Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Sensazioni dionisiache…

Film russo, la lingua più bella, di una volta, la sera, la voglia di riesumare tutti i ricordi, del piacere infinito, l’alcol, Katia, l’amicizia dionisiaca con Bejan, gli anni della scuola di russo, tutto il corteggiamento di una volta con Eugenia, le nottate con Diana, e poi Diana la moldava, l’atmosfera dionisiaca in quella scuola serale, e tutte le nottate russe con Alina, il piacere delle ragazze dell’Est, i sogni, la musica russa, la musica albanese, riesumare dallo scantinato dei ricordi quell’aquila rosso nera, cucita sulla borsetta di Katia, visione di pura bellezza, di puro erotismo, di estasi dei sensi, dionisiaco dell’anima… la voglia di bere, la sete sconfinata, il cervello che andava in estasi, quasi in craving alcolico, dopo tutta la giornata passata a leggere quel romanzo norvegese, quel poliziesco, incollato alle sue pagine come un drogato di lettura, di gialli, di suspence, l’eccitazione cerebrale, stare al parco nel pomeriggio, leggere ancora un po’ dopo essere passato in biblioteca, per prendere in prestito l’altro libro, andare via, troppa gente in biblioteca, spazi troppo vicini, aula grande inutilizzabile per via di iniziative per bambini, stare al parco, non troppo distante dalle vecchiette ucraine, dagli adolescenti e dalle adolescenti impazziti poco più in là, sulle panchine, e leggere, fumarsi una sigaretta, incollarsi a quel libro poliziesco, ricordandosi della notte prima a chiamare i carabinieri, riferire di quelle due macchine che erano passate due volte, il transit rosso, la toyota yaris blu, che mi chiedevano di non so chi, forse di qualche spacciatore, chi lo sa, riferire alla polizia questo, la notte dopo, quando ormai l’effetto dell’alcol era svanito, e il ricordo della giornata prima, non l’estasi dell’ultima ragazza romena, perdersi in un mondo poliziesco… non farcela più, ad un certo punto, a continuare a leggere, vedere un negretto che correva nel parco, che voglia, che energia, io è già tanto che a volte mi metto a camminare, e così mi mettevo a camminare, per un’ora, intorno al parco e fuori, nel paesino, tra le sue vie, le sue salite e le sue discese, in quegli angoli del paesino che mi ricordavano la mia primissima adolescenza scema e folle, i compagni e gli amici di una volta, ai parchetti, per le vie, l’età della stupidera e della trasgressione, tutta l’energia di una volta, le scenette comiche, a vent’anni quasi di distanza, la vita da ragazzini, quella casa abitata ancora dalla madre di Nicolosi, il compagno di lei, pensare alla loro figlia, Rachele, chissà quanti anni avrà adesso, sarà già una ragazzina, e chissà Nicolosi, sarà forse ancora in Inghilterra, in Irlanda, chi lo sa, andare oltre… pomeriggio poliziesco, al parco, lì attorno, qualche sigaretta di troppo, tutta l’energia del mondo, e la sera, la sera a guardarsi quel film russo solo per sentire il craving dell’alcol, e la voglia matta di comprarsi una vodka, non per berla, ma per riesumare la bottiglia con l’aquila che mi ricordava il piacere infinito di una volta, la voluttà e l’estasi, per avere il piacere di fronte a me, in questa stanza priva di adrenalina, per riesumare il ricordo del piacere di tutti questi anni, e non farne più un dimenticatoio, un oblio, per ridare vita ai miei sensi addormentati dell’ultimo periodo, e il pensiero fisso, di quello che sembrava l’inizio di un romanzo giallo, io là, ubriaco, nel luogo che una volta era di Andra, e forse ora era di spacciatori, quelle due macchine sospette, quei carabinieri che mi chiedevano se avevo visto viavai di gente, il dubbio, il sospetto, le supposizioni, incipit di un romanzo giallo che non sarà mai, lo spaccio, l’alcol, i carabinieri, la droga, la prostituzione, il degrado, l’estasi dei sensi, l’anarchia dell’anima… e andare al supermercato per comprarsi quella bottiglia, lasciar perdere il cassiere che parlava di lavoro duro, di 11 ore che ti ammazzano, che dipende come te le fanno lavorare, poi, dipende dal lavoro, gente che parlava, una bambina che mi passava davanti, mentre compravo la vodka, lì alla cassa, per due volte, una bambina iperattiva, la madre che la sgridava, che le diceva di non allontanarsi da lei, comprare la vodka e vedere lo sguardo della guardia, attento, lo so anch’io, pensavo, lo so anch’io, ma mi serve solo la bottiglia con l’aquila russa, nel ricordo di Katia e di tutta la voluttà di sempre, del piacere, vero stimolante per vivere, vera adrenalina… tornare a casa e vuotare la bottiglia di vodka in giardino, vuotarla così, in un attimo, potlach dell’anima, gesto dionisiaco, tornare in stanza e non riuscire più a guardare quel film russo, troppa la concentrazione di ieri, troppo caffè, anche quello che bevevo alla fine del mio giro intorno al paese, intorno al parco, quel caffè di troppo, quella mente troppo sforzata a leggere, troppo concentrata, lasciare perdere quel film russo, archiviare ancora quei simboli adrenalinici, prendersi una ventina di gocce di valium e cercare il sonno, forzato, il sabato sera impazzito, la febbre del sabato sera…

La notte, un sogno dove mi squagliavo, dove le mie braccia e le mie gambe andavano squagliandosi, una sensazione stranissima, da effetti collaterali del valium, chi lo sa, un incubo, un sogno strano, nel pieno della notte, un sogno inquietante, e continuare a dormire… e poi mi trovavo in una specie di fabbrica, dove vedevo operai che altro non erano che compagni delle superiori, dell’ITIS, che stavano in quella fabbrica a lavorare non so che cosa, fabbrica metallica, e arrivava anche un albanese, un imprenditore albanese, che faceva le domande, agli operai, e con lei a tradurre c’era Rudina, mentre qualcuno o qualcosa mi svelava il senso di cognomi antichi, di ragazze e donne, il mistero dei nomi di Maria e di Maddalena, nascosti in altre etimologie di nomi, e l’imprenditore albanese si girava attorno, nella fabbrica, mentre tutti gli operai erano attorno a noi, in cerchio, a guardare e ascoltare, fino a quando Rudina non mi passava davanti, sorridendo, e uno degli operai diceva: “Cazzarola!”, e mi veniva in mente una canzone: kacurellat e tua, o sa shum te dua, o sa shum te dua… e l’imprenditore albanese si esaltava, lasciava perdere il lavoro, e chiamava Rudina a sé, lei, sempre più sorridente, che si avvicinava a noi come esaltata, e in tre ci mettevamo in cerchio, a saltare, tenendoci per le mani, neanche fosse un matrimonio, una festa di matrimonio, una festa, come se fossimo estasiati di alcol e di musica, e cantavamo lei, i suoi capelli ricci, i capelli di lei, di Rudina, kacurrelat e tua, kacurellat e tua, o sa shum te dua, o sa shum te dua, e godevamo di quella canzone, di quella lingua, di quel canto, della bellezza di lei, dell’estasi dionisiaca, nella fabbrica, nei sensi e nella danza estatica, e Rudina sorrideva, sorrideva come una vera innamorata, come esultante della festa, e tutti si dimenticavano del lavoro, della fabbrica, di ogni cosa… mi svegliavo, nel pieno della notte, con quell’estasi dei sensi, quel sentire dionisiaco, pieno di energia erotica, pieno di estasi, nel ricordo di Rudina, di quel sogno, di quella bellezza, di tutta l’energia di una volta, tutta l’estasi, e riesumavo quegli oggetti, quell’aquila, fonte di ispirazione infinita, di quei ricordi, e ricordavo quel sogno, quel sogno dionisiaco e quel sentire dionisiaco, e mi accendevo una sigaretta, e cercavo di non dimenticare il sogno, il sentire dionisiaco, e la notte acquistava un senso, là dove l’avevo perduto arrendendomi di fronte al film russo, di fronte ai soliti pensieri indeboliti dalle parole altrui, dovevo reagire, essere davvero me stesso, con tutta la mia energia, ricaricarmi, riprendermi, trovare la forza, l’energia, e non l’abbandono delle forze, rimanere positivo, ricordare tutta l’estasi del sogno e del sentire, sensazioni dionisiache, l’energia, la vita, il sogno, i ricordi, il desiderio, la voglia di vivere, sensazioni dionisiache nel fondo della notte, la vita che ricomincia, non più la rinuncia…

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