Ispirazioni, Poesie, Visioni

Cenere

munch-ceneri-1894

Leida
scherzo impestato dell’anima
una canzone
che sappia di lei
lamentazioni nel canto
nuk ka dashni
per nj kurv si ti
non c’è amore
per una puttana come te
eppure
l’anima si smuove
da impazzire
lasciar libri funesti tempestare
l’anima
per poi liberarsene
là dove le parole scritte
non bastano più
cosa me ne faccio
di tutta la sapienza
del mondo
se non ho con chi condividerla?
E penso a lei
cosa starà facendo adesso
perduta nel suo mondo
dove diceva di perdersi davanti
ad un pc
o al bar
o dal parrucchiere
o a contare i soldi per
liberarsi della sua schiavitù
l’ondata oscura mi travolge
l’ondata grigia come la pioggia
e invano mi perderei nella sua
lingua cercando il mistero che
dischiude la soluzione
non so più che farmene di queste
parole da non poter dire
e rimugino la mia debolezza
perché venti minuti o tutta una
vita non basterebbero a levarla
dalla mia anima
Leida
ragazza che mi ha stregato
e che mi strega ancora
cercare l’amore là dove il sesso
si vende
impresa impossibile e titanica
destinata da sempre al fallimento
destinato a morire roso dai corvi
come Prometeo
che il fuoco della sapienza voleva
rubare
resto così incarcerato nel mio sentire
e non c’è via d’uscita da questi
venti metri quadrati
riascolto canzoni che sapevano di depressione
e scardino i ricordi e il tempo
solo per rimanere senza niente
spogliato di tutto
se non il nero della mia anima
dove i colori non fioriscono più
e un’ondata di suoni che vorrebbero farsi lingue
si disperdono nella musica
lasciatemi perdere nelle cantilene tristi
che raccontano un amore
troppo tempo negato
la causa e l’origine e la fonte
di ogni stato dell’anima
lei
Leida
che mi ha sconfitto e trafitto e seppellito
troppe volte
per troppe volte
farmi rinascere
e rimorire di nuovo
cercherei lettere che non si possono trovare
parole e racconti
che sappiano parlare di noi
ma sarebbe una vana ricerca
perché l’unica anima scritta è la mia
che non trova le parole
abisso senza fine
ho l’anima fottuta
come non mai
e non c’è modo di disfare i sentimenti
vorrei di più da lei
vorrei ore minuti giorni settimane
l’eternità del tempo
e invece tutto crolla riarso in
una visione macerata di nero
inutile viaggiare anche per dimenticare
non c’è luogo
utopia
terra dei balocchi
i ricordi e i sentimenti mi seguono ovunque
e c’è lei e la musica
che sa di lei
s’ka dashni per nj kurv si ti
dove si rarefano le parole
i racconti e le storie non bastano più
si disfano
nella lingua della rinata anima
di inferno oscuro e senza fiamme
ma piena di ceneri del passato
e il futuro non ha immagine
cortina nera sull’esistenza
e cenere

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Pensieri liberi, Poesie, Visioni

Ispirazione infinita…

Telegiornale albanese
senza capire
una scia di suoni
dolci
troppi caffè
al bar
Miryam
sbaglio o hai un tatuaggio
in arabo
qui?

e cosa c’è scritto?
Me stessa prima di tutto…
e da chi l’hai fatto tradurre?
Uno sguardo che si abbassava
si riempiva di luce
i miei genitori sono marocchini
ma io non parlo l’arabo
i miei sì
Miryam…
beh, un nome arabo…
non si sa
alcuni dicono arabo
altri dicono
Maria
la Madonna

ognuno ha la sua interpretazione
Miryam
si usa anche in Italia…
Me stesso prima!
Scherzava Paolo
l’italo-cinese
che scemo…
troppi caffè
caos in testa
dopo i suoni delle canzoni albanesi
e il canto
le parole che ritrovavano l’intonazione
la sicurezza
dopo quelle ore
nel palazzo dei folli
discorsi comuni
tra quotidiani e mensa e sigarette
una coppia di malati
quarantenni
l’amore che c’è anche tra le mura della follia
difficile da capire
ho notato che te riesci a imparare le lingue
anche da autodidatta
mi dicevano
l’energia
l’Albania
la voglia di tornare là
visitare Tirana
immergermi nel paese che mi dà la musica
come quando un pazzo
intonava canzoni occidentali
alla chitarra
un suono più orientale
mi invadeva
Ermal
il cantante
un po’ turceasco
la musica albanese
l’intonazione
ogni sillaba
una nota diversa
l’estasi musicale
anche oltre tutte le tipe
il casino che aveva fatto
in questi ultimi mesi
e alla fine lei
la vincitrice
che lasciava lo scettro
a lei
la giovane marocchina barista
avevo capito dal tuo accento
che eri di giù
ma non pensavo
marocchina
quella sua accento un po’ siciliana
un po’ calabrese
lei un po’ abbronzata
dopo la vacanza al mare
ogni tanto ci vuole
eh sì
ci vuole
come oggi le parole lette
non ci sono
forse ci saranno quelle da tradurre
è così che iniziano
le start-up
notizie d’altrove online
dover tradurre
non so cosa
per lasciare andare come una valanga
queste parole
come un uragano
lasciar andare tutta l’energia
accumulata
senza dormire
dopo pranzo
il sonno della ragione
che crea mostri
l’esaltazione della ragione
che crea schizzi di pensieri e di parole
insalata di lingue
che testimonia
genio e follia
non saper che farsene di queste parole
senza la visione del volto di lei
ragazzina marocchina
dallo sguardo di Giovane Madonna
lo spirito che nasce
dalle parole vergini
le parole
le parole
le parole
e l’intonazione
e la musica e le canzoni
ispirazione infinita
non erano del corano quelle scritte arabe
di un tatuaggio
io
prima di tutto
lasciando perdere
sogni d’amore e sogni di lavori
della vita
possono aspettare
come le altre parole scambiate
con altre ex compagne
che non si sa ancora perché
continuo a sentirle
voler andare in Albania
per ballare e cantare la musica
per sentire quella lingua
che ieri si manifestava nel dialetto
sconosciuto
di quella ragazzina albanese
voce suadente
come quella di Leida
dopo che per un attimo mi sembrava di vederla
in quella sirena
del telefilm di vampiri
che stregava gli uomini
e il ricordo nero di lei
che non c’è più
Alina
il nero e l’esaltazione
questo continuo sconvolgersi
di umori
senza fine
senza sosta
continuum di emozioni
e di ispirazioni
la lingua albanese continua a fluire
dal telegiornale
non importa il significato
importa solo
la suadente voce femminile
che fa cantare i significati
non so cosa significa
Albania
mai lo spiegherò
come quel simbolo
che era come il reminder
di una collana
mai regalata
simbolo mitico
che ora cercherei
di portare sempre al dito
come l’anello
di un mafioso
che è passato tra l’inferno e il paradiso
dell’amore e della sua perdita
e della follia
come simbolo di un viaggio dell’anima
che non finisce mai
non so se potrò o vorrò ancora
camminare per le vie di quella città
la capitale
alla ricerca di non so cosa
forse di me stesso
una prova del tempo che cresce
un rito di passaggio
tra l’essere stato un giovane studente
ed essere diventato adulto
dopo il nero pece dell’inferno e le fiamme
e la rinascita
senza cieli da mirare
ma solo lo spirito
che si disperde nelle lingue
e nella musica
e nelle canzoni
impossibile visualizzare una sola e unica ragazza
è un gioco a scatole cinesi
dove ogni volto
richiama l’altro
dove ogni lingua richiama l’altra
e non c’è fine
ispirazione infinita
e non so se quella capitale mi attende
o se io attendo lei
come per dirmi
che alla fine mi sono svegliato
Non pensare solo alla ragazza!
C’è un mondo al di là!
Diceva lei
non essere monotono
che noia
la vita va avanti
non essere chiuso
puoi ancora sorridere
se sapessi
quello che ha passato questa ragazza…
la vita va avanti
nell’ispirazione infinita
tra volti di ragazze
canzoni e canti
e intonazioni e lingue
e parole
e sguardi
ispirazione infinita

Prosa Poetica, Visioni

E la scia di emozioni e di donne mi travolge ancora…

Le donne, le donne, questo mistero che si svelava stamattina, altro che le notizie in russo di vesti.ru, la chiamata a Marina che non rispondeva, ma quella semplice Larisa che ritornava qua per far lavorare sua madre al ferro da stiro, Larisa che mi parlava della difficoltà di rinnovare il permesso di soggiorno, i contratti di tre mesi e tre mesi che le davano a Niguarda, e il permesso di soggiorno che alla fine riusciva ad avere, che durava due anni… e poi le sue parole, le parole su Denisa, quella cantante di cui avevo la foto sul muro, mi diceva, sì, Denisa, che quando la nominava, senza nominarla, mi tornava in mente Anna e quando parlavo con lei di Denisa, che era morta, dopo aver goduto di attimi erotici con lei, e Leida, e quella foto che ora è di Era Istrefi, ancora viva, e non sapevo più a chi pensare mentre Larisa mi stava davanti sulla soglia della mia stanza, che nei suoi occhi azzurri vedevo Marina, vedevo Katia, vedevo Anna, vedevo Leida, vedevo Alina, mentre le sue parole si scioglievano, e ricordavano il canto di Denisa, e la sua voce più dolce, come solo certe ragazze romene hanno, vinceva sulla voce poco musicale di Marina, e quell’ondata di sensazioni mi travolgeva, e mi faceva dire che solo le donne sono la chiave di tutti i miei deliri, i miei pensieri, i miei sentimenti e le emozioni, e la musica e le canzoni… le donne, le donne, che stamattina già mi sentivo meglio a chiamare Maria Teresa e ad accordare un incontro con lei mercoledì, che non c’era niente da temere, e che anche quel viaggio in Russia che sognavo non era niente, così come quel viaggio in Albania, che nascondeva Rudina, e le immagini di quei viaggi si disperdevano nel breve ricordo delle parole di Larisa e nell’ondata di ragazze dell’ultimo periodo, da quando forse Larisa non era più stata qui, l’anno scorso ormai, quando i demoni depressivi mi mandavano in un suicidio virtuale di pagine scritte, scritte troppo e troppo per Alina che avevo perduto, per Leida che mi aveva fatto stare male, e non so più chi, e quanti deliri, e quanto star male per quella Russia che non era più la patria dei sogni, ma quella degli incubi di Stalin, e delle tragedie di Larisa e del suo figlio autistico, e della vita da working class di Stas, e di altezze e di parole alate non ce n’erano più… e me ne andavo a fare la mia passeggiata attorno al camposanto pensando alle donne e a Larisa, all’ondata di ragazze dell’ultimo periodo, al casino dei sentimenti e mi rendevo conto che non amavo nessuna più di un’altra, e che l’epoca dove ci sarà una sola ragazza per me da amare deve ancora arrivare, mentre tutte mi inondavano l’anima, Olimpia, Marina, Larisa, Leida, Anna, Alina, e mi facevo travolgere da quell’ondata femminile e tornavo a casa solo per mangiare, solo per addormentarmi e svegliarmi con l’immagine di una ragazza che avrei voluto non esistesse, Jessica, lei e quel suo lavoro su LinkedIN, al Sole24Ore, lei e i soldi e il lavoro, i soldi come lo sterco del diavolo, i soldi come la merda, il suo sorriso pieno di vita e di stupidità, la sua voce senza toni, senza melodia, che faceva stonare il ricordo della voce di Larisa, e della voce di Leida, e la mia anima era spostata di nuovo ad Est, come ultimamente non mi ricordavo più, e mi svegliavo solo per non soccombere a quel minimo attacco di depressione, che per un attimo faceva sparire Larisa, e mi mangiavo un gelato di troppo, con i miei genitori, solo per prendere poi la macchina e andare via da qui, e andare a bere un caffè all’altro bar, di altri cinesi, e aspettare che la biblioteca aprisse… e là un’altra voce mi travolgeva, una ragazzina che non capivo che lingua parlasse, non era romeno, cos’era, quella sua voce melodiosa, lei e quella sua madre che aspettavano davanti allo sportello per stranieri, e quella ragazzina sapeva di voce angelicata, lei che parlava al cellulare come solo Anna mi ricordava, ed entravo in biblioteca poco dopo, anche se ero ancora attratto da quella sua voce, e salivo nella sala studi e non sapevo che fare, cosa leggere, a cosa darmi, e tornavo giù solo per sentire lei parlare e capire che quello era solo un dialetto albanese, non era quello delle canzoni kosovare, non era albanese letterario, era un dialetto chissà di dove, e quando stavo trovando la forza per chiederglielo lei se ne andava via, con la madre, con il fratello, perché l’ufficio stranieri ormai non apriva più… la lingua albanese, la lingua albanese, che mi sentivo male per non avere avuto il coraggio di rivolgerle la parola, e mi tuffavo nelle notizie in albanese sul tablet, con quelle voci dalla lingua più pulita, e quell’incanto delle giornaliste che con la loro voce e il loro accento dolce mi ricordavano Leida e tutto l’erotismo e la dolcezza, e le mie parole non sapevano più a chi rivolgersi, in quel canto angelicato, ed era un coro di voci, di sonorità e melodia che scendevo al piano di sotto solo per parlare poi con l’altra bibliotecaria, dirle due parole su quel libro del post partito, le nuove telecomunicazioni come hanno cambiato il modo di fare politica, e lei stava in silenzio, in quelle mie dieci o quindici parole ben pesate, niente di più, dopo un viavai continuo di gente, e concludeva solo con un ahimè su Berlusconi, Grillo e Renzi, di cui si parlava nel libro… e poi mi tuffavo in quelle letture che non pensavo mi avrebbero più preso ormai, in quello strano sentire ipersociale in me, e invece mi perdevo nelle note malinconiche dell’ultimo libro di Borgna, e mi rilassavo, e pensavo ancora alle donne, alla loro voce, alla loro melodia, a Larisa, e in quelle parole su Berlusconi, Grillo e Renzi ogni interesse politico svaniva, ogni delirio storico e mediatico e politico, e mi concentravo solo sull’anima e sulle emozioni fragili, e sulla vera vita di sentimenti tra uomini e donne, le relazioni, gli affetti, e ricordavo ancora tutta la scia di donne che stamattina Larisa mi scatenava… e non potevo lasciarmi andare, agli attacchi di depressione, di nostalgia, e decidevo di andare a cercare un paio di jeans rossi, per trovare quel completo rosso e nero di quell’aquila albanese che sa di tutte le donne del mio vivere, e mi perdevo di qua e di là, nei vari negozi, alla fine raccattando un paio di jeans grigi e una camicia rossa, dopo che passavo anche nel negozio di capi firmati di lusso, dove una coppia senz’anima diceva che un prezzo alle stelle era un prezzo “onesto”, e mi si scatenava lo Stalin e l’anarchico in me, la voglia di fucilarla tutta quella gente piena di soldi e senz’anima, e il comunista staliniano in me si confondeva con l’anarchico rivoluzionario da plotone di esecuzione, e me ne andavo in negozi più working class, raccattando due capi che sapevano ancora di rosso e nero e di tutte le donne del mio vivere… e tornavo a casa solo per cenare e per cercare di capire come mai Marina, Marta, Elena e Rudina non avessero risposto ai miei messaggi, e ci doveva essere per forza un errore in quel programmino maledetto, perché Marina nel frattempo mi aveva richiamato, mentre ero in giro a trovare i vestiti, ma non l’avevo sentita, e provavo a richiamarla, ma anche stavolta non rispondeva, e cenavo… e provavo a risentire Elena, Marta, e Rudina, chissà, magari risponderanno nei prossimi giorni, e il non aver sentito Marina per un po’ quante donne ha scatenato in me, che i conti non quadrano più, non posso e non potevo e non voglio vedere solo lei, ma voglio anche le altre e non voglio nessuna, voglio solo quest’ondata di donne, e l’anarchia dei sensi, che mi facevo fotografare come un giovane rapper kosovaro nel giardino, pensieroso come un filosofo e malinconico come un artista, solo per rinnovare l’immagine di me sul mondo virtuale, dove poi in effetti Elena rispondeva, lei che ora forse è in Polonia, a studiare polacco, e chissà perché, come chissà perché io mi metto a studiare l’albanese, e non volevo ripetermi in quei messaggi, e Anna Maria e Olimpia mettevano dei like su quella foto, e anche un altro russo su VK, e mi perdevo nella lettura di quel saggio filosofico sul cristianesimo, solo per trovare l’interpretazione della follia di Platone, la follia che va di pari passo con l’erotismo, e ancora l’ondata di donne mi travolgeva, e gli amori, e le passioni e la follia, e la nostalgia, e il senso di poesia, e la voglia di musica, da perdersi, e perdersi ancora in quelle pagine, nella libera filosofia, nel sentirmi finalmente liberato dalla religione, là dove solo le donne possono arrivare, tra emozioni e follia, un’ondata di sensazioni e ricordi, e l’anarchia dell’anima si liberava, così come un pomeriggio dove liberare l’anima in biblioteca, e la sera con un libro che parla di libertà, erotismo e follia, nel ricordo della scia di donne ed emozioni, che ora leggere non è più un ostacolo, non è più un murarsi vivo, e la scia di emozioni e di donne mi travolge ancora…

Ispirazioni, Poesie, Riflessioni, Visioni

Come se lei fosse l’ultima scena di un film…

Come in quel giallo
l’ispettore che si fa di psicofarmaci
e non ha superato ancora
la morte della moglie
così sentirsi
davanti a quel film
senza sapere
chi sia quella che mi ha abbandonato
forse Alina
forse Leida
quella moglie che non c’è
e mi sembra mi abbia lasciato
per sempre
aver perso una voce
con cui comunicare
ed essersi perso in se stesso
cercando di stordirsi
troppe volte
con musica
donne
altre amicizie
nella speranza
che quel periodo paradisiaco ritornasse
rivedere nel nemico classico del film
certi deliri
di vendetta
come solo i cattivi di film
da poco
possono rappresentare
e il finale
il solito finale holliwoodiano
che nella vita non c’è
loro che si baciano e si abbracciano
chi era quella immagine?
Quell’ultima immagine del film?
La tua stanza parla per te
diceva l’attrice
e la mia stanza
in effetti parla per me
dove l’aquila albanese
non potrà ancora essere spostata
non si sa per quando
quando la foto di Era Istrefi
vorrebbe solo ricordare la foto di lei
Leida
e quelle sigarette
talismano rimasto dal viaggio in Albania
parla ancora la sua lingua
che ogni mattina ascolto
dai telegiornali d’altrove
la mia stanza parla per me
con le foto e i ricordi della moglie perduta
e degli psicofarmaci
che vorrebbero calmare la mia follia
e ora risuona ancora la musica del suo paese
per non sentirla più nell’anima
ripetere le stesse parole
sei negativo
sei monotono
sei chiuso
ripeti sempre le stesse cose
non è tutto la ragazza
è destino
ci sono anche gli amici
c’è anche la compagnia
parla con la gente
sorridi
sapessi quante cose
passo io eppure sorrido
hai una casa
hai la famiglia
hai lavoro
hai i nipoti
io qua non ho nessuno
devo pagare l’affitto
non so se i soldi basteranno
per fare i documenti
e ti lamenti
ognuno ha i suoi problemi
ma non si parla solo di problemi
anche
ma non solo
liberati
un po’
e ritornare alle altre parole di lei
che avevo paura di vedere
per quel suo mondo radical chic
e cattolico
che non capivo
che contrastavo
forse stavolta tornerò da lei
senza far più saltare
le solite valvole di sfogo
impazzite
e monotone
che ripetono sempre gli stessi lamenti
lamentazioni
che non giungono più neppure alla divinità
e cercare di trovare nuove voci in sé
per parlare con gli altri
e raccontarmi altre cose
che non i soliti dilemmi
immergersi nella musica
per far scomparire i soliti deliri
e cercare l’elevazione
in quei libri
di cui con nessuno
non si può parlare
se non con la speranza di trovare qualcuno
là dove lei non può arrivare
forse
fille publique
che forse sa più di te
ma non lo sai
che forse i tuoi studi
ti hanno murato più
che l’ignoranza
ma almeno ti puoi orientare nel mondo
e non credere a tutto
se solo non fosse
che ormai non credi più a niente
a nessuno
e l’assenza c’è
in te stesso
di te stesso
e degli altri
in questo caos dell’anima
che non sai come risolvere
se con una voce al di sopra di tutte
che sappia ancora regolare l’anima
e guidarla
è un continuo andirvieni
di apertura e chisura
di caos e di quiete
di parole su di sé
sul mondo
sugli altri e per gli altri
e degli altri verso te
il continuo passaggio
di momenti di studiosa solitudine
e di spensierata
comunione
con gli altri
non si vive solo di socialità
non si vive solo di studio individuale
questa ricerca dell’equilibrio
che non riesco mai a definire
e gli estremi
e la perdita di controllo
e il caos
e l’anarchia dell’anima
se solo potessi
dormire sempre
mi dico
sognare tutto il giorno
ad occhi aperti
come una volta
ero capace di fare
ora
più spesso
gli incubi arrivano
e quel desiderio di starle sempre affianco
di sentire le sue parole
la sua voce
quella compagnia che non c’è
e che cerco disperatamente in altri
in altre
e non trovo mai
quella compagnia che non c’è
e quello studio individuale estremo
che impazzisce
dov’è l’equilibrio?
Dov’è Leida
ancora
mi chiedo
sperando di trovare in lei
tutto quello che non trovo altrove
utopia di parole e voci
e discorsi
che forse non esisteranno mai
quel qualcosa di più
che non si riesce mai a definire
e anche i libri
e i film
e la cultura
sembra ripetere sempre gli stessi temi
senza più nessuna novità
e scoperta
tutto sembra già detto
ma non ancora condiviso con gli altri
e sognare di vacanze altrove
dove trovare parole da dire
quel viaggio che forse mai sarà
o forse sarà solo per dimenticarla
non si sa
ma impossibile dimenticarla
senza impazzire
e ora la musica mi invade
come mai
e la sua lingua
le sue parole tornano a me
come se lei fosse davvero l’unica rimasta
come se lei fosse
l’ultima scena di un film

Poesie, Riflessioni, Visioni

E le sue parole ancora mi guidano nel mondo e lo studio…

Chiuso in me stesso
riprovare a uscire
solo per trovare una valvola di sfogo
che straborda
in deliri ipersociali
non c’è modo di raccontare tutto
di esporre l’anima
allo scoperto
senza il rischio di ripetere
i soliti dilemmi
si diventa monotoni
come diceva lei
che ripeteva
le parole dell’altra
sei sempre più chiuso a riccio
ripeti le stesse cose
e sei negativo
che noia
cercare di uscire dal guscio
solo per trovare
altri commedianti
in biblioteca
stracolmo di libri il mio zaino
neanche dovessi dare
esami universitari
eppure al rileggere quelle righe
raccogliere i pensieri
e accontentarsi di quelle due parole
di quei sorrisi
della barista
della bibliotecaria
per sapere
che è la sorte comune
impazzire di sé
nella propria mente
murando se stessi al mondo
cercando improbabili dialoghi
con una divinità
che è solo follia e depressione
se parli troppo con gli dèi
dimenticherai di come si parla alle persone
non arrocchiamoci
sul giro
impazzito di se stessi
che si morde la coda
ed emana sempre le stesse storie
le parole con gli altri sono ancora possibili
basterà non cercare le profondità
degli abissi
lasciate nel fondo della notte
con la ragazza che ancora ti può capire
fille publique
che si lamenta anche lei
ma che trova la forza ancora di sorridere
come diceva
se sopporta lei tutto questo e di più
il male del vivere
non capisco perché io non dovrei imparare
a sopportarlo
non muriamoci più almeno
in identità
alienate
che non comunicano con gli altri
anche se gli altri
sono ancora tutti da scegliere
visto le parole impazzite
di quegli amici che non sono più
rimane ancora la voglia di conoscere
di sapere
per non morire della propria stessa monotonia
dei propri deliri
e si apre il mondo
verso gli altri ancora
nella superficie dei pensieri
e delle parole
che forse recita il personaggio più vero
quello che in sostanza non esiste
ma si disperde per fortuna
nella chiacchiera
quotidiana
cercare di condividere abissi
è forse stato il desiderio più alto
e più profondo mai cercato
non c’è nessuno e nessuna
con cui condivedere
forse è rimasto solo il demonio
e allora lasciamo
sfuggire
questo canterino impazzito
dell’anima
e guardiamoci attorno
e dei libri facciamone tesoro
ultimo barlume di elevazione
rimasto
al di sopra degli abissi
al di fuori di sé
in comunione con gli altri
elevato ai pensieri
ultramondani
in quegli angoli e momenti di riflessione
per non disorientarsi nella trama del mondo
sarà ancora possibile un dialogo
senza far saltare le valvole
che contengono la follia
è ancora possibile un dialogo
è ancora possibile riflettere
in questo delirio impazzito
tra chiusura e apertura
e le sue parole risuonano ancora
sei chiuso in te stesso
apriti
sorridi
e il mondo ti sorriderà
eppure voler ancora custodire
quel me stesso che negli altri
e nella chiacchiera
non si vuole confondere
ultimo baluardo di me stesso
contro la chiacchiera del mondo
non posso perdere me stesso
alienandomi negli altri
non posso perdere me stesso
murandomi agli altri
si deve cercare un compromesso
una via di mezzo
che per un istante mi sembra di trovare
e le sue parole ancora
mi guidano
nel mondo
e lo studio

Poesie, Visioni

La bionda del delirio…

Un libro di filosofia
il sacro e l’irrazionalità
la follia e la poesia
l’invenzione artistica
tanti nomi di filosofi e poeti tedeschi
non era forse la Germania
ma era “quella di domani”
la prof di filosofia
la bionda
e la follia
ripercorrere la genesi di quell’anno
che mi avrebbe portato in psichiatria
l’estasi erotica ricercata
con lei
solo per trovare la follia
e troppe ragazze russe
romene
estoni
e di altrove
per quell’esperienza
che sempre
mancava
la genesi del desiderio
quando ancora tutto era sconosciuto
la bellezza bionda
che non era solo Leida
a questo punto
ma tutta la filosofia del mondo
e della vita
gli dèi che sono solo arte
e fantasia
il disincanto del mondo
nel dare un’unica etichetta a quel sentire
follia
irrazionalità
innamoramenti come mini psicosi
il primo delirio non si scorda mai
la bionda prof di filosofia
che ancora mi tiene qui a leggere libri
a pensare e ragionare
a distanza di dieci anni
che in quella foto della bionda c’è tutto
c’è lei
c’è Leida
c’è tutta la filosofia e la follia del mondo
e l’arte
che ancora nutre l’immaginazione
il disincanto dal sacro
per trovare la follia dell’arte
e quel desiderio di filosofia
che veniva negato da Marina
“Che fai?! Della filosofia?!”
Frase peggiore mai sentita
in vita mia
che subito me la faceva scartare
se dovessi trovare una ragazza
sarà forse una laureata in filosofia
se il destino
come diceva Leida
vorrà
la mia mania delle lingue
che è forse solo
un’infatuazione per
the linguistic turn
o forse tutto questo è già superato
e non si può spiegare
ritorna
l’immagine di lei
l’antica bionda prof
giovane
sensuale
come Madonna
la cantante bionda
come quella cantante bionda
che ora decora di follia e arte
la stanza
non c’entrava niente la politica
l’arte
la filosofia e la fantasia
era tutto un grande delirio
il primo amore
che si trasformava in arte
un artista impazzito
e le ragazze sempre dietro
ad attimi e periodi irrazionali
e impazziti
vagamente sfioranti le religioni
e tutte le ideologie
e dietro c’è sempre lei
la prof di filosofia
bionda come Madonna
come Laura
come Beatrice
come Era Istrefi
come Leida
come Manuela
come Liana
le bionde della follia
non so che farmene ora di quel libro
o di queste scritte
ora che la verità si palesa
tanta e tanta follia
che voleva e vorrebbe farsi arte
conoscenza
poesia
ma non trova l’ispirazione
ispirazione infinita
il sigillo di lei
quell’estasi erotica di sempre
quando vagavo per le strade di Milano
tra autobus e metrò
solo per lanciarmi con la fantasia
verso troppe donne e ragazze
sviamento antico
prima di conoscere
l’estasi erotica e musicale
i deliri holliwoodiani religiosi e artistici
e dietro c’era sempre una ragazza
al di là di tutte le parole e le immagini
di questo mondo
la follia delirante d’amore
che ancora vivo
a sprazzi ogni tanto
come in questo periodo
periodo che si ripete
senza un perché
preciso
il solito pattern
di irrazionalità ricca di contenuti
e razionalità
che tutto mette a posto e conosce di più
il solito giro dell’anima
per prevenire
curare
conoscere
razionalizzare
che farmene di Leida ora?
Quando le sue parole non erano né più stupide
né più intelligenti
di chi dice ti dovrebbe edcuare
educare a che cosa?
Ognuno la vita la impara da sé
e i suoi deliri ricchi di vita
non possono essere soffocati
da regole e consigli
che tagliano l’anima
che barricano l’anima
e la fantasia
e il conoscere
lasciatemi ancora perdere
come stamattina
in infinite parole albanesi
alla televisione
oltre il nero di mafie invisibili
che sono solo
il terrore inconscio dell’anima
iniettato da tanti falsi simulacri e chiacchiere
non saprei che fare in Albania
questo è certo
ma viaggiare nell’anima
ha riportato ciò che dieci anni fa
era incontrollabile
mentre ora il suo giro
comincio a conoscerlo di più
giro ciclico dell’anima
che si manifesta sempre
in questa linearità del tempo
che non si sa dove porti
e rimango estasiato ancora
dal primo abbaglio
dal primo delirio
che ogni volta
vince sempre lei
la prof di filosofia
una Madonna
una Laura
una Beatrice
ispiratrice di ogni canto e ogni poesia
e ogni conoscere
la bionda del delirio
ogni volta
mi ci vorrebbe proprio
una giovane biondina
laureata in filosofia
mi verrebbe da dire
se solo le donne fossero così
intercambiabili
come degli algoritmi
da siti di incontri
non funziona così l’amore e l’attrazione
e a distanza di dieci anni
c’è Leida che tiene i fili dell’anima
là dove Manuela e Marina
non hanno portato niente
e neppure bastavano i sogni
mielensi di Anna ed Eugenia
e la Romania
e le sue icone
e là dove ogni volta finisce il mondo
solo per rinascere
nell’estasi erotica alcolica e musicale
di piaceri infiniti
e ispirazioni infinite
nell’anima c’è ancora la sua vaga imago
la bionda del delirio

Pensieri liberi, Sogni

E non permettiamo ai demoni di uscire all’aperto…

Mezzo coma farmacologico, il sonno, la spossatezza, i libri che basta non ce la faccio più a leggere, le canzoni che sono come un verme nelle orecchie, le persone a cui aprirsi che aprono solo demoni in me, lasciatemi nel mio cantuccio che a lungo ho cercato, liberarsi dai libri e riprendere a lavorare, lasciando troppi pensieri dissolversi in quella stanza, fumare forse troppo ma chi se ne frega arriverà il tempo dove fumerò di meno, quella compagna di una volta che anche lei diceva di aver dimenticato il russo, per fortuna, l’ucraina che passava per la via mentre camminavo, lei al telefono con la voce uguale a quella di Alina, un tatuato in macchina che mi chiedeva la via per il Carrefour, adolescenti che giocavano o forse si fumavano le canne alla snia, un’altra strada da fare per camminare come ogni sera, la strada che mi portava sempre alla stazione per andare in università, i bei ricordi al ritornare, non il solito giro di tre giri intorno al camposanto, ricordi troppo vecchi che basta meglio non pensarci più, quella lunga via per la stazione del treno e i ricordi e il sentire di quiete di quegli anni di università, riminiscenze, il paroliere impazzito in me dalla mattina che non c’era più niente alla fine di quel paroliere, neanche nelle canzoni del vicino adolescente, lui e la sua musica al computer, non troppo differentemente da me, felice a los cuadros, raeggeton, come Anna, che sognavo l’altra notte in Romania, mentre ero andato a trovarla, lei con il suo cellulare e le sue amiche giovani, in una specie di centro di cartomanzia o di magia nera, il suo sorriso, il suo volto di bellezza, il mio desiderio per lei, il sogno, altro che la gelosia di Leida, che mi accorgevo mi dava gli stessi consigli di Maria Teresa, apriti con gli altri, parla, divertiti, non essere monotono, non essere negativo, non dire sempre le stesse cose, robe da farmi venire i complessi di dover parlare con tutti e con tutte, di liberare tutta la mia anima impazzita, mentre a volte è meglio che ci sia un qualche contenitore, un qualche tappo dell’anima, per non sforare, come stamattina stavo sforando solo per poi finire da solo quasi in coma farmacologico, buttarmi giù sul letto, per dormire, per non pensare più a niente, altro che leggere e leggere, ho già letto troppo in queste vacanze, ed esagerare con la lettura e le lingue fa sempre un po’ male esagerare, per fortuna che c’era il lavoro, aspettare ancora qualche decina di giorni prima di dire qualcosa alla visita, non prepararsi più neanche che cosa dire, pensare solo a rilassarsi e a non stressarsi, non obbligarsi a fare cose che non ho voglia di fare, ora come ora inseguo solo la quiete, che ora non so che farmene di quel romanzo di Ken Follett, di quella musica e quell’altra, del silenzio, di chissà che cosa, delle parole di Leida, di risentire Maria Teresa che era uno sbaglio, nato dalle parole di Leida dell’altra sera, che poi va bene così, ho una vita sessuale abbastanza attiva, non faccio la fame, sul lavoro, a parte qualche screzio, mi trovo bene, sono rilassato, coltivo i miei interessi, cosa voglio di più? Cosa chiedo? Non lamentiamoci troppo, si vorrebbe sempre di più, ma non si può avere tutto dalla vita, accontentiamoci così, e non mi va di stressarmi, come alcuni vorrebbero, alla ricerca del lavoro della vita, anche le notizie dopo un po’ girano troppo su stesse, come la musica, come le lingue, vermi e demoni nelle orecchie, sempre i soliti giri, che ora mi stenderei solo con la solita musica, o non penserei più a niente, mi rilasserei e basta, dormirei e basta, senza obbligarmi a stare sempre sveglio attento e attivo, d’altronde è l’ultima settimana di agosto, e se non mi riposo ora quando? E altro che andare in Albania a ottobre, cosa cerco? Cosa penso di trovare? Altro che sentire quei consigli di andare via, cosa penso di trovare in Albania a ottobre, forse solo incubi mafiosi come quelli di ieri notte, che alla fine si aprivano nel ricordo delle ragazze siciliane di università e non so neanch’io perché o alla voglia di rivedere Miryam la barista, che è ora in vacanza, e pezzi di parole in altre lingue, tutta fantasia, vermi e demoni che rodevano l’anima, altro che aprirsi, altro che, rimaniamo chiusi in noi stessi e non permettiamo ai demoni di uscire all’aperto…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

E mi voglio solo lasciare andare ancora alla musica, e non pensare più…

La buona stella, perché sei bella, perché sei bella… partiva così l’estasi di ieri sera, sotto una bottiglia di Heineken, il dilemma, passare da Manuela e comprarsi altra birra e darsi alla musica, o andare da Leida? Nella fantasia estatica della musica e dell’alcol sognare i due loro volti, irraggianti luce dorata dai loro capelli, dai loro volti, il loro sorriso, e non capire più niente… abbandonare quei pensieri nervosi, per la troppa lingua tedesca, che ieri studiavo, in tranquillità, stando un po’ al Carrefour, il centro commerciale, a vedere la gente passare e a ripetere in me frasi in tedesco con l’aiuto del tablet e di google translator… osservare tanta gente passare, tante ragazze, tante coppie, vecchie e giovani, i bambini e le bambine di fronte al negozio di videogiochi, e sognare solo di una ragazza che vedevo appena entrato, una ragazza non dal volto molto bello, castana, ma dal corpo che scatenava l’erotismo, con le sue curve dei fianchi e le sue gambe che mi avrebbero fatto impazzire, se lei si fosse venduta, come tante altre, e quella fantasia sarebbe dovuta tornare solo nel pomeriggio, una fantasia erotica, pornografica, che mi salvava per un attimo da quelle troppe parole tedesche… e passare così, la sera, dopo essere stato al parco a dire ancora parole in tedesco, e due o tre ore potevano bastare, dovevo staccare, e non avevo neanche più voglia di leggere le notizie, il giornale, guardare la tv tedesca o altro, e la sera doveva solo sapere di musica, musica e alcol, fin quando non arrivava questa canzone, dopo Mimoza Shkodra, il ricordo del sorriso di Leida un anno fa, o forse di più, chi lo sa, e sognare ancora lei, che si confondeva con il volto tra Ivanka Trump, Era Istrefi, Manuela e la stessa Leida, tutte bellezze bionde, come le bionde sigarette e la bionda birra mi accompagnavano nella notte… e prendevo i soldi e uscivo, alla ricerca di lei, di Leida, e me ne fregavo del mio essere un po’ ubriaco, ubriaco di estasi, d’amore, di musica, e me ne uscivo alla sua ricerca… e lei era là, in quello spiazzo dove una volta c’era Katia, lei era là, ancora non vestita da battaglia, si stava forse vestendo, ma mi piaceva lo stesso con quelle sue scarpette da ginnastica bianche, che mi ricordavano Manuela, che mi ricordavano la prof di filosofia, tante altre ragazze viste, lei, Leida, vestita con dei pantaloncini jeans che le coprivano solo i fianchi e l’inizio delle gambe, e quella sua maglietta di non so quale colore, metallizzato, tra il grigio e il nero… e mi fermavo da lei, allora come va, ti stavi vestendo, sono appena arrivato, mi stavo cambiando, come va, tutto bene, sono un po’ ubriaco, perché, non lo so neanch’io, un casino, e te come va, la solita merda, anch’io avrei voluto risponderti così, andiamo dove, di là, a sinistra, il parcheggio di Xhuliana di un tempo, e volevo solo parlarle, solo parlarle, solo sentire la sua voce, non tenermi tutto dentro, esternare quella voglia di lei, quella voglia di una ragazza con cui fare due parole, non tenermi tutto dentro e delirare sulla situazione politica del mondo, sulle religioni, sulla dieta, sull’alcol, su ragazze che non ci sono più, su amici che non ci sono più, e non ricordo… ricordo solo che mi chiedeva come stavo, perché ero giù, cosa volevo, solo bocca, non lo so, non ho voglia stasera, fumiamoci una sigaretta, e mi offriva una sua Marlboro Touch e aprivamo le portiere… ci fumavamo quella sigaretta, dopo che io facevo cadere la prima sotto il sedile, per sbaglio, e lei me ne offriva un’altra… la famiglia, sua madre che le diceva di sposarsi, di avere figli, se ascoltavo mia madre ora starei altrove, non sarei qui, ho sbagliato, lo so, ma ognuno fa quello che vuole, quello che si sente, e si cresce, e si può anche dire ai figli e alle figlie tutto quello che si vuole, crescerli, educarli, ma poi ognuno fa quello che gli pare, come al suo paese dove gli scolare dicono di andare a scuola, ma poi fanno quello che vogliono, fumano, escono, bevono, scopano, e le parole dei genitori non contano niente… pensa a te, che sei qui, hai la tua famiglia vicino, i tuoi nipoti, io non ho nessuno, se pensi a quello che devo sopportare io, come fa questa ragazza ogni tanto a sorridere, devo pagare la casa, l’affitto, devo pagare l’avvocato per i documenti, eppure vado avanti, cosa dobbiamo fare? Sì, ma la famiglia e i genitori a volte sono una rottura di scatole, dicevo, lo so, ma almeno tu stai qui, discorsi sulla libertà, sui genitori, sulla famiglia, sulle scelte, io che mi lamentavo che non avevo una ragazza, e lei che diceva che è destino, per le ragazze, e che non bisogna avere per forza una ragazza, a trent’anni, si può vivere anche liberi, e se vuole sarà il destino, ed era solo d’accordo sull’andare a vivere da soli, a trent’anni, anche se lei ora era qui, e aveva sbagliato, e poi, non so come, uscivano parole sulla felicità, cosa pensi, che io sia felice? Mi chiedeva, non credo, gli rispondevo, con fare serio, senza farle sapere che anch’io avevo versato delle lacrime per lei, per la sua sorte, che forse si è scelta, sbagliando, e cosa dobbiamo fare? Diceva lei, ogni tanto, cosa dobbiamo fare? E intanto mi saliva la voglia, il desiderio, mentre lei parlava, con quel suo accento, quella sua voce che ormai è segno di erotismo, e cominciavo a toccarla là dove i miei occhi continuavano a cadere, le sue gambe, le sue belle gambe, dalle belle curve, dal bel disegno, e il suo seno lasciato un po’ così, più grande per via del reggiseno ingannevole, e la toccavo e la desideravo, e mi mettevo con il mio volto sulle spalle, desiderandola ancora, volendo sentire ancora la sua voce, i suoi discorsi, i nostri discorsi, e mi affezionavo sempre di più, e non sapevo più neanch’io cosa volevo, volevo solo lei, solo Leida… e mi sbottonavo i pantaloni, mentre la voglia saliva alle stelle, e continuavo a toccarla, mentre lei si posizionava, in quella sua posa che ti serve con le labbra e con la bocca, con il bel culo per aria, e mi perdevo nel toccarle le gambe, il culo, andando a cercare la sua pelle sotto i pantaloncini di jeans, e lei cominciava a servirmi, mentre le sfioravo i capelli, i suoi capelli biondi, che volevo accarezzare e scompigliare, mentre lei chiudeva la visione del mio corpo con la sua testa, con il suo profilo coperto da quei suoi capelli biondi, e ondeggiava su e giù con la testa, facendomi godere, servendomi con le labbra, inclinando ora la testa a destra e a sinistra, sfiorandomi le palle, toccando quella mia pelle che godeva di lei, mentre mi serviva con la bocca, e continuava a succhiare, succhiare come una vera puttana, come un vero porno, e mi perdevo nella sua pelle, nelle sue gambe, nel suo culo, nei suoi fianchi, sui suoi capelli, e godevo come non mai, di un’estasi alcolica, erotica e musicale come non provavo da tempo, e lei continuava, su e giù, destra e sinistra, il suo soffice sfiorarmi la pelle, e godevo come non mai, e continuavo a godere così, per minuti e minuti… e alla fine venivo, nella sua bocca, come sempre, con il piacere più intenso di sempre, l’orgasmo estatico, delle sue parole, dell’alcol, della musica, del suo corpo, della sua bellezza, e non c’era niente che poteva fermare quel sogno diventato estasi, e continuavo a desiderarla, a godere di lei… e poi non so, il solito sistema, i fazzolettini, lei che sbuffava come se fosse ormai abitudine tutto questo, e si riprendeva a parlare, non so di che, mentre non capivo più neanch’io se ero andato da lei per sentirla parlare, o per fare qualcosa, e non riuscivo e non riesco a capire quel desiderio che provo ogni volta per lei, per la sua voce, e sognavo solo di discorsi infiniti, come quando ero sotto l’effetto dell’alcol e della musica, tempi infiniti dove stare con lei, quel qualcosa di più che vorrei insieme al desiderio erotico, e si riprendeva a parlare… forse lei mi chiedeva se ero perfetto, se lei era perfetta, nessuno di noi è perfetto, la perfezione non esiste, forse la devo smettere di aspettare la ragazza ideale, la ragazza dei sogni, così come lei non può stare lì ad aspettare che arrivi qualcuno a salvarla, e bisogna uscire, vedere gente, parlare di più, e mi dava del monotono, del tetro, mentre mi chiedeva scusa, che neanche si ricordava il mio nome, Daniel, mi chiamava, e non mi interessava, che faccio sempre i soliti discorsi, quando esco con lei, e io che le dicevo che quando si esce con una ragazza così non si pensa a fare discorsi, si pensa ad altro, o meglio non si pensa più, e che col cazzo mi ero affezionato a lei, mi diceva, ero solo un po’ ubriaco, e che le ragazze italiane non mi piacciono più, non sei il primo a dirlo, diceva, e quella ragazza russa, Marina, e quelle ragazze romene, di cui lei era un po’ gelosa, e si sentiva, si vedeva, e che ero andato da loro solo perché a volte da Leida c’era la polizia, o perché sognavo di Anna, come Inna, dopo le giornate con Marina, e quelle amicizie di università che non ci sono più, quei discorsi, quali altri amicizie, che queste sue parole mi ferivano, mentre lei mi diceva di non essere cupo, monotono, triste, ripetitivo, ma dentro di me sentivo che lei non sapeva niente di me, ma mi faceva capire di non farmi illusioni, me lo diceva, non voleva dare illusioni, e non capivo più di cosa dovevo parlare, se dovevo far discendere dal piedistallo quei miei discorsi politici, culturali, altri discorsi, ma che discorsi se poi so che con lei non ci sarebbe niente da condividere, che quei discorsi non li capirebbe? E parlava ancora che lei andava al bar, parlava con la gente, andava dal parrucchiere, e si stancava di fronte al pc, e spostava gli oggetti della stanza, come a volte ho fatto io in preda al delirio, e rimaneva solo lei, quei suoi discorsi, ma che alla fine con la gente al bar sono solo discorsi da bar, le dicevo, altro che uscire e parlare, e la sua vita non sembrava troppo diversa dalla mia, qualche uscita, il bar, il lavoro, anche lei che di amiche non ne ha quasi più, che gli amici del cuore, vaffanculo, faceva segno con le braccia, che sarebbe bello trovare della gente con cui parlare, sarebbe meglio sorridere, non essere triste, che ognuno ha i suoi problemi, ma non si può sempre parlare di problemi, e allora di cosa? Perché quando esco con quelle ragazze lì proprio me ne frego di cosa devo dire, e penso solo a quello che non voglio dire, discorsi troppo impegnati per loro, e lei che mi parlava delle sue amiche, che davanti a lei erano tutte carine, e poi dietro le dicevano che era un pazza, una fuori di testa, e non si capiva più niente, non si capiva più niente, tra amore, famiglia, amicizie, discorsi, sesso, altre ragazze, la vita, i soldi, il denaro, i problemi, la strana relazione tra noi due, anonima ma vera e finta allo stesso tempo, e non si capiva più niente, ed ero solo estasiato dall’alcol, dalla musica, dalle sue parole, dalla sua voce, dai suoi discorsi, dai nostri discorsi, dalla sua pelle, dalla sua bellezza, e non c’era più niente che si potesse capire, e mi ricordavo solo che del monotono e del tetro anche Maria Teresa me lo diceva, di sorridere di più, di aprirmi di più, che mi dava della persona chiusa anche Leida, chiusa in me, come in molti spesso mi dicevano e mi hanno detto, e la riportavo lì, al suo posto, dopo una mezz’oretta dove eravamo stati assieme… e continuavo a pensare a quelle sue parole, monotono e chiuso, monotono e chiuso, e cercavo di capire quanto ero stato male quando mi ero forzato di aprirmi, di essere più sorridente, tutto quel casino che era successo quando avevo provato a parlare con Manuela, quando avevo cercato di uscire da una pelle per trovarmi in una pelle che non era mia, e mi venivano in mente discorsi antichi, già di quando ero bambino, quando le maestre mi dicevano che ero chiuso, e che tutti gli insegnanti volevano cambiarmi il carattere, così diceva mia madre, antico detto di sempre, di questa persona che sono io e che le altre vorrebbero che io fossi, ma io sono fatto così, sono chiuso in me, non condivido niente finché non mi fido, ci metto tempo, e non incorrevo nell’errore dell’altra volta, non mi forzavo a sorridere, ad aprirmi, a essere chi non sono, e rimanevo così, saldo in me, nella mia chiusura, nel mio mondo, senza dare un briciolo di niente agli altri e alle altre, nell’attesa ancora interminabile che verrà forse un giorno dove conoscerò qualcuna con la quale aprirmi davvero, in quest’attesa interminabile… e parcheggiavo là, al supermercato, al Carrefour, e lasciavo andare quelle parole, quei momenti, e non mi schiodavo da me, e andavo al supermercato solo per prendermi una bottiglietta d’acqua con quegli unici quaranta centesimi che mi erano rimasti, e alla cassa c’era Manuela, con la quale non mi perdevo di nuovo, certo che mi piacerebbe parlare di più con lei, così come parlare di più con le bariste, o con altre persone, ma rimango chiuso in me, saldo in me nei miei pensieri, nell’attesa che il giorno dell’apertura possa realizzarsi un giorno, forse mai, forse tenendo sempre le distanze dalle persone, non ho niente da condividere, e ancora quei discorsi di Leida erano in me, e non c’era niente da dire a Manuela, serbavo tutto in me, ripensando allo sviamento per lei, per Marina, per tutte, quando solo desideravo Leida e desidero ancora Leida, o quando mi perdevo per Anna, alla costante ricerca di quel qualcosa in più che non trovo mai, neanche pensando a ritrovare amicizie di università, Marina, Anna Maria, Olimpia, Laura, o chissà chi, gente con cui non c’è più niente da condividere, e tutta quella mia chiusura in me era solo per capire che sognavo Leida, pensavo alle sue lacrime, alle sue parole, alla sua sorte, e tutta quella chiusura è perché quei venti minuti non bastano mai per esprimere tutto, ci vuole tempo, per me, per sciogliermi, per aprirmi e quei venti minuti non bastano mai, quella mezz’ora, e ci vorrebbero ore, come con Marina, per aprirmi, cosa che con lei non succedeva, e quel mio rinchiudermi era solo un modo per fare chiarezza, per capire chi volevo, come ieri notte, tra Leida e Manuela… e me ne andavo via dalla cassa del supermercato, da lei, pensando solo a Leida, alle sue parole, e a me stesso, al mio modo di stare al mondo, e non cambiavo, non cambiavo ora che ho trovato me stesso, distante dagli altri, chiuso, ma solo perché mi ci vuole tempo per capire chi ho davanti, con chi ho a che fare, io ho tempi lunghi, e valuto con molta attenzione con chi stare nella vita, e in questa mia distanza dagli altri continuo ad esistere… e bevevo quella bottiglietta d’acqua in un istante, cercando di non pensare più, sognando qualcuna con cui aprirmi, e forse no, andava bene così, il piacere e l’estasi erotica bastavano, basta con le parole, le riflessioni, e tutto questo, e ragazze come Leida forse dovrebbero solo pensare a servirti e basta, e con lei non c’era niente da dire, e mi tuffavo ancora nei suoni della musica, del canto, mentre tornavo a casa strafatto di estasi alcolica erotica e musicale e mi perdevo ancora in canzoni infinite, nella notte, nel silenzio, con le cuffie dello stereo in testa, e non pensavo più, non voglio più pensare, non voglio più pensare, ma solo lasciarmi andare alla musica, e credere ancora che sarà il destino a farmi trovare la ragazza giusta, e che per ora con Leida va bene così, nonostante le critiche e tutto, finché c’è il piacere, il desiderio, il gusto di stare con lei, e va bene così, non chiedo di più, e mi voglio solo lasciare andare ancora alla musica, e non pensare più…

Descrizioni, Pensieri liberi, Riflessioni, Sogni

In questo settembre che è come se fosse iniziato…

Andare a dormire stanco, stanco della televisione tedesca e di quel film tv che stavo guardando, stanco ma contento di cominciare a capire il tedesco, di cominciare a seguire le varie battute che gli attori e le attrici si scambiavano… e addormentarsi così, e sognare… sognare di essere in una specie di laboratorio in qualche città sperduta, che assomigliava a Silent Hill, solo che non era nebbia quella che mi circondava, ma il gelido vento di qualche posto polare, o siberiano, o un mondo distopico dove la temperatura della terra era scesa sotto livelli invivibili, e ci trovavamo lì, in quel laboratorio, io e altre persone a fare delle ricerche… e succedevano cose strane, alcuni colleghi che rimanevano là fuori oltre l’orario prestabilito, e cominciavano ad assiderarsi, e una specie di demone o mostro colpiva gli altri colleghi che, poco alla volta, si trovavano tutti morti, e solo qualcuno era salvato, in quel laboratorio siberiano… e mi svegliavo, svegliavo sdraiato sul letto, e avevo freddo, semplicemente freddo, e decidevo di mettermi le coperte, neanche fosse settembre inoltrato, dove il tempo comincia a diventare più fresco, e tornavo a dormire… e questa volta era un sogno strano, mi trovavo nella vietta dietro al Carrefour, in quella piccola zona industriale, e c’erano due pakistani che camminavano con i loro due figli, che giocavano a pallone, e tiravano la palla più in là, più lontano, verso quella via in discesa, e pensavo che il pallone sarebbe scivolato giù di lì, nella via, mentre invece anche l’altro ragazzino tirava un calcio all’altro pallone, e i due palloni seguivano il percorso della via, e scivolavano via verso l’altra traversa, e si salvavano dalla discesa… e mi trovavo con mio padre in un’officina, dove un negretto che lavorava aveva scoperto un nuovo metodo per usare quei macchinari strani, un macchinario che andava posizionato su un camper, per misurare i freni, o gli ammortizzatori, o non so che cosa, visto che era un attrezzo mai visto, inventato, presente solo nei sogni, che avvolgeva tutto quel camper, e il negretto spiegava agli altri lavoratori come far funzionare quello strumento, e io e mio padre eravamo grati a quell’operaio che aveva scoperto il nuovo metodo… alla fine del lavoro il negretto ci diceva qualcosa, e io e mio padre andavamo via e ci trovavamo per le vie di Tokyo, a cercare il piccolo albergo nel quale eravamo ospitati, e mia madre era ancora in giro, in una delle sue crisi deliranti di schizofrenia, e più di tanto non ci facevamo caso, io e mio padre, perché ormai eravamo abituati a quel suo star male, e lei dormiva in un’altra stanza dell’albergo, da sola, continuando a parlare da sola, mentre io e mio padre eravamo sistemati in una piccola stanza d’albergo, dove c’era spazio solo per cinque letti, e mio padre si stendeva sull’estrema sinistra, e io sul letto d’estrema destra, e potevamo dormire dopo la lunga ed estenuante giornata di lavoro… e mi svegliavo dal letto, e mio padre e mia madre erano scomparsi, c’erano dei miei amici giapponesi che mi dicevano che volevano fare qualcosa nell’albergo, stuprare una tipa, o picchiarla, per vendetta, come in una specie di yakuza per giovani, e anch’io mi dirigevo verso una stanza d’albergo, dove giacevano due ragazze, a dormire, una occidentale sul letto di destra, e Sissi, la cinesina, sul letto di sinistra, e sognavo di andare nel letto con lei, per svegliarla, per dirle qualcosa, forse solo per dormire affianco a lei, ma mi diceva qualcosa, che aveva il ragazzo, anche se non rifiutava il mio abbraccio… e poi gli amici giovani giapponesi, che ricordavano Satoshi e Yusuke mi chiamavano di fretta, c’era del lavoro da fare, e ci movimentavamo per le vie di Tokyo, alla ricerca di non so chi, di non so cosa, per compiere qualche azione criminale, tra bande, e mi perdevo nel fracasso della città, della metropoli, perso fra le mille persone, fra le mille pubblicità sui grattacieli, e mi disperdevo anche da Satoshi e Yusuke, mentre nel sogno era fissa quell’idea di aver bruciato i fumetti giapponesi di una volta, dove compariva solo la copertina di qualche manga anni ’80…

E mi svegliavo da questi strani sogni, mi svegliavo per scoprire che erano già le otto, c’erano cinquanta euro sul mio comodino, ed ero contento di avere la ricarica di quei soldi, il tempo di svegliarsi, di bere il nescafé, lasciar perdere raccoglimenti dell’anima, per andare subito al supermercato e al bar, a bere un caffè, a comprare le sigarette, e pensare al modo di salvare al meglio i soldi che mi sarebbero rimasti… e cominciavo a pensare in tedesco, in quell’andare via e venire, da un posto all’altro, e mi dicevo che era anche ora di impegnarsi seriamente sullo studio, nelle ore libere, di cercare di imparare davvero il tedesco, e di non spegnere troppo il cervello come negli scorsi giorni, anche quando dovrò lavorare… certo, forse ero un po’ teso e lo sono ancora, per via di riprendere a lavorare, per via che il tempo manca per imparare tutto quello che vorrei imparare, il tedesco, l’albanese, non dimenticare il russo, ma l’idea di guardare la televisione in lingua su internet mi salva ora dalle letture compulsive di articoli, e la televisione è un buon mezzo per distrarsi e imparare, e dovrò tenerne conto l’utilizzo o forse il consumo… e sono forse un po’ teso, di certo non rilassato, estasiato forse dalla lingua tedesca che ieri capivo, e mi perderei tutto il giorno nella televisione, nello studio, con tutta tranquillità, se solo non ci fosse da lavorare, da portare a casa i soldi, da staccare un attimo da questo studio ossessivo, che non so se mi dà l’energia per non spegnere il cervello o se è solo una strana mania… e devo calmarmi, rilassarmi, la televisione in lingua non scappa, così come anche gli articoli, e nessuno mi corre dietro, certo sarebbe bello fare tutto questo per soldi, altro che lavoro in mezzo a trogloditi ignoranti, ma al giorno d’oggi, come leggevo sul quotidiano ieri, il lavoro è un privilegio e non posso farmelo scappare… spero solo che questa settimana o settimana prossima quelli dell’Esselunga chiamino, per un altro colloquio, così magari di poter iniziare davvero a lavorare altrove, in maniera giusta, e liberarmi da questo tormento del lavoro di mio padre… intanto nei prossimi giorni riprenderò a cercare, parlerò con il dottore forse per capire quando sarà la prossima visita, e cosa sarebbe meglio che facessi per fare delle mie passioni linguistiche e culturali un qualche lavoro, oppure se continuare a coltivarle nel tempo libero, per non spegnere troppo il cervello, per staccare dal lavoro, e mi accorgo ancora che questo è davvero un periodo difficile, da quando è finita l’università, ed è davvero un tormento trovare un nuovo equilibrio tra vita privata, hobby e lavoro… devo soltanto non esaurirmi alla ricerca della ricetta definitiva, coltivare il tempo libero più spensieratamente, impegnarmi per imparare il tedesco, per godere di questa lingua così come dell’albanese, del russo, e non straziarmi troppo, non caricarmi di troppi pesi, ma neanche lasciarmi andare alla rilassatezza più estrema che si risolve sempre in visioni pseudospirituali che non portano da nessuna parte… e sì, settembre è come se fosse iniziato, riprendo con tutta l’energia del mondo, e ho tante cose da fare, in questo settembre che è come se fosse iniziato, dove non mi va più di scrivere romanzi, di scrivere poesie, non penso più alle migliaia di pagine scritte in questi dieci anni, si sono dissolte con la voglia di Alina, di Leida, con altri pensieri più importanti, e le ragazze che riempivano quelle pagine vivono ancora in me, non ho più voglia di scrivere, dopo aver letto quanto sia difficile sfondare, quanto molte persone siano nella stessa mia situazione, e usino instagram e altri social per pubblicizzarsi, il mondo è già strapieno di aspiranti scrittori e scrittrici, e uno in più o uno in meno non fa differenza… trovo la mia voglia di studiare, di capire il mondo, di filosofare, e i libri e i quotidiani e le notizie e la gente comune mi dà sempre lo spunto per capire di più il mondo dove vivo, e forse solo così, se avrò voglia, potrò scrivere davvero qualcosa, solo vivendo come fanno tanti altri… e ora posso anche cominciare a guardare un po’ di tv tedesca, perdermi nelle immagini, nelle parole, e conciliare lavoro e studi, di nuovo, un’altra volta, in questo settembre che è come se fosse iniziato…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Come in un sogno…

Essere sommerso dalla televisione tedesca, documentari su documentari, cercando di capire e di non capire, immagini su immagini di siti archeologici, documentari, la vita è troppo corta per imparare il tedesco, l’ispirazione della prof ucraina di russo, che parlava anche tedesco, la bellezza bionda, la bestia bionda, e nessun modo di capire quella lingua… la fantasia finale, di mondi di civiltà antiche, fantasia, la voglia di giocare di nuovo a Final Fantasy, forse regressione, il controller che non andava, lasciare lì quella playstation che ormai da anni non mi vedeva più giocare, ritornare a immergersi nella televisione, come mi avevano detto, guarda la televisione ogni tanto, e così facevo, stanco di leggere e di studiare, e fa niente se la lingua tedesca non la capivo, sognavo di fronte a quelle immagini di templi d’altrove, di antropologia mischiata ad archeologia e teologia, immagini d’altrove, una lingua che a sprazzi capivo, dopo che nel giorno mi ero immerso nelle notizie in albanese, altre immagini, altre lingue, come in quelle notizie russe, la Russia che una volta significava tutto, ora è solo un paese e una lingua come le altre, essere immerso da documentari tedeschi, nessuna voglia di leggere, nessuna voglia di fare la passeggiata serale, lasciarsi andare, distendersi, non vivere più la dieta in modo ottuso, concedersi un gelato, un po’ di pane, qualche cibo in più, una camminata in meno… andare a dormire con la coscienza di non avere i soldi per il giorno dopo, per le sigarette, fregarsene, sdraiarsi sul letto e non pensare più a niente, lasciare che le parole e le immagini si dissolvessero da sole, con l’eco di parole tedesche e di musica da documentari, l’identità unica e assoluta ricercata che si dissolveva, una sensazione da sogno, dove parole e immagini venivano e andavano a caso, senza connessione, la fine delle didascalie della psiche… nei sogni vedere il mondo dall’alto dei cieli, come da un elicottero, paesaggi di natura selvatica e di città sperdute, le vertigini dell’altezza suprema, con la paura di cadere da quel volo, da quella vista, e schiantarsi a terra sulle tante case della città, paesaggi abbandonati, enormi fabbriche abbandonate, un palazzo nobile, alla fine, enorme altissimo, come solo nei videogiochi fantasy potrebbe comparire, ritrovarsi la sopra, in un piano di quelli, come se fosse una fabbrica abbandonata, e sentire crollare su di me tutto quel palazzo, tutti quei piani, e le visioni di altri compagni, che erano con me in quel palazzo, il senso della fine, della morte, di venire schiacciato da quel palazzo che si sfracellava al suolo e crollava, e un vecchietto vestito di bianco, come il papa, che mi diceva di credere, che anche dopo la morte è possibile vivere… trovarsi in un ghetto americano, al risveglio, a fare il barbone, insieme ad un compagno delle medie, Simone L., essere lì in quel ghetto a chiedere l’elemosina, seduti su dei rifiuti, su degli stracci, l’ambiente grigio, il senso della pioggia, il senso di essere rinato dopo il crollo del palazzo nobiliare da final fantasy, stare lì e parlare, di sua moglie, di Simone L., la polizia che veniva a interrogarci, operazioni antiterrorismo in corso, dare informazioni sbagliate, sviare le indagini, loro, alla ricerca di chissà quale criminale, il senso di grigio, la pioggia, ritornare coi piedi per terra dopo il crollo del palazzo nobiliare, dopo la visione dall’alto della città, come in un sogno dove si può volare e dove si può visitare il mondo intero, tra le nuvole, nel cielo, volando… risvegliarsi così, stanco dei sogni, senza pensieri chiari in testa, immagini di divinità e pensieri di quiete della mente, di accordo della mente, che giravano in me, la coscienza di non aver soldi per le sigarette e il caffè la mattina, non capire neanche se era domenica o chissà quale giorno, la frustrazione di ricominciare domani a lavorare, in mezzo ai trogloditi, agli ottusi, perdendo le visioni… accovacciarsi solo per trovare il niente, e aspettare il padre che andasse a prelevare, mettersi lì ad ascoltare musica, Lyric Master, le uniche cantilene e canzoni che mi venivano in mente, una musica grigia, il ricordo di Leida, non pensare più a me, ma pensare a lei, cosa starà facendo adesso, cosa farà durante la giornata, sarà vero che smetterà di lavorare, chiedersi della sua vita, dei suoi pensieri, dei suoi desideri, dei suoi sogni, dopo l’ultimo discorso di lei, e incantarsi nella musica, nel canto, come un cantilena, come una ninna nanna e sognare solo lei, anche quando andavo alla fine al bar, il solito giro, sigarette e caffè, un caffè che non svegliava, la voglia solo di perdersi ancora in quelle canzoni, in quella musica, e pensare solo a lei, solo a Leida, e non più alla politica, agli studi, alle religioni, a me stesso, l’amore che vinceva ancora, il sogno di un amore, di qualcosa di più che le solite cose, il senso di star vivendo come in un sogno, dove le parole e le immagini scivolano via, senza connessione, libere, sono libero, mi dicevo, e pensavo a lei, e ricordavo ancora altre canzoni, Era Istrefi, Inna, il senso di averla tradita, Leida, il senso dell’amore libero, nell’attesa che il vero amore fermi una volta per tutte questo continuo vagare di sentimenti e sensazioni… come in un sogno… non sapere più se la ragazzina romena tornerà, se io tornerò da Leida, lasciare aperte le visioni, i desideri, essere disturbato da questa convivenza con i genitori, e sognare di luoghi dove scappare assieme con Leida, lontano, altrove, un altro mondo, un’altra vita, altri luoghi, altre parole, lei e le sue parole che conosco poco, il sogno di qualcosa di più mentre forse da lei non ci sarebbe da aspettarsi tanto, l’incanto della musica e del canto, un sogno ad occhi aperti, come in un sogno, dover forse ritornare con i piedi per terra, dopo i sogni della notte, dopo l’estasi musicale delle canzoni, ritornare ai bisogni di tutti i giorni, mangiare, lavorare, vivere, informarsi, le lingue che ormai non hanno più bisogno di essere parlate, i giornali che non hanno più bisogno di essere letti, i sogni di una volta e la falsa immaginazione di idee che contrasta solo con la visione della vita di lei, di Leida, che posso solo immaginare, e non avere, forse sarebbe solo un’esistenza buttata via, così, tra questi paesi di periferia, e come in un sogno ancora lei, come in un sogno…