Day: July 14, 2017

Ubriaco d’amore, di ragazze, di musica…

E sono solo un drogato di musica, come ieri sera, le infinite nuove canzoni pop e dance in lingua romena, viaggiare con la mente, con la fantasia, con le sensazioni, di pensare una domenica sera a bere qualcosa insieme a Marina, che mi sembrava più bella in quelle sue foto di VK, una ragazza quasi desiderabile, di bellezza sopraffina, se solo i ricordi non me la facessero vedere in modo diverso, diverso da quei suoi tratti così fortemente russi, slavi, che per un attimo guardando l’immagine di lei mi sembrava di vedere il volto dai tratti slavi di un’icona medievale di Cristo, i tratti slavi, lei, la ragazza, che con la sua bellezza del volto scacciava quasi ogni fede… e mi ubriacavo di emozioni, e di sensazioni, la sera, quando ricordavo anche il volto sorridente, quasi d’amore, di Olimpia, l’altra ragazza romena dell’università, che la prima volta che la vedevo mi sembrava di scorgere in lei il volto di pura semplice bellezza di Andra, come se fosse tornata dall’armadio dei ricordi, e quel suo sguardo, quel suo sorriso, facevano decollare decine di canzoni romene, le cui parole di colpo mi sembravano comprensibili, e mi ubriacavo di più alla vera fonte di tutte le lingue: la musica… e la serata passava così, mentre cercavo di non farmi prendere dalla voglia di scriverle, ora che c’è Marina, perché scrivere a Olimpia? Ma non ce la facevo, con Marina non sono assieme, non c’è stato niente tra di noi, sono ancora formalmente libero, e lasciavo andare quel messaggio, che le chiedeva semplicemente come fosse andata a Barcellona, dove lei ha visitato il museo di Picasso, visitato la Sagrada Familia, e in quel messaggio e in quelle parole non so più cosa c’era, se tutto il mio amore che non si può ancora esprimere per Marina, o se cercavo ancora qualcos’altro in lei, in Olimpia, nella sua lingua, nella musica nella sua lingua, e mi ubriacavo di foto e di musica, di foto di ragazze, come Marina, come Olimpia e la notte si disperdeva nella musica e nei sogni… e mi ubriacavo ancora quando vedevo la foto di Elvisa e provavo a vedere quando ci eravamo sentiti l’ultima volta, novembre, vedevo, quando lei mi passava musica bosniaca romantica, e non la ricordavo più, vedevo solo vagamente nel suo volto un qualcosa di romeno, di simile ad Anna, e provavo a scriverle qualcosa, di come si fosse trovata in Ucraina, nel suo viaggio di lavoro, ma la risposta non arrivava subito, ed accoglievo la notte nel sonno, senza cercare più, per un po’, per non so quanto, quella ragazzina di strada romena, che non so neanche quando rivedrò… e non mi accorgevo che così non facevo altro che sprofondare sempre di più nelle sensazioni, nei sentimenti, in un amore che non ha oggetto o ragazza precisa, ma che si inebria da sé, alla visione di quelle ragazze, all’ascolto di altre lingue, di nuova musica, e la mattina mi dovevo solo rendere conto, leggendo quel messaggio di risposta di Elvisa, che le mie lingue non sono fatte per lavorare, come ha fatto lei per la lingua russa, ma sono solo lingue che si disperdono nella musica e nella poesia, nella letteratura, nell’arte, nel piacere di sentire altre combinazioni di lettere, suoni, accenti, lontanissimo da razionalizzare qualsiasi linguaggio, di fare qualsiasi discorso, e mi tornava in mente quel giorno in università, quando a lezione di conversazione russa Oksana ci metteva in cerchio, per parlare, per inscenare una presunta vacanza in Egitto, ed io ero ubriaco di amore, dopo la nottata con Alina, ubriaco delle sue parole russe, del suo corpo, del suo profumo, della sua bellezza, ed ero anche ubriaco di birra, di alcol, in quell’estasi alcolica, erotica e musicale che sapevo provare solo un tempo, ed era lì che mi accorgevo che la lingua russa mia non è fatta per lavorare, ma solo per vivere e amare… e ritornava tutto questo, con la dolcezza di una volta, come quegli anni di università, in mezzo a tante ragazze, che mi sembrava di recuperare a distanza, Marina per telefono, Olimpia per chat e per le foto, Elvisa in quei messaggi e in quella musica, e mi sentivo quasi rinascere, di un piacere sottile ed effimero, volatile, pieno di luce di nuovi suoni, e non sapevo più che farmene di aspettare il messaggio di sabato o non si sa quando, quando forse capirò se un’uscita con Marina è possibile, la sera, un aperitivo, al quale non ci tengo più di tanto, ma tengo solo alla sensazione di perderla, di perdere una compagna con cui parlare, ridere e scherzare, e forse cercare qualcosa di più, o semplicemente rimettere in vita quella sensazione piacevolissima ai tempi dell’università, beato tra le donne… e non so questa ubriacatura d’amore e di sensi dove mi porterà, di certo stamattina sentivo la pesantezza di questo sentire, dopo la leggerezza della notte, lo sprofondare di nuovo quasi in un abisso di piacere, i ricordi di Alina, quella giornata ubriaca in università, la lingua russa, e mi perdevo ricordandomi solo dell’ultima notte con la ragazzina romena, di quel pomeriggio a Como con Marina, di quell’attesa di sentire qualcosa da Olimpia, e ancora qualcosa da Elvisa, che non si capisce più a cosa io stia puntando, a qualcosa di più, mi dicevano, ma davvero non si capisce più a chi io stia puntando, ubriaco e innamorato dell’amore e delle ragazze, delle lingue straniere, che potrebbero diventare il mio lavoro solo se fossi un artista della parola, della musica, dei versi… e mai e poi mai sarei riuscito a passare una giornata di lavoro nelle autofficine, e già lo capiva mio padre, sembrava capirlo, dallo sguardo, questa mattina, quando entrava in casa per un attimo a lasciar giù l’insalata dell’orto che Marco aveva portato, e lo sguardo di mio padre valeva più di tutti, forse capiva che ero incapacitato a lavorare, e fuso d’amore, di canzoni, di ragazze, di sensazioni paradisiache quasi narcotiche, e se il lavoro non va almeno sento queste mie sensazioni ritornare, queste sensazioni piene di voluttà dalla luce diafana, perso nella bellezza delle canzoni, della musica, delle parole, delle ragazze, che non so più neanch’io quanto me ne importi di parlare in russo, in inglese, nelle altre lingue studiate, ne farei solo musica, ascolto, capire le parole altrui, ma non avere niente da dire, da raccontare, con parole umane, solo esprimermi attraverso la musica, la scrittura, che vorrei diventasse quasi pittura, poesia, diventare un artista dell’anima, lontano dalla frenesia e dal lavoro, dalla razionalità, dalla pressione e lo stress, dalla vita senza un attimo di pausa, una vita sbarazzina e leggera, come quella che mi sembrava di vedere in quegli uffici del call center, forse una vita pressata dal dover parlare con tutti di cose che non interessano, gli acquisti altrui, i reclami e gli ordini, e mai mi ero reso conto prima che parlare di queste cose per me è la morte, non ci sono parole per queste cose, sporcare così le parole straniere della musica e dalla poesia per quelle mercanzie… vorrei essere un artista, e invece sono solo ubriaco di musica, lingue e ragazze, di sensazioni, di emozioni, e non so che farmene della vita, del lavoro, della sua razionalità e stress, dei suoi obiettivi, che mi lascio andare così, a questo languore, e non so più chi io stia cercando, e come un drogato cerco solo l’estasi dei sensi, il languore, quel giusto sentire che inonda l’anima di pathos, l’amore come una droga, la musica come una droga, le lingue straniere come una droga, e io sono solo il loro dipendente… non so che ne sarà di questi giorni, di domenica, di sabato, di altre notti, di come gli umori ancora si alterneranno, il sentire dell’anima, se vorrò ancora ubriacarmi di musica, canzoni e ragazze, so soltanto che in una fase così mai riuscirei a lavorare in un ufficio, in un’autofficina, vorrei solo tradurre, tradurre testi infiniti, vivere la mia vita solo dello spirito delle lingue scritte, senza aver bisogno di dire una parola, così, ubriaco d’amore, di ragazze, di musica…

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