Month: June 2017

Non rimuginiamo troppo, liberiamoci…

Il bar, la barista giovane, quell’altro che ci provava con lei, il flirtare, il cinese che ti vende le sigarette, troppe, ultimamente, il caffè al bar, la voglia di energia e forza, altro che la Madonna ed Eugenia e compagnia bella, fare un giro di qua, di là, leggere quel libro svedese, appassionarsi della trama, pranzare, sognare ancora Leida, gli attimi erotici, lei, il porno vivente, il ricordo dei porni viventi con tutte quante, senza nome, scia di immagini, soddisfazione sessuale, da non volerne più per un po’, senza problemi, addormentarsi di un sonno dalla voluttà infinita, con i ricordi di Leida, ancora una volta, sempre lei, al di là di aquile albanesi rosso nere, icone russe di Cristo, storie inventante con Marina, i soliti pensieri, nel dolce far niente sentire mio padre, Marco e un loro collega discutere di lavoro, in officina, sotto casa, loro che andavano a mangiare, io che mi alzavo dal sonno dopo pranzo, un caffè, alla macchinetta, una sigaretta, di troppo, riprendere a leggere il libro svedese, appassionarsi di nuovo, lasciar perdere i pensieri che tornavano sul cambiare lavoro, cambiare vita, ormai ci sono abituato ai soliti pensieri ricorrenti, non c’è bisogno di rivoluzionare la vita, va bene così, nonostante qualche inghippo ogni tanto, nei pensieri, nel sentire, nella vita privata, mio padre che lasciava venti euro, per fare la spesa, che palle, ogni giorno andare al Carrefour, che a volte sembra un incubo, ma invece è solo obbligo famigliare, come diceva una volta Rudina, le commissioni, un giro al supermercato, due o tre cose, alla cassa, Cinzia, che batteva le albicocche due volte, perché le pesche non le prendeva, va bene, chi se ne frega, quel commento di ieri sera a Giulio e la Coca Cola e l’olio, che volevo solo parlare con Manuela, visione che si perdeva nella notte nel ricordo di Leida, e anche quest’oggi, la bionda che mi frega, la sete erotica, il sesso soddisfacente con Leida, quello che c’è stato, basta così, per un po’, non pensiamoci troppo, troviamo altro da fare, magari estorcere domani 50 euro a mio padre per uscire una delle prossime sere, in settimana o chissà quando, alla ricerca di non so chi, meglio avere qualche soldo in tasca, per scappare la notte nel caso di bisogno, il libro svedese che ormai non sopporto più, 260 pagine in due giorni possono bastare, senza contare le altre 60 del libro su Munch ieri, esausto di letture, annoiato, mio padre e Marco che uscivano a lavorare ancora assieme, niente da fare, un pomeriggio annoiato, stanco, senza appesantire ancora di più la vita con le mie rimuginazioni senza senso, va bene così, lavorare ogni tanto, uscire con le ragazze, fare le mie commissioni, leggere e studiare, cosa chiedo di più? Altro che esternare i segreti e le rimuginazioni senza senso con Maria Teresa, ci stavo cascando di nuovo, abituarsi a questo nuovo assetto della vita, ricordarsi di non andare apposta la sera al Carrefour solo per incontrare Manuela, tanta ansia e niente di fatto, che poi la notte non dormo, lei ha già il tipo, convive, non c’è modo di renderla amica, il mondo non funziona come nei discorsi con Maria Teresa, c’è più distacco, c’è più distanza, e se voglio smetterla di fare il bambino devo smetterla di pensare al CD come luogo dove esternare me stesso, basta già Saverio una volta al mese, è già troppo, non è che ho poi bisogno di parlare così tanto, ho solo bisogno di rimuginare di meno, vivere più leggero, senza farmi troppi problemi, la voglia di Leida che è ancora in me, lasciamola andare così come viene, come va, non c’è niente di cui preoccuparsi, anche i miei amici hanno una vita sessuale un po’ fuori dalla norma, Costanzo e l’Ucraina, Fizi e Tinder, Barresi e Facebook, ce la si gioca un po’ così, in libertà questa vita, e anche nel libro svedese tutto è lontano dall’ideale nelle relazioni di coppia, non si vive più nell’800 descritto da Tolstoj e compagnia bella, quegli aristocratici e borghesi tutti con la vita ideale, sogno di una volta, che in questo mondo liquido non regge più, cestinare una buona volta per tutte l’ideale del “mi sposo, ho figli, lavoro e vivo una vita felice”, magari fosse così, o forse no, sarebbe la noia, un’imposizione, le relazioni vanno e vengono, si intricano, si dissolvono, lasciamo aperte le porte delle relazioni, senza rimuginare troppo, senza troppi ideali di perfezione, l’icona di Cristo che mi vorrebbe invadere la stanza, lasciamola stare, lasciamola libera, alleggeriamoci, liberiamoci, non troppa musica da adolescente, non troppi libri, troppe letture, troppo sonno e troppa fantasia, ci vorrebbe qualcosa da fare, una certa stabilità, un certo ordine, una certa routine, una certa sicurezza, che non c’è, tutti punti di riferimento che si scardinano, vacillare nel corso della giornata, ora questi pensieri, ora questi altri, il giro dell’anima, il giro degli umori, avere la vaga idea di leggere ancora qualcosa su Munch, magari quei libri che raccolgono le sue opere più importanti, quei libri tipo “Art Dossier”, magari fare un salto in biblioteca, questo pomeriggio, lontano dal libro svedese, senza bisogno di addormentarsi nel parco, altre letture, altra gente, altre facce, un giro da qualche parte, senza rimuginare troppo, letture un po’ pesanti, ma rilassanti, sotto questo cielo carico di sole e azzurro dopo questi due o tre giorni di pioggia, muoversi un po’, fare un giro, staccare, non rimuginare, tutto così, libero, come viene, come va, senza appesantirsi, una giornata che segna il fine della settimana, o forse che non segna niente, non c’è più molta differenza tra giorni liberi e giorni non liberi, questo lavoro che c’è e non c’è, non sapere che fare, ricominciano le rimuginazioni, lasciamole stare, fare un giro, consegnare i libri, leggerne degli altri, magari vedere studenti e studentesse lì in biblioteca, facce nuove, giovani, mi farebbe bene fare un giro, non rimuginiamo troppo, liberiamoci…

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La ragazza romena, le manele ed Eugenia…

Sognare Eugenia, lei là, in Malesia, tra le vie della città del terzo mondo, insieme alle sue due sorelle, in una camminata in mezzo alla gente per diffondere il Vangelo, lei che mi parlava tramite Facebook, messaggi, sognare lei e vedere dentro di me l’ultima volta con la ragazza romena, quella così simile a Katia, nelle fattezze, nel corpo, nella giovinezza, ricordarsi dell’altro giorno, quando un pianto mi prendeva al rendermi conto di quanto amavo Eugenia, sotto quelle canzoni manele di Denisa che suonavano tutto il giorno, multe lacrimi de iubire, quella musica che non ascoltavo da tempo, quella musica che usciva dall’anima, a ripulire tutto quanto di sbagliato c’era in me, l’amore, l’amore vero, quello che provavo e forse provo ancora per Eugenia, quell’amore che si riversava sul corpo di quella romena ragazzina, trovare l’estasi e il piacere, l’estasi onirica dei sogni, essere imbevuto di canzoni d’amore manele di Denisa, come non succedeva da tempo, e liberare l’anima… perdersi ieri in quel romanzo giallo svedese, dopo le ultime pagine del libro su Munch, l’amore, l’erotismo, la follia, la vecchiaia, la morte, c’erano tutti i temi dell’anima inquieta, e godere di quelle pagine, di quelle letture così profonde, che tuttavia non mi facevano andare in delirio o in depressione come credevo, d’altronde, è solo un libro, che andava via da sé… leggere tutto il giorno e la sera andare al Carrefour, per rivedere Manuela, e non capire più niente un’altra volta, lei e quel suo volto che ricordano Amalia, quella ragazza russa di tanti anni fa, momenti erotici, ricordi erotici, anche di tutta quella passione con Leida, che non finiva più, ricordarsi le ultime volte con lei, pieni di energia… passare oltre alla cassa e andare da Giulio, che sbagliava a segnarmi la roba sullo scontrino, mi metteva una coca cola al posto dell’olio che compravo, mi andava bene, ma me ne accorgevo dopo, quando guardavo lo scontrino… avere una voglia matta di Manuela, di parlare con quei giovani, del lavoro, della vita, farmi conoscere, raccontare tutto a Manuela, parlarle, e invece ritornare là al Carrefour solo per dire a Giulio che si era sbagliato, con la vana speranza di parlare con Manuela, non le dicevo niente, ero troppo fuori di me, ancora una volta… e la notte rievocare Amalia, la sua bellezza magnetica russa, i suoi capelli biondi, visione erotica e pornografica come non succedeva da tempo che, se non fosse stato per il sogno di questa mattina per Eugenia, avrei creduto di dimenticare una volta e per sempre la romena dell’ultima volta, che invece ancora c’è, con la sua bellezza, la sua arte, il ricordo erotico e d’amore che mi sembra di ritrovare quei sentimenti che una volta provavo per Alina, tutta l’estasi d’amore, il piacere, la libertà dei sensi… svegliarsi un po’ così, fuori di sé, con tracce di pensieri deliranti che vorrebbero partire, e invece non vanno da nessuna parte, avere quasi la tentazione di andare al CD, per scambiare due parole, quelle due parole che avrei voluto scambiare ieri con Giulio e Manuela, lì alla cassa, ma si sa, il supermercato è un non-luogo, e non ci può essere scambio di parole, non ci può essere niente, sopratutto quando vado così fuori di testa, e tutto perché, non so come, dagli anfratti della memoria torna la visione di Amalia, pura sessualità ed erotismo, puro sogno erotico di una bionda perduta per sempre… e cercare di stare calmo, di non pensare troppo alla sessualità, all’erotismo, ma cercare di concentrarsi sull’amore, quello che avevo dato a Eugenia, quello che lei mi ridava indietro, prima che diventasse davvero estremista nella sua religione, nel suo essere missionaria, e sognare lei con il capo velato, come una vera ragazza ortodossa, e sognare invece quello che alcuni considerebbero peccato, l’ultima volta con la ragazza romena, che da sola mi dà la pace, con il suo sguardo, la sua arte, il suo modo di fare, la voglia di rivederla, di stare di nuovo assieme a lei, non so quando… questo sentire ortodosso che mi fa venire in mente anche Marina, che adesso è ritornata dalla Russia, e che non so quando e se rivedrò, se potremo andare a fare un giro a Como, sul lago, per parlare di noi e del suo viaggio in Russia, e chissà cosa ne sarà di noi, se qualcosa sarà… essere così impestato di pensieri sulle ragazze da non capire quasi più niente, cercare solo sollievo in qualche libro, per distrarmi, ora che è ormai da due settimane che non lavoro, e i pensieri vanno avanti per i fatti loro, mezzi deliri e ossessioni, quando non c’è niente a cui pensare, se non all’ultima volta con la romena, alla pace della notte e del giorno dopo, quell’estasi onirica e dei sensi che svelavano Eugenia dal fondo dell’anima, quelle lacrime, quel rendersi conto che l’amavo e l’ho perduta, e non so se riuscirò a trovare un’altra con la quale si poteva parlare di tutto, e credo solo di poterla ritrovare in una ragazza come Marina, senza troppi desideri esclusivamente erotici, ma così, nella pura tranquillità, queste ragazze che mi fanno ritrovare me stesso, che mi portano via dai deliri e dalle ossessioni, l’amore, l’amore nella sua forma più pura, quello che salva, come il volto di una Madonna… cercare di mettersi l’anima in pace, di non sentire più i demoni, di lasciare stare il ricordo pornografico sbiadito e sbandato di quell’Amalia che non c’è più, l’anima inquieta, tra ricordi e desideri, tra ragazze lasciate, come Leida, e ragazze perse, come Eugenia e Amalia, fare ordine nei sensi, dopo il disordine, e capire che non c’è bisogno di parlare con nessuno, troppi intimi questi argomenti, troppo profondi e dispersi nell’anima, come quelle canzoni manele de dragoste che resuscitavo due giorni fa, musica dall’anima, che la ripuliva… promettersi ogni volta di fumare di meno, per quelle stupide immagine che mi suggestionano, quelle immagini sui pacchetti, che di deliri e ossessioni ne hanno create anche troppe, lasciarle perdere, vivere la vita così, nel peccato, conscio che la forza dell’amore può vincere il peccato, può renderlo puro, come l’ultima volta con la ragazza romena, e non si scappa da qui, da questo ripulirsi dell’anima, dopo le ultime volte esaltate con Leida, lasciarla perdere, solo per ritrovare in me ancora una volta il desiderio di Amalia, del sesso senza amore, dell’anima impazzita di bellezza che sfiora le vette della follia, e tuttavia ritornare a sentirsi in pace, con tutto l’amore che Eugenia, la ragazza romena e Marina riescono a darmi, una luce bianca, diafana, quasi azzurra, come la figura santa di una Madonna, che lava il peccato, che lo purifica, per non delirare più… l’amore e l’erotismo e il sesso e i sogni e la musica e le ragazze, trama dell’anima che si disperde in un’invocazione, in un cielo terso e azzurro, dopo le nuvole, quietarsi con lo spirito, non è successo niente di irreparabile, è solo l’anima che si districa dei suoi vecchi meccanismi, dei suoi vecchi pensieri, delle sue vecchie passioni, e ora che Leida è lasciata è normale che la transizione porti con sé un po’ di turbamento, non l’avevo previsto, ora non lo tengo neanche in conto, perché tutto si purifica con l’ultima volta, con lei, con la romena, che richiamava Eugenia e Marina, quella visione quasi ortodossa dell’anima, purificata nelle lacrime e nell’amore… si va avanti così, in questa giornata, con l’anima che anela alla pace e all’amore, per una ragazza, un amore vero, quasi spirituale e carnale allo stesso tempo, in questi tempi duri di sviamento, di dubbio, di ossessioni, che si involano ora e svaniscono, lasciamoci del tempo per ritrovare noi stessi e lo spirito, per lasciare andare via vecchi meccanismi fissati, come l’orario per vedere Manuela, o Leida, quell’orologio che mi frega, quegli orari fissi, quelle troppe pagine da leggere, quei troppi doveri, quell’ansia che fa solo stare male, e che riesumava chissà da dove il ricordo erotico di Amalia, lasciamo perdere tutto questo e concentriamoci sullo spirito, sull’amore e sulla pace, su quell’erotismo puro che ha dei tratti comuni con il sentire di una volta per Alina, sì, la ragazza romena, le manele ed Eugenia…

Nel nulla e nella voluttà, nell’estasi onirica…

“Ormai le manele non le fanno più!” “Eh?” “Non ascolti musica spagnola?” “Ah! Da me! Sì, mi piace la musica spagnola, solo reaggeton però” “Fai ascoltare” “Ecco, questo è Archangel…” musica che risuonava, “Sembra musica albanese” “Non lo so”, il suo sguardo, amichevole, dopo l’amplesso, dimenticare tutto, fregarsene, riportarla là e andare via, mentre prendevamo in giro una macchina con la musica da discoteca a palla, che frenava e sgommava davanti a noi, “Quello è scemo!” “Eh sì, sono fuori di testa” “Però non ascolto tutta la sera, con la cuffia…” “Sì, senò diventi scema”, riportarla là, “Allora ciao! Ci vediamo!” e mi guardava negli occhi, come una vera amica, “Ciao!” e sorrideva e andava via… ah, la Romania, meno male che c’è lei, altro che Roma, la città eterna, le valli di verde della Romania, le case sparse, con i tetti di metallo, le strade distrutte, il verde e il cielo grigio, la foresta, la natura, che non c’era altro in quel viaggio di anni e anni fa, la semplice natura romena… e dimenticarsi di tutto, di Marina e di quel messaggio, di quel “Non buttiamoci giù” della telecronaca della nazionale di calcio, discorsi che tendevano sempre a scusare la squadra nazionale, a darle forza, discorsi piegati al favore della nazione, retorica stupidamente patriottica mascherata nel calcio… fregarsene del messaggio a Marina, non buttiamoci giù, proviamoci ancora, scriverle in italiano, senza attendersi una risposta, andare a dormire tra gli squarci di natura immaginaria norvegese, con il racconto in testa di quel libro su Munch, la passione emotiva, l’estasi emotiva, il ricovero, che cos’è la passione? Che cos’è l’amore? Vaghe riminiscenze del protestante in me, discorsi senza senso, ricordare la nottata passata là, al parcheggio della zona industriale, come ai tempi di Alina, come ai tempi di Xhuliana, tutta la voluttà e il languore che una volta seguivano, dopo l’amplesso, “Ho scopato…”, punto, non c’è altro da aggiungere, la passione e la voglia, le porte della mente che si aprivano, lontano da quei discorsi politici di vecchietti, la lega e il cattolicesimo, lontano da quella televisione e quei talk show politici che celebravano la vittoria del populismo, cosa me ne importa? E’ meglio un mondo senza regole, anarchico, senza ideali, senza identificazioni, senza desiderio di giustizia e giustizialismi, senza lavoro, così come va, come viene, nel profondo della notte, accesa da quelle foto da niente su VK, che anche se Marina lo sa io resto pur sempre un uomo e a volte ho bisogno di compagnia femminile, di voluttà, di languore… non sapere più che farmene di quei ricordi nevrastenici di quando c’era Leida, lei e le sue parole che mandavano a male, lei e il suo corpo che non rispondeva al piacere, ho scopato, con la romena, con la ventenne romena, e questo è tutto, non c’è nient’altro da aggiungere, che mi veniva in mente quella volta della mia adolescenza, davanti a quella ragazzina romena a Iasi, là in macchina, nel bagagliaio, lei che ci provava, io che ero troppo timido allora per fare qualcosa, visione primigenia dell’amore, di come tutto è senza regole, visione delle prime volte, con delle ragazze romene che neanche ricordavo più, tutta la passione, il languore, il lasciarsi andare alle emozioni, dimenticando la fredda ragione, la verità, la giustizia, lasciarsi andare, come nel libro su Munch, ad un’anima inquieta, alla bellezza della natura e dei corpi e delle anime che si avvinghiano, come delle visioni di pura voluttà… che bisogno c’era di riempirsi la testa di musica raegetton, inseguendo ciò che piace a lei? Bastava sapere un po’ i suoi gusti, la sua musica, e già bastava, senza volere di più, bastava condividere il nulla di cui siamo fatti, il vuoto che ci riempie, che a tratti mi ricordava le nottate con Alina, a condividere musica e voluttà, e niente di più, abbandonarsi alla vita, abbandonare gli ideali, le idee, ogni cosa, il dover essere di chi ti vorrebbe come un profilo di LinkedIN, o uno di Facebook, “Perché la realtà non è solo Facebook, Twitter e Instagram”, diceva ieri quel politico alla televisione, no, non è proprio per niente così la vita, simulacri sparsi dovunque, dover essere e assenza di libertà, invece l’anarchia della notte, la perdita di ogni regola, la voluttà tutto lambiva… e sognare di un’estasi alcolica, musicale, dopo quella erotica, e trovare invece un’estasi onirica, fatta di sogni dove ricompariva Andra, che forse si camuffava da Olimpia, nel sogno, lei che mi portava in qualche negozio di un centro commerciale dove c’erano delle riviste d’architettura scritte in romeno, sfogliarle, vedere che non c’era niente da vedere, era l’unica carta stampata in romeno che lei aveva trovato, fa niente se poi basterebbe aprire il tablet per leggere infinite parole romene, lei, Olimpia, o forse Andra, nella loro bellezza, del sogno, bellezze romene, dallo sguardo amichevole, senza pretese, con gli occhi pieni di vuoto, sognare di essere in macchina, con cinque tipe, cinque tipe da scegliere, Serena, Marina, Andra o forse Olimpia, non si sa, riportarle a casa la notte, senza desiderio erotico, ma solo una tempesta emotiva fatta di abisso e vuoto, di voluttà e languore, vedere lo sguardo geloso di loro, nel sogno, ognuna che voleva tutto per sé, io che languivo nel sogno primigenio dell’uomo, di una poligamia dell’anima, eppure desiderare solo Olimpia, o Andra, e trattarla come se ci fosse solo lei, lei e il suo sguardo, con quella lucentezza che sa quasi di lacrime, lei e i suoi lunghi capelli rossi, sul castano, un po’ arricciati, la lunga chioma di Andra di una volta, i pomeriggi nel bosco, la voluttà e il piacere, senza pretese, ricordi passati e la notte in macchina con lei, come una volta, a riportarla a casa, a voler uscire con lei e lei che diceva che se ne stava a casa, la notte, il sogno di vederla uscire con me in qualche centro commerciale, il bianco dei muri, i colori di tutti i negozi, un’impalcatura futuristica del centro commerciale, con degli altissimi tetti per riparare le macchine dalla pioggia nel parcheggio, la libertà di uscire e stare assieme senza pretese, tutto il languore del mondo… quest’oggi che forse pioverà, come è piovuto l’altro giorno, lei che diceva che se piove non c’è, lei con l’ombrello, in una nottata calda, lei e la sua bellezza, da Elvisa romena, da nuova Katia, da nessuna infine, da lei, lei che è, i colori della notte, l’azzurro, il blu, il colore della sua pelle, le sfumature dei momenti di voluttà, la voglia e l’abbandonarsi al piacere, al vuoto, al nulla, alla voluttà, la notte… che non so più cosa ci faccio sveglio, a cosa mi serve, dopo l’estasi onirica della notte, quel languore che c’è ancora, quella voglia di chi me lo fa fare di lavorare, di cercarmi un altro lavoro, i soliti discorsi, i soliti temi, usurati anche nel messaggio con Marina, cercare una relazione che non sta in piedi, giocare a tavolino con lei, senza sentimenti, senza pathos, che quasi, come nel sogno, mi verrebbe da sentire e trovare Olimpia, come una volta ci si diceva, così, in modo abbozzato, lei che io ricordo con quel suo volto raggiante di amore, quel suo sguardo, quel suo sorriso, quel suo saluto, quando già mi ricordava Andra ai tempi dell’università, la nuova Andra, che riappariva nel sogno, con tutti i ricordi di quella Romania piena di niente, senza bisogno di cercare chissà quali parole, chissà quali avventismi à la Eugenia, liberato dai fantasmi del protestante in me, come nel libro su Munch, la voluttà, il piacere e il nulla e il vuoto che vincono, in un’estasi onirica… chiedersi anche la notte cosa fare lì, nella zona industriale, a pochi metri da quel supermercato e quel fantasma dorato del volto di Manuela, che perdeva ogni significato, lasciarsi andare al languore, sentire una volta per tutte l’incantesimo di Leida che svaniva, lei, che come una Circe mi stava trasformando in un folle, lei, che con lei è finita, e ce ne saranno mille altre, senza bisogno di imporsi l’amore con Marina, o con Manuela, o con chiunque, liberato così dal languore, dalla voluttà, che non rimane niente da scrivere e pensare e dire, sensazione anarchica dei sentimenti, voluttà e nulla che sanno della mia anima dopo questa notte e l’estasi onirica… che farmene di questo giorno, dei sogni, delle sensazioni, delle pitture dell’anima come un’anima inquieta, forse ancora le parole dipinte sul libro su Munch, l’immaginario di una natura selvatica tra Norvegia e Romania e Germania, oppure chissà dove, il cielo grigio, il verde intenso, che sparisce ogni cosa del mondo, si dissolve nel nulla e nella voluttà, nell’estasi onirica…

Catarsi oscura…

Quel libro dove il commissario svedese
Si lascia con la moglie
E va ogni notte a letto
Con una diversa
Trafiletto letto
In quel di depressione strisciante
Tornare in biblioteca
A ritrovare quel libro
Scandagliare a caso
I vari scaffali
“Perché non è neanche laureato
Guarda!
Iscritto a perito elettronico”
Diceva la bibliotecaria
“Io sono laureato!”
Dicevo in me
Ma non bastava
Perché l’occhio cadeva
Su quel libro della vita romanzata
Di Edvard Munch
Leggere tra le righe
L’amante prostituta
Le crisi di depressione
Prima di decidere di ricoverarsi
All’ospedale psichiatrico
La caduta
“Io ti amo”
“Ti amo anch’io”
E dietro quelle lettere
Vedere il fantasma onnipresente
Di Leida
Ora che le decorazioni
Mistificanti
Sono cadute
Lei ovunque
La sua immagine là
In mezzo ad una via
Lungo le rotaie di un tram
Lei in piedi
Ad aspettare clienti
Lei che giocava con il cellulare
Leida
Leida
Che c’era ancora dietro lei
Dietro tutto
Rispogliare altri libri
E andare incontro al mostro
Prendere anche quel libro svedese giallo
Non temere i mostri
E un film di fantascienza
Il labirinto
Andare alla ricezione
E sentire l’abisso dentro di me
Mentre la bibliotecaria caricava i libri
Munch!
L’urlo!
Urlo dell’anima
Ricoveratemi in ospedale!
Sto morendo!
Accendersi una sigaretta e scappare dalla ricezione
Se tengo questi libri
Impazzirò
Mi verrà l’esaurimento
Fumarsi una sigaretta
E scappare nel parco
Sedersi su una panca con tavolo
All’ombra
Sotto gli alberi
Aprire le prime pagine di quel libro su Munch
E sentire il botto
La botta di depressione
Il colpo che mi infossava
Peggio della mattina
Nella visione rosso nera
Bum!
Botto depressivo
Chiudere il libro e
Guardare sperduto il campo verde davanti
A me
Era quella la Norvegia?
La natura?
Aspettare qualche minuto
Per riprendersi
Guardare i bambini giocare
Gli adolescenti
La giovane coppietta
Sdraiata
Che giocava con il corpo di lui e di lei
Ah
Gli innamorati
Visione che forse mi ristabiliva
Per un attimo
E vedere Leida
Sparire nell’abisso del desiderio
Che si dimetteva
Una volta per tutte
Leida
È lasciata
Una volta e per sempre
Riprendiamoci un attimo
Dicevo
E stavo minuti e minuti
Quasi ore a guardare nel vuoto
La natura
Per non sentire più
La botta
E i minuti e le ore passavano
Di fronte alla natura
Immerso nella natura
Senza più decorazioni che mi infestavano
E quella stanza
Che sapeva di depressione e follia
Andiamo a prenderci un caffè
Dicevo
Forse mi riprenderò
Ma il bar era chiuso
E dovevo ancora affrontare i demoni dello studio
Rientrando in quella biblioteca
Tra quelle studentesse universitarie
Giovani
Carine
Una biondina era già là
Davanti alla macchina del caffè
Attendevo il mio turno
Quando lei se ne andava
Una bellezza quasi russa
Prendere il caffè e scappare
Dalla biblioteca
Fuori!
Nel parco
Di nuovo
Con il bicchiere di plastica
La postazione di prima
Su una panchina con tavolo
Di legno
Sorseggiare il caffè
E vedere altri fantasmi
Passare davanti
La mattina fatta di lingua tedesca
Che mi opprimeva
Le pagine virtuali
Di improbabili settimane a Oslo
Per vincere i demoni norvegesi
Di quella musica black metal
Che ricordavo nelle note
Nelle urla
Let deres sverd
Til kamp
Stolte men
Lat massakeren beginne i dag
…?? Kriste
Kvinne og barn
E su Cristo
Le donne e i bambini
Crollavo
Il crollo
La caduta
Il pianto
Lacrime depressive
Un’altra botta di depressione
Che liberava
Cominciava la fantasia
Di croci rosse e blu
Norvegesi
Di croci delle bandiere
Dei paesi del nord
Cristo oscuro
Dell’anima
Deliri di un tempo
Davanti a quella scritta
Con lo sbianchetto sul tavolo
Maturità 2017
Traccia lasciata dagli spensierati giovani
Ah quanto era bello quando tutti i problemi
Si risolvevano nella scuola
Quel mondo è finito…
E deliri di nuovo su settimane improbabili
A passeggiare per Oslo
A vincere i demoni depressivi
Con la visione della città
E non più le urla di quei dischi
Norvegesi
Black metal
Il ricordo dei miei anni bui al Gadda
La paura di frequentare la scuola
La depressione suicida
Per quell’arresto
E quei mesi di domiciliari
La depressione
Passata
Lunghi anni disperso
Nel mare dell’oscurità
Pensieri antichi
“Vorrei andare in Norvegia”
Dicevo io
“Perché in Norvegia?
Per le norvegesi?”
Diceva lei
“No
Per stare immerso nella natura
Davanti ai fiordi
Senza un solo suono
Una sola persona
Una sola musica
Senza niente
Io
E la natura sublime
E nient’altro”
Antica visione depressiva
Anche là dove c’era la mia ragazza d’allora
E le note depressive
Si sentivano di nuovo
Dentro me
E le urla
Depressione che avanzava
E si smorzava
È solo un libro
Su Munch
È solo un libro di invenzione letteraria
Quella Svezia che faceva da contraltare
Alla nera Norvegia
Il polo positivo e il polo negativo
Norvegia e Svezia
Le croci
Il pianto
Da lacrime giudaiche
Che ancora una volta sarebbe partito il delirio
Sull’impronunciabile nome divino
Osservare il giro della mia mente
L’eterno ritorno delle sensazioni
Gli alti e bassi estremi
Quasi da delirio bipolare
Se solo sapessi cosa sia
Le vette e gli abissi
Dentro di me
L’eterno ritorno degli umori
Riempiti con troppe letture
Troppi mondi
Troppi paesi
Paesi sui quali proietto
I miei stati d’animo
Sui quali proiettavo i miei stati d’animo
Visione del mondo
Dell’anima
Il microcosmo
Come il macrocosmo
Visione divina
Dell’inconsistenza
Dell’anima
E dei suoi contenuti
Il pianto di nuovo
Lacrime
Che facevano sparire il fantasma di Leida
E tutte
Andare a comprarsi una bottiglia d’acqua
Al minimarket
La gentilezza del commesso
“È acqua
Non è oro
Un euro”
Due litri d’acqua
In una bottiglia
L’oro
I capelli dorati
Di Manuela
Visione che ricominciava
Ritornare a sedersi
Al parco
Per vedere andare via
I ragazzini
La coppietta
Un’altra coppietta più anziana di là
E il tempo che si ingrigiva
Il pianto
Le lacrime
L’acqua
I sogni di viaggiare
A Oslo
La Norvegia e la depressione
Era tutto lì?
Smetterla di delirare
Il silenzio in me
L’assenza di visioni
La fine dello scorrere degli spettri
Quei libri li avrò lì
Per due mesi
Nessuno mi corre dietro
Per leggere tutto in un giorno
Non c’è modo di impazzire
Non si può impazzire per un libro
Per i propri spettri sì
Forse
Se non ci fossero momenti di catarsi
Le lacrime
La depressione
La fine degli spettri
Rimanevo solo io
Con il mio volto
Immerso nella natura
Fotografare la mia faccia
La distesa di verde
E perdersi nel mondo virtuale
Per segnare quell’eclissi dell’anima
Ore passavano così
A giocare con le foto
Come per fotografare l’anima
Che non si vede
Inutile
Era tutto inutile
Cominciava a piovere
Sommessamente
Goccia dopo goccia
Il cielo si ingrigiva
E la natura
Fino al tracollo
Poco prima di scappare
In macchina
Un acquazzone senza fine
Un temporale estivo
Con le grosse gocce di pioggia
Che tamburellavano sui vetri e sulla carrozzeria
Temporale grigio
E l’attesa
Dell’ora fatidica
Le otto
Quando Manuela forse avrebbe aperto
Al Carrefour
Pensiero fisso
Che svaniva
Di fronte al mio volto
Di indicibile bruttezza
I mostri
I fantasmi
Gli spettri della depressione
Dopo le visioni di improbabili cristi oscuri
Dell’anima
Scappare da lì
Dal parcheggio
Con la macchina
Verso il Carrefour
Le visioni sparivano
Vedevo solo il mio volto senza più simulacri
Dentro la mia testa
La mia bruttezza
I mostri di pensieri
Che non volevo più ascoltare
Le voci demoniache
Girare con la macchina qua e là
Il cimitero
La zona industriale
Leggere per un attimo
I post di LinkedIN
Lodata sia l’umiltà
Servono i soft skills
Saper gestire lo stress
I clienti
Le relazioni con gli altri
Lavoro che mai sarà mio
La coscienza della propria malattia
Senza nome
Gli alti e bassi
Le vette e gli abissi
In un pomeriggio impazzito
Di depressione
Norvegia
Non pensarci più
L’energia e il rosso dell’anima
Ritorneranno
Un giorno
Senza accorgermi
La vitalità forse ritornerà
Dopo la catarsi oscura
Le lacrime non scendevano più
I fantasmi sparivano
Che era anche inutile
Andare al Carrefour
Che Manuela non c’era
E anche se ci fosse stata
Lei non sarebbe stata il mio fantasma di lei
Che mi infestava
Passare oltre la cassa
In un istante
Via
Con la frutta
I fantasmi dissolti
Le voci demoniache anche
Tornare a casa
E cenare
Non temere più i libri
La Norvegia e la Svezia
Quel libro su Munch
È solo un libro
Quel giallo
È solo un giallo
La lingua tedesca di stamattina
Può bastare
Cenare
Di uno schifo di pesce imburrato
Con dei verdi piselli senza condimento
La fretta del mangiare
Senza gusto
Dieta maledetta
Mentre il temporale scemava
E l’aria fresca inondava la casa
Di fianco ai miei genitori
L’amore può aspettare
Anche la passione
Quando tutto si spegne
In una catarsi oscura

Norvegia immaginaria dell’anima…

Il rosso e il nero, colore che mi perseguita, una botta di depressione, scappare da questi colori, dalle frasi di Leida: “Devi essere forte! Sei un uomo!”, sensazioni negative, ossessive, liberiamoci da questo ricordo, viviamo più in tranquillità, con il verde immaginario della natura di un paesaggio norvegese, tra chiese e baite, nel silenzio, tra le montagne, un cielo grigio, le nuvole basse, e un po’ di fresco, lontano da questo caldo mediterraneo che stronca l’energia… pensare di andare a prendere qualche altro libro di Jo Nesbo, là in biblioteca, se oggi non si lavorerà, cercare la pace ancora là dove non la si trova, una pace grigia e argentea, quasi nera, nel verde immaginario della natura, è proprio vero che prima di morire mi promettevo di trasferirmi in Norvegia, tra quei paesaggi, tra quel silenzio, lontano dal fracasso della scuola e delle compagne, di quei giovani così pieni di vita, lontano da quelle officine e il loro rumore, gente bestiale, calendari mezzi pornografici, e un qualche crocifisso appeso là, tra gli altri poster di pubblicità dei pneumatici… e in testa mi gira una canzone stupida di Bebe Rexha “I just wanna dance with somebody, it could be anybody…”, segno che ancora la musica sinfonica norvegese non mi ha ancora del tutto conquistato, meglio così, c’è ancora un po’ di vita, al di là di quelle frasi di Leida: “Lavora con tuo padre!” “Devi essere forte!”, frasi con quella sua voce così negativa, lei e quel suo paese, quei ricordi, quella lingua, quelle sensazioni negative, che voglio abbandonare… cercare di diminuire di fumare, come diceva Eugenia: “E’ per il tuo bene…”, non è un divieto forte, sbagliato, non c’è l’ansia dei troppi divieti, ma la quiete di stare in pace, di andarci piano con il cibo, l’alcol, le sigarette, il sesso, tutto tanto stress che non porta da nessuna parte, e anche le parole di Manuela: “Ho smesso di fumare, ora solo caffè…”, Manuela che se la starà vivendo con il suo tipo e i loro amici, a che pro continuare ad andare là e romperle le scatole, è una ragazza come tante, niente di più, e chissà cosa ci vedevo in lei, trasportare tutta la mia voglia di qualcosa di più che il sesso con le ragazze su di lei, oltre le parole di Leida, oltre i suoi incantesimi, oltre quella follia che ora sta facendo il suo decorso… lasciare anche quasi perdere Marina, non aspettarla più, al suo rientro in Italia, non attendere più suoi messaggi, non credere più nell’incanto della lingua russa, in quella magia, visto che ogni volta che ritorna è una botta rosso e nera, come il ricordo di Alina, e non infestarmi più di altre religioni, orientalismi, miti di lingue straniere da imparare ad ogni costo, lasciamo perdere anche Marina, e non tormentiamoci più… mi voglio liberare da troppi pensieri fissi passati, dal solito giro dell’anima, voglio stare tranquillo, senza più seguire la punta della mente che si innalza verso vette estreme di qualche pensiero e ideologia che nasce dal profondo di me, le ideologie del lavoro a tutti i costi, delle ragazze, dello studio, e abbandono anche certi orientalismi di altre religioni, sono occidentale, sono cristiano, e il paesaggio norvegese ben rappresenta questa mia identità spogliata di elementi esterni intrusivi, eccentrici, fuori luogo, discorsi degli altri che non sono io, tilt dell’anima che perdeva se stessa… voglio stare in tranquillità, lavorare ogni tanto, leggere ogni tanto, non dimenticare le ragazze di strada, certo, come mi dicevano, ma neanche esserne ossessionato, come se la mia vera occupazione fosse andare da loro almeno una volta alla settimana, unico motivo che mi spingeva a lavorare: avere i soldi per andare da loro, non funziona così… smetterla anche con troppi pensieri trascendentali, che sono solo la maschera di stati d’animo e cambi d’umore, dovuti per lo più ai rapporti e alle relazioni con le ragazze, che mi fanno cambiare umore, portando con sé riflussi di ideologie e filosofie, come ieri su quel rosso e nero e bianco, delle forme di nazismo ancora più estreme, dove si voleva solo sterminare l’umanità intera, mentre dietro e tutto quello c’era solo il rendersi conto che con Manuela non ci sarà niente, che il mio era un puro gesto di disperazione per cercare di staccarmi una volta e per tutte da Leida… non pensiamoci più, a lei, lasciamo libere le canzoni albanesi di scorrere, ogni tanto la lingua albanese, ma senza elevarla a sommo vertice dei miei pensieri, tra tutte le lingue, le culture, e i pensieri possibili, si disperde ora tutto come in una landa grigia fatta di nebbia, nel verde intenso dei paesaggi e della natura, di una Norvegia immaginaria… e sento ora quasi salire l’eccitazione, il senso che oggi non si lavorerà, il senso che avrò tutto il tempo libero da dedicare a me e a i miei pensieri, alle mie fantasie, mondo interno solipsistico e autoreferenziale, dal quale scaturiscono ogni volta angeli e demoni deliranti, mentre sono stufo di questo giro degli umori e delle sensazioni, e voglio cercare qualcosa di saldo e preciso, che dia quella giusta tranquillità, senza più eccessi… forse nel pomeriggio sarò là in biblioteca, a scegliere un nuovo libro norvegese, a ritirare l’altro di Bauman, a riconsegnarne altri, ma non ci sarà niente di trascendentale in tutto questo, solo un giro in biblioteca, come altri, mentre spero oggi di non dover passare al supermercato, e se la giornata di lavoro sarà, spero che non sarà opprimente, in mezzo a quella gente, a quegli ambienti che proprio non mi piacciono, e anche se devo essere forte non devo essere ossessionato dal dover apparire un uomo cattivo, ma semplicemente devo essere me stesso… che qui quasi ripartirebbe il solito delirio sul lavoro, cercare qualcos’altro, e bypassae quella frase nevrotica di Leida: “Devo lavorare! Lunedì devo pagare l’affitto!”, come a esaltare il lavoro di mio padre sopra ogni cosa, per la sicurezza economica relativa, come per investire tutto me stesso in questo lavoro che non so neanche da dove iniziare… ed è strano vedere altri compagni e altra gente su LinkedIN, con i loro lavori da impiegati e impiegatucce, ma che almeno si sono staccati dalla linea paterna, dal lavoro dei genitori, e mi viene in mente quella scena di Trainspotting 2, dove il figlio del criminale dice di starsi dedicando allo studio di “Hotel management” e non segue le orme criminali del padre, il quale alla fine gli augura ogni bene, arrendendosi al fatto che il mondo cambia, e la sorte dei figli non può essere uguale a quella dei genitori, e questa è la mia eterna sfortuna e fortuna, come dice sempre Saverio: “Lei ha una grande fortuna, suo padre ha un attività, ma anche una grande sfortuna, suo padre ha un’attività”, che da questo rompicapo non ci esco mai, tra il sì e il no, tra l’attrazione e il rifiuto, e il giro dei sensi è sempre qui, tra negare e accettare, che non c’è mai via d’uscita… mi lascio ancora un po’ di tempo, attendo settembre, ottobre, quando il clima è più favorevole al pensiero, ora, il caldo dà alla testa, e cercherò di lavorare il minimo che serve per sentirmi con la coscienza a posto, per non andare più fuori dai pensieri, è certo che tutta l’energia nevrotica che sentivo durante quelle settimane con Leida non c’è più, ma non per questo mi sento debole o meno forte, è solo la rilassatezza, la chiarezza della mente che ritorna, e cercare di dare un senso a quest’esistenza, dopo essermi reso conto che una vita fatta solo di lavoro che non piace e non interessa, solo per pagarsi le puttane, non porta da nessuna parte… e a volte penso che avrei bisogno di compagnia, di gente della mia età, per scambiare opinioni e punti di vista, sentire come va il mondo, come stanno gli altri, cercare di parlare, ma quella compagnia non c’è, non ci sono più le compagnie di università, non c’è più una sorte comune, siamo tutti dispersi, ed era un’utopia cercare di fare amicizia con quei giovani commessi del Carrefour, loro hanno il loro lavoro, e se lo tengono stretto, loro che magari non hanno neanche la laurea ed è la gente più comune del mondo, che di certo non si è persa come me in altre lingue, culture, filosofie, altri studi, e poco ci sarebbe da condividere, così come poco c’era da condividere con gli amici stupidi di una volta… e l’idea di trovare compagnia a caso, come quella del CD, non mi alletta, anche lì non c’è gente con cui parlare, non ci sono interessi comuni, è gente malata, senza grandi idee e prospettive, e l’idea di andare lì, anche in mezzo alle educatrici, mi fa solo venire più depressione, perché significa che sono davvero alla frutta… e sento ora questa voce di Leida: “Devi essere forte! Sei un uomo! Devi lavorare anche se il lavoro non ti piace!”, che mi si innalza in me, richiamando ancora quell’energia demoniaca rosso e nera, che non so più se è una forza o una debolezza, un segno di esaurimento… di certo è che non posso condividere la mia vita relazionale con gli altri, con le altre, io e le mie storie di puttane, di ragazze così, che gli altri non capirebbero, non sanno il mio stile di vita, i miei pensieri, e le parole tutte innocentistiche e bambinesche delle educatrici servono solo a mistificare un mondo che ormai è andato a puttane, e lo stesso sarebbe anche se decidessi magari di tornare tra i giovani avventisti, anche lì parole mistificanti, stili di vita che niente c’entra con la mia realtà, ed è difficile trovare qualcuno o qualcuna con cui confrontarsi, visto il mio stile di vita che nessun altro può capire… non rimane più nessuno, non rimane più niente, rimango da solo con i miei soliti pensieri, e per non pensare devo solo fare qualcosa, leggere qualcosa nell’attesa che ci siano ore da lavorare, e tutti i pensieri e i soliti giri degli umori andranno e verranno, e basterà non ascoltarli, lasciarli fluire così, e andare avanti, senza ripiegarmi di nuovo su di loro, e la giornata può cominciare, in questa visione di paesaggi verdi e montagne e nuvole grigie, una Norvegia immaginaria dell’anima…

Paradiso argenteo astratto…

Estasi musicale
Nel canto di canzoni
Che pensavo dimenticate per sempre
Denisa
E i ricordi di quell’amore
Che era per Eugenia
Negli anni di università
Canzoni di estasi per Leida
Prima e dopo
La fine dell’università
Andare oltre con il canto
Nei ricordi
Fino a quella Diana
Dai capelli a caschetto biondi
Come Manuela
Delirio già allora di canzoni romene
Accorgersi di sapere troppe parole
Troppi canti
Un’infinità di canti d’altrove
Caos di lingue ed estasi musicale
Con la nuova musica scaricata
Che risuona ancora
Quasi a cercare un’altra estasi
Alcolica
E nel canto e nell’ascolto
Trovare la visione finale
Di mille colori e nessuno
Di quell’argento paradisiaco
Dove dalle rotaie del tram
Dove sempre sta Leida
Si aggiungevano nell’immaginario
Tutte le ragazze
Alina
Diana
Leida
Manuela
Eugenia
Amalia
Katia
Julia
Andra
Lorita
Marta
Lieta
Xhuliana
Marina
Uno spazio astratto immaginario
Come un paradiso di urì
Argenteo
Dove tutte comparivano
Assieme
Come tutte le amate di sempre
Dall’inizio dei tempi
Scompariva così
La fissa dorata per Manuela
Che si disperdeva
In quella visione argentea
Paradisiaca
Dove i colori del Carrefour
Diventavano tutti i colori
Di tutti i prodotti del supermercato
Con le loro confezioni sgargianti
E tutte le immagini dei video
Delle canzoni si disperdevano
In un’estasi di colori
Che solo un pittore astratto
Potrebbe dipingere
Per stemperare le fisse di sempre
Tra l’azzurro del cielo
E il rosso e nero dell’inferno
E scomparivano di nuovo
I soliti simboli
Fissi
L’immagine della solita cantante
Le tesi rosse e blu
L’aquila che diventava
Rosso e nera
E dorata
E di nessun colore e di tutti
E in quest’estasi visiva
Si disperdevano i simboli
E le parole
E i luoghi
E il tempo
E tutto si risolveva in una visione
Infinita
Astratta
Dove tutte erano compresenti
Tutte le ragazze amate
Solo per estasiarsi
Di uno spazio astratto argenteo
Dove nessuna era nessuna
Dove tutte erano solo amiche e conoscenti
E compagne
E niente di più
E appariva la mia follia per Manuela
Come un testo di una canzone stupida
E mi accorgevo
Dell’impossibilità di ogni storia
In quest’estasi
E in questa
Confusione astratta paradisiaca
Che sapeva di
Estasi argentea
Visiva e musicale
E si stempera la fantasia
E si stemperano
Le parole e i colori
E i luoghi e i tempi
E tutto convive
In un’estasi senza fine
Dove non è più possibile ragionare
Se non quasi sfociando
Nel misticismo
Del paradiso delle donne
Quel paradiso che solo le donne possono dare
Luogo fantastico
Che non può comprendere la realtà
Delle relazioni
Perdute e bruciate
Prima ancora di cominciare
E si rarefa il tempo e lo spazio
E i luoghi e i modi di pensare
Che sempre la voglia
Di qualche ragazza ci sarà
Là in mezzo alle strade
Per le vie
Là dove le relazioni non possono tenere
Tra amicizie e sex appeal
Che non ci sono
E tutto si disperde così
Senza meta
Senza obiettivo
E tutto si risolve in un ricordo unico e astratto
Che sa di tutte le canzoni
Di tutte le ragazze
E di nessuna
E la musica continua a risuonare
Nuova musica
Nuove visioni
Nuovi colori
Come quei
Differenti colori
Che Marina diceva che le piacevano
Senza indicarne nessuno
Mentre io non mi perdevo
Nell’azzurro dei suoi occhi
O nei colori dei suoi vestiti
Senza nessun sorriso
E cercavo di ricostruire
La fissa eterna
Rosso e nera
E lo sviamento senza fine
Per Leida
Che sconvolgeva anche Manuela
Senza motivo
E mi rendevo conto
Della mia piccolezza
Della mia follia
Della mia insensatezza
E della mia maledizione
Di tutte queste ragazze
Amate
E tutto si stempera di nuovo
In questo ghiaccio artificiale
Della stanza condizionata
Dove risuona musica infinita
E una volta forse mi avrebbe visto
Alcolizzarmi ancora
E andare d’estasi
Musicale alcolica ed erotica
Mentre in quello spazio artificiale argenteo
Dell’anima
Che sa di paradiso astratto
Si disperdono tutte le ragazze
E si dissolve la visione

E il rosso e il nero dell’anima vince ancora!

Ma quali porte del cielo?!
Là sdraiato su una panchina
Al parco
Circondato da adolescenti
Ragazzi e ragazze
Teenager
Che c’era solo voglia di un porno
Dove la romena prendesse parte
E risvegliasse tutti
Fantasmi di sevizie
Fantasie di stupro
Di quelle ragazzine
La musica sud-americana
Spagnola
Che correva nell’aria
Le bestemmie
E le imprecazioni
Tra froci e quella puttana di tua madre
La rivolta!
Ribellione
Contro un cielo azzurro stanco e morto
Contro il verde di un parco
Che sapeva di soporiferi paradisi
Perduti
Là dove rinasce sempre il desiderio
Eva la puttana
Del paradiso perduto
Che tutto conquista
I colori rosso e neri
Che si risvegliavano
La rivolta!
La gioventù che ha in mano il mondo
Lo spirito di ribellione
L’assenza di regole
E l’anarchia
Il caos dei sensi
Che era inutile cercare
Paradisi di rilassamento tra la natura
Ormai andata a puttane
Una volta e per sempre
E cosa ne vogliono sapere
I miei amici
E le altre stronzette
Di quei luoghi
Loro che non sono mai stati in galera
In ospedale psichiatrico
A letto con delle puttane
Non è questo il loro stile di vita
Ancora imbevuti di ideali
Bei discorsi
E bei propositi
Altro che l’azzurro del cielo
Degli occhi di Marina
Lì riviveva solo l’azzurro
Dei vestiti da puttana di Andra
Quella sua minigonna azzurra
L’azzurro degli occhi di Katia
Mentre mi si dava
Altro che paradisi da riconquistare
La rivolta!
Che si ritorna ancora alla vita e alla ribellione
Altro che discorsi
Di restaurare tempi mitici
Dove tutto andava bene
E si stava in armonia
Vecchia malattia
Del paradiso perduto
Da riconquistare
Non è possibile
Ogni volta ci ricasco
Sognando improbabili
Luoghi e tempi di rilassamento
Nel verde
Che non funziona mai
La vita e la rivolta
Richiamano sempre la loro parte
Che non c’è da farsi lavaggi del cervello
Spirituali e naturalistici
La rivolta vince sempre
E lo spirito ribelle giovane
E anarchico
Come le notti di una volta con Xhuliana
Le estasi alcoliche ed erotiche con Alina
Il mandare tutto a puttane
Dopo che l’amore voleva sembrare
Conquistarmi con la lingua russa
Di una ragazza che non dice niente
Che non mi va neanche di aspettare e sentire
Altro che cercare di più!
Si vive nell’inferno
E non c’è via d’uscita
Che non sia un’utopia
E ogni volta devo riesumare
I fiori del male
Dello spirito
La rivolta
Anche contro tutti i sensi possessivi
E imputtanati per Leida
Che più di ogni altra cosa mi hanno insegnato
Impossibile far capire
A chi ha stili di vita diversi
Quanto sia vivo l’inferno
E la rivolta
Dei sensi
Non si scappa da qui
Anche quando hai i coglioni svuotati
E vorresti solo cercare un’altra notte
Per sterminare tutti i fantasmi
Di belle fantasie d’amore candido
Che non possono più stare in piedi
La rivolta e la ribellione
Lo spirito rosso e nero che vince sempre
L’inferno
Dal quale non si può scappare
Domani
Il lunedì
Ricomincerà la settimana
E il suo tormento
Tra lavori e studi
Attese
Non c’è pace
Da sognare
Non esiste qui la pace
Vince sempre la rivolta
E basta cambiare luogo e tempo
Per ritrovare se stesso
Che credeva di potersi comprare il paradiso riconquistato
Con della musica e dei paesaggi
Di una pace che non c’è
La rivolta e la vita vincono sempre
Va tutto a puttane
Come al solito
E la musica si inoltra nei sensi
E il senso di rivolta
Non c’è pace in questa terra
E i paradisi perduti
È impossibile riconquistarli
Il rosso e il nero dell’anima
Vince ancora!

Si aprono le porte del cielo…

La pioggia
Il cielo grigio
Uno squarcio di settembre in questo
Fine giugno
L’aria fresca
Che il tempo sembra ricominciare
Dimenticati i colori dell’incantesimo
Rosso nero
Che ancora mi perseguita
Difficile sforzarsi d’amare
Con passione
Quando la passione è finita
E calerebbe un sipario nero
Se nella speranza
Non si intravedesse
Un cielo vestito di bianco e d’azzurro
Oltre i soliti giri dell’anima
Stacco con gli ultimi pensieri
Che ancora ritornano
E non mi perdo più
In quella routine infernale
L’incantesimo biondo e dorato
Dei capelli di Manuela
Il suo camminare
Per il supermercato
E il sabato notte
Mentre lei sicuramente
Non era a lavoro
Avrà avuto la sua vita
Con il suo ragazzo
Con i loro amici
Il suo mutuo da pagare
Per convivere assieme
La sua vita
Che forse avrei voluto spiare
Dalle pagine dei social network
Mentre la notte
Mi dava ancora la visione
Di troppe altre ragazze
Là su quella strada
A prostituirsi
Ero stufo
Stanco del solito giro dell’anima
I soliti pensieri ormai andavano
In un tilt
Come di un vecchio flipper
Che ormai ha la polvere sopra
E i segni del tempo
E a malapena si accende
Muore così il delirio
Su cui cala un sipario nero
Solo per aprirsi
Alle porte del cielo
Un cielo terso
E un cielo grigio
Pieno di nuvole
Cariche di pioggia
Come il miglior settembre che si attende
Lontano dalla calura
Che dà solo alla testa
Infestarsi di parole olandesi
Sognando quella bionda che non c’è
Quell’unica bionda che era Manuela
La mia Olanda era tutta là
E tutto il Nord Europa
E le sue lingue
Non sognerò più di estati al mare
In Albania
Quel ricordo è ormai sbiadito
Logoro e consumato
Mi appresto
Ad un’estate
Fatta di lavoro
E di giornate tranquille
In casa
Con un condizionatore
Che simulerà la freschezza del Nord
Chi me lo fa fare di viaggiare?
Quando la tranquillità e la pace
La posso trovare in me?
Cala un sipario nero
Su cui si aprono le porte del cielo
E non ci sarebbe neanche più da scrivere
Se quell’ebrea di una volta
Non mi avesse detto
“Scrivi ogni giorno”
E le parole le si trovano quasi sempre
Per staccare
Ed esprimere l’anima
Lo so che ancora porterò le ferite
Di ragazze che mi hanno fatto male
Fatto vedere gli abissi
Fatto sfiorare i vertici del delirio e della follia
Le parole cattive
Quelle mielense
Quelle non vere
E serviva il chiodo scaccia chiodo
Di una ragazza che fosse un’altra
Dalle solite della via
Una ragazza irraggiungibile
Che con la sua sola presenza
Vera e fantasmatica
Mette a posto l’anima
Non posso permettermi di apparire ancora un pazzo
Davanti a Manuela
Non posso permettermi di apparire
Uno ancora legato alla sua vecchia amante
Di fronte a Marina
E l’azzurro sa anche dei suoi occhi
E del ricordo che sembra un’origine
Che non è
Gli occhi azzurri di Katia
E il mondo ricomincia così
Con la voglia di lavorare
E di non perdersi
Nei soliti deliri e pensieri
Che ruotano su se stessi
Come una traccia ciclica
Che non si riesce mai a spezzare
Rompiamo le catene
Rompiamo l’incantesimo
Andiamo oltre il ripasso degli ultimi mesi
Lasciamo ricominciare il tempo
Senza dimenticarci del passato
Ma senza neanche esservi ossessionati
E il fresco di questo giugno
Sembra una fotografia
Di settembre
Per fortuna
Quanto mi piace il tempo grigio
E la freschezza
Da paesaggio norvegese
Sempre immoto e libero
Nella sua natura
Senza più simboli ad ossessionarmi
Liberato dai propri fantasmi
Libère ton esprit!
Che quasi mi sorprendo
A dirompere il coperchio
Dei miei pensieri
Il sigillo dell’anima
Come se nell’altezza dei cieli carichi di nuvole
Si preparassero altre tempeste
Altri deliri
Mentre non sarà così
C’è lo spirito ora a guidarmi
C’è il ricordo di quella ragazza
Che da lontano sempre mi osserva
E mi scruta l’anima e le parole
Ora libere
Senza più complessi e frustrazioni
Di giornate che andranno avanti da sé
Con la voglia ancora di andare
Incontro alla gente
Senza rinchiudersi in se stessi
E nel proprio passato
Rosso e nero come una bandiera dell’inferno
Si esce dal mondo dei morti
Così
Senza neanche elevare una preghiera
Stanco delle solite parole
Di prediche per vecchietti e vecchiette
Non è il mio ambiente la chiesa ed altri luoghi di culto
Io che sono cresciuto
In mezzo ai bordelli ambulanti
In mezzo ad una strada
Non infossiamoci di false compassioni
Vagamente depressive
Per ragazze che a tutti si danno
Senza pensarci più di tanto
Oltre la loro umanità
E la loro spensieratezza
Mi si diceva di resettare
Che l’Albania
Aveva fatto un certo casino in me
Ed era vero
Fissa continua
Di un mondo al contrario
Distopia elevata a modello di vita
Liberiamoci
Dall’inferno
E accogliamo l’azzurro e il bianco del cielo
Dove una speranza è ancora viva
Dove non si deve temere
Il ritorno dei deliri
La doratura dei capelli di Manuela
Si perde così
In una visione di una vita che lei ha
E io non ho
Lasciati gli amici e le loro zizzanie
Perdute le compagnie di università
E gli interessi comuni
Riprendo a vivere dei miei interessi
Dei miei pensieri
Recuperando frammenti di passato
Che pensavo perduti
Non si poteva continuare a restare in fissa
Su eventi forti
Ma passati
Si libera l’anima
Si libera lo spirito
E sul sipario nero
Si aprono le porte del cielo

Questa scia di emozioni e sensazioni, che forse svanirà da sé…

Ed ero sdraiato su un letto d’ospedale e compariva mio padre, più giovane, che mi diceva che anche lo zio Gianni era in ospedale, da un’altra parte, e mi diceva di trovare un pacchetto di Diana con la firma di un cantante americano, un pacchetto speciale, mentre nel sottofondo si sentivano le note e il canto di Adriano Celentano… e mi ritrovavo poi a camminare su una via sommersa d’acqua, ad altezza del capo, e trovavo Paola Barale che parcheggiava una macchina come si farebbe con una barca, una macchina che doveva mettere a posto mio zio Gianni, il carroziere… e poi mi vedevo camminare per delle vie di Milano, o della Brianza, e davanti a me c’era Paola Barale, che nel sogno sembrava dieci volte più figa, lei e quei suoi pantaloni attillati che lasciavano vedere tutte le forme, e c’era anche Lorella Cuccarini, più giovane di non so quanto, insieme a Paola, che mi camminavano davanti e io mi gustavo le loro forme, il loro volto, i loro capelli biondi, le loro parole, e poi vedevo mia zia Mariangela e mia cugina Simona, che aveva trovato il pacchetto di Diana Rosse edizione speciale, quelle con la firma di quel cantante famoso, e mi aprivo il pacchetto, ed erano delle sigarette senza filtro, che come le si prendevano in mano si sbriciolavano, mia cugina Simona diceva che aveva trovato quel pacchetto speciale su internet, e l’aveva comprato apposta per lo zio, dal quale alla fine arrivavamo, era stato dismesso dall’ospedale e davanti ad un citofono riceveva quel regalo, ed era contento, e di sottofondo si sentivano ancora le note e il canto di Adriano Celentano…

Mi svegliavo così la mattina, verso le sei, sentendomi strano per aver fatto un sogno così italiano, pieno di parenti materni e paterni che si mischiavano, cosa che non succede mai nella realtà, e sentivo questa strana sensazione di casa, di tranquillità, senza che elementi stranieri venissero a confondersi nel sogno, e dentro di me sentivo ancora le canzoni di Adriano, rilassanti, tranquille, e per un attimo non mi veniva da pensare che dietro quelle bionde, quel sogno italiano, non ci fosse il vago ricordo di Manuela, e che strano fare sogni italiani…

Tornavo a dormire, la mattina, e mi dicevo che non avevo niente da scrivere, niente da pensare, e mi rialzavo solo verso le nove, quando mio padre mi chiamava dall’ufficio con il telefono per dirmi di portare in casa l’insalata dell’orto che aveva lasciato Marco… mi facevo un nescafé, mia madre arrivava e mi dava i soldi per andare dal tabaccaio, il solito giro mattutino, e camminavo per le strade svogliato, stroncato dal sole e dal caldo, e mi trascinavo le gambe, per fare il solito giro al bar, caffè e sigarette, mentre Bruna mi serviva il caffè, dopo che la cinesina mi aveva dato le sigarette…

Me ne tornavo a casa, sempre strascicando i passi, pensando ancora vagamente a come smettere di fumare, e ogni volta che ci penso mi viene in mente la frase di Manuela, una di quelle notti quando ero proprio fuori, quando parlava apparentemente all’aria e diceva: “Ormai ho smesso di fumare, ho smesso domenica, ora solo caffè…”, ma ogni volta questo pensiero non basta, e mi ritrovo sempre a fumarmi qualche sigaretta…

E poi andavo insieme a mia madre a fare la spesa, come ogni sabato mattina, svogliato, senza pensare più alle solite ragazze, alle nuove canzoni di ieri sera, alle parole con rabbì C., e mi sentivo davvero svogliato, ma rilassato… facevo i soliti giri qua e là tra i corridoi del Carrefour e notavo come erano carine le varie ragazze che ci lavorano dentro, Lieta, l’altra della pescheria, e mi sembrava di volere bene a tutte, o forse mi ero solo affezionato a quel negozio e forse, anche alle sue ragazze… Lieta mi diceva qualcosa quando passavo là vicino ai frigor, mi diceva se doveva spostare la scala per farmi passare, “No vabbè, fa niente, tanto ormai…” e cercavo di non rivedere più in lei la ragazza che rivedevo sempre, ogni volta, al vedere Lieta, cercavo di non pensare a Xhuliana, alla quale ci assomiglia tanto, così come quella della pescheria ricorda vagamente Isabella, la ex di Nicolosi, così come Manuela a volte mi ricordava Amalia, cercavo di non vivere più di questi fantasmi, ma era difficile staccarmi dai ricordi, e dalle emozioni che queste ragazze mi evocavano… facevo il mio giro prendendo la roba varia scritta sulla lista e poi tornavo indietro dove mia madre stava ancora prendendo la verdura, e alla cassa d’accoglienza vedevo Alfredo, Albina e anche Manuela… un colpo al cuore, alla testa, che mi sentivo subito in ansia, si spostava ancora l’asse del mondo, e dovevo concentrarmi per non andare in tilt, o forse non concentrarmi, ma lasciare che quei pensieri andassero avanti da sé, quelle sensazioni e quelle emozioni… mi tranquillizzavo, come già ero calmo, non sapevo se salutarla o no, ma era meglio lasciar perdere, ci tenevo e ci tengo alla mia calma, e aiutavo mia madre a prendere le ultime robe che mancavano… passavo da un’altra parte e Manuela mi passava davanti, abbassavo lo sguardo, mi chiudevo per un attimo in me stesso, lasciando andare tutti i sentimenti e le emozioni, e poi rialzavo subito la vista, solo per guardarla in volto, negli occhi, e dirle semplicemente: “Ciao…”, e lei rispondeva con un altro semplice “Ciao”, nel quale non c’era niente e c’era tutto… mi lasciavo trasportare da quella valanga di sensazioni ed emozioni, riuscendo a tenerle dentro di me e a lasciarle correre, in tutta calma, non so cosa mi succede e non mi interessa, e mi passava davanti la voglia di fumarmi una sigaretta, di dire qualcosa a Manuela, come già le avevo detto, se lavorava o no di giorno ogni tanto, ma era meglio lasciar perdere, era più bello il silenzio, e l’ondata pacifica di sensazioni, e non mi facevo neanche problemi a salutare la zia di Barresi, che era davanti a me in fila alla cassa, un semplice saluto, e niente di più… come è piccolo il mio mondo, mi dicevo, le stesse persone, le stesse facce, affezionarmi e no, e di fianco mia madre, e gli altri, e non volevo fare strane figure parlando ora con questa ora con quella, non c’era bisogno di andare fuori di testa… e alla cassa mi accorgevo di pensieri strani, pensieri contro mia madre, la fretta di stare in coda, le parole di insulti che mio padre le rivolge, il suo fare un po’ nevrotico, e dovevo distogliere da me quel modo di fare, per non fare stupide figure davanti a Manuela, che cominciava a lavorare alla cassa affianco, cercavo di stare tranquillo, nonostante quell’ondata di emozioni… e alla cassa Albina mi diceva di andare a pesare le banane, “Ah, non le ha pesate?”, dicevo, “E’ il 5!”, “Sì, sì, il 5” dicevo, il tasto della bilancia, e andavo là pesavo le banane, tornavo alla cassa e guardavo con la coda dell’occhio dall’altra parte Manuela, ancora così emozionato, e rilassato allo stesso tempo, che tanto lei mi avrà visto come la guardavo, e non c’era niente di cui vergognarsi, ero solo emozionato e rilassato allo stesso tempo, mentre le cose sembravano normalizzarsi, ed era già tanto averla salutata, nonostante quel suo dirmi che aveva già un ragazzo geloso, con il quale convive, ed era bello così, sapere che tutte quelle ragazze sono già impegnate, che sono lì per lavorare, che non bisogna disturbarle più di tanto, trattarle da ragazze, ma neanche da amiche, neanche da colleghe, con quella giusta distanza che è il mio vero modo di fare, tra emozioni e rilassatezza… e mettevo a posto la roba nella borsa, lasciavo perdere di dire ancora qualcosa a Manuela, stava lavorando alla cassa, e non mi andava di disturbarla, di fermare la coda in questo sabato mattina che è l’ora più intasata di tutte, prendevo le borse, mi aggiustavo i pantaloni larghi e me ne andavo via, nel parcheggio, dove mia madre dava qualche soldo all’ambulante di colore, e io posavo la roba in macchina, e mi lasciavo ancora travolgere da quelle emozioni e quella rilassatezza, senza cercare più di capire cosa fosse quel colpo che ogni volta sento al rivedere Manuela, a rivedere le altre, mentre ripassavo le mie storie, in un attimo, le storie delle mie emozioni con le ragazze, e non c’era niente da dire, forse solo quel “Tanto ormai…”, tanto ormai non si capisce più niente, sono pieno di emozioni, di storie andate un po’ così, e chissà perché cercherei quel qualcosa di più tra quella gente del Carrefour, tra Manuela e le altre, che non c’è niente da capire, forse solo che cerco davvero qualcosa di più, e come uno stupido pensavo di trovarlo da Manuela, al Carrefour, che ho investito chissà di quale ruolo, come se fosse il nuovo luogo per socializzare, per affezionarsi, un nuovo luogo dopo l’università… e me ne andavo via guidando la macchina, pensando a come tutta questa ondata di sensazioni Marina non me la evoca, e non so perché, forse perché l’ambiente di quando esco con lei è più rilassato della frenesia del supermercato, della cassa, delle code, è anche più rilassato di quando esco la notte alla ricerca di Leida o quelle come lei, Alina o le altre, alle quali non mi va di pensare più di tanto, e l’ondata di Manuela solo adesso, poco alla volta, si spegne, tra quegli ambienti pieni di emozioni e quegli altri immaginati con Marina, dove alla fine non provo niente o quasi…

E lascio andare queste emozioni, queste sensazioni, e impressioni, le lascio svanire così, mentre della giornata non so che farmene, leggerò forse qualcosa, non penserò all’ultimo libro di Deleuze letto, e neanche al film che ho visto ieri sera, Trainspotting 2, film un po’ disturbante, ma dal bel finale, neanche alle cose di rabbì C., ma cercherò solo di godermi queste emozioni e sensazioni, e questa rilassatezza, mentre cosa mi fa sentire Manuela non lo capirò mai, e non è da capire, e rimango così, con questa scia di sensazioni e ragazze, tra Manuela, Lieta, Alina e Leida, Marina, questa scia di emozioni e sensazioni, che forse svanirà da sé…

E le cose vanno avanti da sé…

Leggere come un dannato “Sole di mezzanotte”, libro norvegese di uno spacciatore di droga che fugge al nord della Norvegia per non farsi uccidere dagli aguzzini del suo capo, e là incontra Lea e Knut, una donna e suo figlio che fanno parte di una specie di setta protestante. Da qui l’avventura si muove tra la persecuzione di lui e quella di lei, che ha avuto un matrimonio forzato e infelice, fatto di violenza. Le pagine sono belle, anche quelle della riflessione sul cristianesimo, sulla fede, intervallati a momenti più semplici e genuini in quel paese del nord della Norvegia così intriso di folclore e superstizione. Un libro che si legge di un solo fiato, con un bel finale, dove l’amore vince sulla persecuzione di lui e di lei. Davvero una bella lettura…

Peccato che ieri io mi sia sforzato troppo a leggere, dopo le pagine di quel libro che parlava di criminalità albanese “La caduta”, e questo libro norvegese, che a fine serata stavo impazzendo, a parte quando andavo al supermercato, beccavo Manuela alla cassa e non succedeva niente, rapporti normalizzati, anche le fantasie e le idee strambe, e mi accorgevo di come lei è una ragazza forte alla fine, e che abbiamo tutti e due trent’anni, e non quindici, e la vita là fuori è davvero dura.

Notavo un tatuaggio sul suo braccio, e per un attimo partiva il delirio dei tatuaggi, le pagine del Levitico che proibiscono i tatuaggi, e la sera chattavo un attimo con Rabbì C., che mi diceva che in linea di principio i tatuaggi sono davvero vietati, e poi gli chiedevo del messia, dell’era messianica, e mi diceva che in effetti c’è una carica utopica in tutto questo, ma bisogna stare attenti alle piccole cose, è da lì che parte il tikkun olam, e che questo precetto è l’unico modo per responsabilizzare l’uomo.

E poi non so la sera cosa mi succedeva, soffrivo di insonnia, non riuscivo a dormire, provavo a sdraiarmi ma mi alzavo di colpo, come se avessi qualcosa di impellente da fare, e forse era perché mi ero sforzato troppo di giorno, tra i libri, e l’attesa estenuante di andare al Carrefour e vedere Manuela, che mi faceva stridere i nervi. E così la notte dovevo ricorrere a delle gocce di Valium, che non facevano niente, e anche a due o tre bottiglie di Heineken, per cercare il sonno, che alla fine arrivava, mentre la notte giocavo ancora con le immagini del blog, gli sfondi, i colori, andavo in tilt, come se dovessi cambiare tutta la decorazione dei dispositivi e della camera, ed ero davvero teso per niente. Sognavo di un mondo incantato, rilassato, bucolico, tra paesaggi norvegesi, lontano dallo stress della città, delle ragazze, dei computer, e pensavo di trovare quell’isola che non c’è eliminando un sacco di cose, ma era sbagliato… Mi svegliavo infatti con l’antica idea che quando andrò in pensione mi trasferirò in Norvegia, a guardare paesaggi, a stare in mezzo alla natura, a non fare più niente, ma era una visione sbagliata. Non sono in pensione, la vita va avanti, e tutti i suoi affari anche, tra tutte le cose che ci sono, gestire le ragazze, il lavoro, gli studi, le letture, le relazioni con gli altri, e quel sogno di tranquillità assoluta e relax era solo sintomo di stanchezza, di eccessivo stress, ma poi alla vita non si può scappare, e pochi minuti fa ripristinavo tutto com’era, anche il fatto di scrivere più o meno ogni giorno, senza farmi troppi problemi.

E ora sono qui, in questo venerdì dove mi sono svegliato a mezzogiorno, quasi all’una, per smaltire la sbornia di ieri notte, che era necessaria per trovare un po’ di pace, ma starò attento a voler rivoluzionare ancora tutto, non si scappa dalla vita, dal lavoro, dalle relazioni, non ci si può tuffare in qualche utopia di pace assoluta e tranquillità, si trova solo la noia e il cervello che non funziona più. E fa niente se per oggi non lavorerò, potrò riposarmi un po’ di più, senza stressarmi troppo con letture assurde, pensieri che non stanno in piedi, come a cercare quella pace che non arriva mai, finché si è vivi la vita è dura, e come diceva Leida sono un uomo e devo essere forte, non posso lasciarmi andare a sogni bucolici, di relax assoluto, come se fossi in pensione, appunto, la vita va avanti, e c’è il lavoro da fare, c’è da studiare, ci sono da fare un sacco di cose, anche se in questo periodo sono un po’ esaurito, ma si va avanti lo stesso.

Ho anche ripristinato i profili di VK e LinkedIN, senza farmi troppi problemi delle immagini soft porn sul social russo e sui contatti di lavoro che hanno gli altri, che fanno sembrare il lavoro altrui più importante, fa niente! Io ho il mio lavoro e me lo tengo stretto, e non mi importa se sto facendo tutt’altro rispetto a quello che ho studiato, va bene così, le condizioni sono buone e non mi posso lamentare, e la devo smettere con le inutili menate degli ultimi mesi. Mentre per quanto riguarda i contatti mezzi pornografici su VK non mi interessa anche se Marina guarderà, non è mia madre, e volenti o nolenti il sesso in questa vita è un fatto, che non si può negare, e non mi interessa la sua opinione. Tra l’altro, è anche da una settimana o di più che non si fa sentire, e la cosa non mi interessa più di tanto, così come non mi interessa quella paranoia di stanotte di voler dimenticare Leida a tutti i costi, e anche Alina, e tutte le altre, per quanto ci si sforzi non è mai possibile cominciare da una tabula rasa, si può cercare di non pensare più a certe cose, ma ripartire da zero è davvero impossibile, e vivo con i miei ricordi, i miei pensieri, senza pensarci troppo, né a cercare di capire chissà che cosa, né a forzarmi di dimenticare.

E rimane la giornata così, al fresco, qua in casa, con l’aria condizionata, che là fuori c’è un sole che non fa neanche respirare, e mi tengo buona questa giornata così, dove forse leggerò qualcosa, con più calma, dove non mi sforzerò più di trovare chissà quale quadratura dell’anima, meglio non pensarci, e vivere alla giornata, e non sforzarsi di trovare una pace che non c’è e neanche chissà quali pensieri assurdi e complessi.

Mi dispiace solo di aver dovuto sgarrare con la dieta, questa notte, ma per una volta non succederà niente, posso sempre rifarmi nei prossimi giorni, e per il resto le cose vanno avanti da sé…