Ispirazioni, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Del sogno di Katia, di quelle parole della cinesina che sembravano musica…

Nel sogno, un paesaggio immerso nella natura, in un tramonto, come quelle foto della natura incontaminata della Romania, le sfumature verde scuro, il cielo tra un rosso e un azzurro profondi, e una striscia azzurra che mi riconduceva agli occhi di Katia, la sua voce squillante, “Perché non fai le fotografie?”, e mi mettevo a scattare foto, in quel paesaggio immerso nel verde, che nell’immaginazione del sogno era vicino ad un mare ligure che si stagliava sulla costa con le sue onde, il suo sguardo, la sua voce, la sua bellezza, Katia, un altro sogno azzurro, di bellezza infinita, di ricordo senza fine dell’innamoramento con lei, il primo amore che non si scorda mai, il sogno azzurro di lei che ogni tanto la notte fa capolino, e mi invade l’anima con la sua bellezza… altri sogni d’altrove, in una specie di sgabuzzino dove erano presenti vari studenti e studentesse di mediazione, uno stanzino lugubre come un magazzino o una fabbrica abbandonata, intrappolati lì, senza poter fare niente per uscire, una giovane ragazza musulmana con il burka che quando dicevo “Allahu akbar”, non so perché si calmava e diceva, “Sì, lo so, non si può fare niente”, e l’immagine cambiava e mi trovavo per le strade di New York, sulla Hall of Fame, sotto dei portici maestosi di pietra, e parlavo ancora con Katia, nella ressa generale di persone che passavano, e dovevamo incontrarci con qualcuno, dei nostri amici, delle coppiette, e in quel sogno mi sembrava di vivere, mentre pensavo a chi dovevo incontrare, proprio come quando aspettavo Olimpia là a Milano, qualche settimana fa, e mi perdevo tra quegli sguardi e quella gente, e alla fine vedevo arrivare un gruppetto di persone, due o tre, e mi chiedevo se erano loro quelle ragazze da incontrare, quelle ragazze tutte sulle loro, un po’ chiuse, un po’ bigotte, e troppo brave, e il sogno si disperdeva in un’altra ambientazione, io che levitavo sopra il soffitto altissimo di una casa mai vista, e c’era Davide e sua madre Enza, che parlavano tra di loro e mi chiedevano come facevo ad atterrare sul pavimento, dove c’era un quotidiano aperto, e mi preparavo alla discesa, volando sopra il soffitto, inclinandomi come per atterrare come un’aquila sulla sua preda, e Davide mi diceva qualcosa, e poco alla volta il mio potere di volare svaniva e atterravo lentamente con i piedi per terra… c’era un tavolo con sopra tanti oggetti di pietra, fatti a mani, sculture di draghi, di saggi cinesi, di Confucio e altre cineserie di pietra, e mancava forse una statuetta, che qualcuno aveva rubato, per invidia, e io e Davide la cercavamo nella stanza, solo per trovare una statuetta con il volto di Confucio mezza rotta, qualcuno che l’aveva rubata e danneggiata, per dispetto, mentre mio padre vedeva come, quando volevo, ero in grado di creare statuette, di darmi all’arte, di darmi alla scultura, e creare immagini di un certo carisma, mentre io mi riempivo di orgoglio agli occhi di mio padre…

Che strani sogni, dopo che ieri sul lavoro mi rendevo più propositivo, più positivo, anche quando chiamavo quei corrieri per vedere l’ordine, anche quando cercavo di capire gli altri lavori, e mi sentivo soddisfatto a fine giornata, anche quando ritrovavo tutta la voglia di leggere in russo e in albanese, con tutta l’attenzione di cercare parole nuove, di leggere veloce e leggero, senza tempi lunghi e appesantimenti, e mi sentivo su di morale, pensando anche all’ultima nottata con Aleksia, alle ultime volte con la romena senza nome, e mi dicevo, d’ora in poi, di concentrarmi sulle cose positive, e di stare sempre sereno e di cercare di essere una persona normale, senza più quell’eccezionalità che pensavo fosse tutta mia, che invece non è, se non fosse per la mia smania e piacere infinito nello studiare le lingue… le lingue… che stamattina al bar cominciavo a sognare quando la cinesina diceva “Kafé lung?”, che sembrava una parola cinese, con quel suo accento così particolare, che mi sarei perso in infinite canzoni cinesi, dove ogni sillaba ha la sua nota diversa, se non fosse per la musica che suonava sotto, che per un attimo copriva quel sogno: I am wonderful, I am beautiful, I love my life, e il giusto senso di stare assieme agli altri e di parlare usciva dalla bocca di un cinquantenne lì al bancone con me, bevendo caffè, quando chiedeva alla cinesina se era da sola stamattina, se Paolo, Bruna e Miryam non c’erano, e lei rispondeva con un semplice: “Pulire”, e mi perdevo nel suo sguardo, nella sua esotica bellezza, in quella sua lingua che per un attimo parlava, non so con chi, che mi verrebbe ancora voglia di leggere in cinese, come tantissimo tempo fa, di ascoltare musica cinese, come tantissimo tempo fa, e di perdermi, mentre quella sua sillaba mi ricordava il drago cinese che i miei amici cinesi mi avevano regalato, quella statuina color bronzo, con il drago, e l’altra tartaruga, simboli imperiali di una volta, e mi ricordavo tutta la positività di quell’amicizia, le risate e le parole, l’amicizia, e il giusto sentire, che se quell’effetto del caffè non fosse stato così lento avrei cercato di dire almeno due frasi alla cinesina, che mi ispirava ancora, dopo il sogno di Katia, dopo quel sogno di statuine cinesi, e cominciavo a sognare, a sognare, a perdermi in me, in questa giornata che forse avrà tempi lunghi, perché mi pare non ci sia niente da fare per me, e voglio solo restare positivo, essere una persona normale, pur con questi sogni e questa ispirazione, che per un attimo, nel mio autismo letterario pensavo solo a dedicare una poesia a quella cinesina, mentre basterebbe ogni tanto dirle due parole, se solo non fossi così chiuso in me, così perso in me stesso a cercare collegamenti psicologici che non stanno in piedi, a combattere la mia sonnolenza mattutina, il mio caos addormentato di pensieri, e chissà quando tutte quelle parole impareranno ad uscire da me, a farmi smettere di essere così chiuso e autistico nel mondo delle parole e delle lingue e delle immagini in me, dei sogni, del mondo onirico, del mondo che pensa e riflette troppo, e mai dice una parola, se non quelle di circostanza e quando si è sul lavoro, e quanta concentrazione devo avere per cercare di essere sempre una persona normale, e non perdermi nei miei mondi metafisici e metapsicologici, metapsicopatici, se solo non fosse per tutta l’ispirazione del sogno di Katia, di quelle parole della cinesina che sembravano musica… e non so che farò, troverò piacere a leggere ancora tante cose, in non so che lingua, e troverò quel piacere che le altre persone non possono capire, quel piacere delle lingue che fa parte di me, che diventa il mio videogioco, il mio hobby, torna ad essere la mia passione, senza fissarmi troppo solo su inglese e russo, libero adesso, dopo l’università, di godere di ogni lingua che mi ha sempre affascinato, con tutta libertà, e trovare lì quel piacere che gli altri non trovano, ecco qui la mia particolarità, come quelle tre semplici sillabe della cinesina, che mi mandavano in un mondo fatto d’arte e di musica, di statuine cinesi e di arte imperiale, di un mondo fantastico come i wuxiapian, e volavo con l’anima, dopo il sogno azzurro con Katia, anche con la cinesina… e la giornata andrà avanti da sé, con o senza lavoro non importa, l’importante sarà stare svegli, stare attivi, stare positivi, e non perdere mai l’ultima ispirazione…

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