto: “Dio è amore”. “Ciao Angie!” “Ciao Albert! Ci sei anche oggi? Oggi non c’è quasi nessuno…” “Vabbè fa niente, sono venuto lo stesso” “Sono quasi tutti in vacanza, ma bravo che sei venuto anche quando non c’è Eugenia” “Sì, è meglio così…”. E i due salivano le scale che portavano allo spazio sopra la chiesa, dove si teneva la scuola del sabato, dove si recitavano versetti e li si commentavano, anche se Albert non commentava mai, da quei sabati da quando aveva cominciato a frequentare quel luogo, stava lì solo ad ascoltare e a riflettere, cercando la soluzione a tanti suoi dilemmi, cercando solo forse un modo per autoindottrinarsi a cambiare vita. Salivano assieme le scale, passando oltre il refettorio, e quella porta che conduceva alle fondamenta della chiesa, un luogo che aveva visitato la settimana prima, quando stavano per fare dei lavori di ristrutturazione, delle fondamenta della chiesa che gli erano parse più delle segrete di un castello medievale, con quell’umidità che trasudava dalle pareti, e quegli oggetti sacri abbandonati lì sotto, tra tavoli e sedie varie, e oggetti di ogni tipo. Ma questo sabato doveva solo stare lì sopra, sopra con gli altri giovani, a sentire le lezioni bibliche e poi sentire il sermone. Angie diceva ad Albert di sedersi tranquillamente su quelle panchine e di aspettare gli altri, che lei andava a chiamare alcune altre persone.

Albert stava seduto lì e vedeva i fedeli arrivare, da sopra la chiesa, da quello spazio ricavato sul fondo della chiesa, che dava la vista sul pulpito, vedeva arrivare una decina di persone, qualcuno che si salutava, altri che sistemavano il proiettore per far apparire immagini e parole delle canzoni di chiesa sul muro, e se ne stava lì, seduto ad aspettare gli altri giovani. Vedeva anche arrivare un giovane, che si metteva sul pianoforte, intonava delle note, e poi si metteva a parlare con Marco, il giovane un po’ obeso che spesso conduceva la scuola del sabato, lui e sua moglie giovane, anche lei un po’ grassoccia, e si mettevano a confabulare qualcosa, con quel giovane al pianoforte che una settimana prima aveva intonato delle canzoni con una voce effeminata, acuta, ma effeminata, che veniva da chiedersi davvero se quelle canzoni fossero dedicate all’amore per Gesù o a qualche amante più terreno. Li vedeva lì giù, a parlare, mentre di Angie aveva perso traccia, e se ne stava seduto in tutta tranquillità, cercando di non lasciarsi andare a troppi pensieri, chiedendosi soltanto quando sarebbe tornata dalle vacanze Eugenia.

E alla fine arrivava qualcuno, Dario, con il quale scambiava due parole, e ritornava anche Angie, e altri ragazzi e ragazze di cui non aveva ancora imparato il nome, e si mettevano lì in cerchio pronti a iniziare la scuola del sabato e, tutti assieme, si alzavano in piedi, si tenevano per mano e Albert sentiva soltanto quanto era soffice la pelle di Angie, quando la toccava, una pelle soffice come una pesca, nonostante quel suo colore caffè, e gli sembrava di aver ritrovato se stesso quando insieme agli altri si metteva a pregare, dimenticando per una volta quell’altra ragazza con la quale tutto era finito.

“Va bene, abbiamo accolto così il sabato, adesso raccontatemi un po’ la vostra settimana”, introduceva Marco la lezione, e ognuno raccontava di sé, della sua settimana, e quando veniva il suo turno Albert non aveva niente da dire, tranne che si era rilassato, aveva studiato un po’ per un esame che doveva dare a settembre, e che non era successo niente di particolare. Marco stava continuando a introdurre il sabato pregando per i malati quando arrivava dalle scale il giovane pianista, si avvicinava a Marco e gli sussurrava qualcosa, mentre anche Angie si avvicinava a loro due, e dopo qualche parola lei e il pianista andavano via. “Bene, possiamo cominciare!” diceva Marco, “Oggi leggiamo questo versetto:

“Quando Giuditta ebbe cessato di supplicare il Dio di Israele ed ebbe terminato di pronunziare tutte queste parole, si alzò dalla prostrazione, chiamò la sua ancella particolare e scese nella casa, dove usava passare i giorni dei sabati e le sue feste. Qui si tolse il sacco di cui era rivestita, depose le vesti di vedova, poi lavò con acqua il corpo e lo unse con profumo denso; spartì i capelli del capo e vi impose il diadema. Poi si mise gli abiti da festa, che aveva usati quando era vivo suo marito Manàsse. Si mise i sandali ai piedi, cinse le collane e infilò i braccialetti, gli anelli e gli orecchini e ogni altro ornamento che aveva e si rese molto affascinante agli sguardi di qualunque uomo che l’avesse vista”

E cominciavano a commentare, Albert non riusciva a seguire loro, i loro commenti, il loro perdersi tra mille parole, tra mille idee, tra innumerevoli ripetizioni della parola “Dio”, infilata un po’ ovunque per chiarire qualcosa, per spiegare qualcosa, per aprire frasi su frasi, in un continuo parlare di niente, se non di parole su parole, senza che ci fosse un riferimento concreto a qualcosa di preciso, un vuoto parlare, che non riusciva a comprendere, e Albert si perdeva sempre di più dentro di sé, pensando a Eugenia, a quando sarebbe tornata, e si chiedeva cosa ci facesse lì, in quella chiesa, se forse non era meglio ricominciare a sentirsi con quell’altra ragazza che aveva deciso di lasciare, si sentiva sempre più confuso e si chiedeva davvero se aveva intenzione di cambiare vita, abitudini, vizi, se smettere di essere libero oppure infeudarsi a nuove regole che si spacciavano per divine, e si perdeva sempre di più in quell’ambiente che a tratti gli pareva dorato, a parte troppo intriso del colore del legno di quel pulpito, di quella croce, e cercava delle risposte a delle domande che non riusciva neanche più a porsi.

E Albert perdeva la nozione del tempo, la scuola del sabato continuava ma lui non diceva una sola parola, stava lì solo a sentire tutti e presto sarebbe iniziato il sermone del pastore, quando ad un tratto si sentiva un urlo provenire da sotto un urlo straziante, una donna che aveva emesso un grido di terrore, un grido agghiacciante, che stordiva tutta la congregazione. Un po’ tutti cominciavano a scalpitare, a muoversi, a chiedersi cosa fosse successo, e io e Dario ci alzavamo per capire qualcosa di più, “Sotto! Sotto! Sotto le scale! Oddio!” gridava una donna, e io e Dario ci dirigevamo giù, scendevamo le scale e trovavamo davanti alla porta che conduceva alle fondamenta Adrian, con il suo sguardo immobile, chiuso in se stesso, intransigente, senza dire una parola, senza dire una sola parola, come a fare da guardia a quello scantinato. E poi, la visione terribile, la visione terribile, Angie che saliva le scale, da sotto, nell’ombra, nella mano destra un machete, e in quella sinistra la testa del giovane pianista.

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