Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

In uno stato mentale che non è né sonno né veglia…

Strafatto di caffeina, facevo la solita camminata serale, neanche fossi Kant, cambiavo percorso, non il solito giro intorno al camposanto, ma altrove, sul lungo viale con il percorso pedonale, lungo le rotaie del tram, andare avanti come un treno, sempre dritto, dritto, dritto, camminata veloce, da bruciare quelle calorie che mi permettono di evitare quella malattia del metabolismo, se già non è andata via dopo i dieci chili persi in sei o sette mesi, continuare a camminare e vedere il caos in me, antichi ricordi, di quando ero ragazzino, e verso di là ci andavo soltanto per incontrare il mio amico del cuore, Nicolosi, lasciare perdere quei ricordi, ricordi di un’epoca fin troppo giovane, trasognata solo da quel vecchio viaggio in Romania, la lingua romena, le ragazze romene, la povertà e la natura, niente di più, una lingua quasi incomprensibile… continuare a camminare e andare oltre le rotaie del tram, là sulla piazza, dirigersi verso quel vecchio ospedale, di notte, passando davanti all’unica libreria del paese, lavorerà ancora con la concorrenza spietata di internet, mi chiedevo, forse sì, i bambini continuano ad aver bisogno di libri e i giovani quelli delle scuole superiori, e forse anche qualche adulto, visto i libri esposti, Saviano, Ken Follett… andare oltre e camminare per un momento sul lato del marciapiede, una volta asfaltato, ora lasciato libero di correre con l’erba che dava sul campo, camminare ancora e decidere di trovare come meta la grotta con la Madonnina… niente di che, una semplice grotta artificiale, dove ogni tanto qualche vecchio o vecchietta si rifugia per le loro preghiere per chi è passato dentro l’ospedale, non c’era niente da vedere, niente da ricordare, neanche quell’adolescenza dove con Nicolosi ci inerpicavamo dentro la grotta artificiale, al suo interno, e da dentro ci divertivamo a guardare i vecchietti di fronte alla grotta, e Nicolosi, con una voce magniloquente e portentosa diceva: “Io sono Dio….”… e ci divertivamo a vedere quei vecchietti presi alla sprovvista, mentre forse erano lì solo per scongiurare morti… e là davanti, di fronte, tra la grotta e l’entrata dell’ospedale c’era la viuzza tra alberi fitti, dalla strada sterrata, che conduceva verso quel piccolo cimitero dimenticato dal mondo… mi incamminavo in quella vietta e ritornavano in me i ricordi della natura, di quella natura allo stato puro della Romania, e la stradina, non illuminata, tra quegli alberi e il bosco, lontana dall’andirvieni delle macchine del centro del paese, sembrava fosse uscita da un’altra epoca, da un altro mondo, una sorta di milleottocento americano, da guerra civile, da vampiri sparsi per il paese, e le ombre e il fresco della natura mi conducevano verso l’entrata di quel cimitero… un cimitero pieno di tombe, una affiancata all’altra, dagli ornamenti di ogni tipo, angeli e croci di marmo, dalla facciata bianca, con due leggere decorazioni marmoree ai lati, che si ergevano di fronte a me, e di fianco alla cancellata di ferro, dai tratti fini, sostavano due semplici e lunghe croci, sottili, affilate, minimali, che per un attimo mi gettavano nel ricordo di quel castello di Dracula che vedevo anni e anni fa in Romania, e la mia mente si stagliava subito nell’Est Europa, e la lingua russa tornava in me… il verde oscuro della natura, le croci sottili nere sulle mura bianche, che quel condottiero che combatteva contro i turchi poteva essere Vlad Tepes, o anche Skanderbeg, l’eroe albanese alla ricerca di vittoria contro gli infedeli, e mi perdevo in questi ricordi medievali, e in quell’atmosfera che sembrava uscita da un film americano, dall’ambientazione ottocentesca, o di qualche paese sperduta tra i boschi, come là vicino a quella grotta, a quell’ospedale, a quel cimitero, e sembrava che il bosco sussurrasse il mio nome, che si perdeva in parole russe che pensavo per sempre dimenticate… mi voltavo e riprendevo la mia veloce camminata contro la morte, ricordando soltanto come una volta o due, ai tempi dell’adolescenza, ci si fermava con gli amici davanti a quel cimitero, lì, nascosti dalla via, dalla strada sterrata, e si stava lì a fumarsi qualche canna, di notte, in compagnia di amici, nel silenzio del bosco e nelle ombre della notte, e si evocavano fantasmi, desideri, sogni, si condividevano modi di vedere la vita, e tutto poi forse finiva lì, come lì era finita una volta la storia di Nicolosi con la sua tipa Isabella, quando raccontava che una notte avevano litigato, lì davanti al bosco, e si erano decisi poi a nascondersi, per fare pace, tra le tombe di quel cimitero, e si erano baciati, lì, tra le braccia dei morti, per non lasciarsi più… ma tutto questo era solo il passato, era soltanto il passato che non torna più, Nicolosi è ormai da una decina d’anni non si sa dove, si dice che sia in Inghilterra, altri dicono che sia in Irlanda, la storia non si sa bene, è sempre stato uno che cercava di nascondersi, di far perdere le sue tracce, cambiava numero di cellulare ogni volta che faceva una ricarica, nessuno sapeva il suo numero, nessuno sapeva niente di lui, solo che aveva messo in cinta prima una e poi un’altra, all’età di vent’anni o poco più, un figlio era nato, ma non l’aveva riconosciuto, la ragazza lo aveva lasciato, troppo attaccata ai genitori e alla famiglia, troppo piccola per capire cosa significa avere un figlio, una di quelle tante storie scapestrate di ragazze madre, di padri che lo diventano per caso, e dell’altra ragazza, di un aborto o di non si sa cosa non si è mai saputo più niente… lasciavo alle spalle quei ricordi, solo per pensare a quanta gente e quanti compagni vari hanno cercato fortuna, o più semplicemente, lavoro all’estero, Inghilterra, Irlanda, Australia, Germania, Estonia, e altrove, per lasciare qui, dove in fondo non avevano nulla da perdere, e tutto da guadagnare… ma non mi importava, non volevo più pensare a parlare in inglese, a capire l’inglese, dov’era la soddisfazione e il piacere che una volta provavo a combinare altre lettere, a parlare in modo diverso? Dov’era quella soddisfazione? E anche camminando al ritorno, e cercando di visualizzare gente immaginaria con cui parlare in inglese, non c’era più ispirazione, forse il vago ricordo di quelle serate oxfordiane, durate quindici giorni, ai tempi delle superiori, tra le vie inglesi piene di pioggia leggera, grigie, le strade con la circolazione al contrario, che dovevi stare attento ad attraversare, il suono di sottofondo di una lingua strana e straniera, che sembra quasi extraeuropea, nata come in un altro continente, come se fosse la lingua della lontana America, e il fascino d’allora solo per un attimo mi prendeva, a visualizzare persone che non ci sono, discorsi che non posso far nascere dal mio nulla, e anche scambiare due parole in quella lingua non mi avrebbe dato più soddisfazione, lo stesso, neanche ricordando quei giorni in Repubblica Ceca, tra quelle ragazze, tra le vie del paesino Dysina, immerso nella natura e nel verde, a parlare con Veronica e Tereza e Lucie, neanche quell’inglese mi salvava più, perché cosa c’è da dire? Quali idee si devono scambiare? Cosa c’è di importante da dire nelle parole per spezzare solo il silenzio, quando non c’è assolutamente niente di nuovo e di interessante da dire? E il pensiero del lavoro si innalzava di nuovo, come l’unica vera occupazione di questo nuovo mondo senza più studi, senza università… senza università, che per un attimo ieri mi perdevo nella televisione olandese, a cercare di immergermi in un’altra lingua germanica, dopo il rumore di sottofondo di un inglese americano da film fin troppo impastato, dopo la durezza della lingua tedesca, le vocali pure, trovare altre vocali sporche e più armoniose in quella lingua olandese, dalle terribili consonanti, strascicate e gutturali, ik heb niet gedronken, diceva un poliziotto olandese dopo che l’intervistatore intonava una canzone folk come per cercare di far emergere il ritornello dalla gente intervistata, donne grasse, piene di superficialità, che altre canzoni intonavano, ragazze bionde e giovani che non conoscevano quel motivetto folk, e il giovane intervistatore, con la faccia da bravo ragazzo, ma stufo del mondo, sembrava come disperdersi tra quelle vie di Amsterdam, che forse la notte di ieri avrei voluto visitare, per flanare tra diversi paesaggi, diverse stradine, alla ricerca di nuove sensazioni, nuove visioni, nuovi paesaggi, nuovi suoni e immagini, come per ravvivare i sensi, come per imbermi di bellezza, come dice sembra l’amico di una volta Stefano, vai all’estero che ovunque è meglio di questi nostri paesi di periferia, almeno sei all’estero, sei in qualche paese più bello, hai più robe da vedere… visione semi turistica dell’emigrazione, come se il nuovo delle sensazioni dei sensi di altrove più caratteristici durasse per sempre, come se fosse novità infinita, eterna, suggestione continua, mentre forse il bello sta proprio nel sogno, di sognare quell’altrove che non c’è mai, un altrove che ti dia una nuova vista, delle nuove sensazioni, la parvenza di una nuova e altra vita… e invece la strada era la stessa, la solita strada lastricata, anche al ritorno, lungo le rotaie del tram, tra i passanti in bicicletta o a piedi che erano i soliti ragazzini delle superiori, che sembrano ormai gli unici rimasti a solcare queste vie, se si escludono i vari pakistani, marocchini, cinesi e altri immigrati che non si sa perché sono sempre a piedi, mentre i vecchietti sono sempre nei bar, sì, i vecchietti nei bar, i giovani per le vie con le loro canzoni sudamericane, gli immigrati e le immigrate che passeggiano, e gli unici italiani che diventano forse invisibili perché passano con le loro macchine lungo la via, e sembra che di giovani, di trentenni o giù di lì non ne siano rimasti, tutti scappati via, tutti andati altrove, e la solitudine, tra queste vie la sera, si faceva sentire più che mai, come se fossi l’unico superstite di un mondo che vuole altro e scombina i luoghi, le età, i lavori, le occupazioni, i sogni e le aspirazioni…

E me ne rientravo nel solito guscio, quella casa, quella stanza, dove cercavo di riesumare le parole russe sperdute dentro di me, e pur cominciando a leggere quel libro vampiresco non vi trovavo più l’ispirazione di una volta, le parole non fluivano chiare in me, mi chiedevo perché dovessi sforzarmi di leggere in altro modo, pronunciare altre combinazioni di lettere, estasiarmi di linguaggi strani, e la magia della lingua inglese, e la magia della lingua russa sembravano perdute, e mi sentivo come quei supereroi che hanno perso temporaneamente i loro poteri, e non mi capacitavo più dei miei sogni, delle mie aspirazioni, della mia voglia di evadere che sembrava perduta, e non c’era più modo di recuperarla… ed ero strafatto ancora di caffeina, quella che mi fa stare in piedi tutto il giorno, in uno stato che non è né di sonno né di veglia, ma una via di mezzo, troppo stanco per sentirmi sveglio, troppo sveglio per addormentarmi, con quei demoni che mi sferzano sempre di stare in piedi, con la voce di quella prof russa mezza croata di una volta che diceva sempre: ne spitye!, non dormite! Come non dormire? Come non stare svegli? Come conciliare i due estremi? La veglia che non c’è e neanche il sonno? E non bastavano neanche le canzoni di Denisa manelista a indurre il sonno e la tranquillità, inducevano soltanto lo sciabordio di idee, la mistificazione dei soliti simboli e colori che tengono assieme tutto, e l’eccesso di caffeina nella notte mi faceva sragionare, cambiando immagini e colori del mondo intorno a me, questa stanza che a volte sembra maledetta, password e simboli, come per cercare un nuovo equilibrio, una nuova ondata di significati, ma era solo la caffeina che mi faceva sragionare, e neanche venticinque gocce di valium riuscivano a smorzare il tutto, la notte si spegneva tra troppe sigarette, tra un sonno che non arrivava mai, pensieri che sapevano di caos, e anche una volta nel sonno il tutto era popolato di incubi, che non ricordo neanche più, incubi notturni senza fine, pieni di visioni, che l’unico incubo che ricordo era stare in mezzo a quelle ragazze di università antipatiche, passare per un ladro di targhette elettroniche, che non so cosa ci facevano in una macchina vecchia, che apparteneva al padre di quella ragazza genovese con un albergo, e mi sentivo in colpa per aver rubato, mentre l’altra ragazza tedesca e calabrese, Jessica, mi guardava male per dove ero finito, lì in officina, a rubare cose altrui da una macchina altrui, senza più la forza e la voglia e la capacità di parlare lingue straniere, io con il mio piatto di risotto alla salsiccia, che non so più neanche nel sogno da dove l’avevo rubato, e al risveglio sentivo solo un grande senso di colpa, un senso di colpa infinito, come se la notte prima fossi andato a rubare in qualche locale, di notte, al nascosto, e mi svegliavo solo per ripristinare le immagini, i colori e i simboli di sempre attorno a me, per non cambiare, per non farmi influenzare da oggetti e cose esterne, e mi riprendevo solo concentrandomi sul rosso e il nero dell’anima, sull’energia, sul lavoro che quest’oggi c’era da fare, sulle varie commissioni e tempo libero da non buttar via, sperando che la caffeina non faccia ancora brutti scherzi, in uno stato mentale che non è né sonno né veglia…

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L’altrove in me…

Svegliarsi infestato da una valanga di sogni, mondo onirico impazzito, dopo che la notte portava con sé i ricordi e i desideri erotici di Leida e della ragazzina romena, essere costretto a svegliarsi dall’infestazione di immagini, ed evocare quasi tutto l’erotismo di fronte alla foto della cantante bionda sexy, affollamento di immagini erotiche dentro di me che si lasciavano andare su quell’icona afrodisiaca, scacciare gli incubi, sognare ad occhi aperti nella notte, all’apice dell’irrazionalità e dei sogni e del mondo onirico, carica erotica ritrovata, che pensavo perduta, e invece la mattina essere invaso da altri sogni, elaborati, che non mi sarei svegliato mai per rincorrere i miei sogni, ma poi l’abitudine e i soliti rumori dell’inizio della giornata lavorativa mi portavano via…

Alzarsi solo per ricordarsi della voglia di filosofare ancora insita in me, dopo che ieri macinavo pagine su pagine di quel libro sulle idee, che faceva finalmente ordine tra il caos in me, e prepararsi a recuperare in libreria, quando sarà il momento, nuovi libri filosofici e poetici, spendendo questa volta qualche soldo, per avere quei libri di orientamento con me, molto più forti di altri manuali di ogni sorta…

E la sera camminare verso il supermercato, alla ricerca di quel caffè che era finito, con la speranza di rivedere Manuela e cercare di svelare l’arcano che mi attrae a lei, sovrapporre le immagini di Leida e di Era Istrefi e di Denisa, lei, Denisa, che in una foto sul mondo virtuale appariva proprio come Manuela, ragazza su cui avevo trasposto tutti i miei sogni d’amore, che si rifletteva nella voce del canto di Denisa, e della sua immagine, follia latente che un giorno sarebbe dovuta comparire, come compariva di fronte a Manuela, mentre dietro di lei c’era Leida, Era Istrefi, Amalia e Denisa, tutte ragazze bionde dal fascino indefinibile, e lei, Manuela, era pronta lì a far scatenare ancora la follia… ma ieri sera non c’era, poco importa, era già tanto rendersi conto di questa immagine archetipica dentro di me, farla uscire dagli anfratti della memoria e dell’immaginazione, e la notte poteva sapere ancora di musica denisiana manelista, dove, poco alla volta, la sua immagine spariva, solo per ritornare nella carica erotica la notte, sotto forma di sogno, di desiderio, di evocazione rimasta nel nocciolo dell’anima…

Comincia la mattina, senza grandi lavori, aspettare solo un corriere che non si sa quando arriverà, non ricordarsi più del nero della notte e delle vesti della ragazzina romena, nere, come i capelli corvini di Alina di una volta, nera come la notte, come l’effusione erotica di quel colore, che prende altre forme e altre visioni nel corso dei sogni e delle fantasie notturne, ricordare ancora lei, la ragazzina romena, i suoi capelli meshati, la sua bellezza, la sua arte erotica, che poco rimane di ogni altro pensiero, di ogni altra idea, di ogni altra cosa letta e pensata nel corso del giorno, e la scia erotica ancora mi prende per non lasciare spazio a nient’altro…

Neanche a quegli spezzoni della televisione che sentivo ieri sera, dove un’ospite diceva che il dramma di questo paese sarebbero i giovani costretti a lasciare la propria casa per andare a cercare lavoro all’estero, retorica che forse avrà potuto commuovere qualche genitore o parente anziano di chi ormai da qui se n’è andato, discorso che non mi toccava, la retorica patriottica e nazionale, io che mi sentivo però quasi preso in causa, con la mia idea, non proprio mia, di lasciare qui, e provare a pensare a cosa avrebbero sentito i miei genitori e gli altri se me ne fossi andato, mentre ricordavo post altrui di altre compagne e compagni che da qui se ne sono davvero andati, da molto o da poco, e che pensano o forse trovano qualcosa al di fuori… Marcello e Roberto che dall’Inghilterra alla fine erano tornati, i primi a scappare via, Chiara che sta a Tallin, Elena a Varsavia, Laura a Londra, Lorenzo in Scozia, Giulia in Francia, Alice a Bristol, e altri e altre ancora che se ne sono andati, come Dorian in Australia, e altri ancora, perché qui non c’era più niente… sogno d’evasione e di avventura, di chi qui non ha niente da perdere, tutto da guadagnare all’estero, forse sognando anche un po’, illudendosi di trovare ciò che qua non c’è… gente che parte più o meno organizzata, a volte in gruppo, con appoggi vari, di amici e conoscenti, e sì, come diceva Fabio non è facile partire da soli, diventa un casino, sarebbe meglio partire almeno in due o in tre, ma poi perché io stia scrivendo di questo non lo so, solo per ricordare i consigli di quell’amico un po’ fuori di testa, dove pensa che all’estero sia il paese dei balocchi, o forse perché pensa che la realtà che c’è qui sia diversa da quella di altrove, qui che è tutto morto, altrove che c’è vita, dove le tipe non se la tirano, dove puoi fare carriera, dove puoi emergere, dove puoi stare in compagnia di altra gente giovane, partire subito, diceva quell’amico, immaginandosi tutto questo, proiezione di desideri su un mondo altrove, mentre mi ricordo bene le parole di Marcello, al suo ritorno: “Sono tornato qui perché avevo una casa, sembra, ma stare all’estero è dura, si lavora tanto, e ti rimane poco, non cominciamo a vaneggiare pensando a carriere che decollano facendo il cameriere o altri lavori simili nella ristorazione, alla fine mi ero rotto le scatole e avevo trovato come impiegato in un’assicurazione, e avevo preso anche casa con altri, perché in ostello non si viveva, ma alla fine ho deciso di ritornare”… così mi raccontava Marcello già anni fa, anni e anni fa, forse una decina, quando ancora non era proprio così di moda prendere e scappare… e le parole invece dell’altro amico pieno di sogni: “Eh sì, è normale che all’inizio devi tenere in conto di convivere con altri, di prendere una casa assieme, ma poi con le relazioni sociali riesci a emergere, sai, dici che sei appassionato di filosofia, di letteratura, e conosci persone e gente, e prendi il via, non sei come Dracula che sei immortale e hai un castello e allora puoi fare a meno di avere relazioni sociali, Dracula aveva i soldi, era immortale, e non aveva bisogno di nessuno, tutti lo temevano, tu non mi pare che sia Dracula”… Dracula… anche se un po’ mi ritrovo invece, in questo mondo, a fare a meno di relazioni sociali, e il mio castello è qui, in quest’abitazione, con lavoro annesso, la batcaverna la chiamava un mio amico tanto tempo fa, e in effetti non ho bisogno di molte persone, mi basta ricordare come sia stata Alina a farmi diventare quasi un vampiro, Dracula, a questo punto, e come senza quelle ragazze la notte e il giorno non avrebbero senso, niente avrebbe senso, e chi potrebbe vivere insieme ad altri giovani senza poter lasciarmi andare alla notte a quelle ragazzine romene che tanto, a questo punto, ricordano davvero Dracula? Le ragazzine romene, che il ricordo archetipico di una volta sembra spostarsi nel passato, a quel giorno là in Romania, in macchina con Irina, noi due neanche quindicenni, io perso nel mio dizionarietto di cinese, a ricordare quegli amici di una volta, cinesi, e lei, la ragazzina romena, che mi si sarebbe data, se solo avessi avuto più spirito, Romania, il sogno di una volta rinato tra le braccia e i seni e il corpo sensuale di Isabela, Ana, Andra, e tutta l’immaginazione e il ricordo che ieri notte andavano da Eugenia e da Alina, anche loro ragazze dell’Est, bypassando quell’immagine allucinata dei tempi di Katia, aquila imperiale che sapeva anche di Amalia e delle altre russe, immagine allucinata che si perdeva invece nel verde della natura e nel blu del cielo di paesaggi romeni, dove vedevo lei, Irina, Eugenia e Ana e Isabela e forse anche Alina, con il suo parlare misto di romeno e russo, e mi chiedo davvero se io non stia diventando sempre di più un vampiro, nato dall’incontro con quelle ragazze dell’Est… mi perdevo ancora nell’immagine di Eugenia, ieri notte, un sogno d’amore, portato via dalla sua religiosità fondamentalista, lei che all’inizio non era così estrema, lei e la sua bellezza, e la passione per Alina, e ritrovare tutta l’emozione calma e profonda di una volta, senza abissi oscuri dell’anima, come ai tempi di Andra, ora che Isabela e Ana sono lì, pronte a servirmi, pronte a farmi sognare, pronte a farmi perdere in musica romena ogni notte, come ieri e l’altro ieri sera, che a meno non potrei assolutamente farne… gente che emigra, come i compagni e le compagne citati di sopra, come Eugenia, prima in Italia, adesso in Malesia, a fare la missionaria, gente che va altrove, e gente che viene qui, come Ana, Isabela, Andra, Katia, Alina e tutte le altre, a prostituirsi e a vendere a me sogni come hanno fatto, e follia, come Leida e Amalia e le altre, gente che emigra e che per tanto tempo io ho idealizzato, come Dorian, venuto in Italia e poi emigrato in Australia, il sogno dell’aquila albanese, di andare altrove, in cerca di avventura, di vita, di sogni, ma siamo forse troppo grandi per le avventure, come diceva Rudina, la nipote di Gentian, anche lui venuto in Italia e poi tornato in Albania, dove alla fine al suo paese sta meglio, gente che migra, come Oana, la ex moglie di Ruggero, venuta qui, sposata e che poi si è fatta un’altra vita, con altre persone, altri giri… la forza di voler migrare, il coraggio, l’avventura, il lavoro e le aspettative, deluse e illuse e trovate, il coraggio che non c’è, e io che ho sempre trovato vita tra questi migranti, Dorian, gli amici cinesi, le ragazze dell’Est, Eugenia, che quell’immagine di sempre di Irina è incisa in me come un solco nell’anima, che non si potrà mai cancellare, e se voglio trovare l’altrove, la Romania in me, non ho bisogno di andare altrove, ma basta rimanere qui, tra queste vie, tra questi paesi, chiedersi forse come sarebbe un’uscita con Olimpia, anche lei romena, anche lei immigrata, ma poi non ho il coraggio, per non deludermi ancora come con Marina, per non infangare il sogno della Romania, che rivive ogni volta nell’incontro con Isabela, con Ana, che non c’è bisogno di andare altrove, non posso perdere questo lavoro, questo castello, che la sorte di Larisa e Stas e Dmitrij e la loro vecchia non mi sembra tanto meglio, qui, per lavorare, a incontrarsi con i loro compaesani e niente di più, a parlare con me di Denisa, e io ad ascoltare ancora il canto di lei nella notte, ricordando una volta e per sempre di come dicevo che era morta, con Larisa, con Ana, quella notte di erotismo senza fine, dopo l’incontro con Marina di giorno, la gente che emigra, la Romania, il sogno d’amore, il sogno d’altrove, quell’altrove che è in me…

Sì, non mi va di bruciare questo sogno incasinandomi ancora di più con Olimpia, non mi va di rarefare il sogno che si nutre ancora di quell’immagine romena dispersa in me, adolescente, che rivive ogni notte con Ana e Isabela, con il ricordo diurno di Andra, con il sogno senza fine per Eugenia, con l’abisso della notte e dell’erotismo con Alina, il sogno d’amore russo, e la follia utopia erotica con Leida, c’è tutto me stesso in questi sogni, in questa vita, in questa carica erotica e in queste profondità, che andare altrove significherebbe perdere tutto, e perdersi… gente che emigra, e l’altrove che è in me… 

No, non mi va davvero di incasinarmi con Olimpia, rischierei di mandare in frantumi quell’altro inizio che ogni volta trovo, quell’inizio che non so mai dove sia, se da Irina, da Katia, da Alina, da Eugenia, non lo so mai, quell’inizio che ora ispira più di ogni altra cosa, quel viaggio in Romania, che ha segnato una volta e per tutte il mio amore che si lancia sempre su ragazze dell’Est, e là, in Inghilterra, se mai dovessi andare, vivrei solo del ricordo di quell’immaginario ottocentesco del libro di Dracula, nato e ispirato da quel viaggio sperduto nel tempo, sogno letterario, di parole e lettere, e non di luoghi e cose da fare, vita da vivere, puro sogno d’amore dell’Est, che trovo qui, in questo altrove in me, che si spegne se penso alle volte che sono barricato in casa con i miei, che si spegne se mai dovessi pensare di portare una ragazza in casa, o sognare di vivere con i miei qui, e con la mia compagna, sì, per questo non c’è futuro qui tra queste mura, non immagino e non riesco a immaginare una vita diversa da questa, che non sia fatta del lavoro in officina, delle ore passate sui libri e a scrivere, e all’ispirazione infinita delle ragazze dell’Est della notte, mai e mai potrei farne a meno, e andare altrove significherebbe tagliare i ponti con la mia fantasia, il mio profondo e le mie vette, con i miei momenti di raccoglimento e di scrittura, e di musica, che vivere con altri sarebbe impossibile, soffocata ogni infinita ispirazione, e l’unico altrove che posso immaginare è quello che c’è stato, in Romania, e forse in Repubblica Ceca, dove avevo ancora del tempo per scrivere, per sognare, ma dove l’ultimo pensiero, l’ultima ispirazione, rimandava sempre ad un fantasmatico bordello ceco, mai visitato, perché tutta l’ispirazione, anche là in Repubblica Ceca, si stagliava nel desiderio appena nato di Eugenia, quel periodo, nelle parole di Veronica, la ragazzina romena del campo, e qui pochi romeni che abitavano là, a Dysina, e a quella lingua che ancora fa sognare, quel mondo e quelle ragazze, e se ricordo ancora una volta la visione immaginaria della fine dei tempi era che prendevo tutto e scappavo in Romania, là dove finisce il mondo… e come molti altri viaggi dell’anima non c’è bisogno di muoversi e spostarsi per me, basta inseguire la scia, la scia dei sentimenti legati o non legati ad un tale paese, immergersi in quella scia e in quelle immagini, solo per scoprire universi di sentimenti e di emozioni, di sensi dell’esistere, che compio ogni volta in viaggi immaginari…

Ricordo ancora come per lungo tempo avrei voluto andarmene in Russia, alla ricerca del lavoro, di una ragazza, di un mondo russo, ma quel sogno russo, nato con Katia, Amalia, Julia, quel sogno di un’altra lingua, un’altra cultura, mai avrei potuto sapere che si sarebbe esaudito con Alina, con il nostro parlare russo d’amore e di vampiri, mai avrei potuto sapere che il sogno russo era a pochi chilometri di distanza, in un paesino qua vicino, in macchina, nella notte, là dove sarei diventato un vampiro…

Ricordo ancora di come avevo voluto andare in Repubblica Ceca per ritrovare quel sogno di quella prima puttana di sempre, Hana, la ragazza ceca di quel campo a Valverde, e quel viaggio in Repubblica Ceca mi avrebbe portato via quell’immaginario infestato di sempre, donandomi le parole di Tereza, del suo consiglio di scrivere, del suo mondo ebraico e dei libri di Singer, le sinagoghe e la birra, l’alcol, e la notte fatta di canzoni, e di altri ragazzi e ragazze d’altrove, ultimo campo di volontariato che ancora mi dà ispirazione infinita, di un mondo che altrove in altri tempi è impossibile, suggellato per sempre nell’anima, dove ancora l’ispirazione passa per lo scrivere, per quel quartiere ebraico, quelle sinagoghe, quei ragazzi e quelle ragazze, ceche, giapponesi, coreane, tedesche e romene, e quel ragazzo turco, là dove c’era tutta l’ispirazione del mondo, ma un mondo a parte, limitato e cristallizzato in quei quindici giorni irripetibili, dove le regole del mondo stanno a parte, quel mondo sospeso nel tempo e nello spazio, dove le regole di vita non contano più di tanto, dove il bello è proprio andare, rimanere, ma sapere che quello è un mondo e un tempo sospeso nell’anima, un’eccezione, un viaggio, un’avventura, mentre il rimanere a lungo diventa solo un incubo, un niente, un vuoto, un vuoto allo stesso modo di qui, se non peggio, per la mancanza di chi ti può ispirare all’infinito, come le ragazze della notte, come i libri e la musica, come i momenti di raccoglimento in quella scrittura che Tereza diceva faceva di me un intellettuale…

Ricordo di come sarei voluto andare in Kosovo quest’estate, in una specie di monastero ortodosso, e bastava la mia anima per andare là, perdendomi in icone ortodosse che richiamavano la Romania, che richiamavano lacrime e profondità dove c’erano Isabela, Ana, Eugenia, Irina, forse anche Larisa e la sua strana storia, ma era anche qui tutto un sogno, un sentimento di un luogo, di un immaginario, di suggestioni, e anche quel viaggio l’avevo compiuto solo con l’anima, non c’era bisogno di spostarsi per viaggiare, per trovare l’altrove in me…

Ricordo di come sarei voluto andare in Albania, a cercare lavoro, a vendermi come italiano, come non so cosa, ma qui c’era il macello, il caos, il desiderio erotico impazzito per Leida, il fantasma di una Madre Teresa che piangeva per i miei disperdermi, e ritornavo in Italia con i pensieri, quando ricordavo ancora i giovani albanesi che mi dicevano: “Work with your father!”, perché il vero lavoro e la vera vita era qui, e non altrove…

E l’Inghilterra, una volta sognavo di andare là, forse a studiare, a vivere, a lavorare, a fare non so che cosa, e mi ricordo ancora delle allucinazioni ai tempi della scuola superiore, c’era ancora Elena nella mia vita, mentre smaniavo di desiderio per Desirée, e sognavo di mondi inglesi, di rimanere là, un sogno anche quello, che poi si sarebbe solo incontrato con l’abisso della notte, in un’allucinazione che mi vedeva con una ragazza prostituta russa durante la notte, desiderio inconscio e vivo della notte, sempre dell’Est, tra le strade inglesi, unico vero sogno, al di là di pub e vita giovanile, di aule universitarie, di quella lingua inglese che una volta mi sembrava così poetica, ma la poesia non la ritrovo tra le strade e la gente inglese, la trovo nei libri, che non hanno luogo, se non nell’altrove dell’anima…

E la Francia e quei giorni da diciassettenne tra una chiesa protestante e i corsi di francese, ancora ai tempi delle superiori, vita giovane, vita prima dell’amore, troppo indietro nel tempo, così come il Belgio e quella follia per quella ragazza francese, luoghi d’altrove, altri inferni allucinati, come l’Inghilterra, ai tempi di Elena, prima di Katia, altrove allucinogeni, dove non c’era niente, dove non c’è niente…

E il vero altrove è allora in me, e si staglia su quelle ragazze dell’Est, il vero inizio, il vero inizio di tutto, la profondità e i sentimenti e l’amore, che non c’è bisogno di andare altrove per viaggiare, il vero viaggio è solo nell’anima, e mi riporta sempre in Romania, là dove finisce il mondo…

E potrei scrivere all’infinito, evocando ciò che mi faceva innamorare di Eugenia, ciò che mi faceva disamorare, le notti senza fine con Alina, dopo aver scoperto l’abisso dell’erotismo nel breve ma intensissimo periodo con Xhuliana, descrivendo un sacco di racconti horror per la storia con Leida, giunta al termine, finalmente, solo per ritornare là, ritornare là, da Andra, da Isabela, da Ana, da Irina, e non vivere più di sogni d’altrove, di scappare altrove, perché l’altrove è in me…

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

La ragazzina romena e la prof di filosofia…

Ritrovarla, nel sogno, la bionda prof di filosofia, in un qualche luogo tra le mura di non so cosa, forse di una scuola, in mezzo ad altra tanta gente, un luogo cupo, buio, colorato di castagno e di nero, i suoi occhi pieni di amore, occhi accesi, comprensivi, di una vera donna, dal volto che vagamente ricordava quello della cantante Nora Istrefi, una vera donna, e ritornare lì, a parlare con lei, dopo anni, i miei studi filosofici, le questioni che non avevo capito e quelle che avevo capito, lei che assentiva, si consigliava con me, si scambiavano due parole, sui filosofi, sulla filosofia, e poi saltava fuori il nodo che non avevo compreso, dicevo, Bergson e la filosofia del tempo, del presente nel passato, del futuro nel presente, e anche lei, con due occhi grandi dall’amore infinito, mi diceva che anche lei faceva fatica a comprendere Bergson, e il tempo, e ci si lasciava così, con quella visione, mentre dentro di me ancora risuonava la musica e le canzoni, di Nora Istrefi, di Lyric Master, musica albanese, malinconica, un po’ triste, come il volto di lei nel sogno, della prof bionda di filosofia…

Mi svegliavo dal citofono disturbato perché era andata in tilt la suoneria, cercavo di riorientarmi, dopo quel sogno che avrei voluto non finisse mai, e invece l’inizio della settimana già disturbava, se non fosse stato per il ricordo della notte passata, notte passata con Anna, il ritorno, della ragazzina romena, passando oltre Leida, andando oltre i miei loop di pensieri del giorno, mentre mi calmavo da quei pensieri con qualche goccia di Valium… la notte con lei, piacere intenso, desiderio senza fine, che cancellava ancora una volta tutti i pensieri senza nessi, quei pensieri religiosi, dopo che la mattina andavo a messa, solo per non trovarci niente, se non la follia, dopo che il pomeriggio dovevo scappare di casa per non incontrare mia zia e i suoi stupidi discorsi, dopo che il pomeriggio al parco non mi permetteva di concentrarmi sui libri, disturbato da quei discorsi di quella donna del sabato, quella che portava il computer a riparare, lei e i suoi discorsi sul lavoro, sul futuro, sull’Inghilterra… riguardavo anche l’opuscolo dell’agenzia, solo per rendermi conto del no definitivo, a fine serata, un no alla religione, un no all’Inghilterra, un no ai pensieri del lavoro altrove, un no e una calma che arrivavano solo la sera, dopo tutta la giornata no di ieri, una giornata coronata dal ritrovare Anna e godere con lei, al di là di tutti i pensieri intricati e senza nessi…

Ed era un piacere e un sollievo aver ritrovato l’erotismo nella notte, la tranquillità, la fine dei pensieri neri e cavillosi, Anna, l’unica che mi dava conforto la notte, con le sue poche parole, con la sua bellezza, con la sua arte erotica, che non c’era più bisogno di nient’altro, neanche di recuperare il riposo e l’evasione del fine settimana, questa volta andato in qualche modo in malora, per via del lavoro, per via di quella zia che non si fa i fatti suoi, per quelle donne e quelle persone che si intromettono troppo nella vita mia, e tutto ritornava a posto solo la notte, con lei, con Anna, la ragazzina romena, che non c’era più da pensare alle divinità, ai messaggi di Marina, a fuggire in Inghilterra, a cercare chissà quale lavoro, ad arrabbiarsi perché la gente consiglia cose e neanche mi conosce, mi umilia con le loro proposte, e non se ne rende conto, e non c’era più niente da pensare, niente su cui arrovellarsi il cervello, bastava semplicemente non pensarci più, non pensarci più e godere solo della notte, con la ragazzina romena, con la sua arte erotica, e smetterla anche di lasciarsi andare a preoccupazioni stupide, sono stato con Leida e con Isabella settimana scorsa, sono stato con Anna ieri notte, perché preoccuparsi di cose che non stanno né in cielo né in terra? Il desiderio erotico è ancora vivo, per quanto sia lontano e a volte faccia interferenza con le parole altrui, i loro discorsi, le loro proposte e i loro consigli, meglio non pensarci, non pensare, e lasciarsi andare solo all’erotismo, come ieri notte, per porre fine a cavilli di pensieri che vanno in loop… ci sarà solo da stare più attenti ai troppi caffè, quelli che ieri e l’altra notte per un attimo non mi fregavano, quei troppi caffè che dovevo smorzare con l’alcol la notte prima, con il valium ieri notte, ma non fa niente, la soluzione è arrivata da sé, stava tutto nell’aspettare e rivedere la ragazzina romena, finalmente ritornata, e lasciar perdere il solito giro di pensieri religiosi e pensieri sul lavoro, il solito odio per i parenti e per chi consiglia cose sbagliate, solo l’erotismo mi poteva salvare, e il sogno della mattina con il ricordo della prof di filosofia, e le parole colte e d’amore con lei, gli attimi d’amore sognati, che se i sogni sono sintomo di un desiderio inespresso allora nel sogno trovo una donna con cui parlare di cultura, di filosofia, d’amore, là dove nel mondo di persone così non ce ne sono, e rimane solo il vago ricordo di una notte erotica, a colorare il mondo, là dove la gente che mi circonda è solo in grado di annerirlo… comincia così la giornata, ancora per un attimo disorientato dalle cose del mondo, dai miei pensieri, dai miei desideri, dai miei ricordi e dai miei sogni, eppure Leida, Isabella e Anna colorano ancora la notte e la vita, e mai potrei fare a meno di loro, e non se ne parla di scappare altrove, per inseguire fantasmi, per diventare il fantasma di me stesso, per disciplinarmi a chissà quale lavoro, la gente dà per scontato che io voglia lavorare, che io voglia guadagnare, mentre mi va bene così, godere della notte ogni tanto, avere affianco a me una ragazza che sappia donarmi piacere e tranquillità, ragazza alla quale dire due parole, condividere mondi, e lasciar perdere tutto il resto, pensieri che non ho neppure voglia di scrivere, talmente sono in cortocircuito e senza senso, pensieri che non vorrei riemergessero più dagli anfratti della mente e dell’anima…

Comincia così una nuova giornata, dove il desiderio di scrivere era più forte di quello di lavorare, dove il desiderio di scrivere era più forte delle bestemmie e delle stupide parole da bar di gente che prende il caffè, dove il desiderio di scrivere era più forte di qualsiasi altra combinazione di colori, simboli e immagini dell’anima, dove il sogno della prof di filosofia spiegava tutto, in fondo, il desiderio di poter confrontarmi e parlare di filosofia, di amare una donna, di essere amato, che tutto il resto mi sembra insignificante, inutile, un’ondata di inutili cavilli, e il ricordo delle ragazze di sempre, dell’ultima ispirazione di sempre ancora mi accompagna, solo per lasciarmi libero di pensare e sentire, per liberarmi dagli intrichi dell’anima, dalla gente che non può consigliare, solo l’erotismo e l’amore potevano salvare, là dove certe persone sanno solo intromettersi, senza capire niente di me, dandomi fastidio, consigliando cose sbagliate, là dove la religione fa naufragio, dove il lavoro non dà soddisfazione, dove le relazioni umane attuali non significano niente, solo lei, la ragazzina romena e la prof di filosofia potevano aprirmi al varco del mondo e della vita, liberandomi dal nero dell’anima…

Ricordo solo vagamente il passare ieri verso mezzogiorno al Carrefour, solo per incrociare per caso Manuela alla cassa, io che andavo oltre, alla ricerca di quotidiani che non mi soddisfacevano, fumetti che non dicevano niente, fermarsi ad un’altra cassa e sentire ancora per un attimo l’alone dorato di lei, una sorta di ansia, di paura, che può solo essere vinta da tutta l’arte erotica di ragazze come Isabella, Leida e Anna, e il sogno d’amore della prof di filosofia, là dove Manuela non potrebbe mai arrivare, mai dire niente, solo star lì a liquidare la filosofia come faceva Marina, perché è per pochi eletti, e ritrovare nell’erotismo e nel sogno d’amore tutto ciò che manca alla vita stupida di tutti i giorni, dove i consigli altrui non servono a niente, lasciatemi in pace, lasciatemi in pace, voi e i vostri lavori, le vostre fedi, i vostri discorsi che non dicono niente, ma ripetono solo le chiacchiere del mondo, senza aggiungervi nulla, lasciatemi in pace, e se quasi mi rovinavate il fine settimana almeno vedete di non rovinarmi tutto il resto dei giorni, ogni momento, la vita, che non voglio più sia intaccata dal vostro stupido pensare, lasciatemi libero di sognare ancora l’erotismo e l’amore, la ragazzina romena e la prof di filosofia…

Poesie, Visioni

Nell’eco del colore nero…

Sempre vestito di nero
trasmetti allegria
vestiti di blu
che così le donne pensano
ah questo è uno pieno di soldi
colleghi al ristorante
tra dialetti diversi di chi si alterna
alla locanda
l’estraneità di chi è d’altrove
basta andare un po’ più a sud
per non sentirsi a casa propria
la lingua materna
i suoni famigliari della lingua
ultimo rifugio
dal nero che avanza
che fa tutt’uno con te
senza aver più paura di abissi dai quali
non si possa più uscire
il nero avanza in me
e diventa ciò che mi fonda
al di là di canti turceaschi manelisti
della notte passata
di quella cantante bionda che ormai non c’è più
sprofondare nel sonno e nel nero
di una luce dorata come i suoi capelli
senza aver la forza di riemergere dal sepolcro
oscurato
per sempre
mi vengono meno le forze
e rinasco come un vampiro
nella notte
ipnotizzato dalle melodie
che danno giramenti di testa
solo per ritrovarsi
nella stessa rossa stanza
impinguata nel nero
dell’anima
non c’è più voce
non c’è più canto
dentro di me
come la mattina che accoglie sempre lo stesso risveglio
eclissato dal rosso e nero
in me
neanche passare per quei corridoi
di merce su merce
disposta per essere venduta
ora che la mappa del labirinto
è stata cambiata
non basta più neanche il ricordo
che indorava la notte
il nero ha conquistato tutto
come in un racconto horror
che non ha neppure la forza di essere scritto
e nemmeno di essere letto
rimango incantato dalla mia voce
non è ancora del tutto morta
e da quella risata
che silenzia ogni pensiero ed ogni parola
l’unico urlo dell’anima che rimane
è un immane bestemmia
con cui crollano tutti i pensieri
oltre ogni cortocircuito
ogni vana e fragile metafisica
il nero avvolge tutto
come un bombardamento di bestemmie
unica invocazione divina rimasta
non mi curo più neppure
di chi la mattina serve il caffè
il mio volto non ha più espressione
non ha più parola
non ha più neppure la voglia di sorridere
si disperde in uno specchio
da dove calano e ti avvolgono mostri
come se il sonno della ragione
fosse
il colore nero
come quei suoi capelli corvini di una volta
forse è cominciato tutto da lì
con una fine
e uno sconquasso generale
turbolenze dell’anima
di pece nera e corvina
cosa me ne faccio di un pomeriggio stanco
quando troppa caffeina
smette di farmi volere dormire
e anche di farmi stare sveglio a creare
chissà con quale magia
parole che non so neppure dove vanno
e da dove vengono
assuefatto e logoro di ogni pensiero
non c’è più spazio per le belle lettere
là dove si evocano solo
abili e furbi venditori
dal volto aquilino
che forse si godono la loro vita
tra Maserati e fughe in Argentina
non è ancora il mondo che fa per me
il colore nero
sa di pretaggine
che porto
senza più credere
oltre alla morte nient’altro
vane parole
vana immaginazione di serate della moda
in un mondo che non è mai stato tuo
e mai lo sarà
bellezze effimere su una sfilata
la bella vita
là dove i soldi e le apparenze fanno tutto
senza dare più per scontata
la voglia di vivere
lei aspetta il dottore
mi chiedevano
no
rispondevo
a noi morti vampiri la medicina non serve più
cosa ce ne faremmo della salute
quando l’unica sanità dei pensieri
si risolve
nel colore nero?
neri i pensieri
nero il sentire
là dove tutte le idee si inabissino
e dove l’eco dell’anima ingoia
ogni sciabordio di pensieri
che si disperdono come la più oscura notte
nel sonno della ragione
quanto tutto diventa sogno e incubo
senza più distinzione
tra veglia e ipnosi
il vago ricordo di canti e melodie
che sapevano di angeli
come delle cantanti morte
doratura dell’anima
che si disperde
nel colore nero
non so più cosa mi alzo a fare
che differenza ci sia tra lo svegliarsi
e continuare a immergersi
nell’oblio
nell’eclissi
nel colore nero
nel letargo
tutto viene asportato a perdersi
nell’eco del nulla
e la spossatezza
è il mio solo marchio
d’esistenza
stanca di vivere
parole vuote
ci sarà ancora il loro fruscio
di distanti pronuncie
per sempre assoggettate
al silenzio
non mi va neanche di mettere assieme due sillabe
o qualche altra vocale
un po’ sporcata
per rispondere
nella lingua internazionale
non c’è vita
non c’è voglia di scappare altrove
la tua sorte non è tanto differente
dal lavapiatti che usciva dalla sua tana
nella locanda
per fumarsi una sigaretta
è la tua sorte
non molto differente
non sai più che fartene di suoni estranei
sono solo un fruscio
di una voce senz’anima
nell’eco del colore nero

Riflessioni

E non mi va di disorientarmi di nuovo…

E sono soddisfazioni, pesarsi dopo cinque o sei mesi dall’inizio della dieta e accorgersi di aver perso una decina di chili, non più ottanta, ma sessantotto, buono, mi dico, e io che avevo paura di pesarmi per non farmi influenzare da chissà quale dato… e le giornate adesso cominciano meglio, ora che ho qualcosa di preciso da fare, essere convinto di andare in officina tutti i giorni, in qualunque caso, e cercare di non dormire dopo pranzo, l’ora dove mi viene più sonno di tutte, e pensieri vagamente depressivi fanno la loro comparsa, solo per poi sparire a metà pomeriggio… la battaglia contro le sigarette invece non è ancora vinta, ci vorrà del tempo, ed è già tanto se riesco a fumarne una a distanza di ogni ora, raramente dei tempi più lunghi, ma poco alla volta mi abituerò… e che strano era ieri sera accendere la televisione olandese e accorgersi di non capire niente, di non essere più neanche affascinato da quel groviglio di parole e suoni, e mi rendevo definitivamente conto che l’utopia di tutte quelle lingue straniere non stava in piedi… mi veniva in mente ancora Manuela, che facevo dissolvere nell’immagine di Era Istrefi, di quella olandese che frequentava l’università, di tutte le ragazze e di nessuna, e aspettavo solo che le medicine facessero il loro effetto e non mi mandassero più in quel mondo parallelo fatto di paroliferazioni e deliri e mezze allucinazioni… era anche interessante leggere il libro di Galimberti su tutte le idee filosofiche possibili immaginabili e da quella lettura imparavo molte cose, un libro conciso, compatto, breve, che riassume in quei termini duemila anni e di più di filosofia, aggiornandoti sulle ultime riflessioni, sugli errori dei filosofi del passato, sulle dottrine che non stanno in piedi, e tanti pensieri di una volta, modi di pensare sbagliati, svanivano… e mi trovo così la mattina, ad attendere che la giornata lavorativa inizi, e non ho neanche voglia di leggere quel libro che ieri pomeriggio mi teneva tanta compagnia, quel libro di short stories horror, che nella loro semplicità volevano dire tanto, come quei racconti sui vampiri, o sui fantasmi, di spiriti di ragazze che cercando di intromettersi in nuove relazioni, o di quella ragazza morta che vampirizza con il suo ricordo la vita di un giovane, rendendolo depresso e facendolo stare male, e quanto vedevo Alina e Leida in quelle storie, e quella storia senza senso con Marina… lei non si è più fatta sentire, e neppure io, non mi va di andare a vedere film russi con lei, a Milano, e non mi va neanche di trovarmi una ragazza, adesso come adesso, mi basta il ricordo di Isabella, e il pensiero di aver perso Leida mi fa stare meglio, mi libera, come altre volte aveva già fatto… non mi va neanche più di sentire troppe canzoni albanesi, dopo che Gentian si faceva sentire dall’Albania con l’intenzione di mettere su un’altra officina, ci chiedeva delle vacanze, della famiglia, ma alla fine si diceva che nessuno aveva voglia di andare in Albania quest’anno, e Rudina non ha più risposto, e sarebbe anche ora di finirla con questa storia, anche se la vaga idea di tornare in Albania per lavoro c’è, e la cosa positiva di tutto questo è che mi dovrei preparare ad un simile viaggio, ad una simile permanenza là di qualche settimana o qualche giorno, e non mi va di sembrare depresso o pensieroso, ma vorrei essere solo più vitale… depresso o pensieroso… come mi sentivo ieri quando accompagnavo mia madre al CPS per l’iniezione, e mi dicevano che sembravo pensieroso, no, gli dicevo, sono solo addormentato, devo rimettere a posto il ritmo circadiano, smetterla di dormire dopo pranzo, cercare di stare sveglio, ed evitare strani modi di pensare che non quadrano, che sono solo fantascienza e interpretazioni sbagliate di filosofie sbagliate… e poi devo anche smetterla di ricadere nell’errore di sempre: cominciare a pensare di fare altro quando c’è poco da fare in officina, perdermi nei pensieri letterari e filosofici e linguistici quando c’è poco da fare, sperare in altro, in altri lavori quando non c’è molto da fare, e far così iniziare deliri su deliri, pensieri che non portano da nessuna parte, anche se ieri mi dicevano sempre la stessa cosa: “Prova a cercare lavoro con la laurea, prima o poi troverai qualcosa…”… il solito errore, perdersi in lavori e mondi altrui, il solito giro di tentativi e riflessioni, la solita frustrazione per non trovare niente di nuovo, nient’altro, modo di pensare che mi manda a male, mentre qui devo solo stare concentrato e fermo sul pensiero dell’officina, e tutto il resto confinarlo soltanto a momenti di tempo libero, libero di leggere e guardare film… film… che stupido che era quel film che ieri mi guardavo: “Dune”, film culto, certo, ma noiosissimo e lento e senza senso, il solito giovane destinato a diventare il messia della situazione, a liberare i pianeti e la galassia, a portare la pace e sconfiggere i nemici, a sposarsi con la bella di turno, a vendicare i torti di chi gli ha fatto male, trama scontata, film lento, troppo esplicativo, senza climax, senza complicati intrecci, in un inglese farfugliato e sussurrato che si faceva fatica a capire, dalle battute neanche troppo originali, un inglese che mi dava tanto fastidio quasi come l’olandese della sera di quella televisione, che poi spegnevo… e non so neanch’io perché in questi giorni mi è tornata la voglia di lingua olandese, forse perché con l’albanese, il tedesco e il russo ultimamente avevo esagerato, o forse perché a furia di leggere in inglese sono sempre più affascinato dalle vocali e dai suoni sporchi, ed è tutto una mania sonora, che so dove porta, di solito, al caos della mente, al disorientamento, tra tutti quei suoni alieni, e non ho più bisogno, come una volta, quando andavo in università, di fare “risciacquo linguistico”, perché adesso non so più immerso in lingue straniere come quando frequentavo quei corsi, e, adesso come adesso, penso che troppe lingue straniere disturberebbero la semplicità e la concentrazione sul lavoro, dove si parla solo italiano, o al massimo in dialetto, e non ho voglia di disorientarmi di nuovo, così come con le lingue, così come nella questione del lavoro e delle tipe… e lontana è ormai l’idea di andare in Inghilterra, così come quella di lavorare da volontario in qualche centro culturale, e spero solo di far chiaro tutto questo nella prossima visita: non mi va di disorientarmi di nuovo… e chissà perché, però, avrei voglia di leggere qualche notizia in olandese, distrarmi un po’, come l’altro giorno facevo con una decina di notizie in albanese, ma non mi va più di pensare di scappare in Olanda a fare chissà quale lavoro, emigrare e vivere all’avventura, ora che so che l’unica sorte che mi aspetterebbe sarebbe quella del cameriere o del barista, di cui non ho neanche esperienza, e di certo a trent’anni non mi prenderebbero così, con il mio modo di fare, le mie lingue stentate, il mio atteggiamento assente e poco collaborativo, e mi devo solo rendere conto di qualcosa: le lingue non le so, punto, le so leggere, ogni tanto, qualcuna, ma parlarle e farle mie non mi va, così come mi danno fastidio troppe parole straniere che non si capiscono, come quel film di ieri, come quella televisione di ieri sera, e se ho voglia di notizie è solo perché ci si mette un attimo a leggerle, e non richiedono molta riflessione o concentrazione, è solo un modo come un altro di far passare il tempo, nell’attesa di cominciare a lavorare, e le vere letture sono quelle di romanzi e saggi, e il resto è tutto passatempo… al diavolo il dottore che mi parlava delle lingue, mia vera passione, da portare avanti, della letteratura, della filosofia, no! Non so scrivere, non ho concentrazione, non ho idee, e se leggo qui è là è solo per riordinare la mente, per mettere a posto certi miei vissuti, ma di guadagnare con le lingue, la filosofia, la letteratura, non fa per me, è tutto solo un grande passatempo, e niente di più…

Poesie, Visioni

Libertinaggio dell’anima senza fine…

Ho rifatto le tette
ti piacciono?
mi fa male qui
c’è il taglio
ma poi passa
sì sono belle
e perdersi nel suo seno
con il volto
con le mani
con la lingua sui capezzoli
a giocare con il suo corpo
toccarla ovunque
nel desiderio impazzito della notte
dopo la voglia di Manuela
che ridava vita
a quella giornata fatta di nero e di depressione
di pensieri suicidi
la voglia erotica dorata
l’esaltazione e l’estasi
erotica
perdersi nei suoi seni e toccarla
ovunque
lasciando liberi tutti i pensieri
che mi vorrebbero fermare
di insanità altrui oppressive
liberarsi nella notte
nel godimento di lei
di Isabella
quel suo volto ovale
e rotondo come quello di una bambina
che mi perderei ancora in notti con lei senza fine
lei e i suoi gemiti d’amore
le mie sporche e dolci parole
i miei stessi gemiti
il mio godere
senza confini
la sua merce abbondante
che ancora adesso godo di lei
come la più bella e deliziosa ragazzina romena
lei e le sue labbra
d’arte erotica
i suoi seni strafatti di voluttà
la mia lingua sui suoi capezzoli
come un bacio all’erotismo
che da solo dà la vita
come la visione di Manuela
ieri sera
che tutto rivitalizzava
l’addio a quei film noiosi
con Marina
che non smuoverebbero neanche
il più pietrificato degli uomini
l’abisso nero e le vette dorate
tra un ricordo lontano di Leida
e un desiderio di celestialità erotica notturna
desiderio senza fine
piacere immenso
nei nostri gemiti
nelle nostre parole senza significato profondo
la sua giovinezza
prelibata
l’addio ad ogni pensiero e idea oppressiva
l’estasi dorata di Manuela
e del ricordo lontano di Leida
goduria dei sensi libertinati
e perdersi sul corpo prelibato di lei
di Isabella
toccandola dappertutto
desiderio che si disperde nella notte stanca
e rivive nell’estasi del giorno
quasi cambiando tutti i colori
dell’anima e del mondo
un campo d’azzurro e di verde
nel paesaggio romeno dell’anima
dove compare solo lei
e la sua amica romena
ragazzina anche lei
come quel ricordo lontano
in macchina
noi due ragazzini
dove allora non avevo avuto il coraggio di non fare niente
ripescare quel ricordo sperduto e d’amore
e farlo rivivere nella notte erotica
dopo ere passate senza sosta
il cristallino azzurro della notte
e dei suoi vestiti
e la luce azzurra dell’angolo sperduto della via
sotto una luna diafana che non c’è
il suo sguardo pieno di vita
di leggerezza e dolcezza
le sue parole senza significato
come una cantante che non sa neanche lei
cosa canta
cosa dice
cosa pensa
puro estetismo erotico
e di piacere
senza rimorsi e oltrepensieri
libertà pura della notte
e desiderio erotico
dopo le allucinanti dorature dell’anima
di una bionda che troppe volte
mi ha mandato in tilt
estasi senza fine
libertinaggio dei sensi
senza confini
toccarla dapperutto
i suoi gemiti di piacere
le nostre voci addolcite e senza profondità
l’estasi della notte
Isabella
toccarla dappertutto
i sensi che si liberano
e il libertinaggio dell’anima senza fine

Prosa Poetica, Visioni

Oltre il nero e l’oro dell’anima…

La sera, la notte, il rumore della pioggia, quanto mi mancava, dopo tutta la giornata a leggere racconti horror e di fantascienza, la mente piena di influssi e suggestioni, e accogliere la notte nella sua carica nera e grigia settembrina, il suono dei tuoni, il dolce fruscio della pioggia, il fresco che penetrava la stanza, settembre, il mio mese preferito, andare a dormire con tutta la calma del mondo, un leggero sentore di morte, e di chiudersi in sé, mentre i ricordi dell’ultima notte con Leida sembravano un sogno, delle scene e delle parole da non dimenticare, e tanti pensieri se ne andavano via, come esiliati nell’infinita categoria di “pensieri altri”, cose che non mi appartengono, voci e idee di persone altrui, la vastità del mondo e delle sue idee, delle persone con diversi punti di vista, filosofie altrui, altri modi di pensare e vivere, che non corrispondevano a me, Fizi e le sue idee radical chic, Barre e le sue idee da ventenne all’avventura, mai cresciuto, preso nelle sue fantasie da artista fallito, che non cresce mai, i dottori e gli educatori che si fanno certe idee su di me, che non corrispondono a verità, il loro mondo un po’ intellettuale, come se da me si aspettassero chissà che cosa, le mie idee che non erano di me stesso, ma erano solo riflessioni su idee altrui, il fantasma sempre forte di chi sul lavoro giustamente mi criticava, per il mio fare un po’ spensierato, pieno di illusioni, nato come dalle pagine di “La Repubblica”, idee un po’ fantasiose, radical chic, intellettuali, quel mondo di favole che non corrispondeva più, chiuso una volta e per tutte sul nero che calava, sul ricordo di Leida e le sue vesti nere, le sue sigarette dal pacchetto nero dorato, la porta della fantasia che si chiudeva, delle divagazioni, di possibili avventure londinesi, di improbabili collaborazioni in centri culturali, di posizioni politiche sinistrorse all’occidentale, un mondo di lassismo, di licenziosità, un eccesso di pensieri di sinistra occidentale, tante storie e favole sulla realtà, un mondo che si chiudeva nel fondo della notte, con il ricordo di Leida….

E svegliarsi la mattina ancora mezzo rintronato, con un messaggio che bastava a colorare di nero e di depressione e di voglia di morire e di non far niente, un messaggio da Marina, che scriveva di una settimana fatta di film russo in qualche cinema d’autore a Milano, no! Mi dicevo, lasciatemi stare, voi e la vostra Russia, i vostri film, quella lingua, quella ragazza, come si permette di farsi sentire ancora quando ormai era tutto finito? Quando il capitolo era chiuso una volta e per tutte, messaggio che bastava a farmi andare a male la mattina, senza quel caffè al bar che mi poteva risvegliare, e fare la spesa che ero ancora annerito nei pensieri, troppi stanchi, troppo oppressi da troppi racconti, da troppe parole, ancora la scia di coda di quei consigli che non portano da nessuna parte, la scia di coda della frustrazione, liberata solo dal ricordo di Leida, dell’ultima notte…

Il primo pomeriggio e il sonno dopo pranzo che non arrivava, la bulimia di racconti del giorno prima che mi impediva di leggere ancora, i soldi che non arrivavano, cercare sonno là dove non c’era, appesantito nell’anima, indeciso se andare a trovare o no gli amici cinesi al bar, se andare a quella presentazione dei corsi di cultura e lingua russa, Marina che non riuscivo a togliermela dalla testa, risponderle o no? Mandarla a quel paese? Ignorarla? Oppure ancora cambiare i libri in biblioteca, sceglierne di nuovi, preparare nuove letture, niente di tutto questo… mi addormentavo per un attimo solo per svegliarmi, con le tenebre nell’anima, e il pomeriggio sarebbe stato una noia mortale, dovendo aiutare neanche troppo mio padre e Marco che cercavano, inutilmente, di cambiare il citofono di casa, non c’era soluzione, neanche a fine giornata, quel citofono è spiritato da anni, ed è inutile provare a metterlo a posto, che chiamino dei tecnici professionisti, apposta per questi lavori, e lascino perdere di fare le cose da sé, un pomeriggio dove l’unica idea alta che mi veniva era quella di farla finita, di buttarmi giù da qualche altezza incommensurabile, e schiantarmi a terra una buona volta per tutte, e farla finita, la sola idea del suicidio mi salvava, e la noia e il nero e la pesantezza erano mortali…

Arrivava il pomeriggio tardi, arrivavano i soldi, quelli necessari per uscire chissà quando, chissà con chi, e dentro di me maledicevo mio padre e Marco, per avermi fatto buttare via un sabato pomeriggio così, a stare di guardia al cancello, a passare attrezzi, a cercare di capire i rudimenti dell’elettricità, mentre avrei potuto espandere la mia conoscenza, buttarmi a capofitto in racconti da leggere e da scrivere, in lettere senza fine, ma l’arrivo dei soldi e la fine della giornata bastavano a farmi sentire più libero, meno oppresso da quei pensieri, e pregustavo già la domenica, vera giornata libera…

Prendevo i soldi e andavo al Carrefour, erano le sette e mezza passate, Manuela avrebbe iniziato solo alle otto e qualcosa, e il pensiero che lei non ci fosse mi calmava, mi diceva di non avere alcuna paura, la dimenticavo, la barravo dai pensieri, immerso come ero in quella noia e in quel nero mortale… alle casse c’era un po’ di traffico, tutta la gente che faceva la spesa del sabato, del sabato sera, ed era un groviglio di persone, di tutti i tipi, italiani e stranieri, uomini e donne, chi pagava con il bancomat, chi con i buoni pasto, chi faceva la spesa e chi, come il giovane dietro di me, che si comprava una cassa di Heineken, una quindicina, chissà da bere con chi, mi dicevo, in quale occasione, e pensavo a quanto avrei voluto anch’io bermi fino all’impossibile quelle birre, per sognare ancora, per aprire le porte della percezione, per sondare altri mondi, altri modi di pensare, per sognare ad occhi aperti, eppure ricordavo le infinite estasi alcoliche erotiche e musicali ai tempi di Alina, e a come tutto ad un certo punto si era trasformato in inferno, e mi dicevo, per motivi di salute e di dieta, che l’alcol era meglio lasciarlo lì, senza tirare in ballo divieti religiosi, consigli di Eugenia, storie campate per aria, elucubrazioni, la risposta era semplice, era meglio non bere solo per un discorso di dieta, tutto qui, e già mi bastava l’ultima estasi alcolica erotica e musicale, l’ultima notte con Leida, e il ricordo dell’ultima ispirazione perduta… e le due ragazze davanti a me pagavano con i buoni pasto, ma non so che cosa, le linee intasate, diceva il cassiere, la nuova legge che prevede al massimo otto bollini, non so che cosa impediva loro di pagare così, e alla fine se ne andavano pagando con il bancomat… e toccava a me, il mio turno, le mie quattro cose da prendere, una spesa da pochi soldi, mentre già ero contento di cambiare quella grossa banconota, per avere soldi più comodi da spendere altrove, chissà dove, chissà quando, chissà con chi… e stavo per mettere a posto gli articoli nella borsa, il solito rituale della cassa, gli oggetti che passavano sul lettore del codice a barre, il solito suono, e di fianco a me vedevo avvicinarsi qualcuno, che diceva con voce spigliata e scherzosa: “Ma che spesa è questa?! Cosa mi ha detto Elena?!”, ed era lei, visione accecata di luce dorata, l’oro dei suoi capelli, la sua figura non slanciata e i suoi prosperosi fianchi e cosce, vestita di jeans e della solita maglietta blu degli impiegati del Carrefour, era lei con la sua voce dolce e piena di scherzosità, di felice inganno, era lei, era Manuela… andavo in tilt per un attimo, per quella solita bionda, non sapevo se farla passare o farla spostare, e mi muovevo un po’ a destra e un po’ a sinistra, in un attimo, in un attimo in tilt, estasiato da quella visione allucinata dorata del biondo dei suoi capelli, e in quell’attimo mi venivano in mente tutte, Marina e come le avevo parlato di lei, a Manuela, della mia uscita, mi veniva in mente quel messaggio maledetto che Marina mi aveva lasciato la mattina, quello del cinema russo, cercavo di sovrapporre l’oro dei capelli di Manuela con l’oro dei capelli di Leida, e quella visione allucinata ritornava a immergersi in altre visioni dal più lungo respiro, visioni lontane, fatte di nero e di argento delle nottate con lei, con Leida, e mi ricordavo delle ultime volte che avevo visto Manuela alla cassa, senza impazzire più, conscio che dietro di lei c’era solo tutto lo sviamento per Leida, e in quell’attimo, in quell’attimo dove tutti questi pensieri e visioni passavano mi decidevo a dirle: “Devi passare?”, “Scusami”, rispondeva, “Niente…”, le dicevo, e mi mettevo di lato, in quello spazio angusto tra le casse, e la lasciavo passare alla sua postazione alla cassa dietro di me, visione dorata e allucinata, voglia di vivere che improvvisamente ritornava, il pensiero del suicidio che se ne andava via, la voglia di farla finita, il nero dell’anima, e ricordavo quei mesi che ero impazzito per lei, e per Leida, tutto l’erotismo e la follia del mondo, con dei pensieri che sembravano usciti da canzoni pop che raccontano tutto il delirio d’amore e di erotismo, tra insonnie, sogni erotici, nottate di voluttà con Leida, le altre giornate e le altre nottate con Marina e Anna, tutto il caos di questi mesi, e la visione dorata e allucinata di Manuela mi ridava vita, una vita sull’orlo della follia, e cercavo, per non far ricominciare quelle visioni, di guardare il display dei soldi della cassa, il resto dovuto, quanto avevo speso, e mi chiedevo cosa pensasse di me e di lei quel cassiere, che della mia follia per Manuela sapeva qualcosa, visto che quei giorni là mi prendeva un po’ in giro, come facevano i suoi colleghi, e mi dicevo che in fondo mi ero comportato razionalmente, in quel momento, dicendo a Manuela solo tre parole, e che era anche ora di non cascarci più in quella visione allucinata, e allora prendevo la borsa, con gli oggetti sistemati, contavo il resto, giusto, e me ne andavo senza dire niente, guardando solo di sfuggita, con la coda dell’occhio, Manuela, senza osare più guardarla negli occhi come quell’altra sera di tempo fa…

Ero stufo del nero dell’anima, dei pensieri suicidiari, ma anche delle voluttà estetiche allucinate, dei sogni ad occhi aperti, dell’oro che pervade la mente e l’immaginazione, la voglia di vivere era tornata, e me ne fregavo anche se volevo andarmi a bere un caffè al bar nella prima serata, comprare le sigarette, spendere ancora… non avevo voglia di passare dai cinesi, andavo al solito bar, quello del vecchio bestemmiatore berlusconiano, ma là al bancone c’era suo figlio, quarantenne o giù di lì, forse di più, sposato con una negra e con un figlio di qualche anno, forse da asilo o elementari, e c’era lui, al bancone, e chiedevo un pacchetto di Chesterfield rosse, un caffè, e nei miei pensieri, anche di fronte alla televisione accesa su qualche stupido programma dove di guadagnano soldi rispondendo a delle domande improbabili, pensavo a Manuela, quell’oro dell’anima che mi invadeva, dopo tutto il nero della giornata, e sapevo che forse quel caffè mi avrebbe fregato, dandomi l’insonnia, l’irrequietezza dei pensieri, ma me ne fregavo, mi godevo quel caffè e me ne tornavo a casa, con l’energia dorata dell’anima, e il pensiero di Manuela…

E me ne stavo lì, per un po’, nella mia stanza, ad ascoltare musica eccitante albanese, e cercavo di non uscire di senno, come altre volte avevo fatto, cercavo di chiudere la visione allucinata, che era sull’orlo di infestarmi l’anima, e la chioma bionda di Manuela si confondeva con l’immagine appesa al muro di quella cantante kosovara, Era Istrefi, la stessa allucinazione, insieme al volto e ai capelli di Leida, e me ne stavo lì, ad ascoltare musica, concentrato nel non fare esplodere i pensieri, cercando di convincermi di non cadere ancora negli scherzi di Manuela, che mi mandano in tilt, lasciando perdere una nottata alcolica fatta di birra, da comprare al supermercato, ripassando da lei, da Manuela, e mi mettevo lì, nel buio della stanza, a concentrarmi sul nero, mentre l’oro mi invadeva…

E stavo lì per un po’, pensando quasi di non cenare, di stare a digiuno, ma poi la musica stancava, l’effetto dorato di Manuela passava, grazie anche a quella pasticca, e mi mangiavo qualcosa di leggero, convinto solo di andare a dormire, e di lasciare perdere ogni uscita di sabato sera, e mi sdraiavo, convinto di poter rievocare la sensazione di perdizione sotto il suono della pioggia, che ancora cadeva ieri sera, e lasciare andare via una giornata così, senza il minimo cenno di letture, senza il minimo ricordo delle lettere, senza aver fatto niente, se non essere passati dal nero depressivo dell’anima all’oro delle allucinazioni… e me ne stavo lì, sdraiato sul letto, a cercare un sonno che non sarebbe arrivato mai, ed era inutile, come una volta, cercare di capire per chi fossi impazzito nei mesi scorsi, Leida, Manuela, Marina, Anna, Eugenia, Alina, non c’era un senso, e chiudevo quei pensieri, e quella “paroliferazione”, non mi lasciavo incantare dai miei stessi discorsi, dalle mie stesse parole, anche quelle che si erano incantate sulle quattro parole con Manuela, e pensavo che in fondo lei si diverte a vedere andare in tilt certi ragazzi, a mandarli fuori con le sue parole insidiose alla cassa, e pensavo solo che lei in fondo è a posto, convive, ha già il tipo, e ognuna di quelle parole deve essere soltanto un modo per farle passare meglio la serata, lì al Carrefour, per non morire di noia, per divertirsi a prendere un po’ in giro i ragazzi che passano di lì, e la lasciavo stare, e la visione allucinata si colorava di nero, e l’ultima visione di ciò che mi riportava alla realtà, al di là della stregoneria di Manuela, era il pensiero di Alina, di quell’ucraina che tanto mi aveva e mi ha fatto soffrire di amore, di passione, di sconforto, ma anche di estasi dell’anima, e ricordavo la serie dei diari dei vampiri, quel nero che si impadroniva di nuovo di me, la sensazione pesante del vivere, e ritornavo alla realtà pensando all’unica ucraina che aveva attraversato la mia stanza, Larisa, la ragazza delle pulizie, e quando assieme parlavamo della bionda cantante Denisa, morta per cancro, cantante romena dalle canzoni d’amore malinconiche, a volte un po’ mielense, e l’allucinazione d’amore ritornava alla realtà pensando a suo figlio autistico, di dieci anni, al suo vivere facendo le pulizie o altri lavori da badante o infermiera, e mi veniva in mente la banalità della vita, la sua semplicità e scontatezza, il suo lungo fluire nell’arco di tutta la giornata, di tutte le settimane, e non di quell’attimo alla cassa che manda sempre fuori di testa, e la visione di tempi più lunghi, la visione di una vita intera, lei e quel suo figlio, quel suo compagno, la sorte d’Alina e del mio soffrire mandavano via visioni impazzite d’oro, e tutto si colorava di nero, e di argento, e di una luce diafana, e tutto il segreto della fine della follia stava in quella ragazza ucraina, nella timida visione della realtà e delle sue sofferenze, e niente di più, e alla fine di tutto vinceva lei, l’ucraina…

La notte, la notte inoltrata, dove due bicchieri di vino non bastavano, dove non volevo ubriacarmi, dove non volevo fumare troppo, dove quel racconto in inglese non mi soddisfaceva, dove l’insonnia si faceva sentire, e l’unico modo per scacciarla era cercare di rievocare pensieri erotici e voluttuosi, senza tutta quella pesantezza, senza tutte quelle allucinazioni o inizi di visioni accecate, e mi sdraiavo lì, sognando ancora visioni erotiche, eccitandomi, chiedendomi se Anna fosse già tornata dalla Romania, chiedendomi come mai nell’ultimo periodo non vedevo più Isabella là per strada, ed ero stufo dell’abisso nero e delle vette dorate, e decidevo di fare un salto là fuori, per strada, nella notte, con la macchina, con i soldi, alla ricerca di non so chi, per non pensare più, per falciare di un solo colpo la notte e la sua insonnia, con la voluttà erotica di sempre…

Ed era la notte, e la strada, fermarsi di qua e di là, fare i giri in macchina, Anna non era ancora tornata, Leida non c’era, e vedevo solo Isabella dentro la sua macchina, che mi abbagliava con i fari, un segno, un segno che per un attimo lasciavo stare lì, non pensandoci troppo, e facevo un altro giro, di notte, solo per poi ritornare da lei, con il cuore all’impazzata, fermarmi da lei e vederla scendere con quel suo bel volto arrotondato, giovane, di una ragazza neanche ventenne, lei che mi chiamava subito: “Amore…”, con quel fare gentile, dolce, leggero, che già godevo al vederla camminare verso di me, con quei suoi fianchi e quelle sue gambe abbondanti, ma pieno di fascino, con quelle sue calze nere a metà coscia, che la rendevano più sexy, e quei suoi seni che sembravano essersi ingigantiti di colpo, dei seni dove perderci le mani, il volto, la lingua, che già godevo di quella mia passione di toccarla tutta, di toccare un corpo femminile pieno di erotismo e di voluttà, e lei camminava verso di me e saliva in macchina…

“Madò che pioggia, che freddo, meno male che hai acceso il riscaldamento, bravo!”, diceva con quel suo fare cantilenato e leggero, quel suo volto dallo sguardo pieno di luce, quel suo volto ovale e arrotondato, come quello di una bambina cresciuta, quel suo volto da bella ragazzina romena, che vagamente ora mi ricorda Andra e Larisa, o qualcosa al di là di loro, Isabella, la pura bellezza, il puro erotismo, la pura voluttà, che la facevo salire in macchina e già pregustavo tutto il piacere del mondo… “Hai visto? Ho cambiato macchina, l’altra me l’hanno spaccata, che cattivi… adesso ho preso questa che nessuno me la rompe”, ah, sì, avevi la golf azzurra, sì, azzurra poi rossa, e l’assicurazione? Niente, non c’era, e ci fermavamo là vicino, in un angolo della via, non al solito posto in fondo alla via, e già gustavo quegli attimi… mi perdevo nello sguardo dei suoi seni, così abbondanti come non mai, hai visto? Ho rifatto le tette, ti piacciono? Sì, mi piacciono tanto, sono belle, e affondavo le mani là dentro, la sopra, mentre lei si scopriva i seni, lasciandomi vedere quelle tette così grandi da perderci la testa, da toccare, da leccare i capezzoli, da perderci dentro, e mi lanciavo su di lei, a toccarla, le gambe, la figa, il culo, le tette, e godevo di quella sua merce abbondante e godevo sempre di più, sempre di più, a perdermi in lei, e lei mi diceva di spogliarmi, e mi spogliavo, tutto eccitato, e cominciava a servirmi con la bocca, mentre faceva dei gemiti d’amore e di voluttà, e io mi lasciavo andare a parole sporche e zozze, contento di insultarla, di godere, mentre anch’io mi lasciavo andare a gemiti, come non mai, per cambiare un po’ i soliti discorsi, il solito sentire, per lasciarsi andare ad una notte lasciva, mentre ancora godevo di lei, del suo corpo, dei suoi seni, e la sua arte continuava per un po’, senza fine, e alla fine godevo in lei, nella sua bocca, mentre mi perdevo in parole e nel toccarla, liberando tutte me stesso, liberando il nero e l’oro dell’anima, per lasciare una notte fatta d’argento e di azzurro della notte, dei suo vestiti sexy, dei quali godevo, e non c’era estasi più grande, godimento più grandi di quelli, che ancora tutta la visione di piacere si riversa su di lei, e godo ancora al solo pensiero, e mi dicevo che la giornata non poteva finire nel migliore dei modi, e la mattina iniziare così, con il più voluttuoso dei ricordi, le sue gambe, i suoi collant sexy, il suo corpo abbondante, i suoi seni da perderci dentro, e il suo sguardo giovane e pieno di luce, la sua voce dolce e leggera, e non c’era più niente da desiderare, tranne perdersi in lei ancora infinite volte…

E le chiedevo di Anna, quando tornava, e dell’altra ragazza che stava assieme a lei in macchina, non sapeva niente, e non mi importava, mi spillava altri soldi perché mi ero messo “a toccarla tutta”, e con il sorriso e con il piacere le davo quei soldi, estasiato, da lei, dal suo volto, dal suo sorriso, dal suo corpo, e la notte poteva finire così, con tutta l’estasi del mondo, con la mia voglia di giocare con il suo corpo che si era realizzata, e la notte sapeva della mia lingua sui suoi capezzoli, del mio toccarla dappertutto, nel mio perdersi nei suoi seni, che ancora godo al solo ricordo, e non ci sarebbe più niente da scrivere, da desiderare, da ricordare, se non quei momenti senza fine, quell’eccitazione e quella voluttà, quell’andare oltre le regole e i pensieri, oltre il nero e l’oro dell’anima, nel cristallino della notte e nell’argento del suo sguardo, visione di voluttà infinità…

Pensieri liberi, Riflessioni, Sogni, Visioni

Un sogno moldavo…

E mi trovavo in un luogo sperduto, grigio, ai margini della periferia, con il cielo pieno di pioggia, tra appartamenti e casermoni che sembravano usciti da un film sovietico, nella città di Chisinau, e mi mettevo a camminare su delle lunghe scalinate, che salivano verso non so quale altezza, di fianco ad un palazzo, e la salita era difficoltosa, io, con il fiato corto, che cercavo di star dietro alle persone che salivano su quell’altura, e non sapevo più chi ci fosse a farmi compagnia, se Marina, Diana la moldava, o la prof ucraina di russo, Liana, e mi trovavo come a sorvolare quel palazzo, quelle scalinate, la scalinata interna di quel palazzo che ospitava diverse famiglie, e ad un certo punto, da quei balconi grigi compariva Pyotr Poroshenko, che arrivava in quel palazzo come salvatore, solo per atterrare su un largo balcone dove l’aspettavano un gruppo di mafiosi russi, pronti a fargliele vedere, a riempirlo di botte, e la visione terminava lì, con Pyotr Poroshenko che si sdraiava a terra e le decine di mafiosi russi lo cirondavano… la visione cambiava e continuavo il mio viaggio sulle rampe di quelle scale interne, e nel sogno la visione del volto di Diana la moldava mi guidava, io, alla ricerca di non so cosa, non so chi, e mi vedevo scendere quella scalinata di fianco al palazzo, solo per ritrovarmi su un lungo viale lastricato di grosse pietre, un altro viale che scendeva e poi risaliva, verso una scuola, e camminavo a lunghi passi verso quella scuola, su quella strada di pietre, e ad un certo punto vedevo comparire dalla scuola Liana, che camminava a lunghi passi decisi verso di me, e diceva: “Lo so anch’io…”, e non sapevo a cosa si riferisse, e mi passava di fianco, mentre mi sembrava di essere ora accanto a Diana la moldava, che mi voleva guidare in quel mondo grigio post-sovietico…

E mi svegliavo così, l’altra mattina, pronto ad affrontare una nuova giornata di lavoro, visto che ormai tutt’altro non c’è, tutte le altre cose sono barrate, lasciate nel dimenticatoio del tempo libero, e non c’è più da inventarsi niente, cosa fare, cosa non fare, non più scervellarsi per far valere quella laurea, lasciarla libera così, per leggere e al massimo per scrivere, il giorno che sarà, qualche racconto, mentre il sogno di emigrare in Inghilterra si scontra sempre con la sorte di cameriere o facchino che mi toccherebbe, e tutte le altre cose sono barrate, lasciate libere di scorrere solo nel tempo libero, tra una lettura e l’altra, senza scervellarsi più sul cosa fare…

E mi torna in mente Leida, in questi momenti, l’ultima volta che potrebbe essere stata davvero l’ultima volta, dopo tre anni, una sorta di liberazione, con il suo sguardo e il suo volto e la sua immagine mentre le davo quei suoi due pacchetti di Marlboro Touch, che la storia può anche finire, e si può essere liberi di concentrarsi sul lavoro, investire veramente in questo, e non disperdersi più…

E così comincia la mattinata, che vorrebbe essere fatta di racconti di fantascienza o di orrore, di notizie d’altrove, o di non so cosa, nel più puro piacere del tempo libero, e ancora una volta devo dare torto a Barre, che qui non ha niente da perdere, io sì, e le sue idee giovanili di scappare non stanno né in cielo né in terra, e ora come ora solo il pensiero del lavoro e dei soldi mi fa stare in riga, divide il tempo del dovere da quello del piacere, in una visione semplificata della giornata e dell’esistenza, dove almeno c’è la sicurezza del lavoro, e la sicurezza del tempo libero da investire come meglio credo, e il tempo libero è sempre meglio che sia scarso, per non perdermi troppo in letture e visioni che mi fanno andare a pescare i pensieri e i ragionamenti più strani del mondo…

Non so se questa domenica e questo sabato uscirò con gli amici cinesi, o con quelli italiani, per ora non ne ho voglia, non vorrei farmi portare via da discorsi altrui, dopo l’equilibrio che finalmente ho trovato, e non mi va di disperdermi ancora, e così comincia forse la mattinata, la giornata, pieno di voglia di sfruttare quel poco tempo libero che ho, senza sognare più mondi e lavori utopici, le lettere sono ancora mie compagne, a tempo perso, e neanche l’accettazione di amicizia su LinkedIN della relatrice giovane e bionda di russo riescono a distogliermi da questo nuovo equilibrio, va bene così, con il lavoro, con il tempo libero, e la giornata può anche iniziare…

Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Prologo…

Un tuffo nel passato, ecco cosa avrei fatto quest’oggi, rileggendo i vecchi post di una volta, sul vecchio diario, ora che dopo la notte di ieri mi ritorna lei, il suo volto, il suo sorriso, e tutte le ragazze di una volta… Andra e il suo volto come una rosa, lei e quei suoi occhi sempre così tristi, il suo volto con quelle lentiggini, che la rendevano più amabile, le decine di volte che andavo da lei, ai tempi della scuola serale, quell’anno là al Pasolini, lei che mi serviva sempre con le sue dolci labbra, là tra i cespugli, o in macchina, vicino al boschetto, il suo dolce servirmi, la sua dolce pelle, che godo ancora al ricordo, come quando mi serviva là in mezzo al boschetto, e godevo nel toccarle le gambe, il culo, che lei mostrava con quei suoi mini pantaloncini, delle gambe non perfette, ma sensuali, già un po’ sfilacciate dal tempo, ma dalle curve di un erotismo senza fine, e quando lei si inginocchiava, di fronte a me, e dolcemente mi chiedeva se stavo per venire o no, lei che continuava a succhiare e a succhiare, come una dannata, fino a farmi venire ogni volta dentro la sua bocca, come il più dolce dei ricordi e delle estasi e delle voluttà, lei, quella ragazza romena che mi ricordava il mio viaggio nel suo paese, anni prima, quando c’era Irina che saliva in macchina con me, per lasciarsi andare, ma allora non facevo niente, e mi sarei rifatto anni dopo, come quando Luisa la bionda mi serviva anche lei dietro i cespugli, noi, un po’ esibizionisti, e a volta mi lasciava lì così, con il cazzo ancora in tiro, senza poterle venire in bocca, o quando ci perdevamo in macchina e mi perdevo a toccarla di dietro, ovunque, sfiorarle la figa, e tutte le volte che me la scopavo, così come mi scopavo Andra una volta, l’ultima volta, prima che se ne andasse via, là nel boschetto, ai tempi della quinta superiore, quando l’immagine di Olimpia di Manet mi ricordava solo lei e la sua bellezza, le infinite canzoni manele di Denisa, che lei diceva che erano canzoni vecchie, già allora, eppure con lei si godeva, sognavo di farla mia, quando mi sarebbe piaciuto uscire con lei a bere qualcosa, lei che ogni tanto si fermava al bar là vicino al bosco, per prendersi qualcosa da bere, qualcosa da mangiare, e quelle volte che la riaccompagnavo in stazione, quando a volte la vedevo passeggiare di lì, tra i boschetti, e ogni volta era una dolce visione, una dolce fantasia, che si risolveva sempre nella sua voce dolce, nelle sue poche parole italiane, ma che mi faceva sempre godere con le sue labbra, che al ricordo godo ancora adesso, come una videoclip porno di infinita voluttà, eppure tutto quello era vero, ed è ancora vero nei ricordi, i suoi lunghi capelli rossi, a volte raccolti in chignon, i suoi capelli leggermente ricci, lunghi e increspati, e le infinite volte là a città satellite, godendo come non mai…

E le notti, le altre notti quando c’era Diana la russa, lei che diceva che si era anche sposata con un italiano, un cliente, e avevano avuto un figlio, e la Mercedes, e poi i soldi erano finiti, e si erano lasciati, lei che succhiava dannatamente, di un arte selvatica, inima salbatica, e quando godevo quelle notti poi con quelle canzoni russe, con quella vodka che bevevo, e sognavo l’università, dove avrei imparato la sua lingua, mentre da solo la studiavo per i fatti miei, e sognavo e sognavo, sognavo Mosca, le sue ragazze, belle come lei, come Diana, dalla bellezza sopraffina, lei che mi diceva che non avrei avuto problemi ad avere figli, visto quanta sborra facevo ogni volta, lei che mi scopava ogni tanto, là dove allora c’era anche a volte quella ragazza kazakha, orientale, come una cinese dalle forme abbondanti, ma aggraziate, quella scopata dove vedevo la fine del mondo, e l’estasi senza fine, di un orientalismo erotico che non conosceva confini, Diana e quella ragazza kazakha, l’erotismo nella sua più alta visione, ai tempi di allora, quando una volta rivedevo anche Katia, dopo un anno o di più, lei che era ancora lì, diceva, e non era un buon segno se era ancora lì, lei che ormai aveva già altri accompagnatori, quell’unica sera con lei che mi diceva che ero ingrassato, che mi ero fatto crescere la barba, eppure anche lei succhiava da dio, con quel suo corpo da favola, come un vero porno dove l’attrice ragazzina è una russa atomica, una figa atomica, come lo era lei, e quando scambiava i soldi con la sua amica, là vicino, perché non aveva il resto, e godevo senza fine con lei, come una volta, nel periodo d’oro, gli inizi di tutte quelle puttane che ora non ricordo neanche più, avvolto da tutto l’erotismo senza fine, quante ragazze romene, quante ragazze russe, in mezzo alle vie, godendo come non mai…

E poi iniziava l’università, forse c’era ancora Andra in quel periodo, e poi facevo conoscenza con Eugenia in università, e mi sembrava che lei sarebbe potuta diventare la mia ragazza, lei che al tempo era entusiasta della lingua russa, io che ero entusiasta della lingua romena e della lingua russa, che sentivo nelle manele, che ascoltavo alla radio, mentre mi perdevo nei melodrammi russi che lei mi consigliava di vedere, e imparavo sempre di più la lingua russa, e mi sembrava di poter raggiungere il mio sogno, parlare in romeno, capire il romeno, capire il russo, ed Eugenia sembrava la ragazza promessa di sempre, quel tipico amore universitario che chissà in che cosa sarebbe fiorito… e passava un anno, così, il primo anno di università, tra studi che mi ispiravano, sogni ad occhi aperti, visioni, e prima del secondo anno andavo in Repubblica Ceca, dove scoprivo giovani che della religione, a differenza di me, se ne fregavano, che si dicevano tutti non religiosi, e Tereza, l’ebrea ceca, mi consigliava di scrivere 750 parole al giorno, come diceva un sito, una sorta di gara di scrittura, una sfida con sé stessi, e in quei quindici giorni potevo recuperare la lingua inglese, che parlavo con la romena Veronica, le ceche Tereza e Lucie, il turco Soner, i giapponesi Satoshi e Yusuke, la coreana Kim, e la tedesca Lea, quindici giorni da sogno, altrove, lontano da casa, con il solito fantasma del bordello ceco, come quella ragazza ceca che mi facevo quando avevo 17 anni, in un altro campo di volontariato, lei che apriva la strada a tutta la sessualità e all’erotismo, lei puttana più grande di me, bionda, che lavorava in Germania, che si prostituiva anche qui, in Italia, per pagarsi le sue spese, ed era là che conoscevo l’amore libero, il sesso libero, e la sua ispirazione anni dopo mi mandava appunto in Repubblica Ceca, dove non avevo però bisogno di bordelli, perché la compagnia che c’era là in quel gruppo bastava, e la cultura di una città di Praga, con il suo cimitero ebraico, il suo ponte sulla Moldova, il castello kafkiano, vincevano su ogni puro desiderio di erotismo, che potevo soddisfare tranquillamente quando sarei tornato da me, sempre là, ai soliti posti, dove una volta c’era Katia, dove c’era Andra, dove c’erano tutte quelle, sempre quelle, che con la loro magia dell’est invocavano altre lingue, altre culture, il passato da sogno di un mondo comunista perfetto, senza la smania dei soldi, di farsi vedere, di apparire, ma con l’idea della fratellanza di tutti i popoli dell’est, le infinite lingue da imparare, la cultura senza fine, il sogno d’amore… ed era già strano incontrarsi con un’ebrea in Repubblica Ceca, la mia identità disfatta si rendeva conto che io non ero ebreo, e che il mondo poteva andare avanti tranquillamente anche senza religione, anche se lì nel campo a volte lavoravamo per il prete ceco cattolico, che ci dava qualcosa da fare, ma non era importante, così come non era importante parlare di altre cose, solo rendermi conto di quanto mi ero affezionato alla musica, alla musica di Denisa e di Gigi Finizio, che a volte ascoltavo là in biblioteca, accanto a dove dormivamo, e chattavo a distanza con Eugenia, sognando di farla mia un anno dopo, l’anno dopo in università, quando avevo paura che lei non continuasse lo studio del russo, e l’avrei persa di vista…

E finiva quell’estate, cominciava il secondo anno di università, poco alla volta avrei perso di vista i miei amici italiani, perché mi perdevo sempre di più nelle classi di russo con Eugenia, sognando chissà quali rapporti con lei, che diventavano sempre più amichevoli, fatti di sorrisi, di sguardi, di allusioni, e insieme si frequentavano i corsi, ci si dava una mano per studiare, così come anche con Alice, quel corso fantastico di cultura angloamericana, dove studiavamo la fantascienza e l’horror, generi che sto recuperando in questo periodo, e che mi affascinano sempre di più, Alice che anche lei si era data all’Est in quel tempo, con quel suo ragazzo ucraino, in Crimea, prima che succedesse tutto il casino della guerra, che lei andava a trovare, mentre a volte lei sembrava provarci con me, ma non avevo nessuna intenzione, io ero votato ad altre ragazze, le ragazze della notte, e scoprivo allora sempre di più le estasi alcoliche, erotiche e musicali, dopo quel viaggio in Repubblica Ceca, dove si beveva tanto, e anch’io cominciavo a bere tanto…

E chissà poi come, stare in mezzo a tutte quelle ragazze, in università, gli ormoni impazzivano, la voglia di loro, il desiderio, e la notte scoprivo lei, scoprivo Xhuliana, ragazza albanese dai capelli corvini e dal viso dalle belle fattezze, un corpo che ricordava quello di Katia, solo più formoso, le infinite nottate e luna con lei, sotto la luna, sotto le stelle, quando mi perdevo nella poesia con lei, con le sue parole piene di energia, come solo le ragazze albanesi sanno fare, lei e le sue infinite cavalcate su di me, quelle scopate che non finivano mai, il suo servirmi con le labbra che non conosceva confini, quella notte che di davamo ad un’orgia a tre, con un’altra sua amica romena, mentre lo facevamo nei sedili di dietro, con Xhuliana, e l’amica romena ci diceva come eravamo belli, mentre lei si toccava lì, e godevo con Xhuliana, che l’avrei voluta baciare, fare mia, mentre lei mi cavalcava e mi guardava con gli occhi vitrei, di un nero corvino senza fine, come i suoi capelli, e quante cavalcate, quante scopate senza fine, che lei a volte smetteva quando cominciava a bagnarsi troppo, e mi finiva con le labbra, con la sua vera arte da puttana… e in quel periodo, periodo dalle emozioni più profonde del mondo, con Eugenia che sembrava poter diventare davvero la mia ragazza, Xhuliana che mi stregava sempre di più, e io che mi perdevo nella musica malinconica e neomelodica di Gigi Finizio, canzoni profonde, e scoprivo allora anche la musica albanese, dalla radio, quella musica un po’ orientale, ancora più orientale delle manele, e ricordo ancora quella notte, quando tornavo dopo essermi scopato Lorita, altra ragazza albanese che ce l’aveva con la polizia, che mi faceva gli sconti, mi ricordo ancora come suonava dentro di me per la prima volta la musica albanese, che mischiava il mio amore per l’Est, non solo più Romania e Russia, ma anche Albania… sì, mi ricordo ancora quando mi scopavo Lorita, lei, a pecorina, come diceva, o quell’altra ungherese bionda, di una sola notte, quando non c’era Xhuliana e non so perché, e tutto lo strascico di quelle emozioni, di quella voluttà, tra alcol, sigarette e musica e puttane e ragazze di università, un’ondata di sensazioni senza fine, mentre in casa aleggiava aria di morte, la morte di mia nonna, orami in convalescenza, morte che sarebbe arrivata da lì a poco, in aprile, il più crudele dei mesi… e mi ricordo come il giorno del funerale mi perdevo nella visione della campagna di Mantova e provincia, dove compariva mia cugina Morena, ex modella, modella come Eugenia, ma più formosa, che mi parlava un po’ in italiano e un po’ in dialetto, e c’era il silenzio poi, le parole basse, il pranzo abbondante con mio zio Elia e mia zia Maria, il pranzo che sembrava per un attimo scacciare tutto il peso di quei sentimenti, il mio desiderio per Eugenia, la mia voglia di Xhuliana, il mio sogno di lingua russa, i sentimenti più profondi e voluttuosi del mondo, e mi perdevo in quel mondo di amore e di morte, come la sera del funerale, che mi davo a Xhuliana un’altra volta, un’ultima sua cavalcata, una delle ultime, quando la riaccompagnavo anche a casa, e lei era sempre forte e sorridente, sempre pronta a tirarmi su con le sue parole, a farmi sentire speciale, come quando mi diceva che non dovevo parlarle del tempo, come tutti gli altri, come quando mi diceva che lei preferiva la musica kosovara a quella albanese, e la notte la riaccompagnavo là, pieno di energia, anche dopo il funerale, e l’amore e la morte si intrecciavano, nel giorno e nella notte, sotto il chiaro di luna, sotto tutti quel labirinto di sentimenti che era fatto di musica e di Eugenia, di Xhuliana, di Lorita, di tutte quelle ragazze che scoprivo, e mi dicevo che solo l’amore per una ragazza può salvare, al di là di tutto, e tutto il resto è inganno, mentre studiavo ancora, un po’ a memoria, convinto che il trucco stesse nel fatto di leggere e ripetere, imparare una parte da recitare ai professori, e non mi chiedevo a cosa sarebbe servito lo studio, studiavo solo per il piacere, mentre intervallavo il piacere delle lettere a quello delle ragazze, in un’ondata di voluttà senza fine, che ancora adesso mi sembra di sentire e vedere, negli occhi neri di Xhuliana, nei suoi capelli corvini, nella sua pelle di cui godevo e che toccava, con quel suo vestito nero e la gonna corta, quel suo sapere ogni volta di sigarette tabacco e liquidi del corpo, un odore strano, un profumo strano che aveva lei, sulfureo, che si liberava in tutto l’erotismo e la voluttà con lei, fino a quando, una notte, non ci davano la multa, la polizia in borghese, ma ce ne fregavamo, lei protestava e diceva che manco per scherzo avrebbe pagato quella multa, io che non mi preoccupavo più di tanto, e dopo che la polizia se ne andava la ricaricavo su, e me la facevo l’ultima volta, la solita cavalcata, e quando tentavo di baciarla lei spostava il suo volto, e mi lasciava solo la guancia, e sapevo che quella storia sarebbe finita lì… non l’avrei più rivista, sarei passato soltanto un’altra sera, e lì al suo posto trovavo un’altra, che mi diceva che lei era partita, in Albania, chissà dove, e non c’era più, non c’era più, non c’era più quella voluttà durata due o tre stagioni, e l’estate, per pura coincidenza, sarei andato in Albania una settimana…

Che strano era sentire il muezzin cinque volte al giorno, là in spiaggia, sentire la musica albanese che allora sentivo solo alla radio, mentre là veniva fuori sempre dagli speaker dei locali sulla spiaggia, fare il bagno sotto le stesse notte che mi avevano ispirato tutta la voluttà del mondo, quelle note che sentivo quella notte con Lorita, e parlare inglese, stare con i miei genitori, e non pensare più alla perdita di Xhuliana, alla perdita di mia nonna, mentre anche quell’estate chattavo con Eugenia, che ora si trovava in Russia, a Mosca, con gli altri compagni e compagne di corso, mentre io ero in Albania, la provincia una volta dell’impero sovietico, e tutto era fatto di magia, tra Eugenia e Xhuliana, quel mondo albanese che sognavo dai tempi di quell’amico delle medie, Dorian, che raccontava del suo paese, e già allora faceva nascere in me tutto l’immaginario dell’Est… e stare per una settimana di fianco ai miei genitori, a parlare, a parlare con mio padre, che di solito non parla mai, a non pensare più al lutto della scomparsa sua madre, stare lì in spiaggia, tra gli albanesi che parlavano italiano, e io che sognavo di rivedere Xhuliana, da qualche parte, non so dove, lei che diceva che era di Valona, e si lamentava che in Italia il mare è troppo lontano, che doveva essere più vicino, come in Albania… e là a Ksamil conoscevo Rudina, ragazzina albanese che faceva la receptionist in quell’albergo, quella notte che con lei parlavamo di Shakespeare, di libri, di romanzi, di canzoni, in inglese, in inglese, come non lo parlavo più dall’anno prima, quando ero stato in Repubblica Ceca, e ogni giorno scrivevo, scrivevo e scrivevo per liberare l’anima, sognando sempre l’amore con Eugenia, facendo poesia di quelle nottate con Xhuliana, di quel lutto, di quell’erotismo, di quella voluttà, di quel labirinto dei sentimenti…

Tornavo in Italia e sapevo che una nuova ondata sarebbe cominciata, là dove ormai i luoghi dell’anima dell’ultimo impero avevano fatto strada dentro di me, l’ultimo impero sovietico, l’Est Europa e le sue ragazze, l’impero ottomano con quel muezzin che cantava sempre in Albania, quella volta che quasi non mi intrufolavo in quella piccola moschea a Ksamil, non so perché, forse per ricordare tutto il mio sviamento per Katia anni prima, quando un delirio holliwoodiano portava con sé tutte le lingue e le culture del mondo, ma in fondo io ero sempre legato all’Est, al mito sovietico, la fratellanza tra i popoli, voler imparare le lingue dell’Est, la lingua di Katia, la lingua di Eugenia, la lingua di Xhuliana e di tutte le altre… tornavo in Italia e cominciava il terzo anno di università e la notte, sì, la notte, avrei conosciuto lei, Alina, la ragazza ucraina… nuova ondata di sentimenti, di sensazioni, dopo il lutto, dopo la voluttà senza fine con Xhuliana, c’era lei, Alina, che mi parlava in russo, e anch’io con lei in russo parlavo, dei diari dei vampiri, delle canzoni romene, russe, albanesi, che mi sembrava finalmente di aver trovato la ragazza dei sogni, scopare come non mai, parlare in russo, godere della musica dell’Est, lei che diceva che senza musica stava male, lei che mi parlava della sua figlia in Ucraina, lei che mi parlava dei diari dei vampiri, che allora cominciavo a vedere in russo, per avere qualcosa da dire a lei, e che profondità, che voluttà, quale erotismo, quali altre nottate e luna con lei, che sembravano non finire mai, godere sempre, ubriacarsi sempre, andare sempre da lei, la notte, come un disperato, un disperato d’amore, perché con Eugenia più che parlare e sorridersi non c’era di più, e io che mi perdevo nella lingua russa, nelle sue canzoni, quell’anno che cominciava tutto il casino con la Crimea, Maidan, la guerra, la situazione ucraina, io che in università una volta facevo una specie di lezione sull’Ucraina, come una specie di esame, una lezione intera, e nei mie sogni sempre lei, nei miei desideri, sempre lei, Alina, Alina, Alina, la ragazza dai capelli corvini lunghi, dal corpo slanciato, dai fianchi abbondanti, dall’erotismo oltre ogni confine, dalla bellezza e dallo sguardo che ad ogni istante ed ogni volta cambiavano, per farmi godere della notte, dell’alcol, della musica, degli studi, mentre la mia vena poetica non conosceva limiti, e si librava nella notte, estasiata da lei, dalla musica d’amore dell’est, da quell’alcol, vodka e birra, che scorrevano a fiumi, e già le dicevo che forse non sapevo come avrei fatto dopo di lei, dopo che lei se ne sarebbe andata, e lei scherzava, diceva che era meglio non amare, che lei conosceva meglio di tutti come funzionano queste cose, che ne averi trovata un’altra, che l’amore sarebbe arrivato da sé, mentre meno me l’aspettavo, e con Eugenia non sapevo più che fare, lei che mi diceva di andare nella sua chiesa, la sua chiesa avventista, e Alina che mi diceva di lasciare stare, che se volevo andare in chiesa dovevo andare in una chiesa normale, come tutti, e lasciare a loro la loro fede… lei che mi diceva anche di non legarmi a niente, di non legarmi a nessuno, che era meglio essere liberi, liberi come la notte e le stelle e la luna che ci vedevano ogni notte parlare in russo, fare l’amore, sorridere e ridere e a volte quasi piangere, tra le nostre difficoltà, i nostri umori sballati, il nostro gettarci ai margini di una via, come due reietti, due disperati nel mondo, lei che mi diceva di smetterla di bere quando andavo da lei, di bere dopo, dopo che la poesia dell’anima e il labirinto dei sentimenti toccava il suo vertice, con quelle canzoni, con lei che a volte si metteva la parrucca bionda, e io scherzavo con lei perché ora assomigliava a Caroline della serie tv, ora assomigliava a Elena, e non sapevo più chi stavo amando, chi amavo, se la ragazza della serie tv su cui proiettavo tutto l’amore per Alina o se stavo amando Eugenia ma non capivo più perché dovevo andare in chiesa da lei, io che ormai ero sempre più convinto che solo l’amore e la passione per una ragazza potevano salvare, ed Eugenia che mi diceva che l’amore di Dio è più grande ancora, ma non ero affatto convinto…

E così non so per quanto tempo, due anni forse, tra il terzo anno e il primo anno di specialistica, forse di più, c’era ancora Alina, e io volevo sempre di più da lei, non solo sesso, ma parole, discorsi, una qualche uscita, un numero di telefono, e impazzivo, bevevo sempre di più, ascoltare la musica era arrivato ad un punto morto, le estasi erotiche, alcoliche e musicali non bastavano più, come era tutto iniziato ai tempi di Xhuliana, lei che mi dicevano aveva fatto un casino dell’anima come non poche, e Alina ancora di più, sempre di più, che una sera alla fine si scocciava e mi diceva: “Senti! Sto lavorando!”, e non c’era più niente, mi dicevo basta, basta con la musica, l’alcol, questa follia con Alina e scoprivo lei, Leida… Leida, ragazza albanese bionda, carica di erotismo, carica di energia, ancora più che Xhuliana ai suoi tempi, ragazza dal corpo dalle curve più sensuali di questo mondo, la nuova Katia, puro erotismo e voluttà, lei e le mie canzoni albanesi che le dicevo, lei che diceva che non amava troppo la musica albanese, preferiva la musica inglese, anche se non la capiva, e cercavo di dimenticare Alina, andando da Leida, e cercavo di smettere di bere, iscrivendomi a Taekwondo e cercando di fare una vita più sana, più equilibrata, con un po’ di fitness, per riprendermi dall’ubriacatura dei sensi con Alina, dall’abisso e dal labirinto di sentimenti, e cominciavo a perdermi senza di lei, senza Alina… ed era utopia erotica, utopia e desiderio senza fine con Leida, scaricare tutta l’energia su di lei, le tante scopate, le tante nottate con lei, lei e quel suo volto affilato, quella sua voce sensuale e suadente, quel suo modo di scherzare e di darmi energia per la vita, facendomi dimenticare i troppi studi, i troppi cavilli e rimuginazioni dell’anima nate da una storia con Alina che ormai non decollava più, che aveva raggiunto un punto morto, anche al di là dei diari dei vampiri, della musica, delle canzoni, delle suggestioni dell’Est… Leida, Leida, Leida, e maledetta quella notte che prendevo una multa con lei, e per un po’ non l’avrei rivista, e mi decidevo, come non mai, ad andare in chiesa avventista, da lei, da Eugenia, sul finire del corso di taekwondo, verso l’estate, e mi sforzavo di non bere più, di non ascoltare più troppa musica albanese, di cercare di evitare estasi alcoliche, erotiche e musicali, e credevo di rifarmi una vita, pentendomi, stando da Eugenia e dagli altri giovani avventisti, a sentire le loro parole, a parlare di Bibbia, di salute, di fitness, come se dovessi ricominciare un’altra vita, un’altra vita che però non iniziava, perché Eugenia non era più la ragazza di prima, la ragazza libera di prima, si era estremizzata, era diventata fondamentalista, e con lei non si poteva più scherzare e ammiccare come un volta, si era perso l’affiatamento, lei che aveva lasciato l’università, al terzo anno, dopo la laurea, io che invece l’avevo voluta continuare, sempre in nome di quella lingua russa che ormai avevo sognato e imparato a parlare con Alina, ora che quel sogno di una ragazza dell’Est, anche se non mi accorgevo, era stato quasi completato, il sogno russo d’amore… sì, Eugenia e la chiesa avventista, imbambolato, incantato da lei, convinto di poter continuare l’amore là dove era finito con Alina, lei, Eugenia che metteva troppi paletti all’anima, non bere, non fumare, stare a dieta, fare esercizio fisico, studiare le scritture, non perdersi nella scienza, nella filosofia, lei, sempre più estrema e io sempre più ritratto in me stesso, in quelle parole, in quei regolamenti, e poi, una notte, il ritorno di lei, la rivolta, il sogno di Leida e dell’erotismo, la cacciata dal paradiso e l’inizio dell’inferno, dei deliri antireligiosi, l’utopia erotica con Leida, che riprendevo a vedere, a frequentare, mentre lasciavo Eugenia e la sua chiesa avventista, per incompatibilità di vedute del mondo e di stili di vita, per non essere ipocrita, e infine per essere libero…

E poi non ricordo più bene, cominciava il tira e molla infinito, le battaglie dell’anima, contro il sesso, contro Leida, contro le sigarette, contro l’alcol, la botta di depressione che arrivava perché con Alina ormai non c’era più niente, e l’ultimo anno di università, quello dove dovevo preparare la tesi, una tesi di cultura russa… e la depressione mi devastava, e i deliri per Leida, che non ricordo neanche più, e le nottate con lei, come quel mio trentesimo compleanno, scoparmela, e così il mio trentunesimo compleanno, scoparmela ancora, mentre passavano così due anni con lei, e neanche me ne accorgevo, tra un tira e molla continuo, lo stile di vita che volevo cambiare, le estasi erotiche alcoliche e musicali che non erano più con me, come ormai non erano più con me né Alina né Eugenia, l’ultimo anno di università, quando la lingua russa era oramai diventata la normalità, tra quelle aule di università, non c’era più magia, né in quella lingua, in quella cultura, in quelle canzoni, Alina aveva portato via tutto, lei e il suo erotismo, la sua arte erotica, le sue parole e la sua voce suadente, la sua bellezza, il suo vampirismo, e cominciava quell’epoca difficile, quella che già presentivo, dopo di lei, dopo Alina… e qui la memoria mi fa difetto, cala la tenebra e si innalza l’oro dei capelli di Leida, della sua bellezza da farmi impazzire, il suo volto affilato, la sua energia che niente avevano a che vedere con il vampirismo di Alina, e non capivo più niente, mentre pensavo di riesumare la magia della lingua russa dandomi ad altre lingue, albanese, tedesco, olandese, come se potessi rivivere di nuovo tutti questi ultimi anni, quasi un decennio, il sogno russo che si era frantumato con il finire della storia con Alina, lo sfumare del sogno d’amore con Eugenia che si dava alla religione, e non mi rimaneva più nessuna, più nessuno, neanche nei nuovi compagni di università, nelle nuove compagne, tutto non era più come prima e neanche me ne accorgevo, avevo perso qualcosa, e non me ne rendevo conto, il sogno d’amore russo di una volta, durato così a lungo, aveva perso tutto il suo fascino e la sua profondità, e nella superficie delirante si muovevano ora parole tedesche, olandesi, albanesi, da far impazzire… un periodo così, di voglia di Leida e di non voglia di nessuna, la depressione per Alina, quella tesi di cultura russa che spostava i cardini del mondo, tra quella figura di Stalin che crollava in me, per gli orrori, e la lingua tedesca e albanese e olandese che volevano essere il fronte anti russo, solo perché con Alina tutto era andato a male, solo perché Eugenia aveva abbandonato anche lei la lingua russa, un disorientamento totale, un continuo gioco tra tenebre e lucentezze dorate allucinanti dell’anima, e sempre Leida, l’unica mia guida in tutto questo caos… l’esaltazione, il perdersi di nuovo, la depressione e lo sviamento, le parole che non bastavano più, neanche le 750 parole di sempre, la poesia che non c’era più, dopo Alina, dopo Eugenia, e l’utopia erotica con Leida che faceva acqua da tutte le parti, e tanta confusione, tanti deliri…

Arrivava alla fine il periodo della laurea, dicembre 2016, e la facevo finita una volta e per tutte con la Russia, ci mettevo una pietra sopra…

Rivedevo Alina, a dicembre, poco dopo, e si spostava l’asse del mondo, tutta l’emozione di una volta ritornava, l’amore, il sogno d’amore russo… il 32esimo complenno, quella notte non con Leida, come gli altri due compleanni, gli altri due inverni, ma a chattare con Marina, ragazza russa conosciuta in università, e augurarle il buon natale, creder di poter riesumare il sogno d’amore russo con un’altra ragazza, una ragazza russa…

E il resto sta qui in queste pagine, da gennaio 2017, l’avventura con Marina, il ritorno di Alina, non più ritorno d’amore, il caos dell’anima con Manuela, la fine dell’università e la fine della depressione, le scopate con Anna la ragazzina romena, unica che mi faceva ancora godere dopo le giornate con Marina, che di amore non aveva niente, tutto l’erotismo con Leida, le nottate erotiche, il desiderio per lei, il mio rimuginare su scuola e lavoro, le frustrazioni, i momenti spensierati, gli apici del desiderio e della voluttà, e sempre lei, sempre Leida, unica costante in questi ultimi tre anni, l’amore, il scettro dell’amore che ormai va a lei, Leida, amore, e il resto è qui, è dentro di me, oltre questo prologo di dieci anni, il resto sta nella sua figura, nella sua forza, nella sua bellezza, nell’erotismo che mi sa dare, nelle sue parole, nel suo ricordo, al di là di tutto e di tutte, ora che forse sta per finire, non si sa, le altre pagine lo diranno, oltre questo prologo…

Poesie, Visioni

E sognarla ancora nel buio infinito…

Estasi alcolica e musicale
come era una volta
ecco che ritorna il ricordo
la stessa sensazione
che non era relegata a qualche pagina virtuale
sperduta
era solo tutta l’estasi
di amicizie disperse
di parole piene di energia
di discorsi immaginari
che ti danno la carica
come una volta
il ritorno dell’energia
quando allo studio e alle frustrazioni
dici basta
quando non ne puoi più di te stesso
quando solo la voluttà dell’alcol
e della musica ti possono portare via
come una festa orgiastica
e dionisiaca
che scardina il tempo e i pensieri
e la voglia di lei
sempre di lei
che ritornava
come l’unico e ultimo desiderio
coronare l’estasi alcolica e musicale
con l’estasi erotica
e così era
tra un pacchetto di sigarette
sbagliato e l’altro
un suo dolce sorriso
il suo tenero sguardo
che la facevano sembrare più desiderabile di sempre
sempre lei
oltre i miei sensi di colpa
e le mie redenzioni
ancora la voglia di lei
che la notte non finirebbe mai
comprandosi le emozioni
con la musica l’alcol le sigarette e l’erotismo
che non c’è più bisogno di nient’altro
se non una vita spensierata
e votata con fiducia al lavoro
senza farsi più mille problemi
le parole con lei
la voglia oltre ogni dove
e la voluttà senza fine
che la notte dovrebbe essere infinita
e sapere ancora di musica
nel ricordo di lei
schiacciando con il suo nome
immagini suggestive
che mi portavano male
disegnate sui pacchetti di sigarette
altro che “deve succedere qualcosa per smettere”
bastava lei
il suo nome
il ricordo di lei
a vincere ogni cosa
e ancora la sua immagine mi assale
mi si para davanti
come l’unica bellezza notturna
l’ultimo sogno
l’ultima visione
prima di prendere congedo dalla notte
e sognarla ancora
nel buio infinito