Nel ricordo delle notti erotiche e della musica…

E’ tutta qui la vita? Andare a fare un giro al bar, da Benito, questa volta, a prendermi un caffè, a comprarmi le sigarette, quattro parole, sul supermercato che devono costruire qui a fianco, non si sa quando sarà pronto, è da una ventina di giorni che sono fermi con i lavori, mancanza di soldi… il locale di fianco a lui, la pizzeria, che non si sa se rende oppure no, visto gli innumerevoli tentativi ogni volta di aprire un locale, piadineria, trattoria, e quanti altri se ne sono visti passare, non più di un anno duravano, e poi cambiava tutto, mistero della fede, diceva Benito, perché la vita è un mistero, io sono ateo, aggiungeva, ed è sempre colpa di Gesù e di tutti i suoi addetti… mi strappava un sorriso, il suo solito dire, e poi le elezioni che fino al 2018 non si sa, il tram che passa oppure no, anche quello un mistero, già, la vita che è un mistero… andare a fare un salto in chiesa, cercando di capire, capire o non capire, la mia fede o meno, il mio ateismo, la mia inquietudine, e non c’era risposta, recitavo una parte, anche quando andavo in oratorio, a vedere i ragazzini giocare a calcetto, e offrendo una sigaretta ad un’altra ragazzina, che mi chiedeva una sigaretta, la stessa che incontravo qualche settimana fa, forse un’animatrice dell’oratorio estivo, pensare di chiederle qualcosa, del suo fare l’animatrice, oppure no, io che mi perdevo nell’identità, a provarci con una ragazzina più piccola di me, come una specie di Lolita, all’oratorio, le vie del diavolo sono infinite… e lei e le sue amiche che parlavano di ragazzi, di relazioni, come solo le adolescenti sanno fare, davanti ai loro cellulari, che mi tornavano in mente Isabella e Anna, e Leida, ragazze da strada, anche loro sempre a parlare, sempre al cellulare, e mi tornava in mente la nottata di ieri sera, e le ultime nottate con lei, quei miei pensieri e ricordi non proprio da oratorio, io e la mia distanza siderale da quelle ragazzine, anche da quei ragazzini che poi arrivavano a far loro compagnia, storie di adolescenti, la vita che va avanti così, da sempre… e non c’era tanta differenza tra quelle ragazzine all’oratorio e quelle ragazzine in mezzo ad una via, sono solo le circostanze che hanno segnato destini diversi, ma le ragazzine sono sempre ragazzine, con la loro carica d’amore ed erotica, che i loro corpi e le loro voci, il loro modo di fare si confondevano con le giovanissime Isabella e Anna, le mie lolite… i miei pensieri, delle ultime notti, le canzoni manele che quasi ritornavano in me, a darmi la tranquillità e l’energia della vita, l’inquietudine che andava via, la ruota della vita, delle circostanze, l’eterno gioco tra ragazzi e ragazze, che mi sembrava di non essere mai cresciuto, mi chiedevo qual era la differenza tra avere trent’anni e averne venti, o neanche, quasi, e non c’era differenza, siamo sempre lì, a giocare con l’amore, con le relazioni, con la vita, questa vita che è un mistero… e provavo a darmi un tono nei miei pensieri pensando alla relazione con Marina, al dover lavorare, al dover leggere quel libro sul comunismo, o quell’altro sulla Russia, o quel romanzo giallo norvegese, letture adulte, impegnate, eppure non mi convinceva, non mi sembrava di avere trent’anni, gli unici trent’anni che sentivo erano nel ricordare gli ultimi dieci anni, con tutte quelle ragazze, da strada, le amicizie in università, le ragazzine che non è che cambino molto i loro discorsi, tra amiche, sia che siano all’oratorio, per strada, o all’università, siamo sempre lì, e non sembrava esserci via d’uscita, neanche pensando al lavoro, neanche pensando alla relazione da continuare con Marina, senza sapere che fine farò, e l’inquietudine mi colpiva ancora, ricordandomi quel quadro di Munch, malinconia sulla spiaggia, io lì, seduto su una panchina, con le braccia appoggiate sul tavolo, senza sapere più a cosa pensare… e mi accendevo un’altra sigaretta, gesto forse tra i più trasgressivi in un oratorio, insieme al pensiero di quella Lolita, di quella ragazzina che ricordava Isabella, e io che ricordavo Anna, la ragazzina romena, le ultime notti, senza un minimo di senso di responsabilità di crescere, di cercare di costruire qualcosa di serio con Marina, e l’amore che non ha età, e che siamo sempre lì, ai soliti giochi di sempre, e non importa il lavoro, l’istruzione, i soldi nel portafoglio, il conto in banca, i viaggi, le esperienze, il mistero dell’amore non ha età… e forse la dovrei smettere di pensare a questi trent’anni come qualcosa che cambiano la vita, a questa crisi che sto attraversando, da quando è finita l’università, lasciar perdere questa inquietudine e vivere più spensierato, più liberamente, cercando di non risolvere dilemmi eterni, come la fede o non la fede, l’ateismo o meno, so solo che in quei momenti, tra quelle ragazzine, gli unici pensieri andavano a Isabella, Anna e Marina, nella libertà del giorno e della notte, i miei pensieri andavano agli studi, ai libri seri, sulla Russia, sul comunismo, la mia formazione si faceva sentire, mi distaccava dagli altri così come le mie esperienze notturne, le infinite volte a bere per Alina, le nottate erotiche, e crescere forse vuol dire solo fare più esperienze, avere più ferite, e perdere poco alla volta quell’innocenza che non può più tornare, se non con l’illusione che solo una regressione nel passato può dare, non si torna indietro, anche se tutto è compresente… sì, le nottate erotiche con Anna, la ragazzina romena, che chissà se la sua patente la prenderà, che chissà quali altre storie simili a quelle ragazzine dell’oratorio aveva, solo in contesti e circostanze diverse, un mondo meno innocente, tutto lì, ma la sostanza del gioco della vita non cambia, e la mia innocenza era perduta, come la sua, tra quelle ragazzine, nel ricordo delle notti erotiche, della vita buttata per strada, del lavoro che per vivere devi mantenerti, delle illusioni e dei sogni della vita, delle gite con Marina, senza sapere perché, e mi accorgevo, in quell’innocenza perduta, in quell’inquietudine, non tanto differente da quando sto in mezzo ad altre persone, sul lavoro, nelle officine, in università, mi accorgevo che la mia vocazione era solo una proiezione di un mondo depurato da tutti i mali, un mondo che non può esistere, un sogno, un sogno di innocenza perduta, l’innocenza che non c’è più… e di quella innocenza perduta ne facevo un vanto, tuttavia, le ultime notti erotiche, l’aver tradito il sogno come su una riva di un lago con Marina, le parole tra di noi, la visione di Alina nel presente, alle prese con altri modi per guadagnare questa vita, in questa specie di inferno dove va tutto a puttane, dove non ci si orienta più, e accorgersi che l’amore e le relazioni serie sono anche degli impegni, delle responsabilità, che non mi voglio prendere, eternamente libero di godere della notte e della vita, eternamente libero di dire anche: “calmiamoci ad un certo punto, la vita è un mistero, e cercare di comprendere tutto non è possibile, rimane sempre una via aperta al nuovo che arriva, al divenire, alle nostre relazioni con gli altri e le altre, e tutto rimane aperto al caso e al gioco della vita, al suo mistero”…. e l’innocenza che non c’è più mi portava via, e suonava ancora di manele che cantano questa vita che vive ormai senza più alcuna innocenza, tutto disperso, tutto incomprensibile, tutto aperto ad ogni cosa, e non c’erano più oscuri monaci dell’anima a inseguirmi come ombre, non c’erano più inquietudini da far portare via con gesti un po’ scaramantici, o con spiegazioni psicologiche onnicomprensive, tutto si apriva così, alla vita, a questa innocenza che non c’è più, e tutto si disperdeva nel ricordo delle notti erotiche e della musica…

Il sorriso celestiale di lei, in questa musica dalla magia infinita…

E voglio ricordarla così, con dei momenti belli e sereni, ora che la mia cantante manelista preferita è morta: Denisa, oggi, di domenica, domenica 23 luglio 2017, e non ho parole… quante volte l’avevo ascoltata ai tempi di Andra, che non mi ricordo neanche più le infinite note e canti che uscivano dalle sue canzoni, Andra, Andra, Andra… e anche ai tempi di Eugenia, quando credevo ancora che ci potesse essere una qualche storia, che quell’amore platonico potesse portare a qualcosa, e mi avrebbe solo portato invece a smettere di bere, a smettere di credere di essere un superuomo, un filosofo, una persona distinta dalle altre per chissà quali assurde qualità… Andra, Eugenia, e ora anche Anna, con la quale avevamo scambiato due parole su Denisa che stava per morire, è morta, e mi piange l’anima, non sarà più la stessa cosa ascoltare ora le sue canzoni, non ci sarà più forse quella magia, che aveva contraddistinto le ultime settimane, insieme a lei, insieme ad Anna, quando non volevo pensare a quello che diceva Eugenia, Veronica, Iulia, di non ascoltare le manele, finché solo le manele riuscivano a darmi quella serenità con i loro motivetti incantati e ipnotici… è morta questa cantante, si spegne quasi il sogno di Anna, la magia, forse ritornerà, non si sa, mi rimane tutto l’oro di questa musica, tutti i sogni di allora per Eugenia, tutto il ricordo lontano della Romania, quelle valli, quei monti, quella chiesa ortodossa, quell’atmosfera che sapeva di umanità, nei bassifondi della vita trovare la speranza, quando tutto non è ancora perduto, quando ancora ci puoi credere che un futuro è possibile, che bisogna lottare, mettersi in pace, ma lottare… è morta questa cantante e muore anche una parte di me, dei miei ricordi, non so più come presentarmi il futuro, so solo che anche la morte è presente in questa vita, come quando moriva mia nonna nel 2013 e la notte tutta l’energia andava verso Xhuliana, in quelle notti piene di voluttà… c’è anche la morte, quella che mi fa paura, quella che mi fa chiedere che ne sarà di me tra qualche anno, se non avrò imparato a lavorare, se non sarò in grado di mantenermi, tutte le preoccupazioni di questo mondo, ma alla fine non è morto nessuno, è solo morta questa cantante, anche se la sua arte continuerà a vivere in eterno, e forse anche i ricordi di queste ragazze, che accompagnavano la sua musica nella mia fantasia: Andra, Eugenia, Anna… ed è una domenica strana, dove ho troppa paura del lunedì che arriverà, del lavoro, con quella carica che mi dava una volta Leida per lavorare, quella carica che non c’è più, sepolta forse dai troppi scherzi dei colleghi e di altri, è morta la mia cantante preferita, tra un po’ Anna tornerà in Romania, con Marina non so cosa ne sarà, così come non so cosa ne sarà del lavoro, della vita, degli studi… ricordo solo un post di una volta su Facebook, nell’account di Denisa: una bambina che baciava un’icona più grande di lei, lasciarsi andare alla fede, alla speranza, alla carità, anche là dove vedi che il mondo è fatto di persone cattive, dove la cattiveria a volte è dappertutto, non si perde la speranza di un giorno migliore, di un periodo migliore, questo sentire preoccupato potrà pure passare mi dico, e poco alla volta riconquisterò quella sicurezza che avevo negli anni di università… la vita va avanti, anche quando muore la tua cantante preferita, anche quando la notte non corrisponde esattamente ai tuoi sogni, anche quando gli studi non sono sufficienti per creare lavoro, cercherò lo stesso di darmi da fare, e guarderò al futuro, dove forse c’è Marina, per adesso, dove per adesso c’è un minimo di lavoro, c’è la voglia ancora di ragazze come Anna, che mi appare nella sua bellezza, con la sua musica piena di energia, la sua voluttà, il suo sorriso che illuminava la notte, coloravo il blu scuro del cielo nel celeste del giorno sereno e dei suoi vestiti, c’è anche chi sta peggio di me, non mi posso lamentare più di tanto, non pretendiamo troppo da questa vita, non può essere una costante salita, una costante ascesa, ci sono momenti e momenti, come la morte della mia cantante preferita, la magia di questa musica, i ricordi e i desideri inspiegabili a essa legati, e nella notte e nel giorno risplende ancora il sorriso celestiale di lei, e si disperde ancora in questa musica dalla magia infinita…

Tutto sa di celestialità…

Desiderio spirituale
le lacrime
la croce che porto
Alina
un amore erotico
finito nella nerezza dell’anima
non sapere se andare oltre
o fermarmi al ricordo di lei
la spiritualità che ritorna
che quasi non mi interessano più
le nottate erotiche
con quelle ragazze
se non fosse per il sogno
e il piacere
di quella ragazzina romena
che mi ha portato via
dal mondo infernale di Leida
il futuro che non si sa come sarà
le preoccupazioni
le voci rassicuranti di loro
Anna e Marina
qualcosa troverò
Isabella
che diceva che non può sempre andare bene
le nottate di piacere
con Aleksia
lo spirituale e l’erotico si infondono
in lacrime e sogni
e abissi onirici
come la notte
sdraiato in macchina su un parcheggio
ad ascoltare i suoni della strada
la libertà
di vivere fuori dai soliti schemi
l’abisso del sonno
e della spiritualità
e del lasciarsi andare
da ogni compito
con le troppe parole russe
che ieri infestavano la mente
sforzo intellettuale
che toglieva energia
all’erotismo
guadagnato di notte
il piacere dell’amplesso
dei giochi di lei
con le labbra
con la mani
il suo dolce corpo
nel quale affondavo
tra i suoi seni
baciandoli
accarezzandoli
sprofondando nella sua bellezza
anche quando la spiritualità
sembrava avvolgermi di più
dell’erotismo
la cappa nera del futuro
il lavoro
la relazione con Marina
i soldi
le gite e le uscite con lei
troppi pensieri
e questo mio corpo
che comincia ad essere stanco
dopo la voluttà infinita
con Leida
voluttà demoniaca
e la voluttà spiritualizzata
con Anna
Madonna munchiana
di puro piacere
che ancora mi infonde i pensieri
come una Madonna lungo la via
che nonostante tutto
continua a sorridermi
anche quando andrà via
nel mese che una volta
consideravo il peggiore
agosto
lontano da tutti
mese di vacanze
senza vacanza
una sola “vacanza”
come “mancanza”
lei che andrà in Romania
per fare la patente
e qui mi rimarrà solo Marina
e un mese dove forse ricaricare
i miei desideri
le mie voglie
mentre forse la musica manele
non incanta più
dopo aver rivisto Stas
che parlava di Larisa
e Dmitrij
loro al mare
il bambino che si estasiava
alla visita della bandiera americana
sulla spiaggia
storie autistiche
di un Est
che l’estate scorsa
mi mandava
all’inferno
tra quei libri russofobi di Aleksievic
Leida che mi estasiava
e mi condannava
al crederla via
la depressione
della fine dell’università
il saltare di tutti gli schemi
l’incertezza e la nerezza del futuro
dai quali mi lasciavo stupidamente
travolgere
non c’era serenità
c’era solo una cappa oscura
quella che quest’estate
non voglio riprovare
ricordando le nottate erotiche
con lei
con la ragazzina romena
la sua luce celestiale
come gli occhi di Marina
e le uscite con lei
desiderio erotico che si spiritualizza
e non si perde più
nei meandri infernali
del desiderio impazzito di erotismo
come l’anno scorso
con Leida
ritrovo la mia anima pura
che vuole ancora amore
che non si preoccupa più
delle nottate che devono essere
tutte perfette
la vita va avanti così
nel suo divenire
tra dei momenti
stupendi
e altri di meno
non può essere tutto in costante ascesa
come una scala mistica
che si perdeva nella musica
ipnotica
manele
con lei passavo la notte
i giorni
attimi di puro onirismo
nelle profondità dell’anima
quando il desiderio erotico
si spiritualizza
e rimangono le visioni di loro
di lei
di Marina
di Anna
e tutto si confonde e si perde
che quasi le parole
e i pensieri
e le immagini
non coincidono più
si volatilizzano
e della mia carriera erotica
vorrei solo farne una lunga pausa
per inebriarmi di spiritualità
e momenti di vita
tra paesaggi lacustri
città antiche rinascimentali
opere d’arte
sorrisi di lei
di Marina
le dolci parole tra noi
che non si sa dove porteranno
e rimane la visione futura
di infinita ispirazione
di un cristallino azzurro dell’anima
che non si sa di cosa ancora mi riempirà
lavorare sarà forse più facile adesso
anche studiare
anche non abbattersi più
di pensieri negativi
quando il desiderio erotico
si spiritualizza
e rimangono i ricordi
degli amplessi
della voluttà
della musica ipnotica
dei momenti con lei
e un divenire del tutto aperto
senza più
precisi obiettivi
e manie di perfezione
tutto va e tutto viene
sono immerso nella celestialità
della loro bellezza
Marina e Anna
che non c’è più niente da desiderare
quando il desiderio erotico
si spiritualizza
e la loro celestialità
scardina il tempo
il passato il presente e il futuro
e tutto convive come in una canzone d’amore
dalle mille sfumature
in un coro spirituale
ed angelico
si perde l’immaginazione
e si perdono le parole
tutto sa di celestialità

E’ ancora tutto aperto al divenire…

“Hai visto Anna Tatangelo? Adesso se la scopa Nino!” “Eh sì, lei è bella, ma con Gigi c’erano trent’anni di differenza, ha lasciato moglie e figli!” “Eh sì, le cose non possono funzionare, che poi lei è molto bella” “Eh sì”, così parlavano due napoletani con Bruna, la barista, stamattina al bar, trent’anni di differenza, Gigi e Anna, che mi ricordavo della notte passata con la ragazzina romena, gli attimi erotici, uscire dai pensieri di sempre, per un attimo, nella notte, là dove, nel parcheggio del Carrefour mi lasciavo prendere dalla profondità della notte, e ascoltavo le macchine passare sulla via, sulla strada, mentre un sonno incredibile mi disfaceva, mi lanciava in abissi mai visti, mai provati, e mi allontanavo dai soliti meccanismi, dal solito computer, dai soliti pensieri, e mi inabissavo… la nottata non era andata al massimo, come le ultime volte, ma avevo goduto lo stesso del suo corpo, delle sue gambe, dei suoi fianchi, del suo sesso, che osservavo dall’alto, quando decidevo di smettere di scopare, e mi si mostrava la sua vista, il suo corpo, le sue gambe divaricate, e il suo gentil sesso, di bellezza sopraffina, come una vera Madonna, e di lei mi rimanevano le sue parole, il suo volto, che mi incoraggiava, e mi finiva con una magia delle mani, mentre io godevo del suo corpo ancora, dei suoi seni, con cui giocavo, che palpavo e strizzavo, per fare di quella notte un ricordo erotico insieme agli altri delle altre volte, quando venivo in lei, e godevo… non so cosa mi fermava ieri notte, forse i troppi pensieri, il lavoro, il dover mettere da parte i soldi per vedere Marina, che si era fatta sentire durante la settimana, la sfiga che porta sempre Stas e Larisa e Dmitrij, quel mondo dell’Est che mi fa quasi smettere di sognare, quelle canzoni manele che non mi incantavano più, quasi la fine dell’incanto… ma la notte poi giravo ancora, dopo essere stato dalla ragazzina, quella che non ha trent’anni meno di me, ma solo una decina, eppure è tutto il regalo e la follia della notte, in me, e la rivedevo, là, in piedi, sull’angolo della via, e quando passavo mi sorrideva, vedevo il suo volto e la sua bellezza come la vedevo altre volte, una specie di madonna del piacere, dei sogni, come quel dipinto di Munch che non smette mai di affascinarmi, e passavo oltre, cercando di non farmi divorare da pensieri negativi, e ricordavo anche Isabella, quando mi diceva che non tutte le volte può andare bene, non tutte le volte può andare male, e l’ispirazione infinita mi dice che la prossima volta andrà meglio, senza stare così in ansia, senza pensarla troppo, senza essere divorato da pensieri esagerati, sul lavoro, sullo studio, sul cosa fare con Marina, pensieri che ieri mi spegnevano, insieme alla mia spiritualità ritrovata, che a volte è però di intralcio ai piaceri erotici… e giravo ancora la notte, e vedevo un’altra prelibatezza della natura, là, dal benzinaio dietro la via di Barresi, e mi dicevo che magari ad Agosto potrò fare un salto da lei, se avrò voglia, se questo calo fisiologico non si protrarrà ancora, anche perché Anna il 4 agosto andrà via, come diceva, per fare la patente in Romania, fino ai primi giorni di settembre, e chissà se mi verrà ancora voglia di ragazze così, se la rivedrò prima che lei partirà, o se questo periodo spirituale si protrarrà ancora… e non ci penso più di tanto, mi basta ricordare le ultime volte con lei, con Anna, la ragazzina romena, i sogni infiniti sotto la musica manele, la libertà dalle grinfie di Leida, la libertà anche da quella relazione un po’ forzata con Marina, da cui mi aspetto altro, lei che in fondo mi ha dato a volte alla testa, con quel desiderio erotico sempre più spiritualizzato, negli ultimi tempi, dopo aver rivisto Alina, all’inizio dell’anno, dopo la quasi scomparsa di desideri, se non si dimenticano quei mesi infernali dove ancora desideravo Leida, come un indemoniato, e ottenevo tutto il piacere del mondo, quello che ho ottenuto ieri notte, e le altre nottate insieme alla ragazzina romena… e non c’è molto da pensare, alla fine, non so se domani lavorerò, se davvero mi metteranno in regola, cosa potrò fare lavorando da mio padre, visto che negli altri lavori non si trova niente, visto che le uniche letture che davvero mi interessano ora sono quelle pagine sulla “Russofobia”, che finalmente tolgono via la cortina di tenebre calata sulla Russia dopo la tesi di quella megere di una Svetlana Aleksievic, lei che mi faceva perdere tutto l’amore per la Russia, mentre questo libro indaga i mille anni di diffidenza dell’Occidente con la Russia, e mi distacco dalle sensazioni negative che la Russia ha in me sempre provocato… c’è Marina, dopo tutto, che si è fatta sentire, che vuole uscire al lago, che ha detto che le piacerebbe andare a Mantova un giorno, a visitare la città, e con lei è tutto ancora da costruire, da vivere, e basta dare il tempo al tempo, non affrettare le cose, non prendere decisioni estreme, e lasciare tutto aperto al divenire delle cose… mi bastano i ricordi delle ultime nottate erotiche, delle giornate vissute con Marina, dei nostri discorsi, dei suoi sorrisi, come il sorriso di ieri notte della ragazzina romena, il senso di perdita nelle canzoni dell’Est, nelle manele, la spiritualità e l’erotismo ritrovati, una certa serenità d’animo, aver scoperto i miei punti deboli e i miei punti forti nello studio, non scervellarsi più per scrivere chissà che cosa, per andare a rileggere chissà quali voluttà passate, che vivono in me, anche se sulle pagine non ci sono più, ricordi di ragazze passate, lasciamoli perdere, è ancora tutto aperto al divenire delle cose, con ragazze come Marina, come Anna, con il lavoro, gli studi, l’erotismo e la spiritualità, la storia d’amicizia tra me e Marina, che non si sa dove porterà, questo mio periodo difficile, come anche mi dicevano, indeciso sul cosa fare di questa vita, del lavoro, i paletti che saltano, la cornice che non c’è più, una cornice precisa, e non mi devo far travolgere da pensieri negativi, è ancora tutto aperto al divenire…

Questa scura pesantezza…

“Non mi ricordo come lo vuoi, normale o lungo?” “Cosa?” rispondevo senza aver capito bene cosa sussurrava la barista, Bruna, quella più grande di qualche anno, sempre vestita di nero, “Il caffè…”, “Non lo so, è uguale…” “Ah, come viene…” rispondeva mezza sorridente lei, e dopo qualche secondo mi porgeva la tazzina sul bancone del bar… non avevo voglia di scrivere, di rimettere assieme i pensieri, dopo che ieri mi guardavo l’ultimo film di Cristian Mungiu: “Baccalauéreat”… film romeno dove solo in Romania la gente può parlare così, che sembra che strascichi le parole, che sia troppo stanca per parlare, tutti mezzi spenti, che quando parlano sembra che piangono, come diceva un’amica ucraina una volta… film che dipingeva i mille difetti degli uomini, delle donne, delle ragazzine, con quel padre troppo preoccupato per la maturità della figlia, pronto a spedirla in un’università inglese pur di farla scappare dal nulla rappresentato dalla Romania, dalla mancanza di prospettive… la figlia che il giorno prima della prima giornata di esami viene assaltata da uno che cerca di stuprarla, ma non ce la fa, il che non lascia la giovanissima priva di emozioni negative, a dover combattere lo shock… il padre che ha una relazione segreta con una trent’enne, già con un figlio di sei o sette anni, divorziata, la moglie di lui che ormai non partecipa più attivamente alla relazione, che si preoccupa solo della figlia, lavora stanca in una biblioteca e continua a fumare sigarette… la polizia corrotta che suggerisce al padre Aldea in questione di truccare gli esami della figlia rivolgendosi a persone di dubbia reputazione, e cominciano i guai… la figlia che non vuole truccare gli esami, lei che ad un certo punto vorrebbe anche non andarsene in Inghilterra, ma rimanere in Romania, vicina al suo ragazzo Marius, il quale il giorno dell’aggressione passava proprio di lì, davanti a lei, vedeva ciò che stava per succedere ma tirava avanti, senza neanche completare la chiamata alla polizia… un mondo dove ognuno pensa per sé, un mondo senza prospettive, l’inganno degli anni ’90, dove Aldea e la moglie tornavano al proprio paese convinti di poter cambiare le cose, di poter ripartire dopo la caduta del comunismo, e invece le solite magagne, la solita corruzione, la solita povertà e disonestà, e nessuno più che pensa agli altri un minimo, un mondo di puro individualismo, in un paese povero senza risorse… tutta la raffigurazione di una Romania di quella gente che cerca di sopravvivere lavorando onestamente, Aldea, dottore, ma di certo non upper class, visto l’appartamento lugubre in un quartiere da niente dove vive, storie di giovani che vendono macchine rubate dalla Germania, lo stupratore che non viene preso, la polizia che più di tanto non può fare, se non scoprire ad un certo punto i contatti malati di Aldea, che viene anche indagato… un film che dipinge quel mondo depresso romeno che vedevo ormai una quindicina di anni fa, forse di più, dove davvero non c’è niente, non c’è una borghesia che dia l’esempio, non ci sono risorse economiche, ognuno cerca di andare via da lì, c’è diffidenza, e si sogna solo l’Occidente, come anche si vedeva bene in uno dei primi film di Cristian Mungiu: “Occident”, appunto… le critiche sparse anche alla chiesa, ai pope, che più che superstizioni e gente a cui fare ultimo appello non sembrano essere, come veniva ampiamente descritto in “Dupa dealuri”, penultimo film di Mungiu… sì, non c’era davvero niente, non una nota di solarità, di vivacità, di positività nel film, forse solo nell’ultima scena, dove la ragazzina alla fine chiede al padre di farle una foto insieme ai suoi compagni, il giorno della premiazione della maturità, a scuola, il suo sorriso, il sorriso di questa adolescente che si avvia all’età adulta, e dove in tre quattro giorni di esami ha visto tutto quello che può essere la vita adulta, la fine dell’età dell’innocenza, il padre con una relazione segreta, il matrimonio che si sgretola, l’indifferenza per la nonna che sta morendo di una malattia al cuore, lei che consigliava di farla stare lì la nipote che tanto in Romania si cambierà quello che si può cambiare, poco alla volta, senza farsi prendere dalla smania di arrivare, di arrivare in Inghilterra, là dove la figlia non vuole più andare, un mondo fatto di individualismo e dell’ognuno pensa per sé, l’egoismo dell’amante trentenne che vuole saldare quella storia segreta, quella trentenne che ormai ha in mente solo il figlioletto, e questo padre che si preoccupa troppo, fa di tutto per cambiare le cose, ma alla fine sembra solo commettere errori, incapace davvero di dare un corso alle cose, se non in peggio, se non capendo che alla fine è davvero difficile far cambiare il mondo e le cose attorno a te…

Film che mi rimaneva così, in testa, pensando alla Romania, all’ultima ragazza, a quel mondo senza prospettive, a come anche lei avrà deciso di venire qui, come anche una volta avrà potuto decidere Alina, lei con una figlia in Ucraina, qui a vendersi, che tanto là non c’è davvero niente, non c’è lavoro, non ci sono prospettive, gli uomini si ubriacano e delinquono, ognuno pensa a scappare, ad andare via, perché non c’è niente, come anche vedevo quindici anni fa o di più, là a Iasi, in Romania, con quella donna, Oana, che pur di venire qui sposava forse un po’ di comodo un italiano, per sistemarsi, avere la nazionalità, e ricominciare qualcosa che là proprio non si può avere… ah, queste donne dell’Est, questo mondo dell’Est, che è a volte davvero la mia ispirazione infinita, e non mi sembrava neanche di camminare per le vie della mia periferia italiana ieri sera, se non fosse stato per le persone piene di sorriso, ancora, che mi circondavano, quella gente che portava a spasso le nipotine, che giocavano, andavano sui roller blade, un giovane marito e una moglie con figlio che giravano anche loro attorno al cimitero, lui correndo, lei e il figlio in bicicletta, per qualche motivo di salute forse, o forse solo per benessere, una foto di una giovane famiglia come tante, e le macchine che passavano, belle macchine, di chi forse ha un lavoro decente, il lavoro che in confronto alla Romania qua ce n’è, visto anche i tanti romeni e romene che vengono qui a lavorare, una parvenza, una speranza di futuro, dopotutto non siamo in Romania, e anche le voci, le parole italiane erano più vive, meno spente, meno sussurrate, che non quelle del film, e di molti romeni o romene che ogni tanto sento parlare qua attorno…

Me ne andavo a dormire così, senza pensarci troppo, senza esagerare con il computer e la sua roba, quella serie televisiva che ricominciavo a guardare in inglese, “The vampire diaries”, che non mi faceva più sprofondare nel ricordo nero di Alina, serie che riuscivo a guardare, in inglese, anche dopo quel colloquio andato male, io che se adesso penso al lavoro non saprei da che parte voltarmi, con quell’agenzia che mi aveva chiamato, ma poi non si è fatta più risentire, anche se diceva che avrebbe richiamato, io che non rispondevo per noncuranza… e quella sera dove dovevo darmi al bere per vincere la prigione che mi sembrava di sentire, sempre la stessa casa, la stessa gente, quei lavori da meccanici, di mio padre, di Marco, del vicino, quell’alcol che bevevo forzatamente, mentre mi tornavano alla mente tutti i deliri antialcolici, dai musulmani che passavano, ai Bahaì dentro di me, agli avventisti come Eugenia, l’altra ragazza romena a cui pensavo in questi giorni, lei ormai sperduta in Malesia, in un “health center”, quell’alcol che proprio non mi andava giù, mentre ieri scoprivo che Romania, Ucraina e Russia sono tra i primi paesi più alcolizzati del mondo, l’alcol, la droga dei poveri, dei poveracci, quelli che bevono per disperazione, come anche una volta a me succedeva, e che dicono che bevono sia per disperazione, ma anche per fare festa, non si sa, l’alcol che provoca liti famigliari, percosse, violenza, come anche da me una volta succedeva, con mio padre, l’alcol, la Romania, il lavoro…

E non pensavo più di tanto al lavoro quest’oggi, mi bastava stare così, a casa, a leggere qualche articolo in tedesco, dopo che Marina mi si rifiutava l’ultima volta, domenica scorsa, rifiutava di uscire, e avevo quasi la voglia di sentirla, ma non mi posso far sentire sempre io, pensavo, lasciamo perdere, lasciamola perdere, e leggevo svogliatamente in tedesco, senza neanche capirci troppo, e magari mi sarebbe piaciuto passare al russo, a quel libro sulla Russofobia, di Guy de Mettan, in russo, ma lasciavo tutto al risveglio dopo pranzo…

E mi stavo per addormentare, stavo per finire nel mondo dei sogni, nel silenzio, senza musica, quando sentivo suonare il cellulare, chi era, mi chiedevo, qualche agenzia che sta per chiamare? Non avrei neanche voglia di rispondere, ma rispondevo, ed era Marina… come va, come non va, lei che era stata all’opera sabato scorso, lei e la Bohème, le lunghe pause di mezz’ora tra gli atti, lei che andrà a vedere il balletto di “Sogno di una notte di mezza estate”, domani, e poi lunedì per quattro giorni al mare, a Rimini, con una sua amica… niente, non vediamoci questo fine settimana, le dicevo, visto che lunedì devi partire, e poi lei che mi diceva di una fantomatica spiaggia sul lago di Como, mi diceva anche il nome, ma mi dimenticavo, io che le proponevo di andare in gita a Mantova, un giorno di questi, più avanti, quando ci sarà meno caldo, io che non speravo neanche più di sentirla lei, ormai quasi dimenticata, lei e le nostre parole in italiano, quel russo che si sta per dimenticare, quel lavoro di call center in doppia lingua, inglese e russo, al quale anche lei faceva domanda, il lavoro, quello che lei mi diceva che ho con mio padre, almeno, che ho una casa, che sono al mio paese, che qualcosa troverò, il mio silenzio infinito e la mia preoccupazione senza sosta sul futuro, visione nera, mi preoccupo troppo, per ora ho questo lavoro, poi non si sa, non ti preoccupare mi diceva, ma non ci credevo più di tanto, quando la nerezza ti invade… e la salutavo, ci si sentirà più avanti, chissà, settimana prossima, non si sa, e me ne tornavo in casa, a dormire, dopo essermi fumato una sigaretta di troppo, e mi abbandonavo al sonno pesante e all’aria condizionata, al silenzio, all’assenza di musica, all’assenza di rumori dell’officina, di macchine, furgoni e altro, e mi tuffavo nel mondo onirico…

E là vedevo una Russia immaginaria, grigia, dai territori sconfinati, dai palazzi e gli appartamenti tutti uguali, khrushovki, non tanto differentemente dal film di ieri sulla Romania, un territorio della provincia russa inoltrata, la depressione, la mancanza di soldi, di lavoro, e mi sembrava di essere nel 2018, anno dei mondiali di calcio in Russia, ma io non ero là per il calcio, e neanche per il lavoro, ero forse là insieme a Marina per le vie della periferia, a non so che fare, e sentivo tutto il mondo diventare più pesante, più lento, tutte le sensazioni inoltrarsi nel nero, come prima di addormentarmi, con la consapevolezza che Marina si era fatta sentire, mi aveva chiamato, e non sapevo più a che cosa pensare, se questa storia andrà avanti, come andrà avanti, cosa c’è tra noi due, e tutto si appesantiva, rallentava, diventava più profondo, andava a scavare un abisso dove non ci sono parole, e mi sembrava di dormire di un sonno senza fine, profondo, che sfiora la morte, il futuro e la morte, la fine del lavoro, che non so se ci sarà, la mancanza di soldi, la mancanza di prospettive, di poter cambiare davvero la vita, il mondo qua attorno, l’assenza di carriera, lo stress per altri lavori che non voglio più provare, e allo stesso tempo neanche la depressione del lavoro con mio padre e Marco, e non so cosa sentivo, non so cosa sento, so solo che quel sonno era dei più pesanti mai sentiti, dopo la chiamata di Marina, e nel sogno compariva forse solo una luce, dopo che il paesaggio di Mantova, città da cui proviene mio padre, si mischiava alla Russia del sogno, di Marina, e nel sogno la sala si riempiva di quella luce bianca, diafana, dalla porta da dove entrava mio padre, mentre io ero lì, in piedi, ad aspettare non so cosa, forse un’altra chiamata di Marina, nel sogno, portarla là, nella città mitica dei miei famigliari paterni, Mantova, e riscrivere la storia di quell’affetto con lei, con Marina, una ragazza russa, e mischiare il dialetto dei miei con la lingua di lei, giocare all’affetto del padre, del futuro, del lavoro, con il futuro di una vita legata alla Russia, o se non una vita, attimi del futuro, e tutto si mischiava, in quel nero, la Romania, quei giorni in Romania insieme a mio padre, io, da ragazzino, senza mia madre, il sogno delle ragazze dell’Est, la povertà, la miseria, il futuro che manca, il lavoro, le relazioni con le ragazze, quella chiesa ortodossa, la morte, il futuro, le relazioni, il lavoro, la morte, i sogni, la pesantezza, i mondi onirici, là dove non bastano più le parole, e il risveglio dal sogno, la pesantezza, mio padre che ancora pranzava in cucina, io che cercavo il secondo caffè della giornata, in ufficio, il lavoro che oggi non c’era, Marco che era via, i soldi che bastavano per la spesa, i soldi di domani forse da mettere da parte, a questo punto, per uscire un giorno con Marina, il risveglio e la carica erotica che sta per tornare, ma più di tanto non mi interessa, un desiderio erotico romeno, o non si sa, un altro caffè, un’altra sigaretta, dei sogni profondi, la pesantezza, l’assenza di sogni ad occhi aperti, la pesantezza, un caffè e un’altra sigaretta, non mi va di scrivere e di pensarci più, non preoccupiamoci troppo, per ora ho un lavoro, una casa, vivo nel mio paese, non preoccupiamoci troppo, come diceva Marina, questa scura pesantezza…

E rimane solo la notte…

Non c’è niente da decidere
tanto con quella ragazza
non è legato affettivamente
forse da parte mia
forse mi sono affezionato
Leida
quando mi mandava fuori di testa
e Marina
lasci libera la porta
verso quelle
è comune
e poi deciderà se con quella ragazza
continuare
oppure lasciarla lì
o restare amici
condividere momenti
non c’è niente da decidere
e sentirsi libero
libero come le nuvole della notte
che si fondono con il dorato
del chiaro di luna
immergersi in quelle sensazioni notturne
in quella voluttà
non fatemi sentire voci umane
di quei tre amici
che si insediavano
nel deserto d’asfalto
nella via chiusa
che apriva le porte della percezione
Olimpia era dimenticata
di lei rimaneva solo
la sua nazionalità
quella Romania
dove ogni volta
finisce il mondo
nell’estasi di piacere
e antichi simboli e schemi
saltavano
nella pura voluttà della notte
e anche di Marina
non mi interessava più niente
là dove non c’è desiderio erotico
è inutile continuare
diventa una tortura
una forzatura
una messa in scena
che forse anche lei ha capito troppo bene
queste ragazze dell’Est
che si vogliono sposare
o fanno il mestiere
o fanno tutte e due le cose messe assieme
lasciamo Marina
ai suoi pensieri sull’opera
ieri sera
alla sua musica
da teatro
un mondo che non è mio
lei che può comprarsi queste emozioni
senza lavorare
e lasciamo anche perdere Olimpia
e quelle sue foto
tra le sue amiche fotomodelle
un po’ povere
tra Armani e Versace
serate di piacere con le amiche
che non reggerei mai
lasciatemi stare
non voglio sentire le vostre
voci
i vostri discorsi
di gente ancora troppo legata alla vita
alle uscite serali
alle amicizie
ai mondi di contatti virtuali
e di apparenze
di mostrarsi agli altri
interessati
io e la mia macchina sportiva nera
mezza scassata
come una Porsche
di Hank Moody
in Californication
io e la mia voglia di vita
nella voluttà della notte
che mi riempiva
come non succedeva dai tempi di Alina
scacciato una volta per tutte
l’incantesimo malefico
di Leida
e godere così della notte
e non sapere più che farsene
di quelle parole inglesi
russe
tedesche
compiti che mi ponevo
nella mia ex identità di studente universitario
affascinato dalle lingue
solo come sentire della musica
parlata da voci altrui
nella notte l’unica voce
era la sua
di quella ragazzina
che donava piacere
e ogni cosa si dissolveva
si disperdeva nell’oscuro della notte
teorie di amici sulle tipe
discorsi falsamente sofisticati e alti
che nascondono solo
un sacco di complessi e frustrazioni
meccanismi di difesa
per far fronte al mondo
e alle relazioni
non c’è niente da teorizzare
niente da raccontare
quando la voluttà vince su tutto
e delle regole della vita
non sai più che fartene
libertà della notte
saltavano e saltano tutti gli schemi
la messa in scena di provarci
con Marina
la messa in scena di uscire per parlare
ad un aperitivo
quando non ci sono cose da dire
quando non c’è feeling
non c’è affiatamento
e di lei ne avevo fatto un abbaglio
solo per quella sua lingua
quella sua nazionalità
che pensavo fosse magica
come Katia
come Alina
mentre non nascondeva niente
non c’era niente da cercare in lei
neanche nei libri e nelle notizie
vecchio abbaglio
che mi faceva confondere l’estasi dei sensi
con quella delle parole
la bellezza delle ragazze
con la loro lingua
che con Marina
non c’è niente da sognare
da sublimare
da perdersi
lei e i suoi discordi da ragazza comune
i discorsi preconfezionati
senza un minimo di riflessione
e di filosofia dietro
non un velo di artisticità
solo tanto senso comune e niente di più
che non si può desiderare
come si desidera la libertà
e il fuori dagli schemi
di una notte erotica
lasciatemi libero
e forse ancora cercherò lavoro
alla ricerca del piacere e della voluttà
ma non fatemi pensare
alla vita e ai suoi affanni
nel fine settimana
in questi due giorni
che vogliono solo piacere voluttà
e sogni onirici
di una profondità e di una leggerezza
senza limiti
la mente si espande e l’anima
le porte delle percezioni
si aprono
e si apre anche la mente
nella sola voluttà della notte
che ogni riflessione e ragionamento
non regge più
si va avanti con l’anima
dove ti porta l’anima
dove ti portano i sogni
là dove Marina non c’è mai
ed era tutta una forzatura
come quei messaggi
quella musica
quei libri e quell’arte
non ne ho bisogno finché
la notte mi avvolge
ancora nel giorno
con il suo ricordo di voluttà
e di sogni e piacere
là dove Marina non c’è mai
e rimane solo la notte

Pura voluttà nella libertà della notte…

Assordarsi di musica, di Inna, quando in lei vedevo la bellezza della ragazzina romena, indondarsi di musica, fino a quasi non capire più niente, a perdere il cervello, come quelli che passano in macchina con la musica napoletana, rintronarsi e provare a sentire Marina, per vedere se oggi saremmo usciti… non rispondeva, il cellulare suonava, ma non rispondeva, come già avevo previsto, mandarle un messaggio, per chiederle di farmi sapere, per chiederle se la sera sarebbe uscita a vedere l’opera, e nessuna risposta… reagivo e aprivo articoli a casaccio in tedesco, poi in russo, mi divertiva l’idea di leggere ancora qualcosa, fino a quando non ce la facevo più, le solite frasi, i soliti discorsi… la sera… puntate nuove di “The Vampire Diaries”, senza ricordare Alina, in inglese, non in russo, per credere ancora di potercela fare con le lingue, a qualche colloquio futuro, l’attesa del messaggio di lei, messaggio che non arrivava, la sera, passeggiare attorno al cimitero e incrociare una donna in bicicletta che mi rivolgeva la parola: “Eh! Anche te te la giri in fretta! Su e giù!” “Eh sì” “Senza bicicletta?” “Eh, sì, è per la dieta!” “Ciao!” “Ciao!”, strane parole mentre dentro di me mi parlavo in inglese, come per ritrovare quella voce e quella lingua che pensavo dimenticata per sempre… tornare a casa e farsi di altre nuove puntate di quella serie tv, senza pensare più a niente, vedendo solo come Damon che bruciava Elena poteva essere il mio ricordo di ragazze lasciate, buttate via, il senso di abbandono che ne segue, aver lasciato tutti, amici e amiche, per vivere quasi da degenerato, nel solo ricordo di lei… e la sera il messaggio non arrivava, di Marina, e già i pensieri si facevano più chiari, non me ne importa niente, non c’è feeling, è tutta una cosa forzata, era una cosa forzata per cercare di dimenticare Alina, la lingua russa con lei, che non c’entrava niente, perché la parte più importante erano gli attimi erotici con lei, e non tutti i fronzoli linguistici attorno… lasciare perdere Marina e addentrarsi nella notte alla ricerca di lei, della ragazzina romena… vederla e desiderarla subito, mentre passavo oltre Leida vestita con un completo bianco corto, come una minigonna, la sua bellezza da strega di una volta, andare oltre, non guardarla, non sentirla, non desiderarla… ed essere pieno di musica manele e di musica di Inna, di parole inglesi, quando mi fermavo dalla ragazzina romena… il suo corpicino, bello come una favola, quel suo volto che ricordava la cantante, quei suoi seni aggraziati e abbondanti, il suo sguardo un po’ perso, lei, sempre con l’auricolare del cellulare, la sua borsetta, i suoi sandali con il tacco che esaltano le sue gambe, la sua bellezza, e fermarmi da lei… godere da subito, a sfiorarle le gambe, a sentire la carica erotica salire, “Come va?” “Tutto bene, solo che quella ragazza con cui mi vedo non risponde, ma meglio non pensarci…”, sfiorarla ancora mentre ci dirigevamo verso il nostro posto, “E te come va?” “Tutto bene, adesso ad agosto vado in Romania, non sono mai stata così tanto tempo fuori” in Romania… ad agosto… magari è una di quelle balle che raccontano loro, non mi importava, non mi tuffavo nell’estate passata quando Leida diceva più o meno la stessa cosa, e stavo male, non ci pensavo, ce ne sono tante, come diceva Leida, ne troverò qualcun’altra, e per ora non mi importa… “Ma sei di Bucarest?” “Nooo, di Craiova…” “Mh… non so neanche dov’è…”, e sorrideva… “Facciamo trenta?” “Ti do il resto di venti, giusto?” “Sì…”, e cominciavo a godere della sua vista, del suo corpo, le sue gambe, i suoi seni che palpavo, quel capezzolo che baciavo, la bellezza infinita sua, del suo volto, che la facevano sembrare una Inna più giovane, dallo stesso fascino gentile, e lì cominciavano gli attimi erotici… il suo servirmi dolce con le labbra, il mio palparle i seni, godere della sua vista, del suo paesaggio che era il suo splendido corpo, richiamando alla mente quelle foto incrociata ancora una volta per caso su VK, foto erotiche di ragazze succinte, che non reggevano a confronto con quello che stavo provando io con lei… e poi dire basta e affondarmi nel suo corpo, nel suo dolce corpo e in quella visione che la faceva apparire ancora una volta come una Madonna di Munch, una madonna erotica, di puro piacere, di pura voluttà, e affondavo nel suo corpo, avanti e indietro, fino a scoprire il piacere dell’infinito, godendo ancora dei suoi seni, in quei minuti che sembravano infiniti, in quell’amplesso della sua bellezza che scacciava brutti ricordi, che mi dava nuova vita, quella visione di voluttà e pura bellezza, nei lunghi attimi erotici, e godevo come non mai… ci mettevamo a posto, mi dava i fazzolettini, mi ripulivo, come lei si ripuliva, ci rivestivamo, e mentre lei si sistemava le dicevo, con quelle parole che mi attorniavano la mente “Te l’hanno già detto che assomigli a Inna, la cantante?” “Eh? Cosa io con quella cantante?” “Che ci assomigli” “No…” diceva un po’ contrariata, mentre si rivestiva dei suoi sandali con il tacco, copriva i suoi seni, si rimetteva quei suoi pantaloncini azzurri, come una minigonna “Sai, ho ascoltato Denisa in questi giorni, canzoni vecchie…” “Eh? Chi?” “Denisa, manele…” “Ah, quella adesso sta male, le hanno trovato una malattia, e tra un po’ dicono che è…” “… che è finita… sì, avevo letto qualcosa, ma non pensavo che era vero…” Denisa, la cantante manelista, con una qualche malattia grave, un modo per farla fuori dal business? “Eh, ultimamente infatti non canta più… e te invece? Stasera niente raeggeton?” “No, stasera niente, stasera fa freddo, infatti mi metto questo…” e si metteva una specie di camicetta a quadri bianchi e neri, che le copriva il corpo, “Ah! Hai così freddo?” “Sì” “Bella questa camicetta, ma basta per coprirti?” “Sì…” e si rivestiva, di pura bellezza, mentre con il suo sguardo, il suo volto davanti a me mi guardava, un volto che fotografavo, di una bellezza strana, di una ragazzina dai tratti di Inna, dei tratti davvero romeni, di una bellezza esotica… “Eh, ha fatto caldo gli scorsi giorni, ma ora fa un po’ fresco…” e  mi ricordavo come all’inizio mi aveva fatto chiudere i finestrini, per l’aria fredda… “Ok, andiamo” mi diceva, una volta vestita, mentre io ero pieno di tutta la voluttà del mondo, di tutto il piacere, e di niente mi importava più… e suonava il suo cellulare, e sullo schermo c’era scritto “Alina mea”, “Alina mea!” dicevo, “Eh?” “La tua amica?” “Sì”, Alina, che non era più la mia Alina, era un’altra Alina, una delle tante, e il ricordo di lei non mi disturbava più, non mi buttava più giù nell’abisso nero, era un’altra, ce ne sono tante, il mondo è pieno di ragazze, c’è tutta la vita davanti a me, e non c’era più niente da guardare indietro, verso nessuna… “E quindi in Romania vedi parenti, amici, amiche?” “Sì” “Ormai da quanto tempo è che sei in Italia?” “Sette mesi, ma in totale fa un anno…” “E ti trovi bene?” “Sì…” diceva, con fare non troppo convinto, e non indagavo, non mi interessava, ognuno si sceglie la sua vita, ognuno è libero, e tutte le regole e tutti gli schemi saltavano, in quella voluttà senza fine… e c’era un gatto davanti a noi sulla strada, un po’ lontano, in mezzo alla corsia “Attento!” diceva indicando il gatto e i suoi occhi elettrizzati della notte “Quanti gatti che ci sono!” e indicava altri due là, ai lati della via, e si sorrideva un po’, “Sì, l’ho visto…” e calava il silenzio, il silenzio della notte, mentre dentro di me echeggiava ancora la suoneria del suo cellulare, quella con la canzone di Inna, e c’erano macchine dappertutto, in quel sabato notte, lì, in quell’incrocio e tiravo giù il finestrino “Abbasso, che tanto adesso siamo arrivati…” “Va bene…” e la riportavo là, nel suo angolo “Ciao, e buona notte…” “Buona notte anche a te, ciao!” “Ciao!” e ci si salutava sorridendo, scherzando, con leggerezza, senza guardarsi negli occhi, senza tenere a niente, così, nella libertà della notte… 

E facevo i miei giri intorno alla via, pieno di estasi e di languore e voluttà, che non pensavo più a Marina, mi ero liberato del pensiero di lei, della forzatura di volerla, di desiderarla quando non c’era nessun desiderio, e godevo di quegli attimi con la ragazzina romena, di quegli attimi e degli attimi passati, da quando l’ho rivista, e pensavo a quanto piacere provavo con lei, senza sentire tutti i demoni dei tempi di Leida, quella sua voce da strega, quel suo corpo che non rispondeva, nonostante le mie estasi, e mi sentivo liberato da lei, da Marina, da una vita che volevo dedicare a troppe notizie, a troppe lingue, a troppe letture, e non pensavo più a niente, né al lavoro né a niente, mi godevo la libertà della notte, che non sarebbe mai dovuta finire, anche quando passavo di fianco a Leida in macchina e sentivo la sua voce malefica, sempre come incazzata, forte, quasi disumana, e andavo oltre e la lasciavo perdere, ancora, e non pensavo al futuro, al passato, al presente, mi godevo quegli attimi di pura voluttà, dopo che ero passato ancora di fianco alla ragazzina romena, lei, lì, sempre intenta con il suo cellulare, il suo auricolare, con lo sguardo perso, la sua bellezza da fiaba che dona voluttà, e me ne andavo oltre, oltre, verso quello che un tempo chiamavo il deserto d’asfalto, che frequentavo la notte ogni volta dopo che mi vedevo con Alina, per godere di quella sigaretta che sa di estasi infinita dopo l’amplesso… e mi fermavo là, in quello spiazzo, con la macchina parcheggiata di sbieco in mezzo la strada con vicolo cieco, e non c’era nessuno, nessun altra persona, e miei pensieri e la mia mente viaggiava nel fermarmi lì, ad accendermi una sigaretta e sentire tutta la libertà dai miei pensieri, da Marina, dal lavoro, dagli studi, e non pensavo più a niente, le parole inglesi, russe e tedesche non mi infestavano più, e godevo solo di quella voluttà, quel piacere, quella libertà, e i sensi mi travolgevano, mi portavano via, anche senza bisogno di ubriacarmi di alcol, perché tutta l’estasi era in me… e godevo della notte, per ore, lontano da casa, in mezzo ad una strada come uno zingaro, lontano dal computer, dal tablet, dal cellulare che stava zitto, e dimenticavo tutta quella gente virtuale, quei messaggi, quei libri sparsi nella mia stanza, le infinite letture, la ricerca di lavoro e di compagne, e il mondo d’arte finiva in sé, così, e il mondo virtuale anche, e solo la notte mi travolgeva, mentre mi sdraiavo su quei sedili pensando e rivivendo ancora quegli attimi erotici con lei, che non c’era più niente che mi fermasse, tutte le sensazioni mi travolgevano, nella libertà della notte… e pensavo a quanto sarebbe bello passare nottate così, con quella stessa sensazione, lontano da casa, dalle preoccupazioni, da ogni cosa, e si liberavano i miei sensi, che non percepivano più nulla, se non la voluttà infinita, il piacere dei sensi, anche quando mi spostavo per non sentire più le voci di gente che era arrivata nella via, e me ne andavo con la macchina nel parcheggio più grande, deserto, nel buio, con il solo rumore della strada e delle macchine notturne che passavano, le luci dei negozi e dei ristoranti, la mezzaluna nel cielo notturno che si rischiarava di una luce dorata, e quella era la notte, la notte come non provavo dai tempi di Alina, lo stesso piacere, la stessa voluttà, senza intrichi dell’anima, senza schemi, senza doveri, senza niente, senza nessuno, pura voluttà nella libertà della notte… e mi addormentavo forse di un sonno profondissimo, su quei sedili che mi hanno visto un’infinità di volte godere della notte, e in quel blu e in quel grigio, in quell’oscurità della notte i miei sogni e la mia stanchezza si facevano pesanti e leggeri allo stesso tempo, in quel senso di libertà di godermi la strada, la via, il senso di libertà, sdraiato e pieno di piacere lontano da tutti, su una via, su un parcheggio, senza nessuno che ti dava fastidio, senza distrazioni, senza niente, solo io e le mie sensazioni di pura voluttà nella libertà della notte… e si faceva tardi, mi addormentavo solo per svegliarmi verso le due, due e mezza, quando decidevo di trovare quel letto che non avrei desiderato, quell’abitazione, sarei rimasto fuori tutta la notte, dormendo in un parcheggio, con tutta la libertà dei sensi, ma poi me ne tornavo a casa e vedevo quei locali ancora aperti, alle due e mezza, il supermercato, la pizzeria, il bar, alle due e mezza di notte, di sabato, e non pensavo più a niente, più a nessuno, mi sentivo solo liberato di me stesso, di tutto e di tutti e di tutte…

E la notte avrebbe portato sogni, la mattina presto, un mondo onirico pieno di ragazze passate, relazioni bruciate, come Damon nel telefilm, quell’Alice di una volta, quella Elena di una volta, quella Jessica di una volta, sogni dei tempi di università, in mezzo alle ragazze, dei tempi di scuola, mondo onirico dalla bellezza sublime, solo per ricordare, nel chiaro della mattina, tutta la pura voluttà della notte, e non richiamare più alla memoria Marina, lasciandola perdere una volta e per tutte, non sforzandomi di chiamarla, di sentirla, di forzare la relazione, lei, così, dimenticata, nella pura voluttà della libertà della notte…

Parole da niente…

Silente
davanti alla giovane barista
non sapere cosa dire
ed essere immerso
nel proprio mondo interno
murato alla comunicazione
in attesa di una risposta
per una domenica
che non si sa come sarà
se assieme a Marina
o chi lo sa
aver esaurito le cose da dire
da pensare
essersi perso
in parole da niente
ieri con Elvisa
discorsi generali
senza alcun significato
e attendere vanamente
la risposta di Olimpia
cosa mi rimane in questa vita
dopo che le parole di una passione
facevano ricordare ancora
Alina
smuovendomi in lacrime
spostando per un attimo
ancora
l’asse del mondo?
E la notte non sapeva neanche di musica
dove sono finito?
Mi chiedevo
con quelle canzoni spazzatura
che non mi portavano più
a pensare e desiderare Leida
non sapevo più che farmene di quella musica
così come stamattina
non sapevo più che farmene
dei miei pensieri
e del mio mondo interno
mi sembra di aver perso le ali
di essere una persona vuota
e anche gli studi che ho fatto
sembrano arrivati al loro capolinea di dissolvenza
non c’è quasi nessuno e nessuna
con cui parlare
tutto sembra dimenticato
anche la sola capacità
di esprimere due parole
e a niente servivano
i sogni di un programma televisivo
dove Cacciari e Sgarbi
si scontravano
il filosofo e la bestia da televisione
che non c’è nessuno con cui parlare
di filosofia
di cultura
di altri temi
e mi sembra di essere rimasto
una volta per tutte
solo con la mia vita dell’anima
murato nel mio mondo interno
dove per non impazzire
i pensieri si fanno musica
e scivolano via
si dissolvono
nell’immenso mare di sensazioni
e percezioni
che la coscienza si svuota
e non rimane più niente
da rielaborare
mi sento vuoto
svuotato
dopo troppi mesi
lontano da quel luogo
che mi dava pane per il pensiero
quell’università
che non posso più frequentare
quegli impegni intellettuali
che
mi facevano crescere e sentire vivo
mi sto svuotando
tutto si sta dissolvendo
che non capisco più
i miei interessi di una volta
non rimane più parola
tutto è come una trasmissione
televisiva
dal segnale disturbato
una trasmissione
che non può andare in onda
nel palco della mia mente
e anche le persone
che una volta virtualmente
mi seguivano
si sono dileguate
dove trovare ancora qualcuno
con cui parlare
con cui condividere idee e pensieri?
Questa solitudine
sa di passione che si dissolve
non è possibile più esprimere
il mio potenziale
e questo esilio
mi sta solo svuotando
e facendomi diventare
come una persona da niente
senza arte né parte
e non credo più di trovare
interlocutori
nella vita
interessi
mi rimane solo la scala dei pensieri
che si dissolvono
per non continuare a parlare solo con me stesso
dov’è la vita?
Dove sono le persone?
Dov’è il pane per i miei denti
ormai non ho più niente da condividere con gli altri
e sono sempre più solo
in un mondo tutto mio
che per non impazzire di solipsismi
si sta dissolvendo
scardinando tutti gli schemi e le categorie
è forse l’effetto di Marina?
Una ragazza come tante
senza grande conoscenza
e idee
una ragazza comune
quando troverò invece la mia filosofa
la mia ragazza che fa andare in estasi
in tutti i sensi
del corpo dell’anima
delle parole?
E quasi dispererei di trovarla
se la speranza non fosse un compito
che mi sono dato
una scommessa della vita
anche queste semplici parole con Marina
e forse un giorno tornerò ad essere me stesso
o forse la metamorfosi chissà dove mi porterà
se a recuperare vecchi interessi
e a ritrovare quella stima di sé ormai
sepolta
dopo gli ultimi colloqui
dopo le vette e gli abissi
che mi hanno tolto la parola
in ogni lingua del mondo
non so più cosa farmene
di questi miei solipsismi
e per non murarmi in me
faccio tutto dissolvere nella musica
e non penso più
ogni percezione sa di nulla
di effimero
ogni oggetto della coscienza
e non ci sarebbe neanche più da scrivere
e spero solo
di trovare parole da niente
da scambiare con Marina
unica amicizia rimasta
che non so dove mi porterà
non ho più niente da condividere con gli altri
e lascio che ogni pensiero
si dissolva
per non impazzire

Ubriaco d’amore, di ragazze, di musica…

E sono solo un drogato di musica, come ieri sera, le infinite nuove canzoni pop e dance in lingua romena, viaggiare con la mente, con la fantasia, con le sensazioni, di pensare una domenica sera a bere qualcosa insieme a Marina, che mi sembrava più bella in quelle sue foto di VK, una ragazza quasi desiderabile, di bellezza sopraffina, se solo i ricordi non me la facessero vedere in modo diverso, diverso da quei suoi tratti così fortemente russi, slavi, che per un attimo guardando l’immagine di lei mi sembrava di vedere il volto dai tratti slavi di un’icona medievale di Cristo, i tratti slavi, lei, la ragazza, che con la sua bellezza del volto scacciava quasi ogni fede… e mi ubriacavo di emozioni, e di sensazioni, la sera, quando ricordavo anche il volto sorridente, quasi d’amore, di Olimpia, l’altra ragazza romena dell’università, che la prima volta che la vedevo mi sembrava di scorgere in lei il volto di pura semplice bellezza di Andra, come se fosse tornata dall’armadio dei ricordi, e quel suo sguardo, quel suo sorriso, facevano decollare decine di canzoni romene, le cui parole di colpo mi sembravano comprensibili, e mi ubriacavo di più alla vera fonte di tutte le lingue: la musica… e la serata passava così, mentre cercavo di non farmi prendere dalla voglia di scriverle, ora che c’è Marina, perché scrivere a Olimpia? Ma non ce la facevo, con Marina non sono assieme, non c’è stato niente tra di noi, sono ancora formalmente libero, e lasciavo andare quel messaggio, che le chiedeva semplicemente come fosse andata a Barcellona, dove lei ha visitato il museo di Picasso, visitato la Sagrada Familia, e in quel messaggio e in quelle parole non so più cosa c’era, se tutto il mio amore che non si può ancora esprimere per Marina, o se cercavo ancora qualcos’altro in lei, in Olimpia, nella sua lingua, nella musica nella sua lingua, e mi ubriacavo di foto e di musica, di foto di ragazze, come Marina, come Olimpia e la notte si disperdeva nella musica e nei sogni… e mi ubriacavo ancora quando vedevo la foto di Elvisa e provavo a vedere quando ci eravamo sentiti l’ultima volta, novembre, vedevo, quando lei mi passava musica bosniaca romantica, e non la ricordavo più, vedevo solo vagamente nel suo volto un qualcosa di romeno, di simile ad Anna, e provavo a scriverle qualcosa, di come si fosse trovata in Ucraina, nel suo viaggio di lavoro, ma la risposta non arrivava subito, ed accoglievo la notte nel sonno, senza cercare più, per un po’, per non so quanto, quella ragazzina di strada romena, che non so neanche quando rivedrò… e non mi accorgevo che così non facevo altro che sprofondare sempre di più nelle sensazioni, nei sentimenti, in un amore che non ha oggetto o ragazza precisa, ma che si inebria da sé, alla visione di quelle ragazze, all’ascolto di altre lingue, di nuova musica, e la mattina mi dovevo solo rendere conto, leggendo quel messaggio di risposta di Elvisa, che le mie lingue non sono fatte per lavorare, come ha fatto lei per la lingua russa, ma sono solo lingue che si disperdono nella musica e nella poesia, nella letteratura, nell’arte, nel piacere di sentire altre combinazioni di lettere, suoni, accenti, lontanissimo da razionalizzare qualsiasi linguaggio, di fare qualsiasi discorso, e mi tornava in mente quel giorno in università, quando a lezione di conversazione russa Oksana ci metteva in cerchio, per parlare, per inscenare una presunta vacanza in Egitto, ed io ero ubriaco di amore, dopo la nottata con Alina, ubriaco delle sue parole russe, del suo corpo, del suo profumo, della sua bellezza, ed ero anche ubriaco di birra, di alcol, in quell’estasi alcolica, erotica e musicale che sapevo provare solo un tempo, ed era lì che mi accorgevo che la lingua russa mia non è fatta per lavorare, ma solo per vivere e amare… e ritornava tutto questo, con la dolcezza di una volta, come quegli anni di università, in mezzo a tante ragazze, che mi sembrava di recuperare a distanza, Marina per telefono, Olimpia per chat e per le foto, Elvisa in quei messaggi e in quella musica, e mi sentivo quasi rinascere, di un piacere sottile ed effimero, volatile, pieno di luce di nuovi suoni, e non sapevo più che farmene di aspettare il messaggio di sabato o non si sa quando, quando forse capirò se un’uscita con Marina è possibile, la sera, un aperitivo, al quale non ci tengo più di tanto, ma tengo solo alla sensazione di perderla, di perdere una compagna con cui parlare, ridere e scherzare, e forse cercare qualcosa di più, o semplicemente rimettere in vita quella sensazione piacevolissima ai tempi dell’università, beato tra le donne… e non so questa ubriacatura d’amore e di sensi dove mi porterà, di certo stamattina sentivo la pesantezza di questo sentire, dopo la leggerezza della notte, lo sprofondare di nuovo quasi in un abisso di piacere, i ricordi di Alina, quella giornata ubriaca in università, la lingua russa, e mi perdevo ricordandomi solo dell’ultima notte con la ragazzina romena, di quel pomeriggio a Como con Marina, di quell’attesa di sentire qualcosa da Olimpia, e ancora qualcosa da Elvisa, che non si capisce più a cosa io stia puntando, a qualcosa di più, mi dicevano, ma davvero non si capisce più a chi io stia puntando, ubriaco e innamorato dell’amore e delle ragazze, delle lingue straniere, che potrebbero diventare il mio lavoro solo se fossi un artista della parola, della musica, dei versi… e mai e poi mai sarei riuscito a passare una giornata di lavoro nelle autofficine, e già lo capiva mio padre, sembrava capirlo, dallo sguardo, questa mattina, quando entrava in casa per un attimo a lasciar giù l’insalata dell’orto che Marco aveva portato, e lo sguardo di mio padre valeva più di tutti, forse capiva che ero incapacitato a lavorare, e fuso d’amore, di canzoni, di ragazze, di sensazioni paradisiache quasi narcotiche, e se il lavoro non va almeno sento queste mie sensazioni ritornare, queste sensazioni piene di voluttà dalla luce diafana, perso nella bellezza delle canzoni, della musica, delle parole, delle ragazze, che non so più neanch’io quanto me ne importi di parlare in russo, in inglese, nelle altre lingue studiate, ne farei solo musica, ascolto, capire le parole altrui, ma non avere niente da dire, da raccontare, con parole umane, solo esprimermi attraverso la musica, la scrittura, che vorrei diventasse quasi pittura, poesia, diventare un artista dell’anima, lontano dalla frenesia e dal lavoro, dalla razionalità, dalla pressione e lo stress, dalla vita senza un attimo di pausa, una vita sbarazzina e leggera, come quella che mi sembrava di vedere in quegli uffici del call center, forse una vita pressata dal dover parlare con tutti di cose che non interessano, gli acquisti altrui, i reclami e gli ordini, e mai mi ero reso conto prima che parlare di queste cose per me è la morte, non ci sono parole per queste cose, sporcare così le parole straniere della musica e dalla poesia per quelle mercanzie… vorrei essere un artista, e invece sono solo ubriaco di musica, lingue e ragazze, di sensazioni, di emozioni, e non so che farmene della vita, del lavoro, della sua razionalità e stress, dei suoi obiettivi, che mi lascio andare così, a questo languore, e non so più chi io stia cercando, e come un drogato cerco solo l’estasi dei sensi, il languore, quel giusto sentire che inonda l’anima di pathos, l’amore come una droga, la musica come una droga, le lingue straniere come una droga, e io sono solo il loro dipendente… non so che ne sarà di questi giorni, di domenica, di sabato, di altre notti, di come gli umori ancora si alterneranno, il sentire dell’anima, se vorrò ancora ubriacarmi di musica, canzoni e ragazze, so soltanto che in una fase così mai riuscirei a lavorare in un ufficio, in un’autofficina, vorrei solo tradurre, tradurre testi infiniti, vivere la mia vita solo dello spirito delle lingue scritte, senza aver bisogno di dire una parola, così, ubriaco d’amore, di ragazze, di musica…

In questo caldo di luglio che non mi dà tregua…

Un pomeriggio al parco
immerso nel verde
disperdersi in letture
di parole che non sono le giuste immagini
realtà come dei sogni
surrealismi magrittiani
di ricordi che non avevano le didascalie giuste
desideri infranti
e spezzati
spostati dal vero luogo dei sensi
immerso nel verde
ancora una volta
dove là c’era Andra
tempo fa
desiderio nascosto nel tempo
e sentire la voglia
di un pomeriggio alcolizzato
per cercare chissà quale ispirazione
provare a resistere
per sentire solo il discorso di due pensionati
che passavano di lì
ho smesso di bere
ho smesso di fumare
ho smesso tutte quelle cose lì
ora sono a dieta
non devo mangiare
ma non ce la faccio
a dimagrire
e per un attimo sentirmi
come un povero vecchietto pensionato
senza poter ubriacarmi
senza poter darmi ai piaceri
autodistruttivi
esempio che mi veniva
dalla bocca di persone altrui
inondate negli anni
più avanti
resistere all’estrema chiamata alcolica
al disfarsi di tabacco
cercando di lasciare passare la voglia
unico vero sistema che potrà funzionare
per smettere di fumare
così come era per bere
mi viene la voglia
ma basta aspettare
e la voglia va via
pomeriggio di letture
con quel romanzo norvegese
di capitale di overdose d’eroina
storie malate
di mafie e immigrati
spacciatori
storie di criminalità
per sentirsi davvero quasi un santo
immerso nel verde
per non pensare più
al colloquio andato male
alla figura da quattro soldi
di un inglese che non so neanche più
se so parlare
liberarmi dei miei fantasmi
dei miei demoni
e tornare a cenare
dopo la solita passeggiata
e la notte quanta sete
di alcol
doveva nascondere
quali estremi desideri
di farla finita
con tutta quel nervoso e quella pressione
inondarsi di alcol
per non pensare più
e darsi al canto invece spirituale
alternato a nuove canzoni dance
di una Romania immaginaria
là dove le manele non bastavano più
una doccia sul finire della serata
per far calmare i bollenti spiriti
e un sonno presto
che si disperdeva in sogni erotici
di una Leida
che non smette mai di morire dentro me
eccitazione folle
che si lasciava allontanare di qualche giorno
di qualche notte
per non seguire ogni volta
l’elettrizzante chiamata
all’erotismo
e svegliarsi più tranquillo che mai
senza sapere cosa farmene del giorno
della mattinata
con il solito giro di pensieri
e occupazioni
e quel portale dei mondi virtuali
che oramai non andava più
contrattare con mio padre
un nuovo portale
che mi dava l’ebbrezza
della novità
di uno scarto dei tempi
di un oggetto ormai decrepito e obsoleto
ma dall’estremo valore simbolico ed affettivo
dei tempi ancora
di
Katia, Amalia e Julia
rinnovare il tempo
e gli oggetti
con il desiderio sfrenato
di fare nuovi acquisti
e rifarsi anche quel dispositivo per chiamare
che oramai hanno tutti
la sete degli acquisti
di spendere
di lasciarsi andare ai desideri sfrenati d’acquisto
come per vincere la sconfitta
di una giornata andata male
carica d’ansia
quell’ansia che ancora mi rodeva
e cercare un sonno dopo pranzo
che mai sarebbe arrivato
arrivava solo ancora il desiderio erotico sfrenato
per Leida
e mille altre ragazze succinte
in foto disperse qua e là
sul portale dei mondi virtuali
e prendere la macchina
e fare un giro di giorno
alla ricerca di un’altra di quelle
bella ragazza romena
da sfiorare e toccare e palpare
per godere di giorno
sotto il sole
sotto il caldo
come ai tempi di Andra
e Luminitsa
caldo terribile di luglio
che squaglia i sensi
adocchiare la possibile preda
che però veniva lasciata lì
per non disturbare la fantasia erotica
della romena
di Leida
e forse di quella barista ragazzina
alla quale non riesco mai a dire niente
nei miei silenzi pieni di musica e di canto
tornare dopo un giro infernale
nel caldo di luglio
e maledire ogni cosa
i libri
le virtualità
le uscite con Marina
o con altre ragazze
la mia povera mente bacata che impazziva
di frenesia e ansia e nervoso
dopo aver sgarrato per un attimo la dieta
essere venuto meno ai miei nuovi comandamenti
ma addormentarsi finalmente
nella stanchezza del giorno
dopo le poche ore dormite
questo caldo che non mi dà tregua
e mi fa impazzire
addormentarsi
finalmente sotto l’aria fresca condizionata
senza più musica
e canti e stonature maneliste
che impiastravano il cervello
di spazzatura
come quel desiderio calorico
di un erotismo di luglio diurno
con una ragazza non importa chi
basta che fosse di sublime bellezza
che non c’era
l’ebbrezza degli acquisti
dei soldi
del nuovo consumismo
del tempo che ripartiva virtualmente
con oggetti nuovi senza simbologia
il mondo interno impazzito
e svegliarsi solo nel caldo di luglio
con questa volta davvero
una sigaretta di troppo
che la voglia comunque passerà
scaricare merci in magazzino
e sentire quella quiete che mai sarebbe arrivata
in questo caldo di luglio
che non mi dà tregua