Poesie, Ricordi, Sogni, Visioni

E tutto si dissolve nella musica e nel canto…

Le foto di Eugenia
Avventista modella in Malesia
In missione
Bellezza acqua e sapone
Dal sorriso e dallo sguardo illuminato
Gli anni sono passati
E ancora il suo fascino si fa sentire
Gioco di opposti e di estremi
Lei e le sue regole avventiste
Io e la mia antica passione diabolica per Leida
Gioco di estremi
Che mi avrebbe distrutto
Alina e il rosso e il nero dell’anima
Quasi due anni dopo
La depressione
E il risveglio
L’asse del mondo che si spostava
La passione per lei
Che ora non so più cosa ci faccio
In questo pomeriggio
A guardare foto di Eugenia
Come per rinnovare l’antico senso di Romania
Che anche lei aveva
Quando l’unica Romania che mi rimane
È quella della notte
Con Anna
La ragazzina romena
Che con i suoi colori perlacei ed azzurri
Dava quiete all’anima impazzita
Dove solo la spiritualità erotica
Può portare
Lei e il suo sguardo
Il suo sorriso
Una Romania dell’anima ritrovata
Che ora non ha senso guardare ancora icone russe
Dopo le decorazioni delle chiese di ieri
Sul lago di Como
Con Marina
Esagerazione di immagini sacre
Che non regge più
Come non reggeva il mio andare in chiesa
E non regge
Neanche il monaco nero e oscuro dell’anima
Mio alter ego
Che vorrebbe combattere
Contro quel vizio del fumo
Gli eccessi
Ed ogni piacere
Come un digiuno senza fine
Si vive così nel mondo
E non si vive di sola aria
Neanche quella respirata ieri
La fresca aria di montagna con Marina
Che neanche delle sue foto
Non so cosa farmene
E delle vite altrui spiate nelle pagine
Dei mondi virtuali
Si rimane senza letture
In questo pomeriggio
Di luglio
Dove nessuno stimolo sembra raggiungermi
A parte
Le infinite canzoni maneliste
Di Denisa
Che si spegnevano dopo il pranzo
Nella visione dorata
Dei capelli suoi
Di una cantante
Che si sovrapponeva
All’immagine di Amalia
E di Manuela
Sogno dorato
Nel quale perdersi per sempre
In un mondo onirico
Dove vivono solo musica canto e visioni
E la visione si perdeva così
Nel sonno che avrei voluto quasi
Fosse infinito
Non rimane niente
Per scardinare l’anima
Da questa quiete
Ogni cosa diventa di troppo
I ricordi e le ragazze
Il mondo della mia vita e dei miei ricordi
Che nella loro molteplicità
Si disperdono
In un nulla
Insieme alle altre compagne di una volta
Spiate sui mondi virtuali
Ragazze che non mi possono dare niente
Mentre il sogno di Manuela e Denisa
Era un sogno
Di quel qualcosa di più
Che non riesco neanche a trovare con Marina
E non so più chi voglio
Cosa voglio
Ancora una volta
E mi disperdo
Senza sapere più
Cosa posso dare
A chi posso dare
E non rimane niente
Una scia di sensazioni
Come una musica senza fine
Un canto interrotto
E un anelito
Che si disperde nell’atmosfera
Mentre già temo
La settimana che incomincerà
La sua frenesia
I suoi lavori
Quella pesantezza della vita
Che ieri Marina mi contestava
Dalle mie parole
Troppo oppresse
Liberatesi solo nella notte
Insieme all’erotismo e alla bellezza della romena
Che tutto per Eugenia
Era un’illusione
E un’utopia
Di un mondo religioso
Che non mi appartiene
Inutile illudersi ancora di utopie paradisiache
Che strizzano solo l’anima
Facendola impazzire
E morire
Si ritrova la vita così
Nella sua assenza di schemi
Tutti gli schemi saltano
E tutto si dissolve così
Come un canto
Come la musica
E non resta più niente
Solo piacere e languore
Nella musica d’amore senza fine
Dove si disperdono i sogni e le visioni
I ricordi di ragazze passate
Gli schemi di storie passate
Di intrecci e colpi di scena dell’anima
Di alti e bassi
Vertiginosi
Si riaccorda
La mia anima
Solo nell’oro di un sogno per Manuela e Denisa e Amalia
Come un’icona
Che lascia spazio solo
Al sentire sereno
Senza tempeste dell’anima
E tutto si dissolve
Come musica
In un canto
Senza tornare indietro nei ricordi
Tutto convive
Ogni sensazione
E l’unica quiete è l’estasi spirituale erotica
Che fa quasi dimenticare
L’utopia di amore e di storie
Del giorno passato
Si vive così
Con gli schemi che saltano e si dissolvono
Ed una lunga scia di voluttà piacere e languore
Mi avvolge
Per sentire la leggerezza
Librarsi in me
Volare
A spirale
Come l’aquila delle montagne
Nell’azzurro del cielo
Nel verde intenso della natura
Nel blu della notte
Che sapeva soltanto
Di estasi spirituale erotica
Là dove
Le parole e le visioni non bastano più
E tutto si dissolve nella musica
E nel canto

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Prosa Poetica, Visioni

La spiritualità erotica dopo i colori neri, vivaci e allucinati…

E un pope ortodosso vestito di nero, dai capelli lunghi e la barba folta, giovane, il mio alter ego, mi seguiva ieri mentre andavo per Milano a prendere il treno che mi avrebbe portato al lago di Como… c’era la tranquillità dell’anima, canzoni russe e romene che risuonavano in me, come se ogni tensione fosse risolta, come se non ci fosse più niente da leggere, da sapere, ma c’era tutto da cercare nell’anima, che non vedeva l’ora di appacificare lo spirito con le visioni della natura, le montagne, il lago, il verde intenso di quei colori che riempiono l’anima di tranquillità, e camminavo tra le persone strisciando il passo, canticchiando tra me motivetti, senza saper bene le parole, le note, che dimenticavo, e non me ne facevo un pensiero… e camminavo di qua e di là per la stazione, con le mie vesti nere, jeans neri, scarpe nere Levi’s, una maglietta intima nera, come a riflettere l’alter ego della mia anima, quel pope ortodosso che mi osservava, che mi dava la tranquillità, dopo che la sera prima guardavo Andrej Rublyov di Tarkovskij e l’anima si riempiva di quiete e pace, fino all’ultima scena, l’icona santa dorata, dopo la follia dello skomorok, dopo la festa di Ivan Kupala, dopo il giudizio universale, la chiesa distrutta dall’orda di tartari, il ricordo del padre dimenticato, mentre una campana suonava per smuovere l’anima, per ricordare la fine del tutto, e la rinascita, di quelle parole di quegli italiani nel film: “Guarda quella ragazza come è bella! Dio mio…”… dio mio, che mi ricordava tutte le volte che assaporavo il piacere con quelle ragazze, l’estasi dell’anima, la distensione e la dimenticanza di ogni problema, l’oblio nella voluttà e nel languore, e la fine di ogni pensiero, ogni riflessione, che si disperdevano su quel mondo di parole da dimenticare, il male del mondo, le opinioni, gli odi, le invidie, le divisioni, e tutto si disperdeva così, tra quelle canzoni recuperate di Denisa manelista, quelle canzoni d’amore e di lasciarsi, amori finiti male, parole semplici, musica che allevia l’anima, un canto dell’anima che risuonava in me nella stazione di Milano, nel viaggiare, ovunque nell’anima… e salivo sul treno, dicendo a Marina che ci saremmo visti sull’ultimo vagone, per andare a Como, e trovavo posto là, vicino alle scale sul piano superiore del treno, vicino a due donne romene, non molto più grandi di me, che parlavano tra di loro, un po’ in italiano, un po’ in romeno, e la loro voce era musica quasi angelica, la loro pronuncia, le loro parole a volte incomprensibili, che acquietavano l’anima… e avrei rivisto Marina qualche minuto dopo, sul treno, quando lei arrivava tutta vestita sgargiante, dai mille colori, estivi, come solo certe ragazze russe sanno fare, loro e i loro colori sgargianti, come per esorcizzare una volta per tutte quel ricordo dei colori sovietici, così sobri, spenti, monocromatici, come a indicare la via della libertà e di tutti i colori, dopo troppo grigio di decenni di regime… ma non era visione paradisiaca, la sua, e neanche la voce, per tutta la giornata non mi sarebbe uscita una sola frase in russo, neanche a lei, solo qualche interferenza, qua e là, e per tutto il tempo si sarebbe parlato in italiano, frasi brevi, ricordi, accenni, per finire poi là, sul lago, con il caldo più forte degli ultimi mesi, una giornata così, improvvisata, che doveva sapere invece della mostra di Kandinskij, che saltava all’ultimo minuto, perché mi dovevo rifare gli occhi nella natura di quei di Como… e avremmo passato il pomeriggio là, lassù, prendendo la funicolare, camminando per i sentieri ripidi e affaticanti di quei di Brunate, tra chiesette e santuari, e fonti d’acqua, in mezzo ad altri, sparsi qua e là, italiani, russi, romeni, arabi, jugoslavi, c’è di tutto ormai nel mondo, anche nei luoghi turistici a due passi, e ci saremmo affaticati come non mai, tra quei sentieri, a furia di camminare, di stancarmi, a pensare di smettere di fumare, a non vedere più, poco alla volta, il monaco nero che mi seguiva come un’ombra, per perdermi nei colori e nella vitalità di parlare con Marina, inondazione di luci e di colori, che stemperavano il nero dell’anima, e facevano dimenticare i discorsi della vita… lassù, in cima, in quel piccolo locale, con la terrazza sul panorama del lago, dall’alto, visione di sublime bellezza, che neanche i fiordi norvegesi sarebbero bastati, la vista dall’alto, al fresco, nella quiete, nel silenzio, il verde delle montagne leggermente colorato di grigio, dalla foschia, dal caldo, l’azzurro del lago e del cielo, i traghetti che si muovevano lenti sulla superficie del lago, la città e le sue case sparse, i verdi boschi e gli alberi, immersi nella natura, senza nessun rumore a disturbarci, che ci sarebbe venuta voglia per un attimo di parlare di noi, ma il monaco nero dell’anima, il nero dell’anima ancora me lo impediva, quel ricordo di Alina che non riuscivo a decifrare, quella passione sperduta, quelle frasi in russo semplici, che mi comandavano cosa fare, cosa non fare, cosa dire, cosa non dire, i freni dell’anima per una ragazza come Marina, con la quale mi trovo bene, ma che non riesco a desiderare, perché l’anima è ancora altrove e forse vi rimarrà ancora per tempo… le foto, i paesaggi, i sorrisi, le risa, i commenti, Medvedev che si prende in giro della Russia, mentre dice a tutti di continuare a lavorare che tanto le cose si metteranno a posto da sé,. lui e le sue scarpe da tennis sgargianti, i suoi vestiti casual, mentre passa una giornata nella sua villa in Toscana, nonchalant, e gli altri russi che si lamentano, sgargiante anche lui, come tutti loro, e i russi miliardari, gli oligarchi, i troppi immigrati, in Italia e in Russia, la presunta identità che si perde, chi fa figli, loro, tanti, gli italiani nessuno, lei e le sue foto della sua amica venticinquenne, bruttina, che si sposa con un italiano, trentaduenne, l’età giusta per sposarsi, diceva, non ero convinto a guardare quella foto, prigione dell’anima… lei e i suoi “Games of thrones”, i miei “Vampire diaries” e “Prison break”, la compagna di università che andava a San Pietroburgo e Mosca per fare la guida turistica, agli italiani, per tre mesi, l’invidia che andava via, cosa me ne importa della Russia? Ieri che neanche dicevo una parola, mentre pensavo ad essere più vivo, più spento, a cercare di illuminare il nero dell’anima, con tutti quei colori del vestito di Marina, con i colori che lei rievocava nelle sue parole, nelle mie, la vitalità, la vita, la gioia… e il lavoro, la carriera, i soldi, le relazioni, si dimenticavano per un attimo lassù, in cima alla montagna, sulla vista del lago, e con sforzo cercavo di seguire quelle parole di lei, “Perché monocolore? Nero, grigio, bianco? Perché non così sgargianti, io sono russa, e allora mi vesto come una russa, tutta sgargiante”, le sue parole italiane, mentre un’altra coppietta, un italiano che sembrava Lenny Krevitz più alto e più magro, e una russa che sembrava un’ucraina, insieme parlavano, si desideravano, si vedeva dai loro occhi, dal loro sguardo, e parlavano inglese, ci si posavano davanti, dopo la funicolare, dopo anche aver passeggiato sul lungo lago, desiderio di una ragazza, desiderio intenso da me, come non succede mai con Marina, dove tutto è più chiaro, limpido, ma spento, le fattezze del suo corpo che non accendono, le sue spigolosità, i suoi capelli lunghi lasciati così, un po’ crespi, tra il castano e il biondo, il suo volto ovale, dai tratti vagamente angolosi, ma il suo sguardo di pura luce, il suo sorriso, quasi della delicatezza di una bambina, che poi spegne quando parla male degli arabi, degli immigrati, del lavoro, di certe abitudini italiane a cui non avevo mai pensato, gli italiani che hanno paura di nuotare nel lago e nel fiume, gli italiani che viziano i bambini e non li crescono bene, l’educazione dei figli, il matrimonio, i soliti discorsi che uccidono il desiderio, mentre anche le sue fattezze non aiutano… una giornata che sapeva di amicizia che avrebbe voluto sfociare in qualcosa di più, ma si arrestava su quelle onde del lago, dove lei si bagnava i piedi, le gambe, sorrideva, rideva, nel verde intenso della natura, del lago, del paesaggio, il lungolago e stare là a guardare la natura, quell’aquila che volava a spirale su nel cielo, su in montagna, più su, più su e sempre più su, fino a disperdersi nelle altezze, e quell’aquila sul lago che planava sulla sua superficie, per catturare la sua preda, come se tutto fosse perfettamente calcolato, la perfezione della natura, degli istinti, e poi lei che si posava là sulla torre, a gustare il suo pasto, la sua cena… e la sera che arrivava, il sole che si nascondeva dietro le montagne, dopo una giornata troppo intensa, “Queste camminate è meglio farle in primavera, in autunno, non quando fa così caldo, ci si strema…”, ma la soddisfazione di aver percorso quelle viette, assieme, senza parlare molto, e ci si distendeva di più solo una volta sul treno, al ritorno, in tutta pace e tranquillità, quando la fame mi si faceva sentire, una fame vorace, che avrebbe spezzato tutte le regole di una dieta, di un digiuno, come quello a cui pensavo all’inizio del pomeriggio, quando il monaco nero dell’anima ancora mi inseguiva, tutti i colori del mondo, e la parole a casaccio, programmi televisivi, ninnananne, lullaby, kolobilnaya, come si dice in italiano? Ninna nanna, i discorsi così, liberi, i sorrisi, gli sguardi, ma ancora quella strana sensazione che l’erotismo non si può scatenare, tornare a Milano la sera, fare due passi nello squallido suo quartiere, dopo l’immersione nella natura, l’afa e il grigio, l’aria pesante e calda, le foto da spedirci, due baci sulla guancia, ci si sentirà in settimana, Kandinskij può essere dimenticato, anche tutti i discorsi un po’ intellettuali, impegnati, seri, dispersi in quella sua rivista, “Oggi”, che diceva che voleva leggere, io che in russo non so mai cosa leggere, tutti articoli troppo seri, e della Russia e del suo mondo quasi non mi interessava più niente, avevo avuto le mie visioni, della natura, del verde, delle montagne e del lago, mi rifacevo l’anima e lo spirito e la vista, e mi perdevo in quel verde e quel blu…

La sera, la notte, la voracità, un tramezzino schifo in stazione, l’acqua, le sigarette il treno, scendere alla stazione e fiondarsi nella pizzeria kebab, menù completo con patatine e coca cola, il nero dell’anima e i colori sgargianti e vivi del giorno si stavano trasformando in colori allucinati, fosforescenti, dorati di una luce psicotica, esausta e impazzita, divorare quella cena, fumare come un ossesso e tornare a casa solo per farmi una doccia e partire poi subito al Carrefour, per fare la spesa, di sabato sera, magari solo per rivedere Manuela, rifarmi la vista, ritrovare la follia psicotica e delirante di una volta, o forse tenerla sotto controllo, indeciso tra il nero, i colori vivi e i colori allucinati… lei che non c’era, la spesa che l’avrei lasciata lì, ma volevo togliermi di dosso l’incombenza del supermercato, liberare l’anima, togliermi di dosso ogni compito, dopo la gita al lago, dopo la cena fuori dalle regole, la spesa e l’addio alla giornata, nel fresco di un’abitazione fatta d’aria condizionata, dopo il troppo sudore e fatica di quei percorsi al lago e tra le montagne… tornare dal supermercato e cercare un’impossibile quiete ed estasi con quelle canzoni maneliste di Denisa, con quelle nuove canzoni un po’ da tutte le parti, e invece il nero, i colori vivi e allucinati lottavano ancora tra di loro, e non c’era pace, non c’era soddisfazione, c’era qualcosa che non andava, l’estasi erotica che non si svegliava, e che solo si perdeva alla visione di altre ragazze durante la giornata, quella russa che sembrava ucraina, quelle specie di madonne vergini e adolescenti con i veli da musulmane, ragazzine così, altre voci in tutte le lingue, tutti gli immigrati e le immigrate, come delle voci angeliche, le visioni di una giornata così, e non trovare il punto fermo…

E uscire la notte, incurante della stanchezza, della gioia del giorno, alla ricerca di lei, della ragazzina romena, passando per le vie che nascondevano le altre, disperse chissà dove, e ritrovare lei, la ragazzina romena, ora che non c’era più niente da dire, ora che i colori allucinati della notte si trasformavano in una poesia di colori notturna, alla sua vista, alla sua voce, al suo sguardo illuminato di piacere e quel suo sorriso pieno di luce diafana e intensa, che illumina l’anima di paesaggi della natura che è la visione di lei e del suo corpo, vero paesaggio dell’anima, che mi si mostrava negli attimi d’amplesso, di piacere, oltre il caldo, l’assenza di musica, le sue parole al telefono con la sua amica romena, godere di quegli attimi e liberarsi di tutti i colori dell’anima, di tutti i ricordi, per godere con lei, del suo corpo di pura voluttà, ed essere immerso nelle canzoni d’amore di Denisa, che risuonavano la notte, come la vera voluttà del giorno, quella ragazza romena, la cui voce mi rimandava alle due donne sul treno, all’inizio del pomeriggio, voci angeliche, parole dette così, quel suo cugino con la mia stessa macchina, versione sportiva, nera, l’estasi dei sensi dopo tutta una giornata, la libertà di vivere così, di godere della vita, e tutto l’acme del piacere, liberato nella voluttà…

Le visioni della notte, la voluttà di quella ragazzina romena, la vera quiete dell’anima, l’estasi erotica, che si addormentava tra quelle canzoni notturne, senza più curarmi delle foto che Marina mi mandava, del paesaggio, sarà forse meglio lasciarla, se lei mi stringe così l’anima e non la fa liberare, come solo quella ragazzina romena sa fare, perché forzare le cose? Perché obbligarmi a farmi piacere una ragazza che non mi piace, perché continuare a illudersi? A illudere, le foto tra di noi, dei nostri due volti, che non ci sono, la vergogna, il non sentirsi a proprio agio, la forzature, e quel sorriso invece di quella ragazzina romena, tra parole mie che si disperdevano ricordando una canzone di Denisa, “Pa, pa, iubire!”, il suo sorriso, di lei, della ragazzina romena, che ha risvegliato tutti i paesaggi dell’anima, la musica e le lacrime, voluttà senza fine, nella notte, al fresco di un’aria condizionata che avvolgeva la stanza, il fresco e il piacere, dopo la stanchezza, dopo l’orgia di colori dell’anima, dal nero, ai colori vivaci e allucinati, al dolce azzurrino della notte e dei suoi vestiti, delle sue curve, di lei, della ragazzina romena, la visione dei suoi seni di pura bellezza, come una Madonna di Munch, l’estasi erotica e la visione di pura bellezza, che faceva sfiorire le immagini del giorno, rifarsi la vista, rifarsi l’anima, nella notte, che sfumava via tutti i colori, nel dolce blu di un paesaggio notturno, nell’estasi erotica come non succedeva dai tempi di Alina, le parole che non contavano più, e neanche i pensieri, solo musica ed estasi erotica, con la ragazzina romena, che non c’è più niente da pensare, c’è solo da perdersi nella musica, e nella visione di lei…

E questa visione mi avvolge ancora, che la giornata di ieri non è niente, se non fossero quei paesaggi della natura che rievocano la bellezza di lei, della ragazzina romena, i canti spirituali, le canzoni maneliste d’amore, il suo sorriso, il suo sguardo, di pura spiritualità erotica, che non era niente ripassare ancora al supermercato e incrociare Manuela, lei e il suo volto un po’ arrabbiato e serio, come quello di una volta di Amalia, i suoi capelli biondi e la sua luce dorata che non dicevano più niente, che si dissolvevano in tutte quelle icone dorate che richiamavano la Russia, la Romania dell’anima, i paesaggi della natura, la visione del corpo di lei, di quella ragazzina romena, estasi erotica dell’anima, spiritualità erotica della fine del giorno e della notte e della settimana, e tutto si disperde, rimane solo la visione dei paesaggi, della natura e dell’estasi erotica e musicale, non rimane più niente, solo lei, inutile sforzarsi di cercare un amore là dove non c’è, la spiritualità erotica che vince ogni color nero, vivace e allucinato, la ragazzina romena e le canzoni d’amore maneliste…