Prosa Poetica, Visioni

Pura voluttà nella libertà della notte…

Assordarsi di musica, di Inna, quando in lei vedevo la bellezza della ragazzina romena, indondarsi di musica, fino a quasi non capire più niente, a perdere il cervello, come quelli che passano in macchina con la musica napoletana, rintronarsi e provare a sentire Marina, per vedere se oggi saremmo usciti… non rispondeva, il cellulare suonava, ma non rispondeva, come già avevo previsto, mandarle un messaggio, per chiederle di farmi sapere, per chiederle se la sera sarebbe uscita a vedere l’opera, e nessuna risposta… reagivo e aprivo articoli a casaccio in tedesco, poi in russo, mi divertiva l’idea di leggere ancora qualcosa, fino a quando non ce la facevo più, le solite frasi, i soliti discorsi… la sera… puntate nuove di “The Vampire Diaries”, senza ricordare Alina, in inglese, non in russo, per credere ancora di potercela fare con le lingue, a qualche colloquio futuro, l’attesa del messaggio di lei, messaggio che non arrivava, la sera, passeggiare attorno al cimitero e incrociare una donna in bicicletta che mi rivolgeva la parola: “Eh! Anche te te la giri in fretta! Su e giù!” “Eh sì” “Senza bicicletta?” “Eh, sì, è per la dieta!” “Ciao!” “Ciao!”, strane parole mentre dentro di me mi parlavo in inglese, come per ritrovare quella voce e quella lingua che pensavo dimenticata per sempre… tornare a casa e farsi di altre nuove puntate di quella serie tv, senza pensare più a niente, vedendo solo come Damon che bruciava Elena poteva essere il mio ricordo di ragazze lasciate, buttate via, il senso di abbandono che ne segue, aver lasciato tutti, amici e amiche, per vivere quasi da degenerato, nel solo ricordo di lei… e la sera il messaggio non arrivava, di Marina, e già i pensieri si facevano più chiari, non me ne importa niente, non c’è feeling, è tutta una cosa forzata, era una cosa forzata per cercare di dimenticare Alina, la lingua russa con lei, che non c’entrava niente, perché la parte più importante erano gli attimi erotici con lei, e non tutti i fronzoli linguistici attorno… lasciare perdere Marina e addentrarsi nella notte alla ricerca di lei, della ragazzina romena… vederla e desiderarla subito, mentre passavo oltre Leida vestita con un completo bianco corto, come una minigonna, la sua bellezza da strega di una volta, andare oltre, non guardarla, non sentirla, non desiderarla… ed essere pieno di musica manele e di musica di Inna, di parole inglesi, quando mi fermavo dalla ragazzina romena… il suo corpicino, bello come una favola, quel suo volto che ricordava la cantante, quei suoi seni aggraziati e abbondanti, il suo sguardo un po’ perso, lei, sempre con l’auricolare del cellulare, la sua borsetta, i suoi sandali con il tacco che esaltano le sue gambe, la sua bellezza, e fermarmi da lei… godere da subito, a sfiorarle le gambe, a sentire la carica erotica salire, “Come va?” “Tutto bene, solo che quella ragazza con cui mi vedo non risponde, ma meglio non pensarci…”, sfiorarla ancora mentre ci dirigevamo verso il nostro posto, “E te come va?” “Tutto bene, adesso ad agosto vado in Romania, non sono mai stata così tanto tempo fuori” in Romania… ad agosto… magari è una di quelle balle che raccontano loro, non mi importava, non mi tuffavo nell’estate passata quando Leida diceva più o meno la stessa cosa, e stavo male, non ci pensavo, ce ne sono tante, come diceva Leida, ne troverò qualcun’altra, e per ora non mi importa… “Ma sei di Bucarest?” “Nooo, di Craiova…” “Mh… non so neanche dov’è…”, e sorrideva… “Facciamo trenta?” “Ti do il resto di venti, giusto?” “Sì…”, e cominciavo a godere della sua vista, del suo corpo, le sue gambe, i suoi seni che palpavo, quel capezzolo che baciavo, la bellezza infinita sua, del suo volto, che la facevano sembrare una Inna più giovane, dallo stesso fascino gentile, e lì cominciavano gli attimi erotici… il suo servirmi dolce con le labbra, il mio palparle i seni, godere della sua vista, del suo paesaggio che era il suo splendido corpo, richiamando alla mente quelle foto incrociata ancora una volta per caso su VK, foto erotiche di ragazze succinte, che non reggevano a confronto con quello che stavo provando io con lei… e poi dire basta e affondarmi nel suo corpo, nel suo dolce corpo e in quella visione che la faceva apparire ancora una volta come una Madonna di Munch, una madonna erotica, di puro piacere, di pura voluttà, e affondavo nel suo corpo, avanti e indietro, fino a scoprire il piacere dell’infinito, godendo ancora dei suoi seni, in quei minuti che sembravano infiniti, in quell’amplesso della sua bellezza che scacciava brutti ricordi, che mi dava nuova vita, quella visione di voluttà e pura bellezza, nei lunghi attimi erotici, e godevo come non mai… ci mettevamo a posto, mi dava i fazzolettini, mi ripulivo, come lei si ripuliva, ci rivestivamo, e mentre lei si sistemava le dicevo, con quelle parole che mi attorniavano la mente “Te l’hanno già detto che assomigli a Inna, la cantante?” “Eh? Cosa io con quella cantante?” “Che ci assomigli” “No…” diceva un po’ contrariata, mentre si rivestiva dei suoi sandali con il tacco, copriva i suoi seni, si rimetteva quei suoi pantaloncini azzurri, come una minigonna “Sai, ho ascoltato Denisa in questi giorni, canzoni vecchie…” “Eh? Chi?” “Denisa, manele…” “Ah, quella adesso sta male, le hanno trovato una malattia, e tra un po’ dicono che è…” “… che è finita… sì, avevo letto qualcosa, ma non pensavo che era vero…” Denisa, la cantante manelista, con una qualche malattia grave, un modo per farla fuori dal business? “Eh, ultimamente infatti non canta più… e te invece? Stasera niente raeggeton?” “No, stasera niente, stasera fa freddo, infatti mi metto questo…” e si metteva una specie di camicetta a quadri bianchi e neri, che le copriva il corpo, “Ah! Hai così freddo?” “Sì” “Bella questa camicetta, ma basta per coprirti?” “Sì…” e si rivestiva, di pura bellezza, mentre con il suo sguardo, il suo volto davanti a me mi guardava, un volto che fotografavo, di una bellezza strana, di una ragazzina dai tratti di Inna, dei tratti davvero romeni, di una bellezza esotica… “Eh, ha fatto caldo gli scorsi giorni, ma ora fa un po’ fresco…” e  mi ricordavo come all’inizio mi aveva fatto chiudere i finestrini, per l’aria fredda… “Ok, andiamo” mi diceva, una volta vestita, mentre io ero pieno di tutta la voluttà del mondo, di tutto il piacere, e di niente mi importava più… e suonava il suo cellulare, e sullo schermo c’era scritto “Alina mea”, “Alina mea!” dicevo, “Eh?” “La tua amica?” “Sì”, Alina, che non era più la mia Alina, era un’altra Alina, una delle tante, e il ricordo di lei non mi disturbava più, non mi buttava più giù nell’abisso nero, era un’altra, ce ne sono tante, il mondo è pieno di ragazze, c’è tutta la vita davanti a me, e non c’era più niente da guardare indietro, verso nessuna… “E quindi in Romania vedi parenti, amici, amiche?” “Sì” “Ormai da quanto tempo è che sei in Italia?” “Sette mesi, ma in totale fa un anno…” “E ti trovi bene?” “Sì…” diceva, con fare non troppo convinto, e non indagavo, non mi interessava, ognuno si sceglie la sua vita, ognuno è libero, e tutte le regole e tutti gli schemi saltavano, in quella voluttà senza fine… e c’era un gatto davanti a noi sulla strada, un po’ lontano, in mezzo alla corsia “Attento!” diceva indicando il gatto e i suoi occhi elettrizzati della notte “Quanti gatti che ci sono!” e indicava altri due là, ai lati della via, e si sorrideva un po’, “Sì, l’ho visto…” e calava il silenzio, il silenzio della notte, mentre dentro di me echeggiava ancora la suoneria del suo cellulare, quella con la canzone di Inna, e c’erano macchine dappertutto, in quel sabato notte, lì, in quell’incrocio e tiravo giù il finestrino “Abbasso, che tanto adesso siamo arrivati…” “Va bene…” e la riportavo là, nel suo angolo “Ciao, e buona notte…” “Buona notte anche a te, ciao!” “Ciao!” e ci si salutava sorridendo, scherzando, con leggerezza, senza guardarsi negli occhi, senza tenere a niente, così, nella libertà della notte… 

E facevo i miei giri intorno alla via, pieno di estasi e di languore e voluttà, che non pensavo più a Marina, mi ero liberato del pensiero di lei, della forzatura di volerla, di desiderarla quando non c’era nessun desiderio, e godevo di quegli attimi con la ragazzina romena, di quegli attimi e degli attimi passati, da quando l’ho rivista, e pensavo a quanto piacere provavo con lei, senza sentire tutti i demoni dei tempi di Leida, quella sua voce da strega, quel suo corpo che non rispondeva, nonostante le mie estasi, e mi sentivo liberato da lei, da Marina, da una vita che volevo dedicare a troppe notizie, a troppe lingue, a troppe letture, e non pensavo più a niente, né al lavoro né a niente, mi godevo la libertà della notte, che non sarebbe mai dovuta finire, anche quando passavo di fianco a Leida in macchina e sentivo la sua voce malefica, sempre come incazzata, forte, quasi disumana, e andavo oltre e la lasciavo perdere, ancora, e non pensavo al futuro, al passato, al presente, mi godevo quegli attimi di pura voluttà, dopo che ero passato ancora di fianco alla ragazzina romena, lei, lì, sempre intenta con il suo cellulare, il suo auricolare, con lo sguardo perso, la sua bellezza da fiaba che dona voluttà, e me ne andavo oltre, oltre, verso quello che un tempo chiamavo il deserto d’asfalto, che frequentavo la notte ogni volta dopo che mi vedevo con Alina, per godere di quella sigaretta che sa di estasi infinita dopo l’amplesso… e mi fermavo là, in quello spiazzo, con la macchina parcheggiata di sbieco in mezzo la strada con vicolo cieco, e non c’era nessuno, nessun altra persona, e miei pensieri e la mia mente viaggiava nel fermarmi lì, ad accendermi una sigaretta e sentire tutta la libertà dai miei pensieri, da Marina, dal lavoro, dagli studi, e non pensavo più a niente, le parole inglesi, russe e tedesche non mi infestavano più, e godevo solo di quella voluttà, quel piacere, quella libertà, e i sensi mi travolgevano, mi portavano via, anche senza bisogno di ubriacarmi di alcol, perché tutta l’estasi era in me… e godevo della notte, per ore, lontano da casa, in mezzo ad una strada come uno zingaro, lontano dal computer, dal tablet, dal cellulare che stava zitto, e dimenticavo tutta quella gente virtuale, quei messaggi, quei libri sparsi nella mia stanza, le infinite letture, la ricerca di lavoro e di compagne, e il mondo d’arte finiva in sé, così, e il mondo virtuale anche, e solo la notte mi travolgeva, mentre mi sdraiavo su quei sedili pensando e rivivendo ancora quegli attimi erotici con lei, che non c’era più niente che mi fermasse, tutte le sensazioni mi travolgevano, nella libertà della notte… e pensavo a quanto sarebbe bello passare nottate così, con quella stessa sensazione, lontano da casa, dalle preoccupazioni, da ogni cosa, e si liberavano i miei sensi, che non percepivano più nulla, se non la voluttà infinita, il piacere dei sensi, anche quando mi spostavo per non sentire più le voci di gente che era arrivata nella via, e me ne andavo con la macchina nel parcheggio più grande, deserto, nel buio, con il solo rumore della strada e delle macchine notturne che passavano, le luci dei negozi e dei ristoranti, la mezzaluna nel cielo notturno che si rischiarava di una luce dorata, e quella era la notte, la notte come non provavo dai tempi di Alina, lo stesso piacere, la stessa voluttà, senza intrichi dell’anima, senza schemi, senza doveri, senza niente, senza nessuno, pura voluttà nella libertà della notte… e mi addormentavo forse di un sonno profondissimo, su quei sedili che mi hanno visto un’infinità di volte godere della notte, e in quel blu e in quel grigio, in quell’oscurità della notte i miei sogni e la mia stanchezza si facevano pesanti e leggeri allo stesso tempo, in quel senso di libertà di godermi la strada, la via, il senso di libertà, sdraiato e pieno di piacere lontano da tutti, su una via, su un parcheggio, senza nessuno che ti dava fastidio, senza distrazioni, senza niente, solo io e le mie sensazioni di pura voluttà nella libertà della notte… e si faceva tardi, mi addormentavo solo per svegliarmi verso le due, due e mezza, quando decidevo di trovare quel letto che non avrei desiderato, quell’abitazione, sarei rimasto fuori tutta la notte, dormendo in un parcheggio, con tutta la libertà dei sensi, ma poi me ne tornavo a casa e vedevo quei locali ancora aperti, alle due e mezza, il supermercato, la pizzeria, il bar, alle due e mezza di notte, di sabato, e non pensavo più a niente, più a nessuno, mi sentivo solo liberato di me stesso, di tutto e di tutti e di tutte…

E la notte avrebbe portato sogni, la mattina presto, un mondo onirico pieno di ragazze passate, relazioni bruciate, come Damon nel telefilm, quell’Alice di una volta, quella Elena di una volta, quella Jessica di una volta, sogni dei tempi di università, in mezzo alle ragazze, dei tempi di scuola, mondo onirico dalla bellezza sublime, solo per ricordare, nel chiaro della mattina, tutta la pura voluttà della notte, e non richiamare più alla memoria Marina, lasciandola perdere una volta e per tutte, non sforzandomi di chiamarla, di sentirla, di forzare la relazione, lei, così, dimenticata, nella pura voluttà della libertà della notte…

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