Descrizioni, Prosa Poetica, Riflessioni, Sogni, Visioni

Oltre il rosso e il nero dell’anima…

Passare al Carrefour, la mattina, senza Manuela, dopo che ieri sera, mentre camminavo, la pensavo, e un bagliore di contentezza mi prendeva, passare la mattina al Carrefour, fare la spesa, incontrare alla cassa Elena, che tirava via cinque o sei birre da un cliente, perché non aveva la tessera, e quindi non aveva lo sconto, diceva poi che per le tessere possono anche essere licenziate, e mi veniva in mente Manuela, come magari le mie sceneggiate avessero potuto farle rischiare il posto di lavoro, ma poi mi veniva in mente una sua frase: “Non ti preoccupare!”, e non mi preoccupavo… tornavo a casa più contento, più leggero, non avevo neanche voglia di fermarmi al bar a comprare le sigarette e bere il caffè, l’avrei bevuto dalla macchinetta dell’ufficio, e mi rallegravo ancora di più perché mio padre e Marco erano già usciti assieme, il che significava che per oggi non avrei lavorato, meglio così, meglio un periodo di riposo e relax, dopo lo stress delle ultime settimane… non avevo neanche voglia di scrivere stamattina, quei sogni strani di stanotte, dove si sacrificava un toro con le corna, una specie di capro espiatorio, o di diavolo, insieme ad un mio amico dei tempi dell’ITIS, Alessandro D., con il quale assieme ascoltavamo musica black metal, ed era un sogno strano, dove c’era un macello, una specie di rituale satanico, quel toro che per un attimo prendevo a cavalcare, solo per andare a scontrarmi con il rosso, nel nero del sogno… il rosso e il nero, i colori ai quali pensavo ieri notte, quando la fantasia e l’immaginazione di Leida spariva, quando tornava il ricordo di Alina, come qualche notte fa, il nero della notte, e nessun sogno o immaginazione lucente, bianca, sulla quale si disegnavano fantasie e desideri, non rimaneva più niente da immaginare, guardavo solo il nero della notte, e dentro quel nero c’era una striscia di rosso, che non sapevo spiegare, i capelli rosso neri di Alina, o la passione per Leida, o le parole russe per Marina, alla quale scrivevo un messaggio su Facebook poco prima, senza neanche crederci troppo… non sono innamorato, ecco il punto, e per quanto mi sforzi di non crederci il colpo forte che mi ha dato Alina si sente ancora, ogni tanto, come quelle ultime due notti che sono passato di lì, e l’ho vista ancora per strada, un colpo che una volta causava depressione, mentre ora mi fa solo vedere il nero della notte, senza farmi più sognare e pensare, immaginare ad occhi aperti, e i sogni per Leida, Marina e Manuela svaniscono così, nel nero della notte, tutti i pensieri e le riflessioni e la fantasia, e rimane solo il rosso e il nero… per un po’ non mi va di vedere Leida, è già stata bella l’ultima volta, quell’inebriarsi di vino rosso e delle sue parole, della sua immagine, della sua voce, del suo dirmi che tra tre mesi non ci vedremo più, finalmente, forse, o purtroppo, non si sa, non ci voglio pensare, tanto più che a lei penso solo quando ho veramente voglia di quelle cose lì, e adesso non è il periodo, meglio così, capire che con Alina era tutto finito, che quell’immagine di lei che saliva e scendeva da una macchina all’altra, come una catena di montaggio, a prostituirsi, quell’immagine ha lasciato un solco profondo dentro di me, quando muore l’amore, una volta per tutte… ed era proprio un tentativo inutile cercare di recuperare le parole russe con Marina, come se l’amore che moriva per Alina potesse risorgere da un giorno all’altro con le parole di Marina, in russo, le mie e le sue, parole russe che scoprivo poi diventavano solo stress, e una grande quantità di emozioni negative legate alla Russia… i gulag, il comunismo, il sogno dell’URSS e l’utopia degli anni sessanta, il terrorismo rosso, gli anarchici, le politiche della rivolta e dell’utopia, sogni passati, fascinazioni passate per il comunismo, storia della seconda guerra mondiale elevata a narrazione sacra, con la vittoria comunista sopra il nazismo, narrazione metafisica, dove la Shoah sembra una sorta di crocifissione, o di apocalisse, l’apocalisse o la rivoluzione dell’anima dopo quella tesi sulla Russia, sulla storia, dopo il collasso per Alina, un insieme di cose dalle quali mi devo ancora riprendere, e quella specie di resurrezione che avveniva non per Marina, non per Leida, non per Alina, ma per quella cassiera, Manuela, che nel mio delirare depresso degli ultimi mesi prima e dopo la laurea lei sembrava una ragazza russa, nella mia fantasia, alla quale dedicare tutti i sentimenti positivi che rinascevano, e qui mi torna in mente una frase che mi avevano detto, una frase che sentivo oggi tra le casse: “Donne e buoi dei paesi tuoi…”, perché Manuela è italiana… e tuttavia l’interesse per la Russia ritorna, dopo l’ultimo romanzetto, dopo quei film che mi consigliava Marina, dopo quel romanzo che cominciavo ieri, di Ken Follett, letture leggere, “L’uomo di San Pietroburgo”, che parla dei primi del Novecento, ancora in epoca zarista, ed era bello leggere di quel personaggio semplice, anarchico, criminale, che mi sembrava di vedere me stesso, o certi miei pensieri negativi, mentre lì, in un romanzetto da niente, è rappresentato come l’antagonista, e i buoni sono invece i nobili inglesi e la loro famiglia, metà inglese, metà russa… e certo che era bello pensare a Marina tra quelle righe, sognarla, ricordare la sua bellezza, lontana, sperduta, un po’ come il ricordo di Katia, ma che strano era sentirsi giù, ritrovare tutto il nero dell’anima quando le scrivevo, quando mi accorgevo che in fondo di lei non me ne importa molto, è solo una ragazza come tante, una ragazza russa come tante, e ci vorrà del tempo perché le cose decantino, come dicevo l’altro giorno a Saverio, ci vorrà del tempo, non solo una settimana, o un mese, come mi dicevo, ed è inutile spremersi le meningi per capire, lo capirò solo vivendo, vedendo quante volte ancora mi tornerà la voglia di andare da Leida, cosa sentirò se passerò al Carrefour e incrocerò di nuovo Manuela, cosa risponderà Marina e se usciremo assieme, quando sarà tornata dalla Russia, non ci si può spremere le meningi su queste cose, non c’è decisione da prendere, come mi dicevano, c’è solo da far decantare le cose e vedere come si svilupperanno, non dipende tutto dal mio ragionare in questo caso, dipende dalla vita, dagli umori, dalle ragazze, dal destino… e oggi dovrebbero arrivare le educatrici a fare quattro chiacchiere con mia madre, nel primo pomeriggio, educatrici che non so se evitare andando via da casa o rimanere qui e scambiare due parole, anche se la prospettiva del terzo grado e delle loro proposte di iniziative al CD non mi allettano, ho anch’io una dignità, e non mi va di essere accomunato a gente che ha l’invalidità, che non è laureata, che è trattata come dei minorati mentali, dei bambini, e credo proprio allora che me ne andrò via, nel primo pomeriggio, al parco, per non sentire parole e proposte che mi fanno venire solo la depressione, e anche l’ansia di dover sviare cose su di me che non mi va di dire a loro, cose che non ho neanche capito neanch’io, e che non desidero capire, ma piuttosto dimenticare, o lasciar decantare, senza sforzarmi più, e su questo mi aiutano le parole di Saverio dell’altro giorno, che diceva di aver parlato con la Beretta ed era al corrente degli aggiornamenti, così che non devo più riassumere niente a lui, e neanche sforzarmi di creare un racconto razionale degli ultimi eventi fuori e dentro di me… e sarà rilassante andare al parco, forse continuare quel libro di Ken Follett, in italiano, sulla Russia, cercando di decondizionare i pensieri neri da quel paese, da quella tesi, da quella storia, cosa che riesce un po’ a Marina quando non la sento, quando la penso e basta, come se lei non mi dovesse più parlare o rispondere più, come se fosse una ragazza lasciata, ricordando anche le parole della Beretta: “E’ una cosa che può aprirsi a tutto, potete rimanere amici, si può sviluppare in altro modo, o può decidere di chiuderla lì, non ci sono decisioni da prendere, lasci aperte le possibilità…”… e va bene così, senza pensarci troppo, senza neanche pensare alle strane voci che sentivo ieri notte, in sottofondo, urla di voci di attori di quel film sovietico che ieri guardavo, “12 Stul’ev”, voci infernali, di quei film sovietici disumani, ideologici, e neanche le immagini di quel film russo contemporaneo “Poslednee leto”, che parlava di una banda di criminali giovani, alla quale si aggiunge uno studente ricco che odia il padre e i suoi compagni di università, che sceglie come altre vittime da derubare, per odio, per rabbia, non si sa, e il calarsi in quel film drammatico e criminale, in quelle parole russe lontane dalla lingua letteraria, il senso dell’amicizia che finisce in omicidio, il desiderio per una ragazza che finisce in galera, quell’immaginario nero non aiuta di certo a farmi una bella idea della Russia… la Russia, che evoca ultimamente solo emozioni negative, che non riesco a capire come quelle compagne di università ci vedano il paese dei sogni, il paese dei balocchi, anche quella lingua russa che non mi va più di parlare, è già tanto se mi sento soddisfatto a comprenderla quasi al cento per cento, e l’altra destinazione, l’Albania, quella di ripiego non è da meglio, anzi, se provo a pensare di continuare a sentire Leida, anche se lei, come dice, smetterà di fare quel lavoro, non mi aiuta, perché mi crea solo film mentali neri e oscuri, della mafia albanese che mi segue, di lei che chiede soldi, mi fa immaginare di finire in un film drammatico e criminale russo come quello che guardavo ieri pomeriggio, mentre l’ansia di sapere l’albanese è andata via con l’immagine passata di Rudina che mi consigliava di studiare questa lingua, ansia antica, passata, oramai quasi sepolta, anche se ora, ogni tanto, quando passo di fianco agli albanesi, al bar, in giro, comincio a captare qualche parola, così come mi succede per il romeno, lingue abbozzate e lasciate lì, senza approfondirle tanto come ho fatto per cinque anni e di più con il russo… e anche ieri, al leggere Ken Follett, per un attimo mi veniva voglia di leggerlo in inglese, e provavo a leggere in quella lingua, ma una strana sensazione mi prendeva, anche lì il nero dell’anima, un po’ come quando leggevo Ayn Rand o Yukio Mishima in inglese, una lingua che non mi piace più, se non per certi articoli e research papers di storia o di sociologia o di psichiatria, ma la lingua letteraria inglese comincia a darmi fastidio, ed è già tanto se la capisco quando la parlano nei film, sì, perché ora come ora quelle lingue le sopporto solo nei film, e l’idea di prendere in mano un libro letterario in qualsiasi lingua mi dà pensieri ed emozioni negative… non mi va neanche di aprire le notizie, non importa in quale lingua, in tedesco, come prima quasi mi sembrava di avere voglia, voglio riposare un po’ da troppo stress, troppe lingue, troppi compiti da fare, e leggere in italiano Ken Follett o quei libri sul Sessantotto mi aiutano a capire un sacco di cose, a far sparire tanti deliri e idee sbagliate passate, e ora come ora è terapeutico leggere qualcosa in italiano, qualcosa di leggero, e accorgersi di vivere nel 2017 in Italia, e non più nel ’68 francese, o nell’Ottocento decadente, o in altre epoche o in altri luoghi, e tutto ciò che mi ricollega al presente e alla vita normale è immaginare quella vita, che fa adesso Manuela, tra il Carrefour e la sua vita, ed è l’unico pensiero che mi dà ancora speranza e luce, oltre il rosso e il nero dell’anima… e continua questo periodo di allentamento di compiti e cose da fare, questo periodo di riposo, che voglio far durare a tempo non ben definito, e voglio lasciar decantare alcune cose, non pensarci più, e vivere di più nella semplice luce che il pensiero di Manuela mi dà, oltre il rosso e il nero dell’anima…

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