Pensieri liberi, Visioni

Un mosaico infinito…

Camminata serale, esercizi di riscaldamento per bruciare qualche caloria, dopo una giornata di lavoro che di lavoro non è stata, per lo più passata a guardare la televisione tedesca, a leggere articoli in tedesco, a concentrarsi sempre di più e cominciare a capire questa lingua, rimanendo concentrato… la disciplina che ci vuole per fumare anche solo un po’ di meno, dimezzare quasi in questi tre quattro giorni, una soddisfazione di certo, e impegnarsi per continuare così, o anche meglio… le strane visioni di cercare di essere quasi come un uomo da Men’s Health, mentre invece sono solo i consigli di Eugenia di una volta che mi aiutano in questa svolta vagamente salutista, le icone ortodosse che danno quiete, l’idea che altra gente si perde con le religioni orientali, io un po’ con tutte, quando sono stanco, veramente stanco, che tutti i pensieri si risolvono solo in una quiete di una divinità lontana che non chiede niente, e la vita diventa quasi un’opera monastica… la stanchezza, che ieri sera mi buttavo a dormire alle otto e mezza e dormivo difilato fino a stamattina alle otto, salvo la breve pausa per prendere la medicina alle undici di sera, e fumarmi una sigaretta che avrei potuto evitare, la stanchezza, la stanchezza del lavoro che ti fa sentire bene, quella giusta stanchezza che non ha bisogno di troppi pensieri sofisticati, di stramberie, di niente… che il mondo attorno mi sembra svuotato dei suoi simulacri che compaiono davanti agli schermi dei televisori, in casa, al ristorante, sugli schermi dei cellulari, dei tablet, di internet, che del mondo virtuale non rimane più niente o quasi… neanche più quelle ragazze conosciute e aggiunte su Facebook, ragazze di università, nessuna che mi piaccia davvero, le ultime volte che ho chattato con Marta e Marina che non significano niente, la loro insignificanza… e stare bene così, con questa stanchezza, che non ho niente da chiedere se non aspettare il fine settimana e il riposo, il continuare a immergersi nella lingua tedesca, così per imparare, per non spegnere troppo il cervello, la lettura de “La tregua” che continua, uno dei libri più belli mai letti, e insieme altri saggi, altri libri, la storia dell’ebreo errante, dall’antichità ad oggi, un giorno che forse vorrò leggere la storia della chiesa cattolica, ci sarà forse qualche libro in biblioteca, chissà, più avanti forse, per ora non mi va… il film de “Lo cunto de li cunti” dalla fotografia superba e iperbolica, la storia e l’intreccio un po’ meno, ma comunque un film da vedere di certo, quest’altro “L’uomo che verrà” che aspetta di essere visto, storie lente, di un passato che non c’è più, storie stanche, come ci vuole in questo periodo, senza colpi di adrenalina, ma senza neanche vaneggiamenti o deragliamenti della mente, come stasera a passare al Carrefour e incrociare Manuela senza bisogno di far deragliare i pensieri, quelle volte che la vedevo e pensavo a Leida, ora che Manuela c’è ancora, ma Leida non c’è più, cosa c’entrava poi Manuela, una semplice cassiera? Non lo so neanch’io… il “dopo Leida” che non è niente di travolgente, nessuna passione forte, nessuna tempesta, solo il vago desiderio a volte, nella notte, di possederla di nuovo, di giocare con lei a giochini erotici, e il ricordo di Ana dell’ultima volta che basta a farmi andare avanti e a farmi sentire a posto, nonostante tutta la stanchezza… scrivere perché non lo so neanch’io, come a consegnare questa sensazione a qualche futuro incerto, impossibile da intravedere, e intanto, in questi giorni, per sentirmi la coscienza a posto, mando ancora cv online, così, per puro sentirmi a posto, così come per le sigarette, la dieta, la camminata, la ginnastica, e niente di più… un minimo di regole che ritornano, per sentirmi bene, per il mio bene, come diceva Eugenia una volta, la benedizione della casa e dell’officina da parte dei preti settimana scorsa, una scarica di energia positiva, nonostante tutto la religione ha ancora la sua parte, nonostante tutti i libri filosofici e laici letti nell’ultimo periodo, una religione epurata del suo lato fondamentalista e onniavvolgente, una parte che sta forse alla base di tutto, ma tutt’attorno ci sono anche un sacco di altre cose, ognuna importante, per comporre un mosaico infinito dove ritornano tutte le caselle, così, tessera per tessera… le immagini seducenti di ragazzine e modelle erotiche viste per sbaglio su quel social russo, quasi a rifinire di nuovo l’altro giorno nel tunnel di questa primavera, tra il desiderio di Leida, la follia per Manuela, la curiosità per Marina, la voglia di Ana, caos totale che ci ripenso meglio a buttarmi in quelle immagini, in quei siti, non è il momento, non mi va di ripetere quel tuffo nell’erotismo… ragazzine albanesi che mandano dirette streaming su Instagram, la curiosità per quelle scolarette, la loro bellezza che fiorirà non si sa quando, la vaga comparazione con quella mia nipote che fa le medie, le storie dei nipoti, le feste natalizie che si avvicinano, la vaga impressione di dover rivedersi con i parenti, mio fratello che diceva di smettere di fumare, quel marito di mia cugina che invece aveva ripreso, le nipotine, i nipoti, i parenti, chissà cosa mi aspetterà in questo natale… il mio trentatreesimo compleanno che si avvicina, a gennaio, numero simbolico quasi, senza farmi suggestionare, dalla data, dall’età, che saranno sufficienti gli auguri dei parenti, qualche messaggio stupido sui social, la gente che si dimentica, chi si ricorda, che fa gli auguri per convenienza, una data come le altre se non che mi avvicino sempre di più ai quaranta, non farsi prendere male da questi numeri, non lasciarsi suggestionare, andare avanti così come viene, senza troppi pensieri, concentrandosi invece sul lavoro, la dieta, gli studi, la ginnastica, il tabagismo, la musica, le letture, i film, distrarsi, in una parola distrarsi, in questo mosaico infinito di attività… la sera che è già qui, un film che aspetta di essere visto, la stanchezza, la stanchezza, e un mosaico infinito… scrivere sapendo già che non diventerai mai un libro di quelli che stanno nella corsia che porta alle casse, lì al Carrefour, scrivere sapendo che non sei neanche un fashion blogger, o uno attento alle mode del momento, tu che non sei hippie, hipster o yuccie, e neanche yuppie, tu che forse ti accorgi di essere l’uomo più tradizionalista di sempre, con le sue trasgressioni millenarie, niente di nuovo sotto il sole, niente mode da seguire, niente stramberi, niente, forse solo un po’ di orientalismo, ma neanche più di tanto rispetto a chi si professa buddhista o seguace di qualche esotica orientalità… scrivere sapendo che non sarai mai un nobel, continuare a leggere e informarsi, guardare film sapendo che ciò non fa di te un uomo di cultura, un intellettuale, un filosofo, forse sarai al di sopra dell’abitante medio del tuo paesino di provincia, ma tutto questo leggere e questo studiare non fa di te un professore universitario, un intellettuale, un giornalista, o uno scrittore di programmi radiofonici o televisivi… rendersi conto della propria ipocondria, ipercondria, come quel film commedia francese, ipercondriaco, dove ad ogni cosa che si guarda su internet ti rimangono pochi mesi di vita, o hai in un colpo solo tutte le malattie di questo mondo, scrivere e distaccarsi da molte cose, guardare le cose da lontano, il lavoro, la salute, gli studi, i mondi virtuali, le notizie, la storia, ogni cosa, guardata da più lontano, come se non mi tocca, vita quasi monastica e anima rintanata in sé nella sua indipendenza da ogni cosa esterna, in quel mosaico che è il mondo, qualcosa che non mi tange, ma da cui prendo le dovute distanze… guardare da più lontano questo mosaico infinito, questo mondo, questa vita, queste persone, non fasciarsi più la testa per il lavoro, per ora va bene così, intanto mi metto ai ripari esercitando la mente e continuando a conoscere, non si sa mai, teniamoci aggiornati, impariamo a capire il mondo, apriamo la vista, lo sguardo, espandiamo i pensieri, guardiamo tutto e da più lontano, con una visione filosofica sul mondo, c’è sempre infinita ispirazione per riflettere e capire, prendere tanti spunti, da chiunque, da ogni cosa, qua e là, viaggiando, stando fermi, ascoltando, osservando, c’è un mondo infinito su cui filosofare, e non perdere mai quel giusto sguardo sul mondo, eppure starne distaccato, in questo mosaico infinito di pensieri…

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Prosa Poetica, Visioni

Nella mia malinconia nera e blu, che sa tanto di normalità…

Da Bershka, senza sapere perché, a fine giornata, il pomeriggio tardi, il cielo già buio, camminare senza sapere perché, Black Friday, è vero, pensavo, giorno d’acquisti, ma a giudicare dal parcheggio pieno sembra solo un altro sabato al centro commerciale, niente di più, gente che va e gente che viene, con sacchetti pieni di qualcosa, senza esagerazioni, gente comune, felice dei suoi acquisti, di stare accanto alle sue amiche, ai suoi figli, donne, per lo più, o così notavo, ragazze… un sentimento pieno di malinconia, dopo la giornata dedicata completamente al libro di Abraham Yehoshua sull’elogio della normalità, diaspora e sionismo, i dilemmi identitari, tra un passato religioso e un presente laico, l’apertura del mondo quasi senza divinità, il sentimento che mi avvolgeva, il ricordo della notte con Ana, la sua bellezza, ancora, dimenticare trappole religiose nelle quali ero caduto, trappole religiose che saltano fuori ogni volta che la situazione diventa opprimente, insopportabile, e prendersi un giorno così, completamente libero da impegni di lavoro, colleghi insopportabili, genitori che ormai hanno fatto il loro tempo, vicini e coinquilini che ad un certo punto non puoi più vedere… il ricordo di Ana, la sua bellezza, il suo nuovo maglioncino rosa, non so perché entravo da Bershka, forse perché l’ultima volta mi ero sentito così bene, con quelle commesse carine, i cassieri alla buona, le tante ragazzine e i tanti ragazzini, un ambiente giovane, cordiale, alla portata di tutti, la gente normale, la famosa normalità che mi mancava, i ricordi di Ana… l’impresa davvero eccezionale è essere normale, mi dicevo, citando un cantante che non fa per me, eppure questa frase racchiude tutto, più le centinaia di pagine del libro di Yehoshua, ritornare alla normalità dopo il sogno filo-ebraico di eccezionalità, di diversità, di superiorità o di levarsi dai giochi della normalità, come un eterno outsider, l’elogio della normalità che mi mancava… camminare, camminare, senza sapere perché, non comprerò niente, mi dicevo, non ho pure molti soldi, ma non mi importa, sentirsi bene in mezzo a tutta quella gente normale, quei ragazzini e quelle ragazzine, la gente normale, gli acquisti del fine settimana, ogni tanto ci vuole, la gente normale… un maglioncino nero, dai ricami semi arabescati, un buon modo per rifarmi il guardaroba da quel maglioncino nero di lana grezza che ormai ha fatto il suo tempo, come ormai sembra aver fatto il suo tempo il periodo rosso nero, che quasi comincerebbe un periodo blu e nero, come ai tempi di Alina, il ricordo di lei, in quella frase che dicevo ad Ana: “E la tua Alina? La tua amica?”, non la “mia Alina”, non lei, ricordo sperduto… camminare con tutta la tranquillità del mondo in quel negozio, senza nessuna eccitazione, concitazione, euforia, come tanti altri in quel negozio, sarà forse stato così che l’ultima volta mi scambiavano per un commesso, forse anche per la mia divisa rosso nera, non lo so, i camerini pieni, le donne al di fuori del camerino che sbirciavano dentro per dare consigli, gente di tutte le età, giovani e più grandi, trovare un camerino libero, all’interno pieno di grucce abbandonate, quanta gente sarà passata di lì oggi? E avrà comprato? Black Friday… indossare il maglioncino nero sui jeans neri vagamente trasandati, guardarsi allo specchio, quel po’ di narcisismo che ogni tanto ci vuole, senza farsi selfie, la mia pelle trasandata, la mia pettinatura casual, il mio sguardo che ricordava ancora lei, Ana, la sua bellezza, come se la stessi sognando ancora ad occhi aperti, io che dicevo a Marina che ultimamente cerco di curare un po’ di più il mio aspetto, così mi diceva anche Maria Teresa un anno fa, lei che ogni volta mi portava al centro commerciale e girava tutti i negozi, quando allora mi ritenevo un anti consumista di stampo duro, neanche fossi Stalin, o Mao Tse Tung, un po’ di consumismo fa bene ogni tanto, anche un po’ di narcisismo, fa anche questo parte della normalità di questo nuovo millennio… decidere di comprare quel maglione, per marcare il tempo, una nuova epoca, più libera, più leggera, più malinconica, la vecchia combinazione di colori blu e nero, molto invernale, molto novembrina, malinconica e sognatrice… alla cassa, ragazzine ancora e ragazzini di fianco e davanti a me, la ragazza che scriveva messaggi a duemila allora sul suo smarphone, i fumetti dei messaggi pieni di cuoricini, amori giovanili, pensavo, senza il devasto di Alina, le epoche in me, il devasto per Leida, che ormai i cuoricini sembrano appartenere alla preistoria del mondo, non più di certo alla mia vita… l’altra commessa, dallo sguardo acceso ed euforico, molto italiana, troppo italiana, forse, insieme all’altra commessa italiana che vedevo prima, gente che lavora, gente normale, e io con il mio nuovo bagaglio di concetti israeliani e giudaici, un salto nel mondo delle lettere che nessuna persona che conosco si permette, forse solo rabbì C., ma non è che poi lo conosco, e chi se ne frega poi, la commessa, il suo sguardo euforico e acceso, che diceva qualcosa al giovane cassiere con le braccia tatuate, come Fedez, “Ciao!”, “Ciao!”, saluto da amici, da fratelli, da concorrenti, come con Herzl, il cassiere del Carrefour, quella notte che chiedevo di Manuela, ero fuori come un melone, “l’effetto Leida” al suo apice, ora sfuma via, come molti pensieri sfumavano via quest’oggi, tra la biblioteca stamattina, il pranzo al All you can eat cinese, l’intero pomeriggio su quel libro, la fine della serata, la malinconia, alla cassa, quelle parole che non capivo tra la commessa e il cassiere, “Bello…”, bello… come il sesso con Ana, l’altra notte, bella, lei, la sua bellezza, il sogno d’amore sperduto e malinconico, quello sguardo della commessa che non capivo, gente che lavora, gente che un’indipendenza l’ha cercata e l’ha trovata, io che la mia indipendenza la trovo quasi solo nel pensiero, tramite i libri, tramite la conoscenza, conoscenza che non condivido con nessuno, l’antico sogno di eccezionalità e diversità di me rispetto agli altri, quella normalità che ho sempre disdegnato, ripudiando il conformismo, e ora che invece di essere anticonformista ero forse solo un po’ esagerato nel volermi distinguere a tutti i costi, al limite dell’anormalità, quanto è difficile essere normali, la famosa normalità che mancava… e pensare per un attimo ai terroristi, veri anticonsumisti dei nostri tempi, veri antioccidentali, veri odiatori di quel modo di vivere che si riassume in qualche contante e in qualche cassa di qualche negozio e della sua clientela, in una parola, il centro commerciale… pagare e salutare, ripensando alla commessa senza nome, ripensando alla nottata con Ana, sentendomi ancora pieno di malinconia, una malinconia nera e blu… Ana… uscire e ritrovarsi nel parcheggio, con tutta la calma e la normalità del mondo, la gente che va e che viene, accendersi una sigaretta, senza pensare che era di troppo, la fine della giornata, la fine del pomeriggio, la cena che mi dovevo preparare, e il senso di vita, di vivere, in qualche modo, libero, dai lacci di un lavoro che non può essere il mio avvenire, sognare altri lavori, la speranza di altri lavori, la soddisfazione intellettuale e spirituale di quel libro, l’elogio della normalità, lontano da stacanovismi e autoritarismi, destrismi di ogni sorta e discorsi di genitori che hanno fatto il loro tempo, la normalità e la libertà che si vivono così, in una giornata libera, dai soliti lacci, la normalità e la libertà di una giornata così, Black Friday dopo la nottata con Ana… Ana, sempre nei miei pensieri, nel mio sentire, nella mia malinconia nera e blu, che sa tanto di normalità…

Prosa Poetica, Visioni

La notte che si liberava…

Il film “La tregua”, che a tratti mi scorgevo in Primo, se c’è Auschwitz non ci può essere nessun dio, questione irrisolta, infinita, che va a momenti… il suo volto indignato, sconvolto, incapace a comprendere ormai gli altri che della Shoah si dimenticano, il diritto all’oblio o il ricordo? Questione irrisolta, infinita, che va a momenti… finire la serata con questi pensieri, il mio sentire, soddisfatto di aver almeno provato a cercare lavoro, adesso, almeno una volta alla settimana ci proverò costantemente, per trovare una via di fuga, “E che problema c’è? Lavori qui e nel frattempo cerchi lavoro altrove, che problema c’è?” senza scervellarsi troppo, libero… l’esempio di Marta e Marina che bastano a darmi la forza, l’ispirazione… il fine serata, dopo il film, lasciar perdere pensieri teologici, storici, ricordi politici di infanzia con mio padre filo-hitleriano, gente ignorante come Marco, gli altri colleghi, che ci puoi fare? Lasciali perdere… il fine serata, a cercare di dormire, ricordarsi di Leida e di tutto l’erotismo, la voglia, che già mi veniva di giorno, sul tardo pomeriggio, alla ricerca della romena senza nome, non c’era, ce n’era un’altra, una biondina da quattro soldi, e un boiler inguardabile, eppure qualcuno la prendeva su, la bionda, e poi un altro anche l’altra, lasciar perdere e guidare, intonare canzoni, non pensarci più di tanto… la sera, che Marina non si faceva sentire, neanche Marta, cosa mi importa? Sono solo conoscenti, amiche di chat, al massimo, ormai… la voglia di Leida, la notte, la voglia d’erotismo, per liberarsi dai troppi pensieri, uscire, uscire e sperare di incontrare lei, Ana… uscire e liberarsi, come nel pomeriggio, in macchina, il piacere di guidare, la strada libera di notte, come un’autostrada, la bellezza della notte, e delle sue strade poco trafficate, poter spingere l’accelleratore quanto ti pare… passare là, al luogo che una volta era di Katia, una volta di Leida, ricordarsi scene del film, quasi da propaganda sovietica, la bellezza e stupidità delle ragazze russe, le canzoni patriottiche sovietiche, e quelle d’amore, trasposizione metafisica lontana dalla vittoria sul nazifascismo da parte dei sovietici, la bellezza e l’incanto metafisico della stella rossa, il comunismo, la resistenza, la liberazione… la liberazione… la vittoria… i personaggi semplici che attorniano Primo, come tante comparse gioiose e gaudenti della tua vita, gente che ti strappa un sorriso, Primo che non rideva mai, il greco che offre ragazze, la bellezza dell’erotismo, i paesaggi immersi nella natura dell’Europa dell’Est, una tregua che è una lunga vacanza altrove, io che forse non avrei voluto tornarmene a casa, in Italia, due parole terribili per me, mac ome quel personaggio semplice me ne sarei stato con Irina, in Unione Sovietica, tanto più che ogni parola russa nel film era chiara e limpida, la lingua russa, quasi la mia vera casa, un’altra lingua, un’altra cultura, paesi dell’Est, parlate più belle, come la lingua romena di certe ragazze, perché tornare a casa? Cosa mi lega ancora a qui se non l’oppressione, la gente che non mi va giù, ma chi se ne frega poi, era anche divertente sentire parlare Claudio Bisio, e poi anche Primo parlava in italiano, e anch’io in italiano scrivo… uscire la notte, incrociare Isabella, incrociare la colombiana, passare due o tre volte davanti ad Ana, che all’inizio non c’era, la voglia e l’indecisione, chi vincerà? Sentire la voglia in me, un vago ritorno d’amore, dopo che passando di fianco a lei ci si salutava con un gesto della mano, il suo sguardo, pieno di qualcosa che assomiglia all’amore, e alla fine fermarsi, fermarsi da lei… “Ciao, ti sei fermato alla fine!” “Sì…” “Andiamo?” “Andiamo…”, “Allora, come va? Hai fatto la patente?” “Noooo… adesso forse a Natale, quando torno…” “Ah, torni, ma quanto sei stata via?” “Una settimana…” una settimana… solo una settimana, pensavo… “E te come va?” “Niente, solito, lavoro, studio, mi sono risentito con un’amica russa, eravamo usciti tre volte, ma poi la sera venivo da te, un casino…” “Aaah…”, parole sul freddo, sull’umidità, la chiacchiera, il silenzio della notte, il rombo della macchina… fermarsi là, come sempre… lei che si spogliava, dopo i soldi, il suo maglione rosa, “Bello…”, dicevo, “Grazie”, e perdermi subito nei suoi seni, “Ho il reggiseno”, “Imbottito… a te non serve…”, i suoi ampi seni, da perdersi, baciarle il collo, il suo volto da ventenne, perdersi nel suo corpo, toccarle le gambe, la schiena, il fondoschiena, le sue curve, la sua bellezza, eccitarmi sempre di più, la notte che si liberava… e poi lei, la sua arte erotica, le sue labbra, la sua bocca,  il piacere intenso di stare con lei, le curve del suo corpo, i suoi seni, la sua pelle sotto i leggings,  prelibatezza infinita, i tratti del suo volto, lei che si alzava un attimo per rispondere al cellulare, l’erotismo, la trasgressione, la notte impazzita di voluttà, il piacere, e lei che tornava a servirmi, ancora e ancora, la sua bellezza, i suoi fianchi, la sua pelle, estasi erotica e voluttà, la notte che si liberava… parole, senza un perché, Alina e la sua amica, litigato, lei che non vuole più parlarci, il Natale che non si sa, la lontananza e la freddezza delle parole, impossibile innamorarsi, come per lei, come per Marta, come per Marina, l’erotismo che basta da sé, basta così, Isabella la sua nemica? Nessuna parola, là dove le parole fanno naufragio, il suo sguardo distaccato, la mia tristezza, una buona notte e una buona serata, anche a te, erotismo ritrovato, la notte che si liberava… dormire in macchina nel languore, lontano da tutti e da tutto, la bellezza della solitudine, della stanchezza, del languore, sonno liberatorio in macchina, sentir gli angeli di canzoni israeliane, Sarit Hadad, la notte che si liberava, il sonno, il languore, addormentarsi… dopo un’ora, strafatto di stanchezza e di languore, l’assenza di pensieri, il ricordo di una lontana poesia, dein goldenes Haar Margarete, dein Aschen Haar, Schulamitt, der Tod ist ein Meister aus Deutschland, Todesfuge, la spossatezza, il languore, la bellezza di Ana, ventenne o poco più, le sue brevi parole romene, “Te suna apoi…”, la sua voce, le sue curve, la sua arte, e la notte sapeva ancora d’amore, la notte che si liberava…

Pensieri liberi, Visioni

Due parole con Marta e Marina per farmi sentire di nuovo vivo…

Ah! E per fortuna ci sono le chat, per fortuna, che ieri era un piacere chattare con Marina e con Marta, Marina che mi parlava del suo lavoro al call center in russo, lei, russa, che finalmente ha trovato un lavoro, visto che si lamentava sempre che non riusciva a trovare… parlare del più e del meno, di dove le piacerebbe andare, Siena, Roma, Firenze, il suo semplice colloquio di lavoro, il suo audiolibro fantasy preferito, in russo, che ogni tanto magari ascolterò anch’io al posto delle noiose notizie di Rossiya24, parlare del più e del meno, durante tutta la serata, che alla fine mi sentivo di nuovo vivo, di nuovo in mezzo agli altri, a ragazze e gente della mia età, che mi ritornava la voglia di vivere che durante il giorno stavo perdendo… sì, perché dopo la mattinata di lavoro mi ero perso di nuovo, sempre a pensare al lavoro, alle ragazze, e mi ero perso totalmente, anche andando in biblioteca a leggere “La tregua” di Primo Levi, non proprio un romanzo pieno di energia, e dovevo andarmene via dopo un’ora, quando il pensiero di chiedere come si fa a lavorare in biblioteca mi rodeva… quella discussione con mio padre sul lavoro non aiutava, a pranzo, anzi, appesantiva, anche se lui mi diceva alla fine che una decisione va presa, e che se non cerco altrove mai potrò trovare, questo lavoro che è quasi diventata un’ossessione… e me ne tornavo dalla biblioteca a piedi, al posto della camminata di un’ora cinque volte alla settimana, o più o meno così, e stavo male, sdraiato sul letto, una volta arrivato a casa, che neppure la musica classica aiutava a disperdere i pensieri… ci sarebbe voluta la visita del prete e della sua donna verso il fine pomeriggio, in casa, a fare la benedizione, solo così mi riprendevo, non so come, non so perché, so solo che finivo di cenare e andavo al supermercato, ravvivato, dopo essere passato in chiesa a pregare, a fare un’offerta, e tornavo a casa con il morale che finalmente tornava ad essere normale, e non più abbattuto, e anche i pensieri di suicidio andavano via… mi muovevo di qua e di là in officina, parlando con Marco, parlando con mio padre, con Stas, alla fine del pomeriggio, quando già faceva buio, che arrivava l’altro prete, quello ufficiale, a benedire anche l’officina, e anche lì ricevevo un altro impulso di vita, forse grazie anche alla donna che l’accompagnava… e che strano era stare lì con mio padre e con Marco a recitare il Padre Nostro e sentire la benedizione, con il prete che appunto mi conosce, io che per un attimo mi vergognavo di stare fumando quando arrivava, io che stranamente avevo cucito assieme la preghiera tra Marco e mio padre, che probabilmente senza di me non ci sarebbe stata la benedizione, e niente, il prete augurava buon natale e se ne andava, e finiva tutto così… la serata, poi, la serata, che cercavo di riprendermi dalle mie paranoie e dai miei complessi, che mi rendevo veramente conto che la questione ruota tutto attorno al lavoro e alle ragazze… guardavo qualche foto di Nikki Benz, la pornoattrice ucraina, che mi risvegliava, lasciandomi andare a fantasie con quelle giovane prof di russo ucraina, quella Liana che tante volte ho sognato, e mi lasciavo andare alla fantasia erotica, ai ricordi erotici, che tornavano, mentre ascoltavo ancora musica classica, quando arrivavano i primi messaggi di Marina… e avremmo chattato, tra un’interruzione e l’altra, tutta la serata, fino a mezzanotte, quando anche Marta rispondeva dopo tre o quattro giorni, e mi diceva che aveva trovato lavoro anche lei, alla Puma, nelle risorse umane, dove chiedevano le lingue, e non so come mai, non so perché, ma vedere queste ragazze che trovano lavoro mi dava ancora la forza di crederci, di provare ancora a cercare, almeno una volta alla settimana, lanciare curriculum qua e là, provarci di nuovo, e nel frattempo tenere questo lavoretto che ho, per ogni evenienza, ma non arrendersi più a non cercare lavoro, dopo tutto sono laureato, le lingue le so, ho le mie capacità, e non mi va più di sentirmi troppo umiliato a volte con quel lavoro che ho, bisogna tentare, provarci, andare avanti…

Che stamattina mi svegliavo sollevato, senza strani pensieri, rilassato, senza sensazioni di oppressione, anche se dovevo andare con Stas a LeRoyMerlin a comprare del materiale, non ci pensavo più di tanto, la cosa non mi disturbava, finché c’era il pensiero di aver scambiato due parole simpatiche e normali con Marta e Marina, senza l’onnipresente demone dell’erotismo a tutti i costi, e dell’ossessione del lavoro… sì, ci si può ancora provare, non posso parcheggiarmi qui in questo lavoro che a volte non va, non mi devo arrendere a non chattare più con le tipe, a non sentirle più, fa piacere ricevere e dare attenzioni, ci si sente vivi e ci si sente in mezzo ad altre persone più simili a te, per età, interessi, formazione, che non mi sento più esiliato in un mondo che non sento mio, quello di quel lavoro che a volte mi fa stare male… e aveva proprio ragione il dottore quando mi diceva che sono impegnato in altro: conoscere le ragazze, cercare un lavoro, che tutto il resto del male deriva da questi due punti fondamentali, due punti da mettere a posto, nel corso del tempo, continuando a provare e riprovare, senza abbattermi, che il trucco di ieri nella benedizione non era tanto i preti e le parole magiche, quanto le donne che li accompagnavano, e voglio solo non buttarmi più giù, e credere ancora che una via d’uscita ci sia…

Ma ora non va di scervellarmi troppo, dovrò solo prendere l’abitudine di inviare curriculum, almeno una volta alla settimana, come avevo fatto per un certo periodo, e nel frattempo non pormi troppi problemi con il lavoro che ho, misura temporanea, per tenermi occupato, per non finire in mondi dove si pensa troppo e ci si scervella, e dovrò prendere come esempio Marina e Marta, che loro il lavoro, dopo infiniti tentativi, alla fine l’hanno trovato, e se ce l’hanno fatta loro ce la posso fare anch’io… non chiederò in biblioteca, quell’ambiente va bene per rilassarsi, per dedicarmi alle mie letture, per svagarmi, per avere un altro ambiente che non la solita angusta stanza, e non voglio rovinare i miei rapporti con i bibliotecari chiedendo di un lavoro che magari neanche c’è, e che ieri, al vedere il nuovo stagista, non mi allettava per niente… devo recuperare la fiducia in me, la voglia di vivere, seguire l’esempio di Marina e Marta, non buttarmi più giù, stare più tranquillo e continuare a cercare, non posso lasciarmi senza speranza, senza obiettivi, adesso che capisco che tutto girava attorno al lavoro e alle ragazze… provarci ancora, sempre, non mollare mai, con calma, almeno una volta alla settimana cercare, e per il resto del tempo vivere i miei giorni così, tra giorni di lavoro, momenti di pausa, letture, interessi, ma d’ora in poi cercare di non dimenticare le parole con gli altri, con le altre sopratutto, e provare a vedere un futuro alternativo, possibile, e rimanere positivo, come diceva anche Dario, quando però sono bastate due parole con Marta e Marina per farmi sentire di nuovo vivo…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Visioni

Un futuro lontano e distante…

Musica israeliana, risciacquo linguistico, lingua incomprensibile, sonorità orientali, tra canzoni preghiere e canzoni da ballare in discoteca, ballad romantiche e canzoni che non dicono niente, la Laura Pausini degli israeliani, Sarit Hadad, che ritorna sempre quando non c’è più il sogno delle ragazze che conosco, quando cerco un’altra ragazza che dovrà ancora arrivare, attesa quasi messianica della donna della vita che non c’è, o assenza infinita di una sua presenza… canzoni, ancora canzoni, a chattare in differita con Marina, lei e le sue canzoni russe senza suono e senza canto, canzoni parlate, senza anima, come si può amare una ragazza così quando neppure la musica smuove? Recuperare dal fondo dei sogni ancora Marta, chissà perché, lei senza risposta, che l’unico luogo che le è adatto frequentare è solo nei sogni, nella realtà non avrebbe niente da offrire, se non la sua banalità e scontatezza, ragazza senza qualità… e chi me lo fa fare di cercare ancora una ragazza tra quella centinaia di contatti femminili che ho? Ragazze passate, di università, e neanche le ragazze per strada sembrano oramai più smuovermi, decadute a ragazze come tutte le altre, ragazze senza attrazione, ora che anche l’Est europeo non ha più niente di magico, a parte qualche canzone inebriante di eroina dell’anima con quei suoni anni ’80, anni ’90, da perdersi in un’ubriacatura senza fine che faccia saltare i nervi e le budella il giorno dopo, qua dove non c’è neanche più motivo per ubriacarsi… risuona la musica israeliana che almeno copre lo schianto di programmi televisivi tarati per i vecchietti che sono i miei genitori, tra gente che se la prende con chi ha più di loro, qualche politico sindacalista che si piglia appena 5.000 euro al mese e sembra che sia il più ladro del mondo, come se dirigenti e amministratori non fossero più ladri, ma chissà perché, come mai, alla televisione nessuno se la prende mai con i miliardari, con i giocatori in borsa, con gli azionisti, con la gente che di soldi ce ne ha davvero, la guerra tra i poveri, qualcuno la chiamava, e rinasce sempre in me lo Stalin nascosto che se la prende davvero con i porci capitalisti e miliardari, e non con i poveracci tacciati di rubare, la guerra tra i poveri… ma meglio non pensare alla televisione, lasciamo coprire quel rumore dalla musica e lasciamo il risciacquo di parole incomprensibili coprire i soliti pensieri… ritornare da una serata dove mi guardavo i due film di Anne Frank, the whole story, film magistrale, che tocca nel profondo, come ogni film serio sulla Shoah, là dove ci si accorge di essere vivi, ma anche che prima o poi si dovrà morire, quella calma che solo la morte dà, e la follia di sempre, come ogni volta mi capita tra film tra Germania e Israele, l’ebraismo, la cultura tedesca, la seconda guerra mondiale, i soliti deliri di sempre, che si spegnevano in un’invocazione, in un’invocazione, che solo lei, tra le più eteree delle invocazioni, mi portava comunque con i piedi per terra, quella terra sotto i miei piedi che non sentivo, tra le lacrime e la follia che scorreva in me, i soliti film shoahiani, che mi svegliavo la mattina senza sapere perché dentro di me risuonavano ancora note da Laskovij Maj e da Karolina, musica tardo sovietica, da eroinomani e alcolisti e discotecari di periferia russa al degrado, quasi peggio che nel film “Tesnota” dell’altra sera, là dove c’era un ebraismo da barboni, tutt’altro che l’ebraismo di Anne Frank e la sua famiglia, ricchi borghesi olandesi, le mille facce dell’ebraismo e degli ebrei, dopo i libri di Singer e quel mondo yiddish al confine del subumano, e ritorna a splendere in me la stella di David, che quasi ripristinerei come l’unico quadro che mi concedo in questa stanza di concentrazione, se non fosse che genererebbe infinite immagini a catena, come una vera e propria psicosi, tra foto di cantanti ragazze e icone cristiane e templi e chissà che cosa ancora, che l’unico timbro, l’unico sigillo che resta è ancora lei, l’aquila a due teste rosso nera, che ormai, dopo Leida, non vuole dire più niente, neanche Rudina, nessuna, neanche Alina, ritrovata per strada senza che mi desse quale voglia, neanche come la cameriera giovane del ristorante, neanche come la barista marocchina giovane, o la cassiera italiana giovane, tutte ragazze pubbliche, non più non meno che i miei cento contatti social, non più né meno di quelle ragazze in mezzo alle strade, dove sta tutta la voglia di una volta? Si disperde in questa musica israeliana che sa tanto di preghiera e di futuro inimmaginabile e lontano, indefinito, che non ha più neanche la forza di essere immaginato, futuro stanco, da una distanza infinita, dove la ragazza che non c’è dovrà ancora apparire, arrivare e farsi conoscere, in un futuro che si distende al di là del tempo… e risuona e risuona questa musica dalle parole indefinite, lingua aliena e strana, quasi artificiale, dura più che ogni lingua germanica, lingua che spezza i denti, sonorità orientali accomodate all’udito occidentale, musica d’altrove e lingua d’altrove per fare risciacquo, musica di un paese d’altrove, di un’altra religione che proietta tutto ciò che non c’è nelle altre proiezioni religiose, non so bene che cosa, non me lo chiedo più, forse invecchiare, arrivare chissà un giorno forse a 70 anni come il vecchio patriarca Abramo, tuffarsi nel tempo indefinito futuro dimenticando il presente, le ragazze presenti, la gente presente, ogni cosa presente rimandata ancora ad un futuro lontano, con il vago ricordo della fine di ogni storia… le lingue che non ce la faccio più a leggere, a studiare, che solo per sbaglio mi metterei sull’Assimil di ebraico, solo che poi lì non cantano, parlano, e sono stufo di parole parlate per oggi, parole da leggere, che sembra lontanissima quest’ultima domenica dispersa tra ore e ore di lingua tedesca alla televisione su internet, tra documentari e corsi di lingua, che non so più neanche come facevo a pensare quasi in tedesco solo due giorni fa e ora di ogni lingua non rimane che una traccia lontana che si disperde in questa lingua incomprensibile che fa di risciacquo e mi trasporta in un futuro lontanissmo e distante… e il presente non c’è più, e non c’è più nessuna ragazza, e non c’è più nessuno, solo un futuro lontanissimo e distante, e questa lingua e questo canto che risciacquano la mente e i pensieri…

Ispirazioni, Poesie, Ricordi, Visioni

Là dove tutto diventa un sogno…

Не хотела быть красивой
и тебя с ума сводить
così canta questa canzone
Karolina
dai tempi di Katia
non ascoltavo
la stessa magia di una volta
le note ipnotiche
il canto sperduto
come in una fiaba
anni ’80 anni ’90
tra la sensazione di essere fatto di eroina
o ubriaco marcio di vodka
da non reggersi più in piedi
e non capire più niente
completamente annebbiato
dai fumi dell’alcol
è questo l’effetto di questa musica
di un’epoca che non c’è più
come il sogno di lei
che mi portava a impazzire
Katia
allora
musica di una dolcezza infinita
canto che ipnotizza
da perdersi in mondi immaginari dentro di sé
come un alcolizzato
come un’eroinomane
se solo la mia droga non fosse la musica
e il sogno d’amore che non c’è
che torno a spendere due parole per Marina
solo pensando di surrogare l’amore
attraverso le canzoni
e qualche messaggio per lei
che non ha alcun senso
in questo sentire
che non ha più voglia di erotismo
ma cerca qualcosa che non c’è
come in quei documentari
dall’inizio dell’URSS
fino alla storia recente della Russia
l’Ucraina…
l’errore madornale della Russia di Putin
come una volta era stato l’Afghanistan
per l’URSS
l’Ucraina…
che al rivedere Alina
l’altra notte
solo ora mi ritorna tutto il sentire impazzito
che si sarebbe ubriacato come non mai in una serata come questa
vuota di ogni cosa
ogni persona
che neanche rivedere quell’amico
perduto
l’altra sera al supermercato
mi ha saputo riempire
far ritornare
al me stesso che ero allora
quando con quegli amici pensavo di riempire le mie serate
“Non mi va di uscire
dopo essere stanco sul lavoro
uscire e bere
e sentire cazzate”
dicevo
e anche lui
falsamente
annuiva
niente di tutto questo c’è ora
tensione
a non finire
stanchezza
alla fine di questa domenica
dopo ore e ore di documentari e notizie in tedesco
alla televisione online
da morire dal nervoso
per le mille parole nuove
che cominciano a entrare in me
e ad aver senso
è così che si impara senza accorgersene
ora che la Germania
sembra diventare un’altra Russia
solo perché
una volta
c’era la DDR
sogno sovietico di una volta
passione politica e storica e filosofica
che si disperde in queste note e canto
ipnotici
sognando ragazze e luoghi mai visti
una Russia immaginaria
che esiste solo nella follia dell’ubriacatura
e dei sogni
nelle allucinazioni di una volta e di sempre
profezie di futuri
senza o con Putin
di storie che alla fine
nella mia realtà non cambiano niente
ma cambiano solo il mondo dell’immaginario
che non so perché ha così tanta influenza simbolica
come quelle parole
l’Ucraina
il Vietnam l’Afghanistan
della Russia
come Alina
l’ucraina
il mio Vietnam personale
ancora una volta
cadere
per una ragazza russa
mi verrebbe da ripetere
come una volta era stato per Katia
e penserei di recuperare
il bello della follia
con Marina
ma la storia non si ripete
la storia va avanti
in ogni caso
e indietro non si torna
anche rievocando canzoni
che una volta facevano sognare
mondi e luoghi e persone
che non esistono se non nei sogni
e la musica va avanti
i messaggi sul pc anche
sul tablet
ovunque
sul cellulare
mondi paralleli virtuali
che non si faranno mai realtà
la realtà è altrove
e sta al di fuori di queste lingue
queste nuove parole
questi suoni 
queste storie
delle quali mi informo
la realtà è grigia
al di là dei sogni blu e neri
come la notte
al di là dei ricordi erotici ed alcolici e musicali con Alina
non c’è bisogno di vodka
per riviverli
basta questa musica che sa di magia
solo per rendersi conto
che senza sogni non si vive
e che la musica incanta e fa innamorare
più dell’amore e delle ragazze stesse
la forza dell’irrealtà
dei sogni
sulla realtà
e se qualcuno diceva
che la vita è sogno
forse aveva ragione
e vivo di un mondo incantato e magico
ricordando Katia
sognando giornate mai vissute con Marina
senza la magia che la musica da sola mi dà
e quelle notti erotiche sembrano ormai passate
travolte dalla stanchezza
e dalla vita
e dalla sete erotica
che di tutte si assetava
solo per strisciare via come una scia
di fronte a quella ragazza che sembrava russa
e russa non era
Manuela
biondina che ricordava Amalia
e tutta la follia
la follia che si ripeteva in quest’anno
come un incantesimo eterno
la follia
la musica
l’amore
le lingue straniere
la politica
la storia
là dove tutto diventa un sogno…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Visioni

Un’aquila rosso nera…

Rudina che mi invita su Instagram, ci saranno foto da fare allora, forse, andando di qua, di là, magari al parco di Monza, in giro per Milano, una domenica, un sabato, magari fuori da casa, come mi diceva il dottore, staccare, staccare, farmi i fatti miei, la situazione destabilizzante con i nuovi coinquilini, oggettivamente destabilizzante, la chiamata di Almalaurea che quasi mi mandava in mania di persecuzione, tra lavoro regolare o no, la libido che ultimamente si spegne un po’ per via di altri impegni, ed è normale che sia così, superare quei tremori in testa che sentivo, attacchi d’ansia, con una ventina di gocce di valium, tutto questo sono io, alla fine dei conti, in un periodo un po’ così, destabilizzante oggettivamente, come diceva il dottore, e non sminuito come faceva Marina, o Dario, o altri, che poco possono capire… ritrovare me stesso in questo fine pomeriggio, riposando, non stressandomi troppo con troppe notizie, troppi libri, troppe pagine da scrivere, recuperare la voglia di scrivere così per così, per passare il tempo, per registrare liberamente le giornate, per confessarsi… quest’oggi che non ho lavorato, quest’oggi che forse l’idea di scappare, come diceva mia zia, l’idea di trovare altri mondi, con Maria Teresa, queste idee mi portavano fuori strada, quei suggerimenti sbagliati, e ogni volta ci casco sempre, nel caos di sempre, ma è finita, oggi la giornata è finita, la giornata lavorativa, gli impegni, i pensieri, sentirsi così libero la sera, rilassato, al caldo del condizionatore che spara aria calda, un letto su cui riposare, un giorno di malattia quasi, da star male, e la sera finalmente torno a stare bene, e che difficoltà, come diceva qualcuno, essere normali… dopo che ieri sera rivedevo Ana, rivedevo Alina, ma non mi fermavo da loro, mi perdevo solo in quei siti rosso neri ansiogeni di videoclip che è meglio se non guardo, quell’appendice nuova che è diventata il nuovo cellulare, e già una volta il dottore mi avvertiva delle appendici tecnologiche, quella volta era il tablet, e basta darsi delle semplici regole da seguire, seguire le spiegazioni oggettive di come sto, vedere il contesto, capire, e non farsi più sviare da modi di pensare impossibili da trasformare in pratica, riferiti a tempi e modi diversi di vivere, di stare al mondo, e insomma un periodo oggettivamente destabilizzante lo sto vivendo, e non si può negare, devo solo imparare ad adattarmi al nuovo periodo, tutto qui… e da domani si riprenderà forse a lavorare, chi lo sa, forse sarà meglio così che non stare qui a scervellarsi e a farsi troppe paranoie, e per due mesi potrò essere anche libero da CPS e CD, libero senza forzature, senza obblighi di alcun genere, libero, finalmente libero… e ritorna la veste grafica rosso nera che mi ricorda le belle foto di Rudina, di Aida, l’amicizia con Enkel, con Dorian, forse anche le ultime volte con Leida, ora che lei davvero non c’è più, e quanta libidine che c’era con lei, e quanta normalità in questa Albania che contiene tutte le fedi e nessuna, che sa di normalità e di amicizia, di gente comune, e di infinite cose, di libido, di piacere, di normalità, di bella musica, che il blu e il nero della depressione della notte con Alina non sta più in piedi, e neanche il blu e il nero delle notti con Ana, mi è bastato rivederle ieri sera per non provare più molto piacere, ma solo per sognare ancora un po’, adesso che sono qui a ripensarci, senza romanticizzare cose per niente romantiche, dopo il film del devasto di ieri sera: “On the road”, manifesto di un’epoca e di un periodo della vita dove ci si dà al devasto fino alla fine, ai piaceri smodati, alla disperazione, una lunga parabola, vissuta da tutti quelli che hanno vissuto veramente, una lunga parabola che porta poi al vuoto esistenziale, al vuoto del tutto, dove non si trova niente, e ci si calma allora, senza dimenticare i piaceri di una volta, la libidine, gli eccessi, la voglia di scrivere, raccontare, vivere, anche se poi ci si calma, come nell’ultima scena dove Sam si imborghesisce, sulla sua macchina, e guarda con distacco l’uomo tutto pulsionale, Dean, solo per dedicargli poi infinite pagine, tra chi vive veramente tutti gli eccessi e chi poi li razionalizza e ne fa materia di scrittura, questa la vita, dopo tutto, è così, che avrei ispirazioni infinite tra me, Nicolosi e Dorian, devastati da tutto, noi tre, tra amori, follie, droga, alcol, puttane, e poi ognuno si è trovato il suo modo di vivere alla fine, i più devastati di tutti, mezzi tipi da galera, Nicolosi in Irlanda, Dorian in Australia, io qui a cercare di mandare avanti il business, perché, a differenza di loro, ho ancora qualcosa da perdere, io che mi sento come il Sam imborghesito che guarda a distanza gli uomini tutti pulsioni, amici di una volta, Dorian e Nicolosi, e che mal si trova, al solo pensiero, con altri maniaci come Barresi, Fisichella e Costanzo, lasciamoli perdere quei degenerati, lasciamoli perdere e dedichiamoci al lavoro, allo studio, riassunti bene ancora dall’aquila rosso nera, “Work with your father!”, mi diceva Rudina, e quante pagine mi avrà visto sfogliare e leggere quell’aquila rosso nera, quante pagine da scrivere, che ogni volta è ispirazione infinita, che non posso lasciare mai, così come non posso lasciare, alla fine dei conti, un desiderio durato tre anni, come quello di Leida, non si può negare tutto questo, senza farne però nostalgia o malinconia… sta di fatto che Alina, anche al rivederla, non mi dà più nessun effetto, solo un desiderio lontano, ma che sa di volgarità, così come Ana, libido allontanata forse dalle loro lingue, dai loro paesi, che ora ho in casa, Ucraina e Romania che non sono più erotizzate come una volta, ma diventano vita normale, di tutti i giorni, e la libido,  il piacere, la voglia di vivere si sposta solo in Albania, là dove c’è la sorridente Rudina che mi parla in inglese, che mi invita su Instagram, che mi fa quasi venire la voglia di immagini, io che le immagini dentro di me le ho sempre odiate per un antichissimo pregiudizio dell’irrappresentabilità della divinità, una divinità tutta parole, tutta musica la mia, tutto ascolto e sentire, che le immagini cosa possono esprimere? Cosa possono comunicare? Come fermare a volte la valanga di immagini che mi colpisce? Come fa certa gente ad essere così convinta delle immagini, magari dei tatuaggi che si fa addosso? Qui le immagini a volte scorrono senza sosta, e non rimane mai niente, solo un point blank, la ricerca della libido e della positività, senza immagini, senza riflessi e distorsioni da immaginare, la mia fuga dall’arte del disegno e dei colori e delle immagini, solo per trovare le parole, e la musica, e il canto, fuga dalle immagini sigillate da quest’aquila rosso nera che ogni volta vuol dire infinite cose, ispirazione infinita… e va bene così, con il ricordo e le attenzioni di Rudina, il ricordo di Leida e di tutto il piacere con lei, la bellezza della musica albanese, la tranquillità che si trova nel rosso e nel nero dell’anima, e l’ispirazione infinita: un’aquila rosso nera…

Short Story

La villa signorile in periferia…

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Albert aveva da poco finito un grande lavoro per il mondo dello spettacolo, così mi raccontava qualche mese prima che si trasferisse in una grande villa signorile immersa nel verde, tanto che se dovevi arrivare sull’uscio di casa sua dovevi percorrere 7 minuti di orologio in macchina dalla grande cancellata che ti inoltrava nell’abitazione.
Se l’era scelta lui quella grande villa alla periferia della città, lontana dal centro, lontana dal chiasso della metropoli, perché diceva: “Così mi posso concentrare meglio, avere i miei spazi, dedicarmi completamente al mondo dell’arte e dello spettacolo, inventare personaggi, programmi, format, essere libero nella mia ispirazione…”. Così mi diceva qualche mese prima che si trasferisse, al termine di un duro lavoro che l’aveva allo stesso tempo esaltato, ma forse anche stressato, e il suo desiderio di staccare un po’, di cercare spazi per sé in una villa lontana, mi sembrava davvero un ottimo metodo, un ottimo modo di cambiare ili suo modo di lavorare e di vivere.
C’è da aggiungere però che c’era qualcosa che mi insospettiva, nell’ultimo periodo con la ragazza albanese, una biondina che aveva conosciuto al bar, nel quale lei faceva la cameriera, sembrava che le cose non andassero più nel verso giusto. Albert si lamentava che Leida, la ragazza del bar, ultimamente era diventata sempre più incontentabile, si lamentava spesso, pretendeva attenzioni da lui, voleva darsi ad una vita più agiata, visto le possibilità di Albert, mentre lui aveva scelto proprio una ragazza così per la sua semplicità, per la sua bellezza acqua e sapone, lontana dalla sofisticatezza delle ragazze del mondo dello spettacolo e della moda, ed erano ormai lontani i tempi in cui Albert mi raccontava della gioia di stare con Leida, degli attimi di passione e tenerezza, delle serate in pizzeria, delle uscite sul lungo lago, dell’intenzione di prendersi una quindicina di giorni di vacanza in Albania, magari a Butrinto, per osservare le mura archeologiche, la città antica, o anche, più semplicemente, per godersi il mare di Saranda e i paesaggi selvatici balcanici, bene descritti, mi diceva Albert, dal sommo poeta Lord Byron.
Non so se fosse una coincidenza la sua voglia di cambiare abitazione e la strana piega, appena accennata, che aveva preso la relazione tra Albert e Leida, sta di fatto, che erano ormai quattro mesi che di lui non sapevo più niente, né una telefonata, né un messaggio, né una conversazione sui social che usavamo tanto.
Avvenne per caso che un giorno, camminando io per le strade della città, nell’unico giorno libero infrasettimanale dal lavoro, e lavorare in una redazione di un quotidiano online può essere davvero, credetemi, stressante, fu per caso che un giorno incontrai sulla via che portava al negozio di alimentari dell’Est, Leida. “Allora, come va?” le chiesi, “Tutto bene, si tira avanti, e te?”, “Tutto bene, io, mentre Albert come sta? E’ da un po’ che non lo sento”, “Aah, Albert… non lo so neanch’io, l’ultima volta che ci siamo visti è stato qualche mese fa, poco prima che si trasferisse, in quella villa nuova, diceva che aveva bisogno di tempo per sé e per il lavoro, e anch’io ultimamente mi trovavo meglio da sola che con lui”, “Ah, ho capito, mi dispiace, te lavori ancora al bar dietro l’angolo?”, “Sì, sì, il lavoro non lo lascio, è una delle poche sicurezze che ho, altrove non troverei niente… adesso scusa, ma devo fare un salto al minimarket, che tra mezz’ora devo proprio essere al bar per iniziare”, “Ah, ho capito, vai al minimarket dell’Est?”, “Sì, lì trovo cose del mio paese, e costano pure poco, scusa, ma sono di fretta, devo proprio andare, ciao! Daniel!”, “Va bene, ciao, Leida, ci vediamo!”. Il suo modo di fare mi sembrava un po’ strano, più che una ragazza di fretta mi sembrava una ragazza alla ricerca di nascondere qualcosa, il suo sguardo continuava a fuggire, e i suoi occhi di ghiaccio sembravano volerti incantare per non farle più domande, per chiudere la conversazione al più presto possibile, ma non mi importava più di tanto, era la ragazza di Albert, non la mia, e mi preoccupava di più il silenzio assoluto che era calato su di lui da quattro mesi, ormai. Continuai la mia camminata per le vie della città senza incrociare più nessuno, smettendola anche di pensare alle ultime vicende che mi avevano tenuto incollato in redazione e finii la mia camminata sedendomi tranquillamente al parco fumandomi una sigaretta.

Fu due settimane più tardi che ebbi inaspettata notizia di Albert, mi aveva telefonato Walter, un suo collaboratore alla TV, che mi diceva che da una settimana Albert era irrintracciabile, al telefono, sul PC, ovunque. Walter mi chiese gentilmente di provare a sentirlo io, che ero il suo più vecchio fidato amico dai tempi delle medie, perché quel comportamento di Albert a lui appariva davvero strano. Gli dissi che avrei provato a sentirlo io, mentre Walter mi spiegava che stavano ormai lavorando da tre mesi ad un nuovo progetto molto importante, per una casa discografica e che si erano già incontrati diverse volte, nell’ultimo periodo,  nella villa di Albert, lui, Walter e la cantante Kinna, un astro nascente nel panorama della musica pop, e dovevano lavorare su testi, melodie e video, ma che da una settimana Albert era completamente irrintracciabile, non si sapeva più niente e i finanziatori del progetto gli stavano con il fiato addosso. Dissi a Walter che avrei fatto il possibile e glielo avrei comunicato e, dato che lui di Leida non aveva detto niente, non gli chiesi in merito.

Presi la macchina la sera stessa, visto che al telefono effettivamente Albert non rispondeva, tantomeno su Skype, e decisi di uscire fuori città e andarlo a trovare direttamente di persona alla sua nuova villa.
Kinna… pensavo, quella cantante che avevo visto l’altro giorno per sbaglio alla TV, girando i canali, quella ragazzina dalla pelle olivastra che, mi dicevano i colleghi di giornale, faceva tanto impazzire le giovani adolescenti di mezzo mondo, e ora in parte mi spiegavo l’assenza di notizie da parte di Albert: un progetto molto importante doveva essere, e mi chiedevo anche come avesse trovato nuova ispirazione le volte che lui e lei si erano visti nella sua nuova villa negli ultimi tre mesi.
Ci misi mezz’ora, tra le luci notturne della città, a uscire dal centro e ad arrivare in periferia alla villa di Albert, tra le strade poco trafficate della notte, che sembrava che le uniche macchine in giro fossero quelle che vedevo appostarsi di fianco alle prostitute qua e là per la città notturna, o qualche gruppo di giovani per uscire nel loro locale preferito durante la settimana.
Arrivai davanti all’enorme cancellata della villa di Albert verso le undici di sera, scesi dalla macchina e suonai al citofono, neanche troppo convinto di ottenere risposta, visto che quello che mi aveva detto Walter, eppure suonai…
“Ah! Ciao! Daniel! Cosa ci fai qui? E’ da un po’ che non ci si vede, vero?”, “Sì, Albert, ciao, ha telefonato Walter, il tuo collega, mi ha detto che sei sparito da una settimana, cosa succede con quel progetto su Kinna?”, “Guarda! Lascia perdere! Ho appena finito adesso di scrivere il progetto del video per Kinna e l’ho appena inviato a Walter, sai che fiato sul collo che mettono quei finanziatori! Comunque, vieni su, che facciamo quattro chiacchiere!”, “Va bene, arrivo…” e sentii e vidi la grande cancellata aprirsi, la grande cancellata della villa signorile in periferia…
Sette, sette minuti di orologio per arrivare, tra le piante, gli alberi, i grandi prati verdi sullo spiazzo di ghiaia che circondava la villa, dove trovavo la porta dell’uscio aperta. Scesi dalla macchina e mi avvicinai alla porta e da dentro sentivo una strana melodia pop e allo stesso tempo orientale, di una lingua che mi era sconosciuta e non riuscivo a decifrare e, con mia grande sorpresa, una volta entrato, vidi Albert e Leida seduti sul divano a bersi un drink sotto le note e la melodia orientale della musica. “Ciao! Daniel!” mi disse Leida, “Ciao! Che sorpresa vedervi qua! Assieme! Come va?”, “Tutto bene, tutto bene, alla grande” mi disse Albert aggiungendo “Ho appena finito di scrivere quel video e se non fosse stato per la splendida settimana con Leida non sarei mai riuscito a trovare le idee!” “Ah! Mi fa piacere, ecco perché eri sparito da una settimana!”, “Sì, sì, guarda, qua dentro c’è di tutto, una sala registrazioni, una sala prove, una sala cinematografica, ma senza Leida è come se non ci fosse niente! Me ne sono accorto dopo un po’, anche quando Kinna veniva a provare il canto, il video, ma non mi dava ispirazione, tutta l’ispirazione l’ho trovata lontano da tutti e solo con lei, con Leida…” e vedevo lo sguardo di lei illuminarsi, al sentire le sue parole, e mi venne spontaneamente da dire: “Vedo che allora le cose tra voi sono tornate a posto, no?”, “Sì…” disse Leida, “Abbiamo chiarito e da una settimana, diciamo così, ci siamo riavvicinati…”, “Bene, mi fa piacere!” dissi io, “Prendi! Daniel! Vuoi un drink anche tu? Raccontaci un po’ tu cosa hai combinato nell’ultimo periodo al giornale!”. Accolsi l’invito volentieri, mi presi un bicchierino di vodka e passammo tutta la serata a parlare di noi, del lavoro, della vita, del mondo dello spettacolo e di attualità e mai mi sembrava di aver visto Leida e Albert così felici assieme, così distesi e in sintonia, che quando finì la serata mi veniva quasi l’invidia per loro due, se non fosse che che il mio sentire per loro era pura amicizia.
Finimmo la serata verso la una di notte e ci mettemmo d’accordo per sentirci e vederci ancora, magari fuori, al vecchio pub del centro, per bere qualcos’altro.
Tornai a casa in macchina e la vita proseguì come sempre, tra le giornate in redazione, colleghi e colleghe, e passò un po’ di tempo prima che si sentissero di nuovo.

Avvenne circa una decina di giorni dopo, quando Walter e Leida si presentarono all’improvviso in casa mia allarmandomi: “Vai da Albert! Non so cosa gli è successo!” mi disse Leida tutta agitata e sconvolta “Deve aver esagerato con il lavoro! O con l’alcol, ma Albert sta male! Ha cominciato a delirare! Albert è andato come in trance! Non fa che ascoltare musica su musica, del mio paese! E non vuole smettere! Non vuole mettere piede fuori da quella villa e non fa entrare nessuno! Dice che sta lavorando a un progetto colossale, che cambierà la storia dei media, e che ha bisogno di ispirazione per completare il lavoro!”. “Musica? Che musica? Musica albanese?” chiesi io “Sì! Del mio paese! Gli avevo detto di non ascoltarla, che lo manda in una specie di stato di ipnosi, di trance, con tutte quelle melodie arabeggianti, me ne ero già accorta!”, “Ma non aveva finito con il progetto con Kinna?” “Sì, ma da allora è diventato sempre più strano, si era come invasato, infatuito per lei, mi aveva anche confessato che era stato a letto con lei, prima che decidesse di rivedermi, perché non trovava nessuna che le desse ispirazione come me! Ma da allora è strano!”, si agitava sempre di più Leida. “E cosa dovrei fare io?”, chiesi, “Non lo sappiamo! Tu sei il suo migliore amico dai tempi delle medie, magari con te ritrova il senno, chiamalo! Vallo a trovare! Non vogliamo che impazzisca per il lavoro! A noi due non risponde più!” mi disse Walter, che era anche lui, come Leida, visibilmente preoccupato, in agitazione, e mi stavano facendo temere per il peggio.
Decidemmo di prendere la macchina e andare tutti e tre direttamente alla sua villa, alla villa signorile in periferia.

In un attimo fummo là, attraversando la città, le vie, e ci trovammo di fronte alla grande cancellata che era però spalancata, e percorremmo subito la stradina tra il verde che portava alla villa, non sapevamo perché la cancellata fosse spalancata, e anche la porta della villa, si sentiva soltanto un frastuono immenso, le note orientali albanesi che invadevano l’aria, l’ambiente, il verde lì attorno, un frastuono tale provenire da dentro la villa, neanche fossimo al più caotico dei concerti.
Io, Walter e Leida ci precipitammo subito nell’abitazione e le nostre grida erano inudibili sotto quelle melodie allucinanti e ipnotiche, gridavamo il nome di Albert, ma non avevamo risposta, né nel nostre voci si udivano, né lui si vedeva, ovunque cercassimo. La melodia orientale era sempre più ipnotica e vedevo Leida con le lacrime agli occhi, impaurita, agitata, Walter correva dappertutto nella villa alla ricerca di Albert quando ad un tratto sentimmo la musica arrestarsi di colpo, il silenzio… il silenzio… “Albert! Dove diamine sei?!! Dannazione! Questa villa è immensa! Dove ti sei cacciato?!!” gridò Walter, mentre Leida ormai era scoppiata in pianto. Girammo ancora per tutta la villa, nella sala prove, nella sala di registrazione, ovunque, quando alla fine entrammo nella stanza matrimoniale con il letto a baldacchino rosso… là, appeso ad una trave del soffitto di legno trovammo appeso Albert, tra mille fogli di bozze di idee e di progetti per quel programma che stava studiando per rivoluzionare il mondo dei media…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Traduzioni, Visioni

E lasciare alla musica e alle lingue far sfumare via i pensieri…

Haram

Veten time me nga ty se ndaj, nen lekure akoma t’maj
A thu kam faj?
Yeah

Kur dike e don me shpirt me gjak, pafund eshte shume pak, hajt se shihemi prap…
Atje ku ti me le, se dikur me doje sot as nuk me pyet si je.
Ke harruar sa u prekem, sa u deshem
A e din se? Si nje anije e humbur ne det sot pa ty jam, se nuk te kam…

Ref
Dashnia haram, haram
Dashnia haram, haram
Zemra e don, dhe kur gabon…

Syte e mij me nuk shohin qart, se lotet m’i ke lan.
A kshu m’ke dasht?
Yeah

Kur dike e don me shpirt me gjak, pafund eshte shume pak, hajt se shihemi prap…
Atje ku ti me le, se dikur me doje sot as nuk me pyet si je.
Ke harruar sa u prekem, sa u deshem
A e din se? Si nje anije e humbur ne det sot pa ty jam, se nuk te kam…

Dashnia haram, haram
Dashnia haram, haram
Zemra e don dhe kur gabon…

Proibito

Non riesco a separarmi da te, sotto la mia pelle ancora ti sento, e dici che è colpa mia? Sì…

Quando qualcuno ti ama con tutto il suo cuore e il suo sangue l’eternità è troppo poco, vediamoci ancora…
Dove mi hai lasciato, dove mi amavi oggi non mi chiedi neanche come sto.
Ti sei dimenticata come ci toccavamo, quanto ci amavamo. Lo sai? Oggi sono come una barca persa nel mare senza di te, perché non ti ho…

Rit.
Amore proibito proibito
Amore proibito proibito
Il mio cuore vuole, anche se è sbagliato…

I miei occhi non riescono più a vedere chiaro, perché le lacrime me lo impediscono, è così che mi hai amata? Sì…

Quando qualcuno ti ama con tutto il suo cuore e il suo sangue l’eternità è troppo poco, vediamoci ancora…
Dove mi hai lasciato, dove mi amavi oggi non mi chiedi neanche come sto.
Ti sei dimenticata come ci toccavamo, quanto ci amavamo. Lo sai? Oggi sono come una barca persa nel mare senza di te, perché non ti ho…

Rit.
Amore proibito proibito
Amore proibito proibito
Il mio cuore vuole, anche se è sbagliato…

 

Amore proibito, proibito, all’ascoltare questa canzone tutta la malinconia, il senso di perdita, e mi sento come una barca perduta nel mare senza di lei, senza Leida, nonostante tutto, che ora mi accorgo, mi accorgo finalmente di quanto mi ero legato a lei, nonostante tutto, nonostante una fosse una donna tutta inganni, che mi legava a sé, mi stregava, mi portava via… questa canzone che ascolto in giro, passeggiando, ora di qua e ora di là, con le tipe che mi guardano al sentire la musica uscire dal cellulare, un sogno d’amore ora che l’amore è perduto, che ogni volta mi vengono in mente le sue parole, non essere così chiuso in te, perché sei sempre così pensieroso? Sii più libero… che sono stufo di pensare e di scervellarmi, sono stufo anche di stare insieme a gente ottusa, solo per avere qualche soldo che ora non so più neanche come spendere, un lavoro che non va, il lavoro che lei diceva voleva cambiare, entro dicembre, e infatti lei ora là non c’è più… l’amore che non è solo sesso, e ora me ne rendo conto, sarebbe stato bello condividere con lei momenti, parole, se solo fosse stata la ragazza giusta, se solo lei non mi avesse portato via con la sua arte magica, da incantare chiunque, con le sue parole, con la sua seduzione… e ora rimango così, spogliato di tutto, anche dei sogni di altre ragazze, e non ne cercherò più per un po’, tutto quel delirio erotico di una volta, solo perché Leida non mi bastava mai, ci sarebbero volute ore e giorni e minuti, per sentirla mia, ma ora che non c’è più rimane questa malinconia delle canzoni, e un senso di liberazione dalle trame erotiche che mi stavano facendo impazzire… è finita forse l’epoca della mostruosità, e me ne accorgevo passando davanti a Manuela, quando apparivano tutte le ragazze dell’ultimo periodo, troppe, davvero, Leida, Marina, Ana, Isabela, Aleksia, la ragazza romena senza nome, che in quel delirio erotico non mi soddisfacevo mai abbastanza, ingordigia erotica senza fine, fino a trovare la sete acquietata, e la chiarezza dei pensieri e della visione, non più accecata dall’erotismo di Leida… mi rimane di lei la sua lingua, quella lingua che sto imparando non so neanch’io come, la malinconia e la tristezza, e la voglia forse ancora di buttarsi sempre di più nelle lettere, e farla finita con gente dalla visione corta e ottusa, sul lavoro, tra le amicizie, un po’ ovunque, e quasi dedicarmi a tempo pieno alla scrittura, a fare chiarezza in me, a sfogarmi e cercare quella via che porta ad essere me stesso, tra libri e lingue e studi, che nessuno centro culturale né nessuna associazione di volontariato potrà mai far emergere… smettono anche di scorrere i pensieri di liberazione con Maria Teresa a cercare una via per liberarmi di me e di questo lavoro, per essere me stesso, la liberazione se avverrà avverrà solo in me, da me, senza bisogno di nessuno, quando io imparerò ad essere me stesso, ad accettarmi, ad accettare la fine di questa storia e forse di questo periodo, senza più alienarmi in dottrine e filosofie e ideologie altrui, quando non sarò più alienato dai mondi che leggo… vorrei davvero solo liberarmi, liberarmi e trovare me stesso, non essere più soffocato dal mondo, dal lavoro, dagli studi, da me stesso, dagli incontri con educatrici e dottori, liberarmi per due mesi e anche di più, in quel periodo che mi porterà al mio compleanno, dopo tre anni, senza di lei, senza Leida, due compleanni fa c’era lei, anche tre compleanni fa, il compleanno scorso c’era il sogno per Marina, che è stata una delusione, e dopo tre anni Leida non c’è e forse non ci sarà nessuna al mio trentatreesimo compleanno, forse ci saranno solo gli auguri sparsi di qualche amicizia virtuale, qualche augurio tra la gente che mi sta vicino, quella poca attorno a me e che si ricorda di me, ma sarà forse un compleanno spento, senza visioni religiose, senza fluttuazioni di senso, con la sola coscienza che Leida ora non c’è più… e non c’è più e per un po’ non ci sarà più nessuna come lei, forse solo casualmente, così chissà come, non mi importa più, attendo solo che il tempo faccia chiarezza, che tutti i nodi si risolvano, si dimentichino, si disfino, e andrà avanti tutto da sé, dopo quasi un anno di decompressione e compressione, sviamenti e deliri, che non mi fido neanche più delle parole che passano dentro di me, di quella della mia coscienza, non mi fido più delle parole e lascio a volte solo la musica e il canto coprire i pensieri, come una musicoterapia… e non mi fido neanche più a continuare questo post, queste pagine, lascio andare via i pensieri, non me ne curo più, solo il tempo mi guarirà, solo il tempo e la dimenticanza, e tutto andrà sempre meglio, di giorno in giorno, perdendo vizi e abitudini, pensieri automatici, stranezze, vivrò forse una vita normale, senza pensarci troppo, senza andare a cercare pensieri trascendentali, sulla storia, sul mondo, sul destino, è giunta l’ora di semplificare le cose, non scervellarsi più, e lasciare alla musica e alle lingue far sfumare via i pensieri…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Riflessioni, Sogni, Visioni

Nel velo di Maya, nella Grande Allucinazione di tutti i media…

Alienarsi con internet, di fronte al profilo perfetto, da vero postmoderno, di un ex collega di università, in Olanda, a lavorare per un’azienda chimica, sezione marketing e comunicazione, due master alle spalle, in Danimarca, in Olanda, lui che diceva voleva diventare giornalista, perdersi nel mondo dei media, dei social, fare comunicazione digitale, il sogno di tutti noi, quasi nativi digitali, invasati con l’inglese, con le lingue, e con internet, l’invidia… l’invidia da star male, ripensare ancora tutto, alienarsi nelle riviste, nei giornali, sul pc, di fronte ad altre lingue, il mondo della manipolazione che entra dentro di te, e più sei solo, più ti fai manipolare da tutto ciò che vedi e che leggi, e tutto sembra diventare una legge sacra, la legge sacra di essere costantemente aggiornato, di sapere tutto, tutte le lingue, tutte le storie di paesi lontani come Germania, Russia, Albania, Olanda, Inghilterra, sapere sempre tutto, essere costantemente aggiornati, ed alienarsi così tanto da voler quasi diventare giornalista te stesso, o almeno traduttore di notizie, diventare l’oggetto in cui ti perdi, non distinguendo più te stesso… che mi ricordava quella compagna di università, Berenice, con il lutto della madre alle spalle, sempre alienata nei quotidiani, nel mondo intellettuale, lei che voleva diventare giornalista, anche lei, ragazza sola, disturbata, alienata, che stavo facendo la sua stessa fine in questi ultimi giorni quando, al posto di stare in mezzo alla gente, mi volevo alienare sempre di più nel mondo fittizio delle immagini e della realtà mediata dai mezzi di comunicazione di massa, annullare me stesso nel mondo delle apparenze… ci voleva una domenica in compagnia con Stas, Larisa, Dmitrij, mio padre, mia madre, per uscire da quel mondo fittizio, che Viktor Pelevin racconta molto bene nel suo romanzo “Generation P”, il mondo fittizio, la televisione, le notizie studiate ad arte, il vendere patriottismo, sogni, ideologia, come un grandissimo velo di Maya sempre a nostra portata, in ogni istante, in ogni luogo, sul pc, sul cellulare, sul tablet, nel mondo della carta stampata, alla televisione, alla radio, immergersi completamente in questa realtà mediata, in questo velo di Maya, e diventare un inventore di notizie, di fattoidi, di fattacci, di tendenze politiche, diventare la mente dietro tutto questo mondo di apparenze, la mia perenne e antica allucinazione, il mondo delle apparenze, il velo di Maya da imporre, da controllare, da inventare, il mondo che avrei voluto scegliere come mio lavoro: inventare notizie, inventare storie, inventare il velo di Maya… e uscirne, uscirne solo con la vicinanza con altre persone, la lettura di qualche saggio filosofico esistenziale, la sapienza del Qohelet, icone dimenticate in me, la vicinanza con le persone dopo essere impazzito più volte, essere andato dai carabinieri per lamentarmi anch’io di non so cosa, loro che non potevano fare niente, perché non c’era niente da fare, niente che andasse contro la legge, solo sentire uno strano male alle parole Ucraina, alla vicinanza con gli ucraini, e rimettere a posto nei sentimenti la depressione di una volta per Alina, che si manifestava alla loro presenza, con strani sintomi, tutti dovuti ai sentimenti, alle emozioni, e la razionalità che sragionava continuando a lamentarsi di cose che non esistevano… il velo di Maya di questi mezzi di comunicazione, il velo dell’inganno, che ora che scrivo già mi accorgo di quell’altro virtuale che vorrebbe dettare le sue regole, dettarmi la sua visione del mondo, la sua ideologia, quando il trucco sta tutto nello staccare e nel distaccarsi da questi mondi fittizi fatti di immagini e parole e ideologie nascoste, e scopro dentro di me la mia spinta a studiare di sempre: immergersi nel velo di Maya per poter un giorno controllarlo da dietro le quinte, inventare programmi, inventare notizie, essere il capo della Grande Allucinazione… non era forse tutto qui la mia follia? Un mondo fatto di immagini, di inganni, di apparenze? E il mio profetismo altro non era che alienazione totale nel mondo fittizio, far diventare la propria vita come la storia che appare alla televisione, mania di tutti, di apparire, di essere sullo schermo, di comandare le storie, di inventare personaggi, di scrivere stando nell’ombra, di comandare, di manipolare gli altri, come se i mezzi di comunicazione di massa si rivolgessero a persone inermi e passive, che accolgono tutto senza critiche tutto ciò che gli viene propinato, come se potessi conquistare il mondo con l’inganno, inventando la Grande Allucinazione… mia follia di sempre, che ora riconosco, anche quando nel tempo libero ancora mi dò a letture e studi, ma non per fare di questa Grande Allucinazione il mio dovere, il mio compito, il mio lavoro, ma solo uno svago per non spegnere il cervello, senza che però tutta questa finzione diventi più vera della realtà… non mi chiedo più di diventare giornalista, dopo aver visto articoli su giornalisti uccisi dai poteri forti, dalle mafie, dopo aver visto un altro trentenne ieri in televisione, già giornalista, già anni di esperienza alle spalle, la sua parlantina di mondi fittizi, da televisione, mi accorgo solo della mania di tutti, apparire, apparire ovunque, non importa dove, alla televisione, su internet, diventare qualcuno, diventare un personaggio del mondo dello spettacolo, diventare un’immagine, un’icona, un personaggio della Grande Allucinazione, del grande velo di Maya, distorsione del mondo che inganna tutti, come quell’amico di una volta, genio incompreso, secondo lui, come quell’altro, che voleva scrivere, come l’altro che voleva diventare artista e musicista, tutti quanti presi nelle trame della Grande Allucinazione, del grande velo di Maya, i mezzi di comunicazione di massa… si ritorna alla realtà, così, stando in mezzo alla gente, diventando più concreti, diventando più umani, senza pretese di ogni sorta, senza aspirazioni diaboliche, senza superbie, ci si accorge dei propri limiti, e della propria umanità, stando insieme agli altri, di domenica, neanche fossero i tempi delle grandi domeniche con i parenti, ritorna però quel sentire, quel sentire che sa di vero, di realtà, e non più di alienazione nel mondo dei veli di Maya e delle Grandi Allucinazioni, che passa la voglia di alienarsi di nuovo, e viene invece voglia di guardare con più distacco tutto ciò che passa sul velo di Maya, come una semplice esercitazione per capire il mondo, per parlare con gli altri, per essere informato, ma trovo il nocciolo di tutta la mia follia: l’alienazione nel velo di Maya dei mezzi di comunicazione… e qui c’è tutto Pelevin e la sua “Generazione P”, tutto il suo buddhismo postmoderno, qui c’è tutta la mia follia, e la mia uscita dalla follia, qui c’è tutto, anche le brevi frasi di quel libro sulla manipolazione e sui media, che non costringono tanto, ma affascinano, come dei seduttori, in ogni campo, dalle notizie alla pubblicità, dai social, alla politica, e in ogni cosa, in ogni dove, che la realtà sta altrove, e la propria anima anche è solo dentro di me, non più trasmessa ad uno schermo, caricata nel mondo virtuale, rimangono le tracce dello stare male per Alina, le tracce della depressione, i ricordi, che poco alla volta stanno guarendo, rimangono i sogni di una Marta che stava seduta sui banchi di scuola, mentre la bionda prof di filosofia leggeva qualche brano come se fosse la sacerdotessa di dottrine esistenziali ed esoteriche allo stesso tempo, le immagini di un sogno tra l’onirico e l’esoterico, desideri d’amore sbiaditi e contraffatti dall’esistere nel sogno, come Marta, come la bionda prof di filosofia, nell’ambiente più rilassante del mondo per me, la scuola, là dove ancora l’umanità era a due passi, tra ragazze e ragazzi, senza lo stress del lavoro, di sapere, di diventare qualcuno, di dover apparire, di dover raggiungere per forza e subito il proprio traguardo di carriera, apparire, essere qualcuno, avere il potere di comandare e inventare tutto il velo di Maya e la Grande Allucinazione, solo nel sogno c’era ancora il ricordo di un amore e di parole vere, genuine, scaturite dalla voce di lei, la prof di filosofia, e dall’immagine di giovane bellezza di Marta, che mi visitava nel sogno, quasi a dirmi di nuovo di sentirla e vederla, se solo lei non fosse persa nelle sue regressioni tra vecchie donne di famiglia e affetti per gli animali domestici, e non si sa che cosa ancora, il solito periodo destabilizzante dopo l’università, dopo che tutto diventa qui e subito, lavorare, lavorare, lavorare, essere qualcuno, fare carriera, guadagnarsi un’identità lavorativa, diventare qualcuno, apparire, essere, diventare, qui e subito, qualcosa, qualcuno, non più rimandato ad un incerto “più in là dopo l’università”, quando tutte le pressioni del mondo si fanno sentire, e credi che tutti gli altri siano felici e realizzati, arrivati, quando ti confronti solo con chi è più in alto di te, quando ti confronti con i tuoi ideali di chi volevi diventare e chi volevi essere, sogni forse irraggiungibili, tanto vicini alla megalomania, ai deliri di onnipotenza, alla sete di potere e diventare, di essere, di apparire, la follia di sempre e di tutti in questo mondo tra il postmoderno e il virtuale… si esce così dall’inganno, e non te ne accorgi neanche, e non ti accorgerai neanche, se sbaglierai di nuovo, come ci entrerai di nuovo nel mondo delle finzioni, nel grande velo di Maya, nella grande allucinazione di tutti i mass media…