Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Là dove solo il sogno di Ana mi può salvare…

Notte terribile, al messaggio di risposta di Marina, l’inferno che si scatenava, la Russia, le parole russe, il rigetto, messaggi chilometrici di ripudio, della lingua russa, dell’università, delle lauree, delle lingue, del lavoro in Inghilterra e in Russia, l’odio, il disprezzo, nessun sentimento positivo verso di lei, dopo che la giornata era già iniziata male con Stas che si intrometteva tra i miei ricordi, di giorno, al risveglio, a pranzo, nonostante il mangiare cibo russo, la tranquillità, quelle parole mezze russe e mezze romene, il ricordo di Alina, nero come la pece… il ricordo di Alina nero come la pece… e il caos di giorno, passare al Carrefour e andare ancora in tilt per delle frasi delle guardie, al sentire nominare il nome del mio paese, il nome di Manuela, o Manuele, non capivo, la psicosi che iniziava, di nuovo, quasi, se non mi calmavo durante il pomeriggio… andare a fare quattro passi, non mi salvava, fare la doccia non mi ristorava più di tanto, solo la televisione olandese mi portava via, dopo cena, con quella lingua incomprensibile ma bella da ascoltare, quell’accento, quell’altro mondo, un mondo lontano da casa, dai miei, dalle solite facce, dai soliti luoghi, evadere così, fino a quando anche la lingua olandese non valeva più niente, e diventava disturbo… spegnere la tv, buttarsi sul letto e non pensare più, cercare ristoro e sonno sotto la musica classica alla radio olandese, il sonno che arrivava, il relax, i sogni erotici… svegliarsi, per prendere le medicine, per fumarsi una sigaretta, e andare a dormire con tutta la tranquillità del mondo, senza pensare troppo alla mattina dopo e a dover andare fino a Como per fare la revisione della macchina, dopo che ieri pomeriggio la portavo a lavare, dentro e fuori… e poi, quel messaggio, di Marina, nel fondo della notte, quando di solito la gente va a dormire, e lei invece accende VK e FB, quando mai le ho scritto, ieri, preso per un attimo ancora dall’ondata russa, che mi faceva guardare la tv di stato, trovare qualche film, pensare ancora di avere la voglia di lingua russa, che non c’era… le maledizioni, le imprecazioni, l’odio, il rigetto, il nessun piacere, nessuna follia come con Manuela, solo una grande rottura di scatole, un peso sull’anima, il nero di pece d’Alina che si impossessava di me, e il ricordo di quei giorni terribili con Marina, perdere un’ora nella notte fonda per risponderle, dirle di non sentirci più, io che maledicevo i social, i messaggi, le notifiche e ogni cazzata di questo mondo, dirle di non sentirci più, che dopo Alina la Russia ha solo un significato negativo, pessimo, e che il nero dell’anima mi avvolge al solo ricordo, al solo ritornare a sforzarmi su quella lingua, altro che la bellezza delle lingue che mi ha sempre accompagnato, altro che la mia passione per le lingue più forte di ogni lavoro, mi sentivo annullato, senza passione per il lavoro, senza la passione per le lingue, senza nessuna voglia di niente, e il nero dell’anima si impossessava di me, e mi auguravo che Marina non rispondesse mai, mai più… la notte, l’insonnia, il rivoltarsi nel letto, le maledizioni e tutto il solito giro di pensieri, scappare, andare via, trovare altri lavori, trovare altre lingue, trovare altro, e alla fine il pensiero che mi salvava, che salvava la notte e salvava l’anima: Ana…

Ana, che mi addormentavo nel ricordo di lei, di quei momenti erotici con lei, rubati alla notte, e la notte portava anche dei sogni incantati, lei che si trovava in qualche fabbrica abbandonata costretta a girare dei video pornografici, in qualche posizione d’acrobata, e io che mi trovavo lì, tra quegli uomini che se la volevano e se la dovevano fare, e mi ritrovavo con i pantaloni giù, nel sogno, e quel momento di farmela che non arrivava mai, la gente intorno a me che aveva la precedenza, i commenti insani, la logica del lavoro dei video pornografici, in un ambiente colorato di blu e di nero, e di tinte scure, come la notte, il suo sguardo debole e disperso, abbandonato a se stesso, la sua bellezza della notte… e la scena ora cambiava, mi ritrovavo di nuovo in una città asettica, come quella di sogni precedenti, una città senza macchine, senza persone, solo fatta di vie e di case, di angoli di strada dove lei stava insieme ad una sua amica che sussurrava come una sirena: “Scopami… scopami…”, lei vestita di bianco e di nero, come una vera modella uscita dalla scena, e loro due stavano in quell’angolo della via asettica, vista dall’alto, di una città di notte senza traffico, senza luci delle case, senza rumori di persone e televisioni o diavolerie elettroniche, una città asettica, epurata da ogni cosa, solo le linee delle vie e delle case, come un quadro di DeChirico, e io mi avvicinavo di nuovo a lei, ad Ana, per consumare ancora, per godere con lei, e lei si apprestava, si lasciava andare, così, per strada, in quell’angolo della strada, senza dire niente, e mi apprestavo a godere con lei quando ricomparivano quegli uomini che la possedevano, quelli del video pornografico, che parlavano tra loro, come in un dialetto meridionale, e si decidevano ad escludermi, guardandomi male, indicando la mia vera destinazione, un furgoncino Volkswagen, quello degli hippie, colorato di arancione e di scritte da murales di infino ordine, mi indicavano quel furgoncino e mi dicevano di andare con quella gente lì, e aprivo lo sguardo, forzato ad andare via, e tra i giovani che popolavano quel furgoncino rivedevo Marinotto, e altri ragazzi e ragazze di chiesa, che mi guardavano dicendo: “Cosa ci fai lì?”….

Mi risvegliavo, solo per ritrovare la carica erotica ancora sveglia in me, e la liberazione dei sensi, dopo tutto, nel sogno, mi riprendevo, forse mi fumavo un’altra sigaretta, e poi tornavo a dormire, questa volta solo per sognare un altro ambiente fantasy, di una buca enorme in una cava, dal cerchio perfetto, dove stavano buttati lì dentro, in un ammasso enorme, un centinaio di libroni dalla rilegatura marrone, come i libri di una volta, libri classici, buttati via, che si potevano prendere su liberamente, e c’era come una potenza oscura che vegliava su quei libri, che voleva impossessarsene, e solo in pochi tra di noi cercavano di salvare quei libri, di rubarli, e vedevo Fabio C., antico compagno di università, che con la sua barba e i suoi occhiali salvava il libro di Marx, “Il capitale”, e se lo portava via, parlando di quel libro come se fosse un libro sacro, che aveva tratto in salvo, mentre io riuscivo a trafugare qualche libro, ma quello che volevo mi sfuggiva, veniva portato via dal dilagare infernale di quella buca perfettamente rotonda, che veniva schiacciata via come da una forza superiore, come quella di una scavatrice, che tutto distrugge…

Sogni, ancora sogni nella notte, di programmi televisivi pieni di conduttrici e concorrenti froci e lesbiche, una sala che sembrava la sala d’aspetto del pronto soccorso, solo più scura, dove stavano anche dei bambini e delle bambine che aspettavano l’inizio della campanella, in una scuola attigua a quello studio televisivo che sembrava però una sala d’aspetto del pronto soccorso, e concorrenti e politici radical chic, froci e lesbiche, cadevano come dal piano di sopra, come da una buca con un tubo al centro, come quello dei vigili del fuoco, e Gerry Scotti diceva che una volta, negli anni ’70, erano in pochi i concorrenti e i presentatori e i politici froci o lesbiche, se ne contava forse uno, due, delle rare eccezioni, e compariva Emma Bonino che raccontava l’emancipazione dal vecchio mondo, mentre ora, oggi, era tutto un brulicare di trans, froci e lesbiche, e la prossima che attendeva di raccontare la sua storia, di fare la comparsa in studio al di là della stanza era Carmen Russo, che stava lì seduta a pensare tra sé e sé, ad aspettare, mentre un altro personaggio come DiMaio se ne usciva dalla scena, avendo compiuto il suo intervento, ed Emma Bonino guardava da lontano, come supervisore, e Gerry Scotti continuava a presentare, e si sentiva la sua voce di sottofondo, quando tutto si colorava d’arcobaleno, e mi svegliavo…

Il risveglio erotico, del ricordo di Ana, il sogno più bello della notte, un sogno blu e nero, il risveglio presto, alle sei, per andare a fare la revisione, e fregarsene del messaggio infernale della notte prima, di Marina, e ricordare solo Isabela, Ana, la romena senza nome, questo mio dilagare di immagini e segni che ricordano la Romania, e tutta la salvezza stava là, nel ricordo di Ana e nel sogno erotico, che non c’era più niente da pensare, da scrivere, da elaborare, da scervellarsi, tutta la salvezza stava nel sogno erotico di Ana, che desideravo una di queste notti, se solo lei non fosse in Romania per fare la patente… mi svegliavo, bevevo il mio Nescafé e cercavo solo di imprimermi nella mente quei sogni, da ricordare, per poterli riscrivere una volta tornato dalla revisione, li ripetevo mentalmente, li rivisualizzavo, e trovavo tutta la pace in quei sogni, che non c’era nient’altro, anche quando andavo al bar dei mille a prendere il mio caffè della mattina, a comprare le sigarette, e poi partivo verso Como, un po’ in ansia per la strada che mi avevano spiegato, ma non avevo mai fatto, l’ansia del viaggio, di arrivare in tempo, di trovarmi davanti delle persone abbastanza sgradevoli, il mondo del lavoro, le officine, il mio incubo, quasi più dei messaggi con Marina, e in tutto il tragitto pensare solo alla mia macchina, alla mia stessa macchina versione tuning del cugino di Ana, in Romania, l’unica salvezza anche quando alla fine, senza troppe difficoltà, arrivavo là in anticipo di una ventina di minuti, e mi appostavo nel parcheggio, guardando la mia macchina pulita, e nel buio della mattina ricordare il buio della notte con Ana, e sognarla e desiderarla ancora ad occhi aperti, che non c’era più niente da volere…

Aprivano alle otto, mi appostavo lì in parcheggio e dicevo chi ero, mi dicevano di sì, ma mi squadravano, mi guardavano male, come un povero barbone, come se non ci fosse niente da guadagnare in me, e già mi saliva il nervoso, di quella gente che ha solo il suo lavoro, e i suoi soldi, che mi veniva in mente tutto l’Ottocento marxista e la critica ai borghesi, e anche l’esaltazione spudorata del capitalismo di Ayn Rand, quel meccanico di un grande gruppo petrolifero, e combattevo questi pensieri e quelle sensazioni di disprezzo nei miei confronti, la sfiducia nei loro sguardi, e l’incapacità di immaginare un mondo diverso, fatto di lingue, quando la notte prima avevo rinnegato tutto davanti a Marina, e solo il pensiero di Ana mi salvava, se non fosse stato per tutta l’ansia di quella strada, di quella gente, di quelle persone, di quel mondo del lavoro che non fa per me, come non fa per me parlare in altre lingue, scappare in Inghilterra o scappare in Russia, e mi dicevo solo che me ne dovevo fottere, me ne dovevo fregare, di evocare un po’ di più l’albanese in me… momenti in ufficio, il malinteso sul pagamento, chiamare mio padre al telefono, alla fine optare per pagare con un bonifico, la donna italiana e la giovane ragazza italiana, della mia età, che disprezzavo come non mai, che maledicevo, come loro guardavano male me, come se fossi un buono a niente, il disprezzo altrui di altri dell’officina, l’essere trattato come niente, il “Si figuri!” falso e studiato della giovane figlia di capitalisti alla Ayn Rand, il potere malefico del capitale e dei soldi che schiacciava ogni rapporto umano, l’ignoranza e il demone dei soldi e del lavoro che si manifestava, come solo si può manifestare in questi paesini del nord Italia, il senso di ribrezzo, di schifo, di ripudio, in una parola: l’odio…

E non era finita lì, mi dicevano che la macchina perdeva olio, di farla guardare, io che facevo finta di niente, facevo lo gnorry, non me ne sono mai accorto, dicevo, il fatto è che non me ne sono mai fregato, della macchina, un po’ come Hank Moody in Californication, lui e la sua Porsche, da buttare via, da spaccare e basta, solo per scrivere e lasciarsi andare all’erotismo, e tutto il resto non conta, la macchina che serve solo per trovare ragazze come Ana, e niente di più, lo sguardo torvo dei lavoratori, l’odio che lasciavo alle mie spalle, solo per immergermi ancora di più nell’ansia della strada del ritorno, di capire come fare ad aggiustare la macchina, se mi avrebbe abbandonato nella mattina sulla strada al rientro, l’ansia e l’odio, e il pensiero di Ana nel sottofondo, che ora non mi salvava più…

Tornare a casa con l’ansia a mille, per la revisione ancora da pagare, per l’olio e la macchia d’olio che in effetti vedevo in garage, mio padre che come al solito posticipava tutti gli interventi da fare, io che quando voglio una cosa a posto la voglio subito, senza aspettare, per togliermi via subito le preoccupazioni, per non pensarci più, l’atmosfera nervosa, Marco che arrivava e mi chiedeva, come se mi avesse mandato dai suoi fratelli e compagni, io che quella gente la odiavo, quella che mi diceva che Marco era a posto, aveva già pagato, io che me la prendevo perché le cose non sono mai chiare, come si paga, come non si paga, come si mettono d’accordo, perché non dicono mai niente, l’olio e i soldi per l’olio, per riparare la macchina, le bestemmie di mio padre di non preoccuparmi, le mie bestemmie verso di lui per la macchina, unica mia salvezza per scappare da qui, la notte, il giorno, il fine settimana, in ogni caso e sempre… alla fine estorcere cinquanta euro per andare a farsi mettere l’olio nella macchina, in quell’altro benzinaio dove mi guardavano male anche lì, quando passavo con solo 15 euro in tasca, quando tornavo la donna si scusava, la sorella di chi mi aveva guardato male, “Scusami, ma mio fratello non sapeva che eri passato di qui anche ieri…”, come per dire, scusa, ma pensavamo che eri un barbone che voleva cambiare l’olio a gratis, non sapevamo che ieri avevi pagato pure anticipato per farti lavare la macchina, il demone dell’odio, dei soldi, del capitale, i soldi che senza soldi non conti davvero niente, la gente che ti guarda male, la gente che pensa di essere superiore solo perché ha un lavoro, il demone dei soldi e del capitale, come nel sogno incubo della notte… farsi cambiare alla fine l’olio, da quei due benzinai napoletani che pensavano di avermi fregato cinquanta euro, parlando tra di loro, facendo un po’ di sceneggiata, a me non me ne fregava, avevo bisogno di quell’olio per mettere a posto la macchina, per starmene più sicuro, per potere sognare ancora Ana e la notte e Isabela e le ragazze come loro, e la fuga da qui, da questa altra abitazione a volte impossessata dal demonio…

La tranquillità… decidere di non lavorare quest’oggi, non c’era niente da fare in officina, mio padre e Marco si perdevano in dei lavori inutili, dove io non potevo fare niente, l’odio, l’ansia, lo stress del fine settimana, mio padre che diceva che alla macchina ci pensava lui più avanti, adesso era indaffarato, mollare giù tutto, fregarsene di ogni cosa, salire in casa per pranzare, in un attimo, e poi fregarsene e buttarsi giù sul letto, per recuperare le ore di sonno perdute, per dimenticare il mio impaccio davanti a quelle segretarie, le parole che mi uscivano scoordinate dalla bocca, in una pronuncia che non era né olandese, né russa, ma neanche italiana, l’odio di loro nei miei confronti, l’odio reciproco, l’odio nei confronti dei benzinai, l’odio da sterminio di tutta la razza italiana, la sua lingua, il suo popolo, tutto il nord, classici miei deliri da nervosismo esagerato, quel mondo che non mi piace, l’odio, il disprezzo, i soldi, i demoni…

Svegliarsi, nel primo pomeriggio, rilassato, senza pensarci più, lasciando perdere ogni cosa negativa, ogni pensiero, non pensarci più, una buona volte per tutte, là dove solo il sogno di Ana mi può salvare…

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