Month: May 2017

Senza capire più niente…

Beso

[Elvana:]
S’mundem të shoh, s’mundem të prek unë jo
Uooh, vetëm një moment mjafton dhe mekem
Një letër nga ty lexoj,
o-o-oh mes lotësh bëhem e fortë.
(A-Ha) Shumë po du me t’pa,
nuk e di se sa sa kjo do vazhdojë.
(A-Ha) Shumë po du me t’pa
nuk e di se sa sa…
Duro shpirti im, e ke dashurinë
Gjeje pak besim mbi të gjitha ti.

[2Po2:]
Yeah… Thuj Mirdita Djalit t’keq edhe një herë,
once again… I’m a hustler, I’m a hustler baby
Nuk e kam hiç t’lehtë,
po m’dridhet dora me ja nis me shkru kët letër
Sigurisht që planet mbetën stand by për naj here tjetër.
Nuk e di pse ndjenjat për ty rriten n’kto 10m²
Jam ka du me t’pa,
jam ka du me t’prek,
Jam ka du me t’pas n’dorë
Se o ka m’mungon zoni yt,
aroma dhe flokët e gjata.
Garant as ti nuk e ke t’lehte,
pa mu netët i ki t’gjata
Po menoj ja vlen me vujt,
po menoj ja vlen me prit
Po menoj që sfidat për me kon
bashkë na dy kryhen një ditë.

[Elvana:]
(A-Ha) Shumë po du me t’pa,
nuk e di se sa sa kjo do vazhdojë.
(A-Ha) Shumë po du me t’pa
nuk e di se sa sa…
Duro shpirti im, e ke dashurinë
Gjeje pak besim mbi të gjitha ti.

[2Po2:]
Une e di se pret prej meje me t’kërku falje sot
Problemet e mia n’jetën tonë kanë pru dhimbje e lot
A e din pse e maj kryt nalt
kur e di se ty t’kam krah t’forte
Ti e din ça pres unë prej teje
vazhdo e qëndro e fortë
Cuz’ I’ve been hustlin’,
hustlin’ mas lekve si i trent
Jam ka du me t’pa,
nuk e di se sa duhet me prit at moment
Po menoj ia vlen me vujt
Po menoj ja vlen me prit
Po menoj që sfidat për me kon
bashkë na t’dy kryhen një ditë

[Elvana:]
Duro shpirti im, e ke dashurinë
Gjeje pak besim mbi të gjitha ti.
Duro shpirti im,
beso nuk kam asnjë tjetër
që e do, që e du më shumë se ty…

Credi

Elvana:
Non ti posso vedere, non ti posso più toccare
Ooooh, basta un momento per stare da soli
Leggo una tua lettera
Ooooh attraverso le lacrime diventerò forte
(Hoho), vorrei così tanto vederti
Non so quanto ancora durerà
(Hoho) vorrei così tanto vederti
Non so quanto ancora…
Fermati attraverso il mio cuore, hai l’amore
Trovo solo un po’ di speranza solo in te!

2po2:
Yeah… dì alla gente cattiva ancora una volta Hello,
Once again… sono un casinista, sono un casinista baby
Non ho niente,
la mia mano trema a cominciare a scrivere questa lettera
I progetti stanno in stand-by ancora una volta
Non capisco i sentimenti in questi 10 metri quadrati
Ti voglio vedere
Ti voglio toccare
Averti in mano.
Perché mi manca la voce
Il tuo profumo e i tuoi capelli lunghi.
Va bene, anche te non hai niente
Senza di me le tue notti sono lunghe.
Credo che valga la pena soffrire.
Credo che valga la pena aspettare.
Credo che le sfide ora che siamo assieme
Un giorno si fermeranno.

Elvana:
(Hoho), vorrei così tanto vederti
Non so quanto ancora durerà
(Hoho) vorrei così tanto vederti
Non so quanto ancora…
Fermati attraverso il mio cuore, hai l’amore
Trovo solo un po’ di speranza solo in te!

2Po2:
So che oggi ti aspetti che io mi scusi
I miei problemi hanno portato nella tua vita dolore e lacrime.
Sai perché tengo la testa alta?
Perché so che tu sei il mio lato più forte.
Lo sai cosa io mi aspetto da te
Fare ancore e rimanere forti.
Perché ho fatto casino
Fatto casino con i soldi, come un pazzo.
Ti voglio vedere
Non so quanto ancora dovrò aspettare per questo momento.
Credo che valga la pena soffrire.
Credo che valga la pena aspettare.
Credo che le sfide ora che siamo assieme
Un giorno si fermeranno.

Elvana:
Fermati attraverso il mio cuore, hai l’amore
Trovo solo un po’ di speranza in te solo!
Fermati attraverso il mio cuore,
Credimi, non ho nessun altro
che io ami quanto te…

Non si capisce più niente, saltano tutte le categorie del pensiero, saltano i conti, saltano le ragazze, non so più chi amo e chi sto amando, da chi vorrei essere amato, e nelle canzoni ritrovo quell’amore perduto che non so più dove trovare, mi sembra di vedere ancora Manuela, lì a camminare, a passarmi davanti, senza dire niente, lei che si sfiora i capelli, io e le mie parole con lei, non so cosa mi sta succedendo, non lo so, mi devo vedere con una, ma non mi passa, e non so più se stavo desiderando lei o Leida, o, dato che non potevo avere lei, Manuela, mi ero dato a Leida come in un sogno erotico, e se, ancora per Manuela, ho deciso di vedermi con Marina, come ragazza di riserva, per svelare quel mistero russo, di quella lingua, che ora non sa di niente, mentre decine di canzoni albanesi di Elvana Gjata scorrevano stamattina in me, e non è neanche la lingua albanese, quella che parla Leida, con tutta la sua forza, il suo odio, il suo essere puttana, non è neanche un desiderio erotico, come quello di stanotte, una perversione, non si sa, le ragazze non guardano quei video, mi dicevano, i cinesi, non li guardare, come tanti altri, che cosa contano? Non contano niente? Impossibile razionalizzare qui, vedo solo Manuela, e sento solo Manuela, nel canto, incomprensibile, nei vocalizzi, quasi nelle lacrime, che non mi importa più niente, di rivedere Marina, a che pro? Di rivedere Leida, ora che tutte le fantasie sono state soddisfatte, non so più davvero cosa vedere in Manuela, non lo so neanch’io, cosa aspettarmi da lei, niente, forse, niente, eppure quella sensazione di ieri sera non la posso dimenticare, quando tornavo lì dal supermercato, mi sono innamorato, mi sono innamorato, dicevo, e non ce n’è che tengano, né Leida e la sua energia, né Marina e il suo essere ragazza russa come tante, qui a cercare lavoro, a cercare marito, né reggono le fantasie erotiche con Liana, né tutte le lingue e tutti gli studi, e butto via questa mattinata nella musica, per sentire i sentimenti, altro che vietare la musica, vietare il canto, e mi inebrio ancora di arte, di spettacolo, di parole, che mi chiedo cosa c’entro io questo pomeriggio a smontare macchinari, cosa ci faccio là, forse solo per guadagnare dei soldi che poi non spenderò, né con Leida, né con Marina, perché tutta la passione viene solo da Manuela, e si disperde nella musica, che mi sembra di aver già provato tutto questo, non so quanto tempo fa, non so per chi, per che cosa, e il caos finisce qui, si disperde nella musica, nel canto, e non c’è da star qui a chiedersi troppo, a domandarsi, tutte le emozioni le sento per Manuela, e le altre erano solo un diversivo, che mi viene quasi voglia di smettere di fumare “Ho smesso di fumare! Ieri! Adesso solo caffè!”, che non so se scherzava, non lo so, con le guardie, non lo so, non si capisce più niente, eppure tutta l’emozione è solo con lei, in quei brevi istanti, e non so più neanch’io cosa c’entravano i sogni di questa notte, di essere immersi dentro una stanza matrimoniale come se fosse una piscina, una casa allagata, in Sicilia, la stanza dei genitori di non so chi, forse di Alice, e cercare la cassaforte, come un ladro, per rubare soldi, e trovarsi come arrestato dalla polizia, per poi ritrovarmi di fianco a mia cugina Morena, a parlare, io a provarci con lei, io che cercavo di darle un bacio, sulla bocca, un bacio di passione, lei e i suoi capelli castani, noi e il nostro essere cugini di secondo o terzo grado, la passione e l’erotismo e quasi l’incesto, un altro sogno erotico, d’amore, in una città che sembrava uscita da un film romantico, dai colori blu della notte e bronzo delle strade illuminate da lampioni, lei vestita come una grande damigella, un sogno ottocentesco, un bacio passionale senza fine, che non mi veniva concesso, in nome della parentela… e ancora una volta sogno lei, Morena, come altre volte la sognavo in una specie di tavolata senza fine, in un ristorante che si dava delle arie, ad un matrimonio non so di chi, io che la cercavo, che la sentivo mia, e mi perdevo poi negli altri tavoli, dopo il lungo pranzo in compagnia di decine di invitati da tutto il mondo, al matrimonio forse di sua sorella, Sara, persone su persone e ancora lei, Morena, come quando la rivedevo quel giorno del funerale, quando languivo per Xhuliana, quel 2013 colmo di emozioni profonde, che ora mi ritorna tutto, il viaggio in Albania, il funerale e quella notte del funerale quando andavo da Xhuliana, per fare l’amore, con tutta la passione del mondo, e mi ritorna tutto ora, tutto si mescola, che non si capisce più niente, cosa io provo, cosa sento, chi voglio e cosa voglio, non si capisce più, neanche dio e le preghiere, neanche i sentimenti e le canzoni, e nella musica solo trovo il conforto e l’immaginazione, e i giusti sentimenti che si mettono a posto e capiscono che tutto questo caso è in fondo dovuto a Manuela, non so perché, non si capisce, e mi sento bene pur non capendo più niente, e mi inebrierei ancora di musica e canto, fregandomene di tutto, dei lavori, delle nottate, delle uscite, degli studi, che non si capisce più a quale lingua io stia facendo la corte, a quale ragazza, cosa succede in me, e la mia anima sprofonda e il mio cuore si ferma, e non posso che credere nell’amore delle ragazze, altro che l’amore di dio di cui mi parlava Eugenia, no, ancora una volta, solo le ragazze sono davvero la risposta, tutto l’amore, tutta la passione che si disperde nella musica e nel canto, e non c’è spiegazione, conclusione, risposta, e in questo non capir niente mi sento bene, anche se sprofondo sempre di più, e non mi interessa più niente, e mi inebrierei ancora di musica e canto, ricordando Manuela, sognando forse ancora mia cugina Morena, senza capire più niente…

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Caos di sensazioni ed emozioni…

Pensieri maniacali, la sera, dopo la preghiera, la febbre dei soldi, di Manuela, di rivedere Leida, andare al motel, con i soldi, ma non avevo voglia, era inutile guardarsi un porno e non provare desiderio, cosa mi sta succedendo? Mi dicevo… provavo lo stesso ad uscire in macchina, con i soldi, chissà, la voglia mi sarebbe tornata, e invece niente, passava di fronte a Leida, di fronte ad Anna, tutta la loro bellezza, e la mia incapacità di sentire il desiderio, dimenticavo Manuela, dimenticavo Marina, dimenticavo i porno, dimenticavo Dio, dimenticavo tutto… tornavo a casa e la preghiera non aveva più senso, c’era solo il caldo torrido, la spossatezza, i pensieri che non stavano insieme, crollavo dalla stanchezza, ad un’altra sera, un’altra volta una nottata di desiderio con Leida o chissà chi, chissà quando… mi sdraiavo sul letto al caldo, solo per svegliarmi la mattina, verso le cinque, con la freschezza dell’alba, e un sogno erotico che cancellava tutta la febbre, la spossatezza e il caldo, un sogno dove la prof Liana di russo ci dava dei compiti, e nel sogno compariva anche un gatto bianco, con una specie di mantellina rosso fuoco, a strisce, bianche e rosse, un sogno erotico, rivedere nella fantasia quel porno e trasporlo sulla fantasia di Liana, gerontofilia, quella prof quarantenne, bionda, ucraina, lei e le sue parole, lei e i suoi complessi femministi, la mia fantasia erotica che si sbloccava, e anche il desiderio, che quasi mi sarei fatto una sega a pensare a Liana e a tutte le porcate, a tutte le fantasie, da vero film porno, e il fresco, e la febbre che andava via, e tutto quanto se ne andavano, Manuela, Marina, Anna, Leida, non ce n’era per nessuno, e dentro di me sentivo solo la fantasia erotica per Liana, che mi svegliavo alle cinque e mi fumavo una sigaretta… tornavo a dormire, sotto le coperte, questa volta, per la leggera frescura che c’era, potevo riposare in tutta tranquillità, la mattina non avrei dovuto lavorare… e mi svegliavo tardi, verso le nove, con un leggero desiderio erotico, i polmoni senza aria per il troppo caldo, forse le troppe sigarette, non so cosa mi sta succedendo, tra questo desiderio incostante e la sensazione di essere sempre senza fiato, il caldo eccessivo, l’avere i soldi per trovare Leida, ma non avere la voglia, la febbre dei soldi, del sesso, i pensieri che non stanno in piedi tra religioni e manie, lasciamoli perdere, la preoccupazione del lavoro, questo pomeriggio, al caldo, con Marco, l’estasi d’amore con Manuela che è cancellata, la spossatezza, la voglia ancora di porno e puttane, voglia che non so quando soddisferò, l’indifferenza per Marina, il disco che non si incanta più sulla visione di Manuela, le sue e le mie parole, il caos dei sensi, la pressione del lavoro, l’inibizione delle religioni, la tranquillità dell’anima, i pensieri che si accorgono di formare parole che sono solo grandi cazzate, ora me ne accorgo, quanta spazzatura dell’anima, non pensiamoci troppo a queste cose, lasciamole lì, ricordiamoci solo che tutto funzionava correttamente stanotte con il sogno erotico per Liana, perversione, certo, ma anche desiderio, desiderio sincero che stempera la mistificazione innocentista con Manuela, c’è poco da innamorarsi e amare, amare il mondo come un profeta, amare l’umanità, bisogna lavorare, altro che pregare, bisogna tenere i muscoli allenati, altro che inibirli, provare fantasia, smetterla con queste sigarette che non mi fanno più respirare a momenti, tra questa calura immensa e tutto il resto, trovare pace, trovare riposo dalla spossatezza del lavoro, smetterla con pensieri ipocondriaci e maniacali, quando avrò voglia di Leida o Anna ci tornerò, poco importa, se sentirò davvero qualcosa per Marina la chiamerò, c’è una vita davanti, non lasciamoci portare via da paranoie e ipocondrie, pensieri e sensazioni sbagliate, non addormentiamoci come in un delirio sull’immagine di Manuela, respiriamo un attimo, anche se il respiro non c’è, troppe emozioni, troppi sentimenti si intersecano, la paura, l’inibizione, l’estasi d’amore, l’amicizia, l’erotismo, l’ansia da prestazione, aveva ragione Leida a dire di studiare psicologia, è tutto uno strano gioco psicologico questo, non cadiamo nelle mistificazioni religiose, non pensiamoci troppo, devo lavorare, purtroppo, sotto questo caldo immane, meglio che star qui a pensare cazzate, ipocondrie, pensieri maniacali, lasciamo perdere i porno, le puttane, le ragazze, non pensiamoci troppo, anche al desiderio a tutto il resto, in questo caos di sensazioni ed emozioni, ricordiamoci solo del sogno erotico con Liana, lì tutto andava bene, con il fresco della notte, con l’aria che riuscivo a respirare, caos…

Comme si je n’existais pas…

Tornare a credere, ancora una volta, tornare a pregare, dopo il trafiletto di rabbì Cipriani stamattina, sul santuario dell’anima, le cose non dette, quella relazione che non è solo tra me e lei, ma tra me e la divinità, ritorno a credere, ancora una volta, dopo essere passato al Carrefour, solita storia, solito cuore che si scioglie, ogni volta, a rivedere Manuela passare per i corridoi del supermercato, ribeccarla alla cassa per la spesa serale, per caso, davanti a me, in coda, una signora araba, vestita tradizionalmente, il capo coperto… lasciava il suo carrellino da signora lì davanti alla cassa, e non sapevo se dirle o no che aveva dimenticato lì il carrello, non sapevo se portarglielo, mi fermavo là davanti, davo due sguardi al carrello, due sguardi alla signora, anche Manuela se ne accorgeva, del carrellino… boh, pensavo, magari non è della signora araba, mi facevo avanti davanti al rullo, e cominciavo a caricare la roba, dopo aver messo la tessera al suo posto, Manuela finiva di fare la roba della signora, poi mi salutava e mi porgeva la tessera, quasi un incrociarsi di sguardi, adesso ho paura a guardarla, ho proprio paura, e infatti i suoi occhi cercavo di non incrociarli… “È suo il carrellino?” diceva Manuela alla signora araba, “No!”, diceva, “Allora di chi è?” “Non lo so, era già lì” rispondevo, e mi sembrava strano che ci fosse un carrellino dimenticato lì, ma me ne fregavo, magari era come uno di quegli esperimenti psicologici, dove prendono in giro la gente, mettevo su la roba, le solite cose, la solita spesa che mi fa fare mia madre, con in più il pesce e qualche contorno in scatola, non avevo voglia di parlare, non avevo frasi pronte e non le voglio avere, cercavo di stare in silenzio, anche perché ero stanco, sono stanco, fa caldissimo, e mi sentivo un coglione, ripassavo la solita storia, Leida, l’idolo, il vitello d’oro, il piacere, che serviva solo per non andare ancora di più fuori rotta, con la sessualità vietata, l’erotismo vietato, quando non si riesce a stare bene, per evitare malattie dell’anima è meglio ricorrere a Leida o ragazze come lei, che sono solo un passaggio però, non un fine, sono solo un mezzo per tornare a stare bene, quando si sta male, quando si vuole tornare ad essere normali, un semplice passaggio, mi sentivo un coglione, lì alla cassa, davanti Manuela, la stanchezza della giornata, il caldo, il calore, mi chiedeva macchinalmente se volevo un sacchetto, è il suo lavoro, macchinalmente rispondevo che avevo già la borsa, arrivava Elena, la cassiera più grande, Elena… come la mia prima ragazza, italiana, Manuela, un’altra italiana che sta facendo razzia di amore in me, ubriacature dell’anima, il cieco in me che torna quasi a vedere, Manuela, un’altra italiana… lasciavo andare quelle emozioni in me, quando la signora araba diceva che aveva dimenticato il carrellino, “Ah! Allora era suo!”, dicevo, e Manuela diceva che l’avevano spostato, non era più là, e andava a prenderlo, alla cassa dietro di me, la lasciavo fare, non avevo fretta, ritornava là, alla cassa, a passare la roba, a spostarla affianco alla roba della signora araba, non potevo riempire la borsa, macchinalmente, come un robot, aspettavo, senza dire niente, senza aver voglia di dire niente, mi ubriacavo però l’anima e Leida andava via, come un ricordo voluttuoso del passato, e Marina, che stamattina aveva risposto, non significava più niente, e dovevo proprio ammetterlo, dentro di me, che questa Manuela lo sa Dio cosa mi ha fatto e cosa mi sta facendo, e stavo lì, in silenzio, fino a quando un altro dietro di me con le uova sul rullo stava per confondere la roba mia con la sua, “È tua questa?” “No!”, e mi diceva il prezzo, 25,43, davo i miei 50, sognavo già i venti di resto da mettere da parte, mi salutava, “Ciao!” “Grazie!”, fine della scenetta, tranne poi mettere a posto la mia roba, mentre quello dietro di me passava con le uova, salutava e anche lei salutava, un’ombra di gelosia, Dio mio! Dove sono finito, forse c’era ancora Elena a parlare con Manuela, il santuario invalicabile dell’anima, le cose che non si possono dire, non quello che si condivide ci relaziona, ma quello che si tiene segreto, un santuario invalicabile dell’anima, l’ubriacatura dell’anima, che anche se Marina ha risposto a lei non ci sto pensando, non saprei cosa dirle, niente mi fa l’effetto che mi fa Manuela, nessuna, e non so perché, mi arrendo, mi arrendo e mi arrendo ancora, e non ci provo più a capire, non lo so, come già le dicevo, cosa mi sta succedendo, non lo so e non lo voglio sapere, me ne andavo via, dalla cassa, senza salutare, meglio non esagerare con i salamelecchi, meglio non rendersi ancora più ridicolo, quando sto tentando in tutti i modi di cancellare le mie figure ridicole, e poi lei c’ha il tipo, vede chissà quanti clienti, lavora lì, non è lì a giocare, per fare compagnia alla gente, io sono solo uno di passaggio, tutto qui, e fa niente se ogni volta che mi passa davanti mi sembra di sentire la canzone di Chab Khaled, Aisha, elle est passée à côté de moi, comme si je n’existais pas… e tornare a casa, con la spesa in saccoccia, il disco delle parole e delle scene che ritornava, il disco che si incantava, io che finalmente riuscivo a staccare dal lavoro, che oggi non finiva più, pensare solo a lei, a Manuela, e non capire più niente, quelle troppe sigarette fumate, quella passeggiata serale che non volevo più fare, una doccia per rinfrescarmi dalla calura della giornata, Marina che non rispondeva, quando le dicevo che mi sarebbe piaciuto rivederla, prima che lei parta domenica per la Russia, le notizie tedesche che non volevo più vedere, Leida che mi appariva nella sua prostituzione, nel suo squallore, nel suo niente, tornare a pregare, come la mattina, l’amore, Manuela, l’ubriacatura dell’anima, che adesso non mi va di ascoltare canzoni, per non diventare scemo, non mi va niente, mi va solo di sdraiarmi e di riposare, un’altra giornata sarà forse domani, non so cosa ne sarà di stanotte, di stasera, non lo so, finisce così un’altra ubriacatura, comme si je n’existais pas…

Il santuario invalicabile dell’anima…

“La loro relazione non era definita da ciò che essi potevano condividere, bensì da quello che non potevano. Tra due esseri qualunque c’è una distanza unica, invalicabile, un santuario inaccessibile. Qualche volta prende la forma della solitudine. Qualche volta prende la forma dell’amore”
[J.Safran Foer, Here I am]

Le distanze, il santuario dell’anima come distanza, dalle persone, dagli altri, da me stesso e dagli altri, quella giusta distanza che ci vuole, in ogni relazione, non si può condividere tutto, non si può mostrare la propria anima in pubblico, come se non ci fosse niente di privato, non viviamo nel regime sovietico, dove ci sono le spie, qualcosa rimane dentro di noi, che non può essere detta… ecco perché l’intrusione di Saverio nelle mie pagine, il terzo grado di Maria Teresa, non mi sono mai piaciuti, manca la distanza, quella giusta distanza che serve, in ogni rapporto, e mi cade il mito della condivisione totale, tra uomo e donna, in una relazione… che questa frase mi faceva pensare alla mia relazione con Leida, le cose non dette, lei e il suo lavoro e la sua vita, il mio affetto per lei, le mie fantasie, il mio sfogarmi con lei, come se fosse davvero una ragazza con cui condividere tutto, ma è davvero utile condividere tutto, è proprio necessario… non so da dove era partita questa mia fissa del condividere, che mi faceva disperdere con Maria Teresa, poi con Manuela, alla ricerca di chissà quale relazione, dove fosse tutto aperto, tutto sotto la luce del sole, aprirsi… forse era sbagliato, me lo dicevano già di non dire niente alle donne, agli altri, di tenere qualcosa per me, come già mi insegnavano i cinesi, poche parole, non si può parlare di tutto, apertamente, qualcosa c’è che deve rimanere segreta, il santuario dell’anima, di se stessi, che aprirsi al cento per cento agli altri è solo follia, la paura che gli altri ti leggano nel pensiero, che sappiano tutto di te, malattia del “partager”, del tutto pubblico e niente privato, e ora capisco perché nel mondo odierno si dia tanta importanza alla privacy, c’è un santuario dell’anima che non può essere violato, né da genitori, amici, psicologi, preti, rabbini, imam, ragazze, c’è qualcosa che rimane solo dentro di noi, e questo mio diario che nessuno legge è un po’ il mio santuario, che nessuno sa, a parte me e qualcun’altro che è come se non esistesse… la solitudine, l’amore… che per un attimo mi frego ancora di nuovo a pensare a Leida, alla nostra strana relazione, che cado ancora a strapiombo pensando agli anni, da quanto tempo ci vediamo, in fondo, quasi tre anni, una strana relazione, che in fondo non esiste, molto virtuale, fantasmatica, di certo più da parte sua che da parte mia, eppure un minimo di legame c’è, lo dimostrano i miei ultimi pensieri, le mie ultime riflessioni, ma lei non sa niente di questo, e solo quella sera mi diceva: “Mi conosci da così tanto? Perché solo ora mi dici questo?”, ma c’è quel non detto delle cose che non si possono condividere, quella distanza, e il mito del condividere tutto con una ragazza, con una persona, va rivisto, c’è qualche parte dell’anima che non può essere detta, che va tenuta per sé, il sogno di poter condividere tutto era solo una grande utopia, c’è un santuario dell’anima invalicabile, in ognuno di noi…

Non desideriamo troppo e non diamo niente per scontato!

Mandare un messaggio a Marina, un altro, perché non rispondi? E’ successo qualcosa? Messaggio mandato così, senza neanche crederci troppo, giusto perché era dovuto, come da copione, sapere già che non risponderà, ogni lasciata è persa, meglio così, non c’era niente che mi legava a lei, tranne la vaga passione della Russia, una passione tra le tante, trovare difficoltà a dormire, strani sogni, che mi sembrava di dormire altrove, in una casa vicino al lago, una casa antica, come quelle che a volte vedevo quando, da bambino, facevo visita coi miei genitori a persone più anziane, un profumo di stantio, di vecchiaia, di morte, quella sensazione che tutto stava per finire, l’esaltazione per Marta, il ritorno a livelli normali, quasi stanchi, annoiati, stufi, che mi sveglio stamattina e non ho neanche voglia di lavorare, di guadagnare, che il caffè bevuto al bar non mi tira su, che i pensieri per Leida e Manuela e Marta e Marina sembrano solo delle tracce dentro la mia testa, che non hanno alcuna corrispondenza nel mondo là fuori, quello vero, quello reale, che mi sembra di derealizzare, o di realizzare, il mio mondo interno che aveva preso chissà quale tangente, un mondo pieno di cose, che ora si svuota, di colpo… “Devi essere forte! Tu sei un uomo!” classico ritornello di generi ben definiti, le parole di Leida, forte per che cosa? “Devo lavorare!”, guadagnare, fare i soldi, che ora mi viene ancora da pensare, per un attimo, a quando questa attività non ci sarà più, magari, e dovrò arrangiarmi con altri lavori, la non voglia di lavorare che mi fa pensare ad altro, qualcosa di più intellettuale, qualcosa per cui ho studiato, un lavoro che non c’è, né in una redazione, né in una qualche altra organizzazione, questo lavoro che non stimola, a parte i soldi, e la voglia di ragazze che quasi non c’è più, perché avere una ragazza? Perché cercare relazioni? E si smontano i due fini di ieri sera: i soldi e le ragazze, in questa specie di attacco di vita e di realtà, vagamente simile ad un attacco di depressione, mentre qui comincia di nuovo tutta la filosofia esistenziale… ma sarà meglio forse non pensare troppo, è in momenti come questi che avrei bisogno di parlare con qualcuno, solo per dire cavolate, sognare lavori altrove, altri lavori, mentre, come sempre, non mi accorgo di quello che ho, un lavoro, buono, la comodità, la possibilità di trovare ragazze senza tanti sforzi, grazie ai soldi, e d’altronde non mi potrei lamentare, è solo da una settimana che non lo faccio e già mi preoccupo, quando c’è gente che non lo fa per anni, ho dei soldi in più, quando c’è gente che non tira a fine mese, la famosa scala dei bisogni, si vuole sempre qualcosa di più, e adesso quel qualcosa di più è irraggiungibile, non so neanche esternarlo, e non mi accorgo di quello che ho, non mi accontento, ed è meglio non cominciare a pensare in termini fanta-psicologici… non so quando la giornata comincerà, non sono neanche le nove, forse inizierà tutto tra un’ora, una mezz’ora, chi lo sa, se Marco arriverà, se non andrà via con mio padre, in qualche officina, è meglio di certo lavorare che non stare qui a riflettere e pensare luoghi e posti di lavoro che non esistono, amicizie che non ci sono, compagnie, è dura avere trent’anni, essere gettato così da un mondo a parte quale era quello universitario e finire in un altro, fatto di lavoro, di officine, dove gli unici discorsi che ricordano l’università sono discorsi politici, chiacchiericcio, niente di oggettivo e scientifico, ma la politica, il giornalismo, e la cultura a volte sono una fossa di serpenti, e spesso non danno pane, lasciamo perdere il consiglio di Maria Teresa, trovarsi un centro culturale, un’associazione, dove aiutare, dal di fuori sembra tutto rose e fiori, l’erba del vicino è sempre più verde, ma è meglio tenersi questo lavoro e una certa stabilità economica, il resto andrà avanti in parallelo, la mia voglia di sapere e studiare forse un giorno frutterà da sé, bisogna avere pazienza e fermezza, e non lasciarsi trasportare ogni volta da un minimo cambiamento di umore e di pensieri, e a volte è davvero difficile trovare “il nuovo ordine”, come ieri dicevo a Marta, e quel “periodo destabilizzante” probabilmente durerà all’infinito, ora che l’università non mi lega più, e si apre il mondo e la sua insicurezza, i suoi lavori che non si sa fino a quando ci saranno, la società dell’incertezza, scriveva qualcuno, eccola qua… che non serve neanche bersi un altro caffè come se fosse una medicina che ti fa vedere tutte le cose dal loro lato positivo, che ti dà energia, mi innervosirebbe di più e basta, e le cose non sembrerebbero tutte perfette, come è anche anormale che le cose sembrino perfette, è il solito giro degli umori, un po’ di abbattimento ora, che quasi ieri notte e stamattina mi veniva voglia di pregare, pregare non so cosa, non so chi, chiedere chissà cosa, mentre tutto è dovuto all’incertezza, al giro di umori, e bisogna essere scientifici, positivisti, con questa mia mente che conosce troppi alti e bassi, troppa instabilità, ma per fortuna c’è la voce della razionalità che mi dà ora l’orientamento, ho un lavoro, ho i soldi, ho le mie relazioni saltuarie, basta così, non chiediamo troppo, non chiediamo un’utopia o una ricetta infallibile per la felicità, utopia e ricetta che non ci sono, così come la felicità è un concetto e una sensazione molto vaga e passeggera… si può vivere anche senza ragazza, ma non senza soldi, si può vivere anche senza sesso tutte le settimane, senza grandi avvenimenti ed emozioni, e ora forse inizia la fase calante dopo l’ubriacatura dei sensi tra Manuela, Marina e Leida… certo che sarebbe bello trovare una compagnia di amici dove ci si sente a proprio agio, dove gli interessi sono gli stessi, certo sarebbe bello lavorare nella cultura e nel mondo intellettuale, certo sarebbe bello avere una relazione stabile con una bella ragazza, che ti dà l’energia come dà Leida, una ragazza solo per te, certo sarebbe bello far fruttare tutte le lingue, conoscerle e parlarle e scriverle tutte, ma è un sogno un po’ d’altri tempi, un sogno romantico ed intellettuale, che non a tutti è concesso in questa congiuntura storica, nelle mie condizioni di partenza, nel mio giro di vita, nel mio stesso modo di sentire la vita, è un sogno, che si guarda come si guarderebbe un film, e non ci si accorge dei lati negativi che ci sarebbero una volta che ci sei dentro, la pressione, lo stress, i tanti problemi che inevitabilmente salterebbero fuori, perché, che lo si ammetta o no, la vita in sé è problematica, come diceva Rizzi: “Ogni uomo ha la sua dozzina di problemi, quando cominciano ad essere cinquanta diventa dura, ma ogni uomo ha la sua dozzina di problemi”… chi non vorrebbe ogni volta di più? Chi si accontenta mai? Chi non vede solo le cose a cui aspira, e non si accorge delle cose che ha? Come diceva rabbì Yitzhak Yehoshua: “Non prendete le cose per scontate”… non ci si accorge spesso della condizione in cui si è, e la scala dei bisogni, che guarda sempre più in alto, non ti fa vedere a che posizione sei già, e non c’è da lamentarsi ogni volta… certo sarebbe bello vivere in un ambiente colto e di milionari, un ambiente d’élite, decidere cose importanti, essere della autorità, delle persone rispettate, delle persone con una certa stabilità e certezza, oppure dei venditori sempre con il sorriso brillante sul volto, anche lì pieni di soldi e di vita, pronti a divertirsi ogni volta nei festini più debosciati, pieno di estasi dionisiaca, ma sono sogni passati, vite altrui, sogni da film, tutto questo io non lo sono, e devo solo imparare ad accontentarmi, a non dare tutto per scontato, e non farmi problemi là dove non ci sono, e questa scala dei bisogni a volte frega proprio… e ora come ora tornerei solo quasi a dormire, invece, dimenticandomi del lavoro, della vita, di questa vita che è una lotta, mi lascerei andare, e invece ci sono le parole di Leida: “Devi essere forte! Sei un uomo! Anche a me questo lavoro non piace, eppure lo faccio! Bisogna abituarsi e accontentarsi!”… che chissà davvero quando guadagnerò qualcosa con il sudore della mia fronte, quando troverò una relazione vera e stabile, quando troverò una compagnia dove sentirmi a mio agio, quando forse realizzerò i miei bisogni intellettuali, quando potrò sentirmi più sicuro, più vivo, più solare, che tutto questo rimane il mio sogno, la mia visione di un futuro che per ora non c’è, ma che nessuno mi impedisce di volere… e di cosa mi sto lamentando? Cosa sto scrivendo? Non dicevo ieri che gli obiettivi ora sono altri? I soldi e le tipe? Perché tornare nell’inferno della scrittura, della cultura, della politica, del sapere, dei lavori intellettuali, dei lavori da dipendente, mal pagati e stressanti, delle relazioni con tipe che sanno solo romperti le scatole e mandarti fuori di testa, di discorsi con amici che sanno solo parlare delle cose sbagliate? Perché voglio tornare indietro ai miei dilemmi ora che sembravano risolti? No! Teniamoci stretto questo lavoro! Questa vita! Accontentiamoci! Non diamo le cose per scontate! Impariamo ad aspettare! Abbiamo pure bisogno di una visione, di altri bisogni da realizzare, ma tutto può attendere! E va bene così! Al di là degli alti e bassi degli umori! E fa niente se non sono in linea con la vita di molti miei coetanei, la devo smettere con questa spinta conformizzante che mi vorrebbe senza lavoro, alla ricerca dei miei sogni, come tanti altri, che poi alla fine vanno a fare i camerieri, le bariste, le segretarie, le receptionist, non vedo nessuno e nessuna che sia andato molto al di là, a parte qualche rara eccezione, e non guardiamo alla soddisfazione intellettuale, ai sogni, a tutte cose inconsistenti e volubili, l’erba del vicino è sempre più verde! Teniamoci stretto questo lavoro, i soldi, le relazioni occasionali con le tipe! Può andare avanti così! E smettiamola di buttarci giù e di ripensare ogni volta le stesse cose! Non diamole per scontate! Non farsi fregare dalla scala dei bisogni! Non c’è via d’uscita, non c’è un altro Centro Russo dove cercare lavori intellettuali, è roba difficile, di grandi competenze, come in una casa editrice, come nel mondo dell’editoria e della cultura e della politica, non mischiamo il leggere con lo scrivere, l’essere informato e le consulenze editoriali, non so neanch’io di cosa si parlerebbe, è qualcosa al di fuori della mia portata, non sogniamo mondi che non ci sono, qualità che non ho, dividiamo la fantasia dalla realtà, non mischiamo le cose! Non diamo niente per scontato e non lasciamoci fregare dalla scala dei bisogni che, non si sa perché, guardano sempre più in alto, tenendo per scontato tutto il resto, e ora come ora mi viene in mente un sogno di qualche giorno fa, dove mi trovavo in una scuola superiore, in un circolino di giovani trentenni come me, ragazzi e ragazze, che seguivano qualche lezione di russo, e di cultura russa, una scuola antica, dispersa tra i monti, un edificio novecentesco, e si parlava e si discuteva, tante cose scontate, che mi chiedevo cosa ci facevo lì, ancora a scuola, e me ne andavo via, poi sotto la pioggia, con il mio ombrello, su quelle scalinate che sembravano quelle di una chiesa, mentre era una scuola, e mi dicevo: “Ormai ho imparato tutto quello che la scuola mi può dare, e ora? Cosa fare?”… cosa fare? Niente, non ricominciamo con i dilemmi, non pensiamo troppo, non aneliamo a qualcosa che non c’è, non desideriamo troppo e non diamo niente per scontato!

Cambiamento di prospettive e di fini…

Pff! Che serata, che caldo, questo maggio, sentire Marta per chat e scambiare due parole, scherzose, come va, come non va, starsene in piscina al sole, andarsene a Como, la fase “destabilizzante” dopo la laurea, che anche lei sta vivendo, come diceva, il modo di riprendersi, insieme agli altri, ad altri ambienti, oltre l’università, incontrare gente, trovare “un nuovo ordine”, il lavoro che è quello che è, l’università che era un mondo a parte, uno dei possibili tanti mondi… scambiare due parole così, che già mi sento meglio, che quasi andrei da Manuela a scambiare due parole, se non fosse che quella con cui vorrei scambiare ancora due parole è Marta, anche se mi salutava dicendo che andava ad aiutare sua madre a preparare la cena, è così la vita, queste ragazze, che te la fanno sembrare più leggera, alla fine, meglio così, che quante volte sono stato male perché Marta non mi rispondeva, o ci metteva un po’ a rispondermi, quanti deliri italiani, per lei, che ora tutto mi sembra una grande presa in giro… e pensare che fino a ieri sera ero indeciso se andare o no da Leida una di queste sere, in motel, cose squallide, che non mi riconosco neanche più in quei desideri, desideri che oggi partivano più sereni con Marta, come è anche normale tra un ragazzo e una ragazza, che stasera, sarà il caldo, sarà aver sentito Marta, sarà cosa chissà non mi viene proprio voglia né di rivedere Anna né di rivedere Leida… e passare tutto il giorno davanti ai libri, con tutta la carica intellettuale di una volta, quando stavo bene, su quel libro sul Sessantotto, politica, movimenti rivoluzionari, utopie, che capivo un po’ di me stesso, e del mondo, proiettare su altri mondi le proprie idee e fantasie utopiche, le politiche dell’identità, le rivoluzioni della vita quotidiana, le utopie… e poi mi perdevo in quel romanzetto inglese ambientato all’inizio della Russia Federale, dopo il crollo dell’URSS, ambiente militaresco, serio, pesante, che mi riportava ad un’altra dimensione dopo tutto quel leggere sui movimenti LGBT e sulle utopie giovanili, mondo sovietico che ritornava e che ritornava anche la voglia di sentire Marina, al telefono non rispondeva, come immaginavo, e neanche a quel messaggio, dove le dicevo che da quando conosco lei vivo in un casino, che mi piacerebbe rivederla prima che lei parta domenica prossima per la Russia… cose non vere, alla fine, di lei non me ne importa molto, come anche dicevo a Marta che mi è caduto un mito uscendo con questa ragazza russa, la barriera linguistica, la delusione forse, o forse avere la prova che una ragazza russa non fa la differenza in sé, e forse lei mi serviva solo per dimenticare Alina una volta per tutte, anche Katia, per dividere la lingua russa, dalla cultura, dalle ragazze russe, dalle prostitute, cose che non stanno insieme, ma sono divise… serata così, dopo la solita passeggiata, che sono stufo di leggere come un ossesso, per tutto il giorno, tranne una pausa quasi da coma dopo pranzo, dove facevo di quei sogni assurdi, tra l’erotico e l’horror psicologico, sogni e incubi che neanche ricordo, sarà stata la pesantezza, il caldo, la possibilità di riposarsi davvero almeno il sabato e la domenica, che ora che ho sentito Marta non mi va più neanche di pensare alla settimana di lavoro che sarà, non mi importa, e neanche ai tremila libri e lingue che vorrei leggere… e mi accorgevo che alcuni fini e mete sono cambiate, mentre mi riposavo un attimo là, sulla poltrona, dopo le letture, non più le ragazze di strada come fine, ma le ragazze normali, delle relazioni normali, come ho provato goffamente con Manuela, in parte con Marina, ora forse con Marta, e ragazze come Leida e Anna sono solo di passaggio, se le cose vanno male, ma porsi come obiettivo quelle di strada era l’errore più grande, una sorta di senso di inferiorità che mi faceva puntare solo quelle, ma dopo aver perso l’anima con Alina ci ripenso bene a fare di nuovo così, e poi, come diceva Leida, di ragazze come lei ce ne sono tante… e anche gli studi e le letture non sono più un fine, sono solo un passaggio, tra una giornata di lavoro e l’altra, un modo per non far incancrenire il cervello, un modo per continuare a coltivare la memoria e l’intelligenza, il sapere, ma i libri in sé e le lingue, le culture non possono più essere un fine come se io fossi un professore o un intellettuale, sono solo un lettore nel tempo libero, l’obiettivo è ora un altro: guadagnare soldi, lavorare, trovare una relazione stabile con una ragazza, stare in mezzo alla gente… e pensare che tutto questo cambiamento era riassunto in poche parole di Leida: “Cosa pensi di trovare? La felicità? Andando da una prostituta? Come fai a dire che non hai una ragazza se non la cerchi? Cosa ti manca?” e poi: “Devo lavorare! Lunedì devo pagare l’affitto!!! Che vita di merda!!!”… delle frasi semplici, buttate lì, che racchiudevano tutta la semplice verità della vita adulta, il lavoro e una relazione stabile con una tipa, non c’era niente di trascendentale da scoprire, solo un cambiamento di prospettive e di fini… che non me ne frega se Marina non risponde, è solo una ragazza tra tante, che non mi interessa se con Marta ora non so quando ancora la sentirò, se lei fa ballo, se lavora al ristorante, non mi importa, così come di Elena e della sua Russia e del comunismo, di Leida e del motel, delle fantasie erotiche con Marta, Anna e Leida, non mi importa davvero, e neanche delle presunte figure di merda al Carrefour, sono solo uno che ha condiviso i suoi problemi con Manuela, tutto qui, perché ne avevo bisogno, perché, non so come, lei era finita dentro i miei giri della mente e dell’anima, e non mi interessa neanche sapere perché… e la serata va avanti così, con la stanchezza per i libri, la noia forse, ma soprattutto il cambiamento di prospettive e di fini…

In questo continuo intersecarsi di mille piani…

E la vita non è che può essere sempre una poesia erotica continua, come ieri sera, potevo andare da Leida, anche nel motel, ma non avevo voglia, e lascerò questo desiderio a più avanti, nei prossimi giorni, se la voglia mi tornerà… leggevo tutto il giorno quel libro sulla democrazia in Italia dal dopoguerra a oggi, e lo divoravo quel libro, rendendomi conto di quanto è complicata la storia d’Italia, niente a che vedere con quell’Albania con la quale facevo il confronto, un paese immobilista per tutta la guerra fredda, e poi le solite cose dell’apertura alla democrazia, tra corruzione e migrazioni di massa, e altre storie secondarie che scrivevo nella mia tesi triennale, che non c’è bisogno di ripeterle… certo che sarebbe bello sapere di più dell’Italia, dei suoi registi, scrittori, della sua politica, la sua storia, come anche quando, nella mattina, recuperavo la storia dell’Unità d’Italia, a fine Ottocento, quando leggevo la poesia scapigliata… e non mi posso fermare ogni volta a pensare all’Italia solo nel ventennio fascista, che mi creava sempre un sacco di deliri tra la Shoah e la seconda guerra mondiale e le solite cose, che ora come ora mi viene voglia di approfondire la storia del Novecento italiano, e anche Occidentale, per non cadere nei soliti cliché, nelle cose ovvie e stereotipate che sanno tutti… mi appassionavo anche alla storia del Sessantotto, e infatti prendevo un libro che ne parlava, delle contestazioni, delle utopie, e un altro libro che mi dovrebbe arrivare, sempre per stemperare gli stereotipi e le visioni monolitiche delle cose, e c’è un mare di cose da sapere… come anche quel romanzetto che prendevo, che parla di uno stato inventato dell’Est, dopo il crollo dell’Urss, ambientazione una volta mia preferita ed unica, adesso invece, una come tante… ed è davvero servito uscire con Marina, per fare distinzione tra le mie passioni della storia, della politica, delle ragazze, delle relazioni e del sesso, che mi accorgo davvero che il mito russo si scioglie da sé, la Russia e le sue ragazze, delirio di una volta, passione di una volta, mentre ora tutte le ragazze mi sembrano in fondo uguali, e non so neanch’io cosa cerco in loro… e che strano, dopo una settimana di pura passione con Leida, non sentire quasi più niente, che l’ossessionato del sesso in me crederebbe di star diventando impotente, o frocio, o altri deliri e paranoie simili, mentre semplicemente tutto era dovuto ad una grande voglia di quelle cose, dopo l’ultima volta una ventina di giorni fa con Leida, quando scoprivo tutti i giochetti più fantasiosi, quando mischiavo Marina a Manuela, e tutto quel caos aveva bisogno davvero di una settimana di pura passione con Leida, per sfogarmi di tutti i miei desideri, le mie voglie, desiderio soddisfatto che adesso non fa più scaturire il bisogno, che chissà quando tornerà… ed era inutile sforzarsi di piacere e di farmi piacere Marina, anche all’ultimo messaggio, un po’ romantico, non ha risposto, segno che lei non cerca quello, chissà cosa cerca, chissà cosa vede in me, forse niente, come io in lei e nella sua Russia ho imparato a non vedere più niente, e tutto il caos dell’ultimo mese era forse dovuto ad idee sbagliate, tra l’estremismo religioso mistificante, le parole di Maria Teresa di trovarsi una ragazza, i discorsi ossessionati dal sesso degli amici, che non mi riconosco nelle loro fantasie, nei loro desideri e nei loro ideali, adesso che mi sembra di aver trovato la pace dei sensi, adesso che la preoccupazione più grande è assicurarmi un lavoro per il presente e per il futuro, e la vita non può essere una costante poesia erotica… certo era bello il periodo con Xhuliana, qualche mese di pura passione, il periodo con Alina, anche lì, quasi due anni di pura passione, ma mi accorgo ora che non può essere sempre così, era bello vivere spensierati, pensando solo agli studi, e poi liberarsi la notte con l’erotismo, ma, evidentemente, non può essere sempre così… e ritorna la voglia invece di studiare, “Studi!”, mi diceva Manzato, e la voglia ritorna, non fine a se stessa, ma con il desiderio di conoscere e di usare il cervello, che altrimenti si focalizza su cazzate, le pensa tutte, e si fa prendere solo da paranoie senza senso, e mi fa scadere a livello animale, mentre è bello aver ritrovato l’energia e la voglia di studiare, negli intervalli tra un lavoro e un altro, tra un’uscita e un’altra, che mi sembra finalmente di essere uscito dal ciclo depressivo e ossessionato dalle ragazze… l’influenza di Barresi, Costanzo, Maria Teresa, Fisichella, Marina, ha avuto un esito nefasto, che solo grazie a Leida, alla voglia di Manuela, sono riuscito a superare, ma forse, ancora una volta, solo grazie a Leida, che anche lei però, per ora, sembra aver fatto il suo tempo, insieme con le mie fantasie naif di farla mia… cosa mi può dare una ragazza così? Tutta piena di parolacce ed energia, di voglia di fare i soldi, che si dà a tutti, poveretta, ignorante, volgare, neanche tanto bella? Che davvero il desiderio erotico ti fa vedere delle cose che non sono, e ora come ora non mi andrebbe neanche di sentire le sue parole, la sua voce, che mi sembra quasi di essere uscito dalla stregoneria che mi aveva fatto, anche se nei miei desideri erotici, in fondo, o c’è lei o c’è Anna, di certo non c’è né Manuela, né Marina, e che strano è capire come va la vita, come vanno i desideri e come va l’amore, che la vita non può essere appunto una costante poesia erotica, e solo ora me ne rendo conto… è il solito giro, di voglia d’erotismo e di tranquillità e apatia quasi classica, apollinea, che non vuole però ritornare a barbicarsi dietro strane religioni, credo, preghiere, è ora di finirla, di essere più scientifici, più filosofici, e meno letterari, dove ci si fa il romanzo per ogni cosa che avviene nella vita, mentre senza lavoro e senza soldi la vita non ci può neanche essere, e ora come ora mi accorgo più che mai di quanto sia importante il lavoro… mi dispiace solo che tutti i sogni che nutrivo per Marina siano finiti così, nell’inconsistenza, mentre per Manuela il tutto si è risolto con gli attimi erotici senza fine con Leida, e ogni tanto c’è davvero bisogno di sfogarsi, di lasciarsi andare, quando il desiderio chiama, è l’unico modo per non farsi fregare da tutto ciò che gli altri chiamano, amore, innamoramento, passione, e vedo tutto con un occhio più cinico, più medico, più scientifico, e c’è davvero poco da romanzare, se non in queste pagine che sono fatte apposta per scaricare il narratore dentro di me, il narratore che mistifica le cose, che ti fa credere di star vivendo quale storia, mentre tutto è solo tanta fantasia dell’anima… che mi chiedo come facciano in molti a vivere e trovare una relazione fissa, ad avere il desiderio continuo, a trovare stabilità, una sola ragazza, forse è così che il desiderio ritorna e si alimenta, in comunanza con un’altra, dove il desiderio rinasce ogni giorno, ogni settimana, mentre qui da me va e viene, tra la tempesta di ragazze, ora Marta, ora Leida, Marina, Manuela, Elena, Anna, che non so più neanch’io chi voglio, anche se nei miei desideri tengo sempre Leida come ultima risorsa, o Anna, lasciando perdere le altre, che non so cosa mi possono dare di più, non so cosa posso dare io a loro, e di certo, come mi dicevano, non è facile trovare l’amore in questa vita… e intanto penso anche alle mie abitudini, la dieta è ormai incorporata, anche la camminata serale, mentre vorrei scorporare da me il vizio del fumo, per la salute, per una serie di motivi, per i soldi, per essere a posto con me stesso, ma proprio non ci riesco a smettere, anche se diversi impulsi sono venuti da persone diverse: Marco, Manuela, altri operai delle officine, ma proprio non riesco, o forse, non voglio… e che strana questa domenica dove a volte pensavo mi sarei perso nell’immaginario erotico con Leida, dell’ultima notte, mentre invece non ne ho voglia, di vivere una poesia erotica e languorosa, lasciamola ai fiori del male, ai poeti, ai narratori, la vita chiede altro, e se non sa di lavoro, sa allora di libri, in italiano, in lingua, di notizie, di cultura, altra mia passione che ora ritorna e non vortica più su se stessa alla ricerca di chissà quale sbocco lavorativo, ma torno invece a sentire quello che chiamavo “l’ebreo in me”, quello che studia e conosce tutto, quello un po’ intellettuale, che si prepara ora non a scrivere chissà che cosa, a stupire gli insegnanti in università, ma semplicemente quello che non si vuole fare fregare dai discorsi dei più, dall’ignoranza, e forse un giorno vorrebbe stupire tipe ed amici per la sua conoscenza, con il solo punto fermo che di ragazze e ragazzi con cui parlare per ora non ce n’è… ed è un po’ questa la frustrazione, continuare a incontrare gente con la quale non si può parlare molto, non si possono condividere conoscenze, mi sento attorniato da tanta ignoranza e mediocrità, e non so neanch’io quando troverò un gruppo, delle amicizie, una ragazza con cui veramente sentirmi bene, poter parlare di tutto, non fermarsi agli stereotipi e alle cose che sanno tutti, e le mie ricerche (chiamiamole filosofiche, per brevità) tornano a continuare… che sono davvero stufo a volte di sentire Marco e i suoi discorsi populisti e un po’ fascistoidi, arretrati, di un mondo che torna sui passi della sovranità e del nazionalismo, della chiusura, un mondo che si rivolta alla globalizzazione, al neoliberismo, ma di certo è una tendenza questa attuale, comune a molti paesi, che si spaventano della crisi e della globalizzazione, e come lui ce ne saranno tanti… che sono stufo dei discorsi di Barresi e delle sue teorie sulle tipe, senza mai averne verificata una, dei suoi discorsi fissati sul Giappone, il Giappone idealizzato, un Giappone che non esiste, una proiezione dei suoi desideri e dei suoi ideali, delle sue fisse sul porno, che chi tanto parla, nulla fa, e del suo credersi un genio dell’arte e dello spettacolo, quando molte sue idee di scenette e racconti e storie sono le cose più banali di questo mondo, come certe sue analisi di opere e politica e altro… che sono stufo anche di Tongiani e anche lui del suo Giappone, anche lì idealizzato, un Giappone che non c’è, con i suoi horimono e altre cavolate sui samurai, come se il Giappone fosse tutto tradizione e niente modernità… che sono stufo di Costanzo e dei suoi giri in Ucraina con ragazze che scrivono frasi da film porno sul cellulare e su VK, ragazze come tante, né più di meno di Alina… che sono stufo di Fisichiella e del suo tinder, delle sue avventure con le ragazze più grandi, perversione anche questa, e del modo che hanno Barre e Fisi, quando parlano tra di loro, di sentirsi superiori a tutto e a tutti, la loro superbia nel giudicare gli altri… che sono stufo anche di Maria Teresa e delle sue posizioni ideologiche, tra socialismo, volontariato, cattolicesimo e PD, una vecchietta insomma che ancora crede nelle ideologie, nella politica, nel bene comune, una donna troppo ideologizzata, che mi forzava a pensare e a fare delle cose che non mi sento e non mi sentivo… che sono già anche stufo di Marina e del suo “lavora con le lingue”, del suo “non si riesce a trovare lavoro in Italia”, dei suoi filmetti da quattro soldi, della sua imposizione della lingua russa, del suo odio-amore tra Italia e Russia, che forse non sa neanche lei perché è venuta in Italia, cosa cerca, cosa vuole, e anche dei suoi discorsi di italiani che hanno sposato russe o ucraine, che ormai non siamo più giovani giovani, che dovremmo pensare a sposarci… che sono anche stufo di Leida, a volte, quando con la sua energia e il suo odio tutto femminile e da puttana scivola via da me quando le faccio qualche complimento, quando per sbaglio mi sento legato a lei, quando lei invece sembra solo pensare ai soldi e forse, sotto sotto, a qualche amante albanese che ha, che la soggioga, ed è già difficile capire le ragazze nostrane e normali, non pensiamo alle albanesi che fanno quel lavoro lì, che mi ricordano tanto la working class, dove il lavoro, i soldi e il sesso, in fin dei conti, sono tutto… che sono stufo anche di tutte le altre compagne, che cercano lavoro chissà dove, come tanti italiani e italiane, in questo mondo neoliberista e precario, ma intanto si permettono viaggi e sfizi, grazie al papi che chissà che lavoro fa, e si aspettano chissà cosa dalle relazioni, un po’ naif, un po’ sgamate, un po’ non so cosa, che non mi sento di appartenere a quel mondo giovane e di ragazze così… che sono stufo anche della musica e delle canzoni, dei ritornelli che ti entrano in testa e ti fanno diventare scemo, delle canzoni nuove da cercare, dei sogni ad occhi aperti di ragazze che non sono, della musica che invade ogni tanto le strade, i negozi, le officine, quasi più stufo della musica che dei programmi televisivi italiani e di quella lingua, che ora non odio più di un delirio cieco e senza senso, ma preferisco conoscere di più tramite i libri, approfondire, conoscere, non tutto così, campato per aria, al di là del chiacchiericcio dei più nel quale molte volte si è immersi… che non ne posso neanche più dei miei sogni velleitari di scrittore, di poeta e artista, come se mi fossi innamorato della biografia di qualche poeta ottocentesco, la solita storia, di buona famiglia, borghese, che per passione si dà all’arte, morendo come un poveretto, non è più quell’epoca lì, ormai anche intellettuali e artisti sono una cricca non meno influente dei politici, tutta scena, tutta televisione, tutta politica, e sono tutti poi, in fin dei conti, figli di buone famiglie, che hanno ricevuto un’educazione e un’istruzione che io non posso neanche sognare, e forse erano immersi sin da piccoli nel mondo della cultura, e sono in pochi a emergere, mentre per noi poveracci sarebbe già tanto fare i bibliotecari o scrivere per qualche giornaletto online che non legge nessuno, ma fare l’intellettuale oggi ha la stessa probabilità che ti eleggano a capo di chissà quale partito, ed è ora di smetterla di sognare ad occhi aperti, è ora di capire il mio posto nel mondo… e sono anche stufo di questo ritorno e fuga di Leida, che si alterna al ritorno e alla fuga della religione, che è solo un meccanismo per regolare il sesso e il rapporto con gli altri, le emozioni, i sentimenti, che si mistificano ogni volta con storie che mi racconto, sono stufo di queste storie, sono stufo… ritorno così alle mie vecchie passioni, il lavoro come uno studio, lo studio come un lavoro, senza farmi illanguidire da tipe e canzoni, da poesie, da sentimenti esagerati, da teorie filosofiche assurde, non verificabili, che sono solo paranoie e deliri, e torno a studiare lingue e culture con occhio più scientifico, più oggettivo, più distaccato, che la razionalità, ora come non mai, serve di più di tutto, e il mondo si disincanta, la vita non può essere un’eterna poesia erotica, non può neanche essere la vita maledetta dei fiori del male, e divido la vita dall’arte, dalla scienza, dalla razionalità, e su questi mille piani che si intersecano continuo a vivere senza che una cosa escluda l’altra, mentre invece tutte le cose si complementano da sé, in questo infinito scorrere di più piani e più interessi… e aprirò forse ora qualche libro, così, per non pensare più ai soliti dilemmi, in questa domenica dove mi accorgo che la vita non può essere un’eterna poesia erotica, dove mille piani si  intersecano e le ossessioni vanno via, in questo continuo intersecarsi di mille piani…

Abituarsi a trovare l’equilibrio…

Svegliarsi agitato, dopo la supertranquillità di ieri notte, scrivere a Marina, un messaggio romantico, addormentato, sull’esser lontani dalla città e immersi nella natura, solo lei e le sue parole, messaggio che già sapevo non avrebbe avuto risposta, e che andava bene per una serata così, estremamente stanca… mi addormentavo vestito sul letto, verso le dieci, solo per risvegliarmi verso le tre, con le finestre aperte, il fresco della notte, accendersi una sigaretta, tornare a dormire, con tutta la calma del mondo, e sognare… sognare che Anna Maria era diventata una specie di cantante glamour, dai capelli neri, un video che sembrava uscito da Final Fantasy VII, un po’ dark, un po’ fantascientifico, lei che si dava ad una canzone e ad un video, metà in inglese, metà in cinese, il primo anno di università, e diventava già una star, lei, Anna Maria, tra le matricole, una sorta di leggenda, una ragazzina che nel sogno era diecimila volte più figa, una ragazzina che cantava e aveva fatto i soldi, l’idolo di tutte le matricole, che quando entrava per la prima volta a lezione di russo tutti i compagni gridavano il suo nome di idolo: “Oh! C’è ***!”, e lei sorrideva, noncurante, come se quell’esperienza artistica fosse stata solo un modo per tirare su un po’ di soldi, ma lei non ci credeva a chi l’aveva sfruttata per farla diventare una star, e voleva studiare solo per guadagnare ancora di più, per essere più potente, più ricca, e guardava tutti dall’alto al basso, con indifferenza, nonostante il suo successo… e poi sognavo di Maira, quella ragazza delle medie con lo zio musulmano, quella bella ragazza italiana che nel sogno dovevo conoscere, e che aveva già un figlio, si diceva, una ragazza forse da sposare, e nel sogno lei compariva di fianco a sua madre, mentre in sovrimpressione comparivano versetti e hadith del corano, dove si diceva cosa si doveva fare con le ragazze già sposate con figli, il marito forse era morto, andato via, e suo figlio si chiamava Yahya, non compariva nel sogno, ma c’era qualche legge che diceva che se si vuole adottare il figlio bisognava diventare musulmani, e mi avvicinavo a lei, come per parlarle, per conoscerla, e lei mi mostrava un fazzoletto, bianco, su cui c’era una cicca di gomma da masticare azzurra, ecco, a quanto pareva, quello era suo figlio, Yahya… sogno assurdo senza senso, che mi svegliavo la mattina già con la febbre dei soldi, quelli che oggi dovrebbero arrivare, guardavo il cellulare e vedevo che Marina non aveva risposto, tanto meglio, provavo a pensare a lei, alla nostra relazione, nessuna attrazione, solo noia, neanche tutta la tranquillità della notte passata, con i sogni romantici con Marina, che strane queste emozioni! Mi dicevo, e mi sentivo già febbricitante, in estasi, su di giri, come quando si comincia a stare male, e mi dicevo che Leida può ancora aspettare, mettiamo da parte i soldi e vediamo di andare da lei o da un’altra solo davvero quando avrò voglia, non quando ho i soldi… e perché Marina non mi dice niente non lo so neanch’io, inutile perdersi in congetture, se non mi attira un motivo ci sarà, se non mi prende lì, sarà forse l’instabilità della situazione, dei soldi, del lavoro, degli studi, non lo so, i recenti deliri, ma proprio non mi andrebbe di uscire con lei per non riuscire neanche a parlare, a comunicare nella stessa lingua, con tutta naturalità, ci sono troppe cose che ci dividono, troppa distanza, e neanche il messaggio romantico di ieri notte può far riavvicinare le cose, d’altronde, non so neanche cosa vuole lei da me, io da lei vorrei forse solo quello che ricevo ogni tanto da Leida, o forse neanche quello, neanche l’energia, la voglia di vivere, la voluttà, niente… e cerchiamo ora solo di non impazzire per i soldi, per le spese, per la notte brava che una settimana fa sognavo con ardore e passione per Leida, ci sarà un’altra nottata così, non affrettiamoci, che ora anche le sue parole di energia sembrano non dirmi niente, rilassiamoci un attimo, è sabato, domani è domenica, non si lavora, lasciamo calmare le acque, non ho voglia di star male, di farmi venire altri deliri febbrili, avrò da ritirare il libro in biblioteca, avrò da leggere, e non c’è di meglio che una buona lettura per calmare gli spiriti, certo, che rottura questi squilibri di umore e di sensazioni, mi ci abituerò, devo essere forte, devo essere adulto, come direbbe Leida, come direbbero Saverio e Maria Teresa, bisogna fare i conti con questi sbalzi d’umore e abituarsi a trovare l’equilibrio…

E spegnersi così nella stanchezza…

Stasera niente passeggiata, sono troppo stanco, fa troppo caldo, dopo un’intera giornata passata nelle autofficine tra Varese e la Brianza, che ora capisco la stanchezza di molti nel fine settimana, che non vedo l’ora di domani, sabato, per riposare, che mi viene da chiedermi come può dire Leida che il venerdì è il suo giorno migliore, visto che si è così stanchi… e dalla stanchezza, dai tempi lunghi del lavoro, capivo molte cose, quando tornavo a casa per cenare e per andare poi al Carrefour con la speranza di incrociare Manuela… quanti pensieri inutili negli scorsi giorni, quanta spazzatura dell’anima, tutto perché non mi stancavo, non ero abituato ai tempi lunghi del lavoro, ai tempi morti, alla stanchezza della settimana, e inevitabilmente se non si è stanchi possono solo sorgere pensieri spazzatura, ubriacature dell’anima, deliri, cose che non stanno in piedi, come nell’ultimo periodo mi sto accorgendo, anche quando lavoro, quando mi fanno qualche osservazione, che tutto prima era un delirio senza fine, tra fascisti e KGB, gente che mi inseguiva, religioni, divinità, storie improbabili con le puttane, con altre tipe, e mi accorgo quanto è difficile, solo ora, guadagnare e mettere da parte qualcosa, e quanto sia meglio lavorare in proprio rispetto ad essere sotto padrone, dipendente, a quanto la stabilità economica può incidere sulla stabilità della salute mentale, e mi accorgo di quanti inutili problemi prima mi creavo, mentre con la prospettiva del lavoro e di guadagnare, con questa visione, con il bonus del pensiero dei soldi e della stabilità le cose vanno a posto da sé, senza tormentarsi più di sapere chissà quali lingue, portare a termine chissà quali studi complicati… e che innocenza vedere alla cassa Marco Herzl ridere e sorridere con una ragazzina che passava di lì, sorrisi, saluti, che io dentro di me covavo ancora il desiderio lontano di Leida, la follia ultima per Manuela, la relazione che non andava e che mi sa che non va con Marina, e ricordavo le parole dell’ultimo messaggio di Marta, una che mi capisce, quando diceva che ti offrono certi lavori tristi in ufficio che davvero comprendeva i miei dilemmi di altri lavori e altri soldi, che non le lingue o altro… ed era strano, prima di arrivare al Carrefour e accorgersi che Manuela non c’era, cominciare di nuovo il mio racconto della vita, rimettere insieme i pezzi, da un punto di vista esterno, nuovo, che non mi conosce, che non ha fatto gli studi con me, che di me non sa niente, ed era un racconto strano, nuovo, che ometteva molte cose, altre le semplificava, altre le guardava dall’esterno, con fare distaccato, e c’è come una nuova narrazione in me, che non è neanche quella data a Marina l’ultima volta, quella in russo, che tirava ancora in ballo Alina, e mi sto come preparando ad una nuova vita, ad un nuovo lavoro, ad un nuovo modo di intendere i rapporti con gli altri, con fare più adulto, con il pensiero che va anche ai soldi e al lavoro, al sesso, alle relazioni, e molti sogni e molti deliri e pensieri strani se ne vanno via così, da soli, senza strani giri pseudo-psicologici dell’anima… e che strano era stamattina leggere un po’ di notizie in russo, una lingua noiosa e pesante, quasi più degli stessi articoli ottusi che c’erano scritti, e se dicono che la stampa russa non è libera stamattina ne avevo proprio la conferma, le critiche banali contro Trump, l’appello all’unità della Russia, neanche ci fossero chissà quali fattori destabilizzanti, l’opposizione che fa ridere, le solite critiche dei paesi baltici, gli sfottò alla NATO, le autocelebrazioni della guerra in Ucraina e le accuse agli ucraini, un mondo davvero di merda, che mi chiedo di cosa parleranno i russi in Russia al giorno d’oggi, e non mi va neanche di saperlo, e neanche di informarmi, e il mito della Russia cade così, insieme anche alla relazione già quasi abortita con Marina… e che strano era oggi sentire parlare Marco di quella via di puttane negre verso Appiano Gentile, tra i boschi, via di puttane e spacciatori, che mi sembrava uno spaccato del libro di ieri, quando parlavano di altre puttane, albanesi, altra mafia, russa, che ora mi accorgo degli stereotipi degli italiani nei confronti di certi immigrati, stereotipi che finiscono nei libri, e anche nella conversazione quotidiana… che non me ne importa più del desiderio folle di rivedere Leida, anche se domani forse metterò da parte quei cento euro che potrebbero portarmi dritto dritto al motel con lei, in una notte che non so se mai sarà, quando avrò voglia, di certo non stasera, probabilmente neanche domani, chissà quando, quando la voglia ritornerà, e mi accorgo forse di essere un po’ anch’io come il personaggio di Houllebecq in “Particelle elementari”, il letterato ossessionato dal sesso, io, le parole, le lingue, la scrittura, la lettura, come quel libro di scapigliati che è arrivato e andrò domani a ritirare, che non so più neanch’io come pensare al sesso, alle relazioni, all’amore, alle tipe, forse è meglio non pensarci troppo, forse è meglio pensare a guadagnare e mettere da parte i soldi, mettere da parte l’arte, il mestiere, il lavoro, e poi le cose verranno da sé, non importa se con Marina, Leida, o Marta o chissà chi, chissà quando, ci sono altre priorità, ci sono altre cose oltre l’amore e le relazioni, c’è tutta una vita in tutte le sue sfaccettature… e che ne so io di Marina, perché non si fa sentire, perché non mi faccio sentire, non lo so neanch’io, so solo che con lei non mi trovo, non trovo energia, non trovo poesia, trovo solo noia, e l’oppressione della lingua russa, il dover scappare dai miei ricordi, il gestire le emozioni e la mania russa, non mi va di fare aperitivi, non mi va di uscire, anche se a volte penso che non sarebbe male passare una serata con lei, o a Milano, o a casa mia, a passeggiare, a parlare, a scherzare, ma ora come ora non ce la farei, non lo so neanch’io, forse mi veniva solo la voglia o il dubbio quando origliavo i ragazzini là in officina, con quel tipo che diceva: “L’ho portata a casa mia, abbiamo passato una bella serata…”, portarla a casa mia, Marina? Perché? Perché no? Quando? Quando non ho neanche la forza di vederla, di parlarle, di dirle qualcosa, e ora come ora sono in una fase dove preferirei pensarci un attimo su, dopo neanche averla vista due volte, e pensare di più alla mia vita, come organizzarla, dopo la tempesta erotica indimenticabile di settimana scorsa con Leida… e pensare che anche ieri notte per un attimo l’avrei desiderata, e passavo di là e lei non c’era, c’era Anna, ad un certo punto, c’erano tante altre, ma non mi fermavo, preferivo attendere ancora un po’, il desiderio e il bisogno più forte, lasciavo scorrere le fantasie erotiche notturne mentre guidavo, lasciavo anche perdere di passare al Carrefour di sera per vedere Manuela, lasciavo e lascio perdere le mie paranoie, dilemmi, ossessioni, manie di persecuzioni, paura di essere uno stalker o un maniaco, tante paure legate al sesso, tra le quali, mi accorgevo una volta per tutte, c’era anche la religione, lasciamola perdere, che oggi vedere le icone di Gesù o i crocefissi nelle officine mi sembrava tutta una grande ipocrisia e messa in scena, e mi felicito che in casa mia, nel laboratorio, nelle officine, non troneggia quasi nessuna icona e nessun crocifisso… mi bevo ora un decaffeinato del Nescafé, non vedo l’ora di fumarmi un’altra sigaretta, non vedo l’ora di crollare nel letto, senza pensare alla musica, a Manuela, a Marina, a Leida, senza pensare ai libri, ai film, alle notizie, alle lingue, al lavoro, ma forse solo ai soldi e alla stabilità economica futura che vorrei continuasse, e poco alla volta mi abituo a pensare che la scrittura e gli studi non mi potranno mai dare il pane da vivere, mi daranno forse il pane per esistere, per pensare, per essere, ma mai e poi mai per un mezzo di sussistenza, per quello c’è bisogno d’altro, e per ora i lavori nelle officine vanno anche bene… e meno male che di giorno posso viaggiare qua e là, cambiare ambiente, cambiare luoghi, allontanarmi da questa prigione allargata che è casa mia e il porto delle sirene, e il Carrefour, e la biblioteca, e il bar, e la stazione del treno che porta a Milano, e Milano stessa, forse, lei e il suo caos, la sua frenesia, che quando mi trovavo oggi in provincia di Varese, tra quelle villette e il silenzio, mi sembrava di aver trovato la pace, come l’altra settimana a sud di Milano, quasi a Pavia, nella campagna, quasi, che su questo forse Marina c’aveva ragione: una bella villetta fuori città per trascorrere il fine settimana, lontani dal caos di Milano e del suo centro, della sua movida, degli ambienti giovani e della musica, tutto uno stress senza fine, tutta tanta apparenza, tanto caos per niente, che ora il suono della tv, il suono delle macchine per la via, quasi lo stesso rumore della tastiera del pc mi sembrano altre prigioni, e su questo c’aveva ragione Elena: fare un viaggio, senza bisogno di andare in capo al mondo, non a Mosca, non a Gerusalemme, non chissà dove, ma semplicemente fuori città, lontano dai rumori, dalla frenesia, dalla musica, dal caos, da tutto ciò che non ha pace… che mi sembra ora quasi squallido uscire con Leida la notte, che mi sembra di vedere le scene di un film d’autore, me in terza persona, che cammina nella stradina tra i campi verso il Carrefour, io che passo davanti a Manuela e dico due cazzate, come una scena muta che si vede da di fuori del supermercato, io che me ne torno a casa e passo le ore davanti al pc, davanti ai libri, e poi le scene porno in macchina, con Leida, con Anna, con le altre, e poi io che cerco di parlare in russo a Marina, lei che non mi capisce e passiamo all’italiano, io che non la capisco quando parla in russo e passiamo all’italiano, i nostri sguardi, che hanno paura, non si fidano, come se c’è qualcosa che non quadra, e non si sa che cosa, la barriera linguistica, la diffidenza, i messaggi ora sul pc, sul tablet, sul cellulare, la musica che risuona e frastorna l’ambiente e la cameretta, mentre io sono sdraiato e nessuno sa che sogno e deliro, io che cammino come un forsennato la notte attorno al cimitero, pensando a chissà cosa, mentre tutto è solo per la dieta, io che me ne torno a casa e mangio qualcosa, in silenzio, senza dire niente, quasi come un personaggio dei film di Kim Kiduk, io e le mie espressioni sul lavoro, a parlare con gli altri, io che ascolto annoiato i discorsi di Barresi, di Marco, io che mi guardo intorno tra quel caos di gente al Frida, io che ora mi vedo in terza persona, dal di fuori, e nessuno sa dei miei silenzi, dei miei pensieri, della mia vita, e c’è un mondo dentro di me che è solo trasposto in queste pagine, nei miei pensieri, mentre ora in terza persona acquisto una faccia, delle espressioni, dei silenzi in me che nessuno sa leggere… e la smetto di farmi problemi antichi, e penso a nuove cose, vedo la vita da una diversa prospettiva, si affaccia il mondo adulto, spariscono sogni e visioni e fantasie e progetti e ne nascono degli altri, uno su tutti il dilemma fondamentale della mia esistenza: portare avanti finché si riesce il lavoro di mio padre, fino alla sua morte, e poi si vedrà, poco alla volta, cominciamo a fare il manovale, la spalla, ad entrare nel settore, a capire come funziona, per ora pensiamo soltanto a mettere da parte qualche soldo, a pensare seriamente ai soldi, al guadagno, senza moralismi, cattolicismi, la cultura attuale non è più cristiana, come diceva sempre Don Piero, è ora di finirla di pensare di fare il monaco, quando poi settimana scorsa andavo tre volte da Leida, di fare quello che per nobiltà d’animo non pensa ai soldi ma poi li usa, meglio pensare a come guadagnarli, ad essere un po’ più attivo sul lavoro, più partecipe, più interessato, quasi da investire veramente su questo lavoro, senza perdere gli studi e le lingue, senza rinnegare tutto, come diceva Saverio, vita fatta di mille sfaccettature… e meno male che domani è sabato, potrei ancora lavorare, ma non ho voglia, potrei ancora perdermi nella ricerca di altri lavori su internet, ma dopo il messaggio di Marta mi passa davvero la voglia, dopo la prospettiva di vedermi otto ore in un call center o customer service come lo vogliamo chiamare, a rispondere automaticamente a email e chiamate, è ora di uscire da questo guscio, da questi silenzi, senza però dare ascolto alle cazzate di Maria Teresa, smettila di fare l’orso, e sii più amichevole, meno pesante, ogni volta che ci provo a essere più brillante vedo solo deliri e confusione, e mi sento invece meglio un po’ come quel cinese che era davanti a me alla cassa, murato nel suo silenzio di una lingua che non sa, di un mondo che non è suo, e allora mi sembra di tornare ad essere un personaggio di Kim Kiduk, o forse una specie di autistico, certe volte, come quando mi perdo nella cartina dell’Europa, e ogni volta vado verso Est, solo per trovare un’infinità di puttane, che quelle cartine appese a volte nelle officine e negli uffici sono più pornografiche di qualsiasi calendario dei gommisti… e pensiamo anche di più alle donne, pensiamole anche di più e sempre, che non c’è niente di trascendentale alla loro presenza, di quante donne è fatto il mondo, di quante ragazze, tra le cassiere e le clienti del Carrefour, tra le cameriere nelle osterie e le segretarie nelle officine, e le ragazze di università, e quelle in mezzo alla strada, che non c’è nessuna differenza, alla fine, non c’è nessuna differenza, e le donne vanno pensate un po’ così, come tanti altri esseri umani, come tanta altra gente, e non c’è niente di trascendentale, anzi, tutto torna sull’orizzontale della vita, altro che verticalità e gerarchie assolute di divinità che non esistono, o di poteri assoluti russi o imperiali, smettiamola con questi metafisicismi, smettiamola con troppa cultura, troppa importanza alle parole e alle lettere, c’è tutto un mondo là fuori fatto d’altro, d’altre cose, d’altre persone, d’altre tipe, oltre quelle da strada, che servono solo da modello a come trattare tutte le altre tipe della vita, senza grande distinzione, e la devo smettere di agire e pensare ogni volta come se non avessi visto o non avessi sfiorato una donna da oltre dieci anni, quell’epoca è passata da una vita… e dalla casa affianco, dalla stanza dell’adolescente, sento ora la solita musica spazzatura, musica che entra nelle orecchie e non le lascia più, come tutta quella musica sentita alla radio, oggi, sul furgone, nelle officine, al Carrefour, basta! Basta con questa musica, che rincoglionisce, e forse aveva ragione Eugenia sulla musica pop, forse aveva ragione anche la Ferla, ogni volta, a cambiare stazione radio dalla musica pop a quella classica, dicendo: “Che stress questa musica!”, che ora mi fa solo schifo, e mi danno fastidio tutte quelle fantasie tra Manuela, Marina e Leida delle settimane scorse, che davvero sognerei solo un fine settimana fuori dalla città, anche solo tra i campi vicino a Pavia, nel verde, lontano dal fracasso della città, anche dalle parole di Leida e dal suo: “A me piacciono le canzoni inglesi, anche se non capisco le parole”… basta con questo fracasso, donatemi attimi di silenzio… e vorrei solo spegnermi, nel silenzio, nella stanchezza, dopo una doccia, e non pensare più a niente, il silenzio e il riposo, che mi sembra di colpo di non avere più trent’anni, ma quasi cinquanta, se non di più, lontano dalla città, dal lavoro, dal fracasso, dalla seduzione, dalla movida e dalla vita, pur senza spegnermi in sogni monacali, da convento, vorrei solo i campi e il fresco, il silenzio, poche luci elettriche della città, nessun dispositivo elettronico, né cellulare, né tablet, neanche i soldi, forse solo la compagnia di una, come Marina, parole così, libere, il silenzio, la tranquillità, lontano dai rumori e dal fracasso della città… e invece sono qui, davanti ad un pc, in questa stanza in questa periferia, attratto ancora da mondi virtuali, dalle vie forse della notte, con tutte le sue sirene, dal fruscio dei soldi, dalle visioni di futuri fatti di lavoro e soldi in abbondanza, dalla frenesia di questa settimana che finisce, dai soliti luoghi, dalle solite persone, e invece vorrei solo Marina, una villetta tra i campi fuori città, e il silenzio, forse solo il ronzio dei grilli e delle cicale, la notte e le parole, il volto di Marina, e spegnersi così nella stanchezza…

Sii più forte, più razionale, più libero!

“Perché tu sei un uomo! Devi essere forte!” queste le parole di Leida che ieri pomeriggio mi tiravano su, quando, dopo aver letto alcuni passaggi di quel libro italiano mi veniva quasi voglia di addormentarmi, di dormire, di non pensare al lavoro, e mi sentivo debole… dovevo reagire! Reagire! Fa niente se quel libro in un passaggio citava una prostituta albanese uccisa, o i festini della mafia russa sulla costa ligure, loro e le loro ragazze, certe donne, dalla bellezza oltre ogni confine, che mi faceva tornare in mente Marina, Tatyana e Katia, dovevo reagire! E mi decidevo a non dormire e ad andare in biblioteca, a riconsegnare quel libro, e a cercarne un altro nuovo, magari francese… e cercavo di essere diretto e sicuro con le bibliotecarie giovani, basta fare il religioso, lo spaventato, il subumano, il nerd di lingue e letteratura, cerchiamo di essere più uomini, mi dicevo, basta parlare un po’ più forte, essere più sicuri, come una volta mi diceva anche Dong Dong: “Parla più forte! Ricordati che alle ragazze piace il tipo cattivo!”… e vedevo in effetti lì in biblioteca una coppietta di giovani, una ragazza, un ragazzo, che non si faceva problemi ad abbracciarla in pubblico, sicuro di sé, e anche il libro che prendevo “Particelle elementari” di Houllebecq parlava di un prof di letteratura ossessionato dal sesso, personaggio nel quale rivedevo me nell’ultimo periodo, e i tanti discorsi senza senso di Barre, Fizi e Costanzo… mi riprendevo, reagivo, cercavo di essere un uomo, e guardavo con distacco quella rivista Baha’ì che c’era nello scaffale, e non mi volevo più spaventare per il lavoro di mio padre, che a volte mi sembra un affare da sciacalli, da avvoltoi, da pescecane, loro e i loro soldi, i loro giri, i loro lavori, anche quando ieri sentivo arrivare Antonio e mio padre parlava con lui di affari… è ora di smetterla di farsi trasportare via da ogni cambiamento di umore, e ieri ne ho vissuti tanti… partivo la mattina pensando ai miei trent’anni, tra lavoro, soldi, tipe, amicizie, lingue, culture, progetti, e mi sembrava tutto in divenire, tutto in piano, tra mille interessi e mille cose, senza più pensare a chissà quale gerarchia delle cose, all’importanza suprema dell’amore, di una tipa, ma la vita era un viavai di cose, una dopo l’altra, tutte sullo stesso piano, senza che una primeggiasse sull’altra, nel continuo fluire e cambiare delle cose… ci doveva essere il pomeriggio, e la sua stanchezza, la sua rilassatezza con quel romanzetto italiano, leggere per passare il tempo, nell’attesa che il lavoro cominci, e già ero partito bene la mattina e il primo pomeriggio, quando mi entusiasmavo a capire le notizie in tedesco, e mi sentivo liberato dall’oppressione russa, del ricordo di Alina, dell’imposizione della lingua russa di Marina, ma solo un caffè di troppo doveva alterare l’umore, mandarmi in panico, con quelle frasi del libro e della mafia russa, per la quale, in fondo, ho studiato anche la storia di quel paese, la sua lingua, quando tutto era forse dovuto ad un ricordo cristallizzato di Katia… mi smuovevo così dalla parte sbagliata, andavo in panico, e solo sul tardo pomeriggio, dopo aver lavorato un po’, mi potevo rilassare di fronte ai nuovi episodi di Prison Break, serie televisiva che mi metteva il buon umore, che mi distraeva da quelle letture coinvolgenti e profonde e pesanti, e salutavo così la sera, con una passeggiata, la solita, serale, per la dieta, solo per tornare a casa e farmi una doccia… mi veniva quasi voglia di Leida, anche se il desiderio non era così forte, me ne fregavo dei soldi che arriveranno, da mettere da parte, e partivo alla ricerca di lei, tutto carico di fantasie erotiche, ma non la trovavo… meglio così, pensavo, meglio un altro giorno, quando avrò più voglia, e con la stanchezza e il sonno andavo a dormire senza pensarci più… ma mi dovevo svegliare in maniera strana, con dei sogni dove ero come sottoterra, tra formiche e vermi, in un campo da calcetto più infestato di un cadavere di vermi, che invece erano persone, peggio della movida, sottoterra, e giocavo a calcetto con alcuni compagni delle medie e delle superiori, Andrea B. e Andrea C., e segnavo anche un gol, di sgamo, e si sorrideva e si esultava, mentre poi tornavo a dormire nel mio letto, circondato dalla movida infernale, sottoterra, da formiche e un verme che sembrava una vespa e poi un cagnotto gigante… mi svegliavo… l’energia erotica era in esilio, quel sogno strano cercavo di non ricordarlo più, mi fumavo una sigaretta, e sì che ieri sera, dal buon umore, mi sembrava di poter smettere di fumare, e pensavo a quel sogno terribile, alla mia mania del sesso con Leida, che ho riscoperto, e per tappare quei pensieri morbosi per un attimo non mi tornava la voglia di pregare, in maniera strana, cristiana o baha’ì, per non pensare più al sesso, a Leida, a Marina, ma mi accorgevo che era tutto sbagliato, e ancora una volta mi dava fastidio ammettere questi miei cambi di umore repentini, e questa personalità che non sa mai chi è, come porsi, come mettersi, e dentro ogni cambiamento di umore ho troppi personaggi, un personaggio diverso per ogni assetto dell’anima, un personaggio che vorrebbe scacciare l’altro, e non so mai qual è il personaggio e l’umore giusto, quello che dovrebbe controllare e soprassedere a tutti… sii forte! mi dicevo, sii forte! Non pregare, non inginocchiarti, non lasciarti prendere dalla debolezza, pensa alla realtà, al lavoro, ai soldi, a quando forse una notte di queste ti tornerà davvero voglia di Leida, o ti tornerà voglia di vedere Marina, pensa che non devi fare lavori strani per sopravvivere, non ti devi mettere sotto padrone, pensa a quanto hai goduto settimana scorsa con Leida, non è vero che sei diventato senza forza, e non ti basta tutto il sesso di settimana scorsa? Perché ne vuoi di più? Sei forse insaziabile? Ma lo sai che poi con i tuoi cambiamenti di umore ora la vorresti, ora non la vorresti più? E allora, cerca di essere razionale, controlla i tuoi umori, d’altronde è come fare l’analisi del testo, e così è per i tuoi pensieri, e i tuoi umori, sii più forte, più razionale! 

E lasciavo perdere la preghiera, e quel libro francese lo trovavo in francese in pdf su internet, e sarà una prossima lettura, quando avrò voglia, e stamattina forse lavorerò e non penserò più a troppi libri, notizie, lingue, che mi chiudono in me stesso, lascerò andare via la mania di Leida che è tornata, chissà quando la rivedrò, quando mi tornerà voglia, spero solo di avere i soldi questo sabato, per metterli da parte e prepararmi ad ogni evenienza, se tutto il sesso di settimana scorsa non è ancora bastato, e voglio essere più sereno, più razionale, più forte, meno ossessionato dalle tipe, dal sesso, dalle relazioni, voglio essere più libero, libre penseur, come leggevo ieri in quel libro italiano un po’ francese, sii più forte, più razionale, più libero! 

Che ora quasi mi viene da ridere pensando ai parafernali che ricordano l’Albania e il desiderio e l’energia, l’Albania che ieri era liquidata in quel libro che un solo tocco di penna, per una prostituta come tante, ma non ci posso far niente se Leida mi dà ancora la forza, e l’Albania la forza di essere me stesso, di impegnarmi sul lavoro, e allo stesso tempo mi evoca tutta la voglia di lingue ed altre culture, come se l’albanese immaginario che sono fosse una specie di nuovo ebreo errante, in diaspora per il mondo, adattandosi a tutte le culture, le lingue, i lavori, e solo nel lavoro, nella relazione con Leida trovo l’energia e la forza di essere me stesso, di essere un uomo, e non un omuncolo estremizzato dalla religione, un maniaco dei libri e delle parole, uno che teme il lavoro manuale, che quasi lo disprezza, un po’ da snob, un po’ da frocetto del XXI secolo, con tutti quei lavori di conoscenza, e non so neanch’io perché devo convivere con questi continui cambiamenti di umore e di personalità… 

E niente, stamattina aspetterò solo di cominciare a lavorare, attendiamo l’ora dei libri, dei romanzi, delle poesie, del desiderio erotico, della voglia forse di risentire Marina, cerchiamo di essere me stesso, quello che controlla i desideri e gli umori e la personalità, non facciamoci prendere dal demone del sesso, o della religione, o delle lingue, o della cultura, o del lavoro, o dei soldi, lasciamo andare via questi demoni, queste fisse e queste manie, che vanno e che vengono, cerchiamo di essere più forti, più razionali, più liberi!