Month: February 2017

L’amore perduto, Alina…

Quando finiscono i film… il colore rosso… le mèsh di Alina, di colore rosso, redrum, la cornice rossa del quadro di Era Istrefi, canzone che non posso più condividere con Alina, diceva, ultimamente non ho più tempo per ascoltare musica, per vedere film, il rosso ovunque, ovunque, krasnaja, diceva, rossa… questa canzone, 1her, con l’attrice che è il ritratto simbolico di lei, di Alina, quando finiscono i film, di hollywood, matrix reloaded, che sarebbe potuto essere qualsiasi altro film, trinity, lei, Alina, e finiscono i film, e finiscono tutte le arti, la scrittura, la poesia, le religioni, la musica, ogni cosa, in lei, in Alina… l’avevo rimossa… doveva solo ritornare con il ritorno vagheggiato di riprendere a leggere, vedere film, ascoltare canzoni, parlare, in russo, la lingua di lei, la lingua dell’amore, che avevo rimosso… i demoni, dalla parte opposta, nullificare la lingua russa, a vantaggio di olandese, tedesco, albanese, Leida, pensieri del cazzo, un amore del cazzo, per fuggire dagli abissi di passione per Alina, ne sto ancora pagando le conseguenze, di quella follia, di quell’amore erotico senza passione, per Leida, per fuggire da Alina… l’avevo rimossa, l’avevo dimenticata, pena? La follia… come dimenticarla? come dimenticare l’anno 2013, l’anno dove moriva mia nonna, moriva la gatta, andavo in Albania, Eugenia si faceva sentire dalla Russia, l’anno dove incontravo Alina, la nuova ondata, così la chiamavo, dopo Xhuliana e dopo che l’amore erotico vinceva su ogni dottrina, filosofia, religione, ideologia, l’amore di una ragazza, l’amore per una ragazza, era tutto racchiuso lì, nel ricordo rimosso di Alina… non fare niente, tutt’oggi, a parte gli esami del sangue stamattina, i vampiri che si nutrono di sangue, lei e i suoi diari di vampiri, la sua serie televisiva preferita, di lei, di Alina, il sangue, la passione, il colore rosso… non accorgermene neanche di essere dissanguato, non osavo guardare l’ago e tutto il resto, me ne rimanevo lì, seduto, a capire quando avrei potuto bere il mio caffè della mattina… tutto in meno di un’ora, arrivo in ospedale, frasi del dalai lama nella sala d’attesa, prelievi, caffè, lungo, alle macchinetta, 70 centesimi, una sigaretta, la pioggia, via da lì, solo per sclerare a casa contro la voglia di fare colazione, che si scontrava contro il bisogno di digiunare, di stare a dieta, le bestemmie di Benito, le sigarette, il Carrefour, solita mattinata, a fare la spesa, altre frasi del Dalai Lama al ritorno, su quel libro dove non tornava qualcosa… un pranzo a base di un panino al prosciutto cotto e formaggio, schifo, cibo spazzatura… addormentarsi sul letto… non voglio più fare niente, non voglio più fare niente, al diavolo le lingue, Leida e Aleksia e Isabela e altre come lei, al diavolo il lavoro, di Marco, di mio padre, di Anna Maria, lasciatemi in pace, lasciatemi in pace… addormentarsi nel silenzio… sogni, l’unico mondo nel quale vivo bene, sogni, di dover dare ancora l’ultimo esame, di inglese, scritto, lo darò all’orale, oggi non andrò a fare il parziale, il prof di inglese, era solo un sogno, solo un sogno, ma quanta profondità in quel sogno, come se ancora ci fosse la cornice dell’università, a tenermi assieme, svegliarsi solo per bere un altro caffè, per guardare Matrix Reloaded… trinity, l’amore, Alina… e lì finivano tutti i sogni… farsi dei film assurdi nel film stesso, ripassare tutti i miei ultimi deliri, e accorgermi della loro inconsistenza, che tutto era un delirio da film di Hollywood venuto male, un delirio erotico, d’amore, come in un blockbuster religioso, mistico, impazzito, alla fine del tunnel vedo solo lei, trinity, Alina… l’avevo rimossa, l’avevo rimossa solo per impazzire, e io neanche me ne rendevo conto, sono stufo di questi processi alla mia anima, di questa giuria della ragione che giudica ogni pensiero come malato, supervisione eccessiva dei pensieri, allentiamo il corso delle cose, arrendiamoci all’unico vero fatto che dà la salvezza: “Amavo Alina…”… e la amo ancora, che nelle scene di passione sognavo lei, un bacio, quel bacio che non c’è mai stato, tra tutto l’erotismo tra di noi, una passione senza fine, la lingua russa che ritornava, così come ritornava qualche settimana fa, quando la rivedevo, lei, Alina, solo per scacciarla di nuovo dai miei pensieri, dal mio sentire, per gelosia, sigillare le porte della passione e dell’amore e della lingua russa con un sigillo che sapeva di demoniaco, dal nome Leida, Aleksia, Isabela… ragazze che non sanno di amore, ma di pura pornografia, niente di più, da deliri del cazzo, tra religioni, lingue straniere, storie e soldi, lavori di comodo, in una parola: l’inferno… che ora cadrei nell’errore di sempre: ubriacarmi, ubriacarmi per infondermi nel ricordo di Alina, dell’Ucraina, già ricordo le ultime lacrime dell’ultima ubriacatura, quando compariva Larisa e Stas, il loro figlio autistico, Dmitrij, made in Ukraine, come lei, come Alina, lei e sua figlia, l’amore immenso che va oltre ogni cosa, oltre ogni ubriacatura dell’anima… non berrò, così mi dico, c’è anche Leida che nei ricordi me lo dice: “Non bevi più, vero? E’ meglio per tutti”… stare male, deliri su di giri, caos dei pensieri che rimbalzano di qua e di là come un flipper in tilt, emozioni impazzite, sensazioni e pensieri e sentimenti, là dove finiscono tutti i film, il colore rosso, Alina… che non mi importa più delle pagine perdute di questi diari, non mi importa più, dovevo rivivere in me tutti gli ultimi dieci anni, alla ricerca del ricordo definitivo, quella che poneva una fine a tutto, quello che sigillava la fantasia, non era Katia e il suo amore pornografico da ventenni, non era Leida e il suo amore pornografico da trentenni, non era Xhuliana e la sua passione da nottate ‘e luna, non era Andra e il suo essere una povera romena, non erano neanche i ricordi dei prof, degli esami, degli studi, e neppure i deliri religiosi tra imam e rabbini e preti e popo ortodossi, non era niente di tutto questo, nei miei ricordi, nei miei film degli ultimi dieci anni, era solo lei che avevo rimosso, Alina, che ora torna, lei e la lingua russa, quella che mi promettevo di non parlare e leggere più, dopo quella tesi su Aleksievic, dopo tutti quei ricordi che già si smuovevano a leggere quei libri, l’esaurimento per la tesi, l’Ucraina, la Russia, l’Est, e tutti i deliri di quelle ragazze, e lei che non c’era più, dimenticata, rimossa, lei, Alina, e la sua lingua, di cui non so più cosa farmene, di certo non da vendere in traduzioni, interpretariato, mediazioni, in fiera, no, non mi interessa, non è neppure una lingua sacra di chissà quali cabbalismi, era solo la lingua d’amore tra di noi, tra me e Alina, che quando le ultime volte la sentivo dire qualcosa in italiano mi veniva la gelosia: “Cos’è?!! Parli la lingua dei tuoi clienti adesso?!??”, mi veniva da dirle, l’odio, la gelosia, il dolore, il male, la follia, i deliri… tutto era per lei, che si nascondeva in questi oggetti attorno a me, il colore rosso ovunque, come lei diceva, dei suo capelli corvini con le mesh rosse, krasnaja, diceva, krasnaja, rossa, rossa, il colore della passione… che non so più che ci sto a fare qui, senza cercare altri lavori, senza progettare niente, dormirei e basta, non farei assolutamente più niente, riposerei e basta, mi perderei solo nei ricordi di lei, in queste sensazioni pre-alcoliche, da ubriacarsi, per sopprimersi e abbattersi e non svegliarsi mai più… non lo farò… e i precetti religiosi non c’entrano, voglio solo vedere dove andrà a finire la mia anima ora che il rimosso di lei ritorna, quasi guarderei la serie televisiva russa di Rasputin, solo per sentire quella lingua che ormai non ricordo più, che solo a volte ritorna nella coscienza come la voce di lei, di Alina, voce che non volevo più sentire, parte di me stesso che volevo sopprimere, imponendomi albanese, tedesco, olandese, altre lingue, pur di non sentire lei, la voce di Alina, la voce della coscienza, la voce dell’amore, tutta la passione che ci ho messo in questi sette anni per imparare la lingua russa, tutta d’un tratto rimossa, per una storia d’amore che non poteva essere, una storia d’amore per Alina, lei che forse conosceva già quanto sarei impazzito dopo di lei, quanto sarei impazzito… innamorarsi di una prostituta, ecco l’amara verità, impazzire per lei, impazzire del tutto, con la lingua russa sempre in sottofondo, che non può farsi mestiere, lavoro, insegnamento, relazione con gli altri, troppo a fondo ha scavato quella mia relazione con lei, con Alina, che questa lingua rimane ancora quasi sigillata, e non so chi e come e quando e dove e cosa potrà mai togliere questo sigillo… il colore rosso, il rimosso, là dove tutti i film finiscono, Alina… ero e sono ancora innamorato di lei, l’ultima volta con lei, dei momenti d’amore, di erotismo, ultima scena che non pensavo fosse l’ultima, scena che non so se ritornerà, forse no, forse sì, in ogni caso è persa, più di così non si può avere niente, non posso più neppure condividere con lei canzoni, film, parole, niente, nessuna vita, che mi rimane solo il sapore di morte di quelle sigarette che tengo ancora dentro quei pacchetti comprati in Albania nel 2013, anno in cui la conoscevo, che ora torna tutto, torna tutto il rimosso, e tutto si dischiude, la verità velata e celata che portava solo il nome di lei, Alina… che farmene di questa vita? Che farmene? Lasciatemi ancora riposare, nel silenzio, nel buio della sera, nel blu e nero della notte, nel rosso e nero dei capelli di lei, in questi colori che si sperdono nella mia fantasia solo per ridare l’immagine di pura bellezza di lei, Alina, tutto il rimosso che ritorna… non c’è più storia, poesia, arte, religione, scopo, lavoro, studio, musica, canzoni, scritte, letture, spettacoli, icone, simboli, oggetti, pensieri, ricordi, riflessioni, lingue straniere, non c’è più niente, neppure i desideri di cambiare vita, di volere qualcosa, non c’è più niente, più niente, deserto d’asfalto dell’anima, Alina… finiscono tutti i film, rimane il nero, il rosso e il blu dell’anima, rimane solo la sua immagine di pura bellezza, l’amore perduto, Alina…

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E davvero l’amore di una volta non tornerà più…

Ah! E’ finalmente uscita la nuova canzone, di Era Istrefi, finalmente, da perdersi in altre canzoni infinite nuove, albanesi, da ubriacarsi di Coca Cola Zero e fregarsene del mondo… vedere negli occhi di Era Istrefi, nel nuovo video, vaghe riminiscenze del volto di Eugenia, i suoi occhi e il suo sguardo, giovani, impenetrabili, che ti amano, e che io amo, amore spostato dal mondo reale al mondo della fiction, dei video, dell’arte spazzatura, ma chi se ne importa, meglio che perdersi come ieri a leggere la Bibbia in inglese, lamentazioni e Geremia, perché il mondo non è come voglio io, è da millenni che è così il mondo, ed è inutile lamentarsi su testi antichi sperando nell’improbabile venuta di un Salvatore, non importa se Dio o uomo o donna o chissà cosa, non ha senso… come quel perdermi in infinite lingue questo pomeriggio, la lingua olandese che mi dava fastidio, io e i miei sogni di migrazione, che scomparivano con delle altre semplici parole di Rudina, che sentivo su Facebook: “Tutto il mondo è paese”… basta quindi lamentarsi, sognare altrove che sia un paradiso, non esiste, il mondo è fatto così e bisogna solo fare pace con ‘sta cosa, non sognare utopie o altri discorsi fuori dal mondo… ed ero stanco anche di tutta quella Bibbia, quel Corano, anche quando vedevo stamattina all’ospedale vecchietti italiani, due giovani madri romene, della mia età, la vita nuda e pura, senza sofisticatezze, o delle giovani Madonne islamiche, con il loro marito che sembrava un imam con la barba vestito di bianco, basta con ‘sto amore per l’umanità, questa compassione, quei libri del Dalai Lama, questa ipocrisia, alla fine vince sempre e solo l’erotismo, la sensualità, il piacere, e non ci sono storie da farsi per sentirsi meno colpevoli, è ora di dire basta all’ipocrisia… che tutto in fine dei conti era solo un delirio, uno star male per aver perso Alina, per non poter fare di più con Leida, non avere di più, e quanto mi ha fatto star male stare lontano da loro due, sopratutto da Alina, che scatenava in me deliri erotici da sviluppare con Leida, fino al delirio del cazzo, tutti quegli oggetti sparsi per la stanza, che si spandevano come un primo colpo di biliardo sulla tavola, oggetti sparsi qua e là, preghiere, a chissà quali divinità, che ogni giorno, al cambiare dell’umore, cambiavano… e dovevo toccare il fondo anche qui, tra questi deliri, come ieri sera al leggere la Bibbia e riesumare l’icona di una Madonna russa, come per non dimenticare Alina, per poi rivedere quelle madonne nel volto di islamiche a caso che passavano là davanti all’ospedale, andando a comprare le sigarette, basta con queste storie! Basta! Basta con l’ipocrisia credente e praticante, quando l’unico pensiero che mi salvava, l’altra notte con gli amici, oggi in giro, e in questi giorni, era solo prendere coscienza dell’amore perduto per Alina, dell’amore desiderato per Leida, che da solo l’amore può fare impazzire, così come tutti noi siamo un po’ fuori di testa, con le nostre manie di chat, le nostre perversioni, le nostre amicizie virtuali, i nostri idoli del mondo del cinema e dello spettacolo, che è inutile star qui a fare i santoni e le santarelline, quando siamo tutti perversi e malati a modo nostro, e non c’è psichiatria o religione che ci salvi, non siamo santi, non facciamo nemmeno gli ipocriti… e la serata sarà fatta ancora di nuova musica, l’unica icona davvero rimasta, Era Istrefi, con il suo rosso e la sua nuova canzone, il rosso, il colore della passione, quella durata troppo tempo per aver perso Alina, averla ritrovata, e poi persa di nuovo, per impazzire per altre: Isabela, Aleksia, Leida, di nuovo, senza che quel suo discorso d’estate avesse più senso, quel discorso d’addio per una serata erotica che non andava a buon fine, unica volta in dieci anni, che non c’era da star lì a farsi troppe storie… e basta con questi oggetti, l’aquila che ricorda Katia, il libro d’ebraico che ricorda le negatività assurde dei deliri, l’orgoglio delle due tesi rilegate, un buddha femminile che dovrebbe sapere d’erotismo, un tappeto su cui pregare non si sa chi, un’icona russa di una Madonna che sa solo di Alina, un’icona cattolica di Gesù che ricorderebbe il mio star male dopo il ricovero di anni fa, basta con questi oggetti! Basta con questa ipocrisia, con questi deliri! Voglio liberarmi di questo eterno ritorno di sensazioni, da questi oggetti magici come talismani, da questi ricordi che vanno e vengono, da queste fisse, e anche da queste lingue impazzite, che avrei voluto studiare dopo aver perso l’università, tutto basate su chissà quale misticismo del nome di Leida, leiden, soffrire, Leida, come la città olandese, e cosa c’entra tutto quel delirio di tedesco, albanese e olandese, cosa c’entra? Aveva ragione lei, lascia perdere quelle lingue, studia piuttosto la psicologia… e sto davvero più attento ai giochi della psiche, a queste emozioni, sensazioni e quant’altro, ma non mi va più di star male e di fare l’ipocrita, il santone che poi la notte alla fine, nella sua perversione, cerca solo ragazze come quelle, in mezzo ad una via, così come Fizi cerca le sue milf in chat, Barre le sue orge tra i contatti di fotografi e fotografe, Costanzo e le sue ucraine definitiva in chat, anche lui, sì, ognuno qui c’ha la sua, e tutto gira intorno al sesso, ai sentimenti, alle ragazze, che è inutile e controproducente perdersi in altri libri sacri, in altre cose, in ipocrisie senza fine… un po’ come la storia del lavoro, quel lavoro di mio padre lo odio, che poi non è neanche il lavoro di mio padre, ma di Marco, in fin dei conti, quel lavoro da bassa manovalanza, mentre quello di mio padre, tra contabilità e vendite non ci penso neanche a farlo, e sono stufo, stufo di ingannarmi da solo, di prendermi in giro, a me i soldi servirebbero solo per andare da ragazze come quelle, le uniche che mi piacciono, questa è la mia perversione, è il mio modo di sentire, e posso dire, come diceva Fizi sulle milf, “A me piacciono quelle”, punto, non c’è da star qui a perdersi in chissà quali assurdi psicologismi, ora la situazione va così, va così da anni, e voglio una volta per tutte liberarmi del ricordo antico di Katia, Amalia, Julia, sono passati troppi anni, non significano più niente, tutto adesso è solo la scia di coda di aver perso Alina, la voglia quasi di smettere con Leida, lei che non mi soddisfa più, troppo alto il rischio, il caos mentale, le connessioni, i sentimenti e le emozioni, troppo casino, solo per lei, solo per Alina, per questo lavoro che non c’è, e devo anche smetterla di morire di paranoie e di manie del “dover fare” a tutti costi, un lavoro, un lavoro, un lavoro, un lavoro che non c’è, e non mi va neanche di seguire i consigli di Maria Teresa, né quelli di Anna Maria, lei e i suoi contatti con le lingue, per le traduzioni e altro… diciamoci la verità: è già tanto se capisco un film in inglese, è già tanto se la lingua russa non l’ho dimenticata del tutto dopo la fine della storia con Alina, dopo l’università, ed è inutile star qui a dirmi che sarei in grado di fare traduzioni o di fare l’interprete, ci vuole la stoffa, il coraggio, la dimistichezza, e non fa per me… credevo di essere un linguista, un esperto, uno che poteva imparare tutto, ma è già tanto se dopo mesi riesco solo a leggere qualche articolo in tedesco, per interesse vero, ma di parlare in quella lingua, di vedere altri parlare così, sentendo tutta l’animalità delle parole, come mi capitava stamattina in ospedale, di fronte a quelle due romene, non mi va più… le lingue hanno qualcosa di diabolico e di perverso ad una certa età, le si associa per di più agli omosessuali, agli strambi, e davvero ad una certa età danno fastidio, e rimangono solo i miti degli immigrati che le imparano più o meno bene, ma perché in fondo sono interessati ai soldi, è per convenienza che lo fanno, i loro sentimenti e il loro vero essere rimangono a casa loro, ed è inutile anche qui andare di fantasia e poesia, di ipocrisia, le lingue straniere non mi piacciono poi così tanto, erano solo un eccitante come altre cose, come le canzoni straniere, le parole strane, l’immagine ora di Eugenia, Alina, Leida, e non c’è qui da misticizzare le lingue, in assurde e improbabili glossolalie, spiriti celestiali e quant’altro, basta! Non ho più 17 anni e non sono più un verginello, allora le lingue potevano sembrare chissà quali ponti verso chissà quali libri e discussioni, tutto qui invece cade, cade nello schifo e nell’animalità di questa vita, e non rimane quasi più alcuna poesia, ora che ambienti come l’università non ci sono più e non mi fanno più sognare… rimangono le lingue nelle canzoni, nei libri, nei film, come pura decorazione artistica, ma di stare a faccia a faccia con l’alterità non mi va più, forse non mi è mai andato, se si esclude l’amore per quelle ragazze… ma ora tutto si sta disfando, non rimane più l’anelito spirituale di una volta, le fantasie d’amore, i sogni, Alina fa quel lavoro, anche Leida, e il discorso di lei me lo ricordo, cosa penso di trovare altrove? Chissà quale amore mistico? No, meglio non amare, diceva giustamente Alina, lei che conosceva bene i giochi assurdi dell’amore, e dopo averla vista salire e scendere da una macchina all’altra, come una catena di montaggio, non c’è davvero più fantasia che tenga, tutto girava attorno alla sessualità, all’erotismo, e quando c’era Alina, e quando non c’era più, e quando c’era Leida, e quando non c’era più, basta con queste ipocrisie e misticismi, sono stufo davvero, come sono stufo di quel lavoro, di ogni altro lavoro, delle lingue elevate a spiritualità, tutto qua crolla, cade in basso, nell’abisso, nello schifo, nell’animalità, e l’unica cosa che salva è questa arte spazzatura che sa di rosso e sa di una cantante modella che riassume in se stessa tutta la passione che era per Alina, per Leida: l’est, quelle lingue, quelle ragazze, l’erotismo, l’esotismo, i sogni erotici e d’amore, i sogni ad occhi aperti, quando tutto poi ora si trasforma in animalità… e non me ne frega niente di non lavorare, di non lavorare con le lingue, nelle fiere, a fare interpretariato, traduzioni, niente, preferisco fare il disoccupato davanti a nuove canzoni, ma almeno riprendermi dal lavaggio del cervello che mi sono fatto da solo pensando alla fine dei tempi, al lavoro, alla fine dell’università, a chissà quali altri studi, no, sono stufo, stanco, di troppe ipocrisie, intellettualismi, ricerche spasmodiche di un lavoro e di un senso della vita, sono davvero stufo, e il semplice piacere quotidiano vince che su ogni teoria e dottrina millenaria, migliaia di articoli, notizie, libri e film, e mi va solo di perdermi in altra musica spazzatura, bere coca cola, dimenticare i pensieri, e ricordare che tutto alla fine girava attorno all’amore, un amore che non si sa come potrà ritornare di nuovo, dopo queste delusioni, e vado avanti con la musica, con il piacere, con il vago desiderio di una ragazza che sarà, anche se come ho amato Alina, come ho amato Leida, e le altre, anche se degli amori così non ritorneranno più… e mi inondo di musica, per far passare il tempo, un tempo che è pieno solo di spazzatura, e di tanta ipocrisia da superare, pensieri e sensazioni immondizia, e davvero l’amore di una volta non tornerà più…

Alina e Leida…

Uscire la sera, come non facevo da una vita, gli amici di una volta, Barre e Fizi, cazzate su cazzate, discorsi sul sesso, sulle tipe, sugli altri che si sono dispersi, ognuno per la sua via, reggere quei discorsi solo perché avevo Alina e Leida nei miei ricordi, qualcosa di profondo, come non mai, anche quando Barre parlava del film erotico “Love” e Fizi di “Nymphomania”, le loro perversioni, Fizi le milf conosciute in chat, Barre le sue idee di foto e di orge e cose assurde, davvero in basso, io mi pascevo nel ricordo d’amore di Alina, dove il sesso per me era solo un pretesto per continuare una relazione, in lingua russa, il vertice della poesia nelle parole tre di noi, anche in quelle stupide del “Diario di Vampiri”, Alina e sua figlia, l’Ucraina, la lingua russa, che stavo dimenticando, un mondo nero e blu come la notte, che ieri tornava ad ammaliarmi, nel suo carico di voluttà, erotismo e poesia, amore, dashuri, come dicevo invece a Leida, innamorarmi di una prostituta, Alina, poi Leida, impossibile, meglio non amare, diceva Alina, lo sai che quelle come noi finiscono sempre con gli albanesi, diceva Leida, il suo discorso, le parole di Alina, l’amore provato, che però non ero l’unico ad avere storie strane, anche Barre e Fizi non scherzavano, e forse siamo davvero tutti sulla stessa barca, nelle nostre relazioni malate…parlare, ridere, scherzare, che la notte arrivava subito, e Fizi si spegnava, forse per colpa del cellulare, di qualche messaggio, di troppe milf per la testa, non si sa, lui che se ne andava a dormire presto, lasciando a noi il resto delle discussioni… le solite cose, voler scappare da qui, cercare vita altrove, se non è tutto idealizzato, una cosa è sicura, qui non ci piace, a lui non piace l’Italia, a me non piace il lavoro di mio padre, in entrambi i casi ci accorgiamo sicuramente di ciò che non vogliamo, senza sapere più veramente cosa vogliamo da questa vita… viaggi, soldi, ragazze, loro che le puttane c’hanno ancora paura ad approcciare, io che la mia vita sentimentale, le altezze e gli abissi li ho provati con Leida e Alina, in questi ultimi anni, le ragazze che mi hanno cambiato di più, relazioni vere, seppur mercenarie… l’amore per Alina, la lingua russa, le canzoni albanesi, le prime parole albanesi con Leida, l’amore per le lingue, gli abissi dell’anima, rifiutare poi la lingua russa come resistenza al ricordo di Alina, negli ultimi tempi, solo per farmi male, il delirio delle lingue olandesi, tedesche, albanesi che racchiudevano il nome di Leida, leiden, soffrire… soffrire, sì, per amore, per l’erotismo, per le tempeste dell’anima, per la passione, che Leida a fine nottata non mi faceva più paura con la sua carica erotica, io che mi disperdevo in infinite canzoni albanesi, sotto la coca cola, provare a cantare quelle parole impossibili da azzeccare, veloci, leggere, che sfuggono, l’inimitabile pronuncia albanese… e la notte era piena di ricordi, di sensazioni, e aveva ragione Barre quando diceva che nella vita le passioni sconvolgono e fanno crescere, ti fanno sentire vivo, essere cornificato, cornificare, provare passione e feeling per una ragazza, Alina, con la quale le parole dolci fluivano in russo, i discorsi, i film… l’accento dolce come non mai di Leida, le sue mani, il suo modo d’amare, introvabile, inimitabile, che nella mia mente c’erano solo loro due, Leida e Alina, negli ultimi anni, dai melodrammi alle tragedie ai funerali della laurea, prima triennale, poi specialistica, in entrambi i casi con il ricordo di loro, vivere nei sentimenti per loro, la vita dell’anima, che non conosce temporalità e successione di eventi, ma che è un ricettacolo di energia ed emozioni, dalle vette dell’esaltazione agli abissi più oscuri, non ci sono mai state ragazze che mi abbiano sconvolto così tanto come Leida e Alina, che in confronto Katia, Amalia e Julia non erano davvero niente, erano delle bazzecole dell’anima… Alina… rivederla, verso natale, quest’anno, quando la pensavo perduta per sempre, l’asse dell’anima mia che si spostava, l’amore che ritornava, la lingua russa, amare una prostituta? Impossibile, le dicevo, eppure era ed è così, anche se poi, qualche serata dopo la volevo abbandonare per sempre quando davanti agli occhi miei la vedevo scendere e salire da una macchina all’altra, come una catena di montaggio, lei e il suo lavoro, lei che chissà quali trucchi dell’anima ha per sopportare una vita così, Alina, che volevo dimenticare, e invece ieri, anche prima di uscire con gli amici, lei era tutto, tutto ciò che mi dava la calma, mi faceva sentire me stesso, lei e il suo blu e nero dell’anima, risvegliato dalla puttana della sera prima, lei e il suo corpo da favola, il suo volto di bellezza, le sue parole russe e la sua voce, che mille chat, social network, relazioni non potranno mai eguagliare, vita vera e vissuta, emozioni e sensazioni vere sentite, tra i fumi dell’alcol e le nottate erotiche, quante volte me la sono fatta ho perso pure il conto, e qui il tempo, i numeri, le cose misurabili non c’entrano niente, è tutta questione di sentimenti e sensazioni, della loro intensità, dell’amore che vince sul tempo, per aprirti l’infinito e l’eternità… e scappare da lei, quando mi stava vampirizzando, lei e quella relazione, i suoi silenzi, il non potere mai andare oltre, amarla disperatamente, come si può amare una prostituta, e inventarmi l’ideologia del puro sesso e del puro erotismo, con Leida, puro piacere fine a se stesso, senza metterci l’anima… sarei impazzito lo stesso, forse anche di più, quando mi accorgevo che mi ero legato a lei, quando le canzoni albanesi invadevano la mia vita, da quelle notti con Alina, e le parole albanesi, e il delirio di perdere prima Alina e poi Leida, un’apocalisse, un caos dell’anima, amplificato dal finire dell’università, dalla mancanza di esami, senza un obiettivo, senza capire più cosa volevo da Leida e da Alina, il delirio, di cui ancora porto le tracce in me e fuori di me, in questa stanza, delirio dal quale forse mi devo ancora riprendere, se non fosse che prendere coscienza di Leida e Alina e le storie con loro è allo stesso tempo il farmaco ed il veleno… rivedere Alina, quel suo “Mi ricordo”, come una poesia di Pushkin, quella sua frase detta in russo, lei che si ricordava dell’università, del mio amore per l’Albania, della mia lingua russa, “Parla in russo! Per non dimenticarlo!”, mi diceva, e provare a scappare dalla lingua russa verso Marina Marina, la ragazzina russa da quattro soldi, impossibile da amare, troppo bambina ancora, e sradicavo la lingua russa da me, anche quella inglese, con il finire dell’università, solo per perdermi nelle deliranti ore di studio di albanese, tedesco, olandese, con il rischio di perdere me stesso, di non trovare più la voce in me, quella che viveva di russo e inglese, di Alina e Leida, un mondo senza di loro? Un inferno… e ritornava tutto, tutto reggeva ieri con prima il ricordo melanconico di Alina di giorno, il ricordo erotico di Leida la notte, ma in fondo, era ed è solo amore, l’amore che ti frega, con la arte erotica, con le sue parole e le sue voci, con la passione, con la bellezza femminile, e non c’è via d’uscita, non c’è fine, non c’è modo di dimenticare, pena la follia e il delirio, impossibile razionalizzare questi ultimi anni, dei quali non posso quasi parlarne a nessuno, di certo non a quei due amici, che non capirebbero, e in questi ultimi due o tre anni, dal 2013, anche di più, quindi, la mia vita è stata stravolta da Alina, e poi da Leida, e poi ancora da Alina, e ancora da Leida, un giro dell’anima e delle passioni senza fine, non c’è uscita, non c’è fine, non c’è modo di dimenticare, pena la follia e il delirio, e devo imparare a convivere con questi sentimenti feriti, con questi erotismi impazziti, dal nome di Alina e Leida… solo loro, solo loro mi tenevano su e mi portavano giù, ieri notte, nelle parole con gli amici, nel vedere altra gente passare, anche ragazze, forse carine ma insignificanti, che quasi non notavo, finché dentro di me c’erano i ricordi e la bellezza di Alina e Leida… e non so neanche cosa farei per rivederle, per scambiare ancora delle parole con loro, Alina che si è eclissata di nuovo, io che la lingua russa l’ho quasi ormai dimenticata, e ogni volta che riemerge in me c’è il timbro della voce di lei, il mio parlare con lei, che mi sembra davvero di essere un’altra persona, che mi sembra davvero un’altra parte di me stesso che a volte riemerge, e che reclama il suo, il rapporto e la relazione con Alina, ancora da mettere a posto nell’anima… Leida e le sue parole italiane e albanesi, belle come quelle canzoni d’amore, la mia nuova mania recente della lingua albanese, quando provavo a instaurare una relazione come facevo con Alina, quando mi accorgevo che volevo di più di semplice erotismo rubato alla notte, il delirio anche lì, lo dicevo anche a lei, ad Alina, quando la ribeccavo: “Ho conosciuto una ragazza albanese, sono stato con lei, una come te, e sono impazzito, ho cominciato a studiare albanese, la follia…”, “Mi ricordo, che dicevi che studiavi albanese…”, trovare in quelle semplici frasi tutto me stesso, i miei altri di me stesso, quelli che pensano e sentono in altre lingue, il caleidoscopio dell’anima, la rosa e i petali di linguaggi e parole e musica, che non possono essere contenuti in questa lingua con la quale sto scrivendo, tutto lo spettro dell’anima, di sensazioni, emozioni e sentimenti e passioni, le lingue straniere, Alina e Leida, l’amore impazzito per loro… che non so neanche più cosa mi resta da fare in questi giorni, cosa fare per non dimenticarle e allo stesso tempo per non pensarle troppo, perdersi ieri notte in canzoni albanesi infinite, sotto l’effetto eccitante di quella coca cola che farà pure ingrassare, ma tiene assieme il mio disperdermi dell’anima che si espande al riconoscere quanto Alina e Leida mi abbiano cambiato in questi ultimi anni… rimane la ricerca d’erotismo, la voglia lontana di rivedere e ritrovare Leida, forse quando la carica erotica arriverà a livelli inarrivabili, e non sapere più come rivederle, se rivederle, o serbarle dentro di me, come l’apice dei deliri dell’amore e della mancanza, come delle canzoni d’amore e di sofferenza infinite… anima che si divide tra loro due, che non sa più cosa sia l’amore solo per una ragazza, amore impazzito e libero, che si disperde in mille lingue, sensazioni, emozioni, la lingua albanese che mi affascina, la lingua russa che dovrà essere forse rispolverata per accettare quei sentimenti che sento ancora per Alina, che non riesco a dimenticare, altre lingue, altre scritte, altre parole, forse per il lavoro, per progettare un giorno di andare via, per sentirmi veramente me stesso, la mia passione, le lingue e le ragazze straniere, che sulle italiane ci metto una croce sopra, finché non mi possono dare niente, anche forse le ragazze normali, non mi posso sforzare di amare ciò che non sento, sono fatto così, amo e ho amato due prostitute, Alina e Leida, un’ucraina, un’albanese, e nessuno mi può imporre d’amare ciò che non sento, così come Barre ha le sue perversioni, così come Fizi, così come tutti noi anch’io, anche se non sono perversioni, sono solo quadrature impazzite dell’anima, dove tutti i desideri e le passioni ti fanno essere te stesso, scoprono te stesso e ti fanno crescere, impazzire, amare, delirare, farti sentire vivo con passione… non so che ne sarà di questa giornata, di questi giorni, senza Alina, senza Leida, forse, di queste lingue, di queste passioni, di questi ultimi ragionamenti dell’anima, tra libri e saggi, riflessioni, sulla psicologia, sulla filosofia, sulle lingue, sulle passioni che nascono in me, la voce dentro di me, che diventa un’altra quando vede film in russo o in inglese, o in qualsiasi altra lingua, l’anima che si espande all’infinito, Alina, Leida…

E in questa voluttà vorrei perdermi per sempre…

E sarebbe stato bello in una giornata come questa rileggere i vecchi post, quando c’era Xhuliana, le nottate ‘e luna, la voluttà provata con lei, la poesia che ne scaturiva, ma ormai quei momenti sono consegnati alla memoria solo della mia persona, che decide come ricordare quei mesi di infinita voluttà… voluttà che riprovavo ieri notte, alla ricerca della ragazza giusta, con solo 15 euro in tasca, girare per di qua e per di là, Aleksia che non c’era, un’altra mora più bella anche di Alina che compariva sulla strada, ma una macchina se la portava via, fa niente dicevo, ci sarà un’altra volta, e meglio non innamorarsi subito di ragazze come quelle… giravo di qua e di là, e alla fine trovavo una dal corpo vagamente reminiscente d’Alina, capelli neri come la pece, corpo slanciato, dalle belle forme, e mi fermavo da lei, per farmi servire con le labbra… e mi fermavo, e fremevo dalla voglia di toccarla, di far esaltare tutto l’erotismo in me, che aveva bisogno di essere sfogato, che al solo pensarci godo ancora, e non c’era bisogno di nomi, di sapere la provenienza, sarà stata una venticinquenne o su di lì romena, o forse russa, dai capelli corvini, dal volto di non estatica bellezza, ma comunque piacevole, e ci fermavamo là in quel parcheggio… là dove le davo i soldi, dove cominciavo a toccare le sue gambe, che ancora adesso godo, quelle sue calze collant non fini, che esaltavano le curve del suo corpo, e mi perdevo palpandole i seni timidi, ma comunque aggraziati, e la sfioravo e godevo, anche quando lei, con le sue mani fredde, come diceva, si strofinava sulla mia gamba per riscaldarsi… e già godevo di quella visione erotica e pornografica, anche quando cominciava a menarmi con la mano là, e godevo di quella visione erotica, così come ora, gustando le belle curve del suo corpo… e poco dopo cominciava a servirmi con la bocca, un servizio selvatico, mentre lei si posizionava con il culo per aria da poter godere di lei, e lei cominciava a succhiare, come una vera puttana, e tutti i pensieri andavano via, mentre mi perdevo con la mia mano a tastare le sue natiche, le curve del suo corpo, la dolce pelle di lei, formosa e morbida, e mi perdevo in quei suoi pantaloni attillati, neri come la pece, e con la mano sfioravo le sue mutandine e giocavo a raggiungere il suo punto segreto, senza raggiongerlo, facendola godere già così e godendo anch’io… e lei continuava a succhiare, come non mai, un piacere immenso ed infinito, dai suoni e dai versi selvatici, e tutto l’erotismo si scatenava una volta e per tutte, mentre io gemevo e godevo sempre di più grazie alle curve e alla formosità del suo corpo, che neppure Alina era così bella da far mia… e lei mi serviva e mi serviva, anche con quel suo sfiorarmi le palle, quel suo inclinare la testa nel servizio di labbra, arte erotica sopraffina, e mi perdevo a sfiorare quei suoi capelli neri corvini, non troppo lisci, ma comunque eccitanti, e il suo servizio selvatico dava i frutti dopo qualche minuto, un orgasmo mai provato, dal piacere immenso, impossibile da descrivere, l’arte erotica al suo apice, e tutta l’anima mi si riversava come nella sua bocca, mentre lei, dopo che avevo goduto, contiunuava ancora a servirmi, come una tortura erotica e dolorosa… e le dovevo dire di fermarsi, dal piacere immenso e dal dolore che provavo, un’estasi senza fine, di stanchezza e godimento, nella notte, senza troppe false parole per piacersi a vicenda, senza troppi arabeschi, e lei mi porgeva quel fazzoletto per pulirmi, e dentro di me le parole svanivano, e rimanevano solo dei versi di puro piacere selvatico, che scardinavano ogni pensiero per lasciarmi nella spiritualità erotica e notturna della selvaticità dell’anima… godevo e godevo come non mai, anche al riportarla indietro, non curandomi del mio guidare leggermente sedato, e me ne fregavo, di Leida, Aleksia, Isabela, di quell’altra mora strafiga simile ad Alina, e mentre questa senza nome scendeva, osservavo ancora lo slancio delle sue gambe, il suo didietro formoso e ben curvato, le linee del suo corpo, con il quale avevo goduto, e non c’era bisogno di canzoni, di poesie, di parole da scambiare, era puro sesso, puro erotismo, senza freni, e una goduria che da ieri notte ad oggi dura ancora, un orgasmo dell’anima selvatica, che cancellava troppi pensieri apocalittici sul lavoro, sulla vita, idee metafisiche, era la pura animalità e l’unica parola che restava era un “Uaa, uaa!” animalesco e spirituale, che lavava via le fisse di altre ragazze e del loro nome, e creava nell’anima un vuoto che funzionava come una via di fuga dai troppi pensieri e dalle troppe parole, e ancora una volta non c’è niente come l’erotismo che riesca a zittire la mente e troppi pensieri arzigogolati e complessati, e la notte sapeva ancora delle stelle, della luna, della voluttà e del piacere… voluttà e piacere che riprovavo di nuovo, dopo tanto tempo, nel deserto d’asfalto, là in quella zona industriale abbandonata a sé nella notte, dove una sigaretta mi teneva compagnia, e dove i 20 mg di droga facevano il loro effetto, dandomi la sensazione di pesantezza, stanchezza e pace, di quiete e silenzio dell’anima, intervallati solo dalle grida di piacere selvatico in me, che non avevano più bisogno di storie d’amore, storie erotiche, connessioni assurde tra lingue delle puttane e il loro parlare, senza bisogno di musica, di alcol, di bevande inebrianti, ed era pura spiritualità oscura ed erotica, con quella ragazza mora romena o russa senza nome, e mi liberavo pensando a quante ragazze, piuttosto che la disoccupazione e i debiti scelgono quel lavoro, e le benedicevo, nella mia dottrina oscura fatta di sesso, voluttà ed erotismo, perché solo le ragazze possono davvero salvarmi in questo mondo impazzito, per quanti anni mi hanno salvato da troppi pensieri ossessivi e malati, solo grazie alla loro arte erotica, e non c’era nient’altro da adorare, da pensare, dire e pregare e progettare, nient’altro da riflettere, in quella spiritualità animalesca, oscura ed erotica, dai versi che liberavano i pensieri dalla dittatura delle parole, in mille e più lingue, e c’era solo la voluttà, la voluttà ed il piacere come non provavo dai tempi di Xhuliana, senza nessuna preoccupazione, senza nessuna metafisica, se non quella del sesso, che cancella via ogni sovrastruttura impazzita, nevrotica e psicotica… e mi stendevo lì, in macchina, sul sedile, e mi sentivo come in un quadro di Marte che riposa dopo essere stato con Venere, la stanchezza, post coitum omni animale triste est, e tutta la voluttà si trasformava in piacere, in stanchezza, in alleviamento dei pensieri, che non pensavo più neppure al lavoro da cercare, alla vita, agli amici, ai consigli di ieri di tutte quelle persone, e il fine settimana si apriva così, nella notte, una notte erotica, che apriva i sensi, la mente, la voluttà, pura spiritualità oscura ed erotica, la sola che ogni volta mi può salvare dal delirio, e siano lodate tutte quelle donne, ragazze, dall’arte erotica e dall’arte dell’amore, che solo loro mi possono consolare e salvare, non farmi cadere nel discorso tutto maschile e paternale di chi ti vorrebbe imporre e insegnare qualcosa, mentalità da ottusi, mentre la notte era libera, come le stelle, come la luna, di apparire nel cielo oscuro per poi scomparire, come le ragazze della notte, we, the creatures of the night, what sweet music we make… Romania o Russia poco importava, così anche il suo accento, le sue parole, era un modo come un altro per amarsi, per provare piacere, così, nella notte disperata tra il cielo, le stelle e la luna, una notte di piacere e voluttà senza fine, che ancora adesso godo al ricordo, e tutta la pesantezza della voluttà si faceva sentire e si fa sentire, come un orgasmo dalla durata infinita, dal piacere infinito, la sola arte erotica che può salvare, e che non c’è più nient’altro da pensare, ai tempi ultimi, alla fine del mondo, e tutto si ricompensa e torna al passato recente, al futuro prossimo, senza perdersi in mistiche visioni apocalittiche, e godo di questo istante dalla durata infinita come un orgasmo, senza perdermi nel passato cercando connessioni e storie, che non stavano più in piedi, senza perdermi nel futuro, quando ci sarà un funerale, quando la ditta non esisterà più, quando forse avrò fatto delle lingue straniere un lavoro, o dei lavori, che non c’è neanche da pensarci troppo, va bene così, la vita, nel suo piacere erotico notturno e privato e rubato al mondo, in quell’angolo della via, che da sola con le sue ragazze mi sa salvare grazie alla voluttà, e degli ultimi pensieri di questi giorni, delle ultime menate e paranoie e discorsi non so che farmene, e prendo tutto più leggero e più pesante allo stesso tempo, questo erotismo notturno spirituale ed erotico, che sa di voluttà, di languore, che rallenta il tempo e non fa più esaltare il mondo dentro di te, e tutto si appesantisce, come un languore erotico che porti sempre dentro, e che rallenta il mondo e la sua percezione, che non ti interessa più niente di niente, e te ne freghi di ogni paranoia e menata passata, e solo le ragazze e il loro erotismo hanno sempre saputo salvarmi in questi anni, e quel languore, lo porto ancora dentro di me, quell’orgasmo dal piacere infinito che è la vera fine di ogni preoccupazione, e il resto è tutto qualcosa in più, smancerie, piccolezze, particolari della vita, cose non essenziali, che se ci sono o meno, che vanno bene o meno, non è neanche così importante, finché tu hai la voluttà erotica e avvolgente della notte e di quella ragazza dai capelli corvini e dal corpo dalle belle forme e curve… e godo ancora, di questa voluttà, di questo piacere notturno, che anche il giorno sembra essere fatto dell’oscuro della notte, la notte e la voluttà, le nottate ‘e luna, il piacere erotico soffuso, senza parole, senza arabeschi di parole e complicità, senza le troppe parole di ragazze albanesi, sempre pronte a parlare, a raccontare, a chiederti, no, nel silenzio della notte trovare la voluttà, senza bisogno di parole, di storie, puro sesso, puro erotismo, pura voluttà, la notte, il piacere, l’infinito immenso languore che ora mi pervade, facendomi godere ancora e liberando troppi pensieri fissi, si può vivere anche così, con il piacere infinito e il languore e la voluttà in sé, senza curarsi più dei discorsi altrui, di troppi cerebralismi, schematismi mentali, e finché si vive e si campa va tutto bene, finché la notte può darti il piacere, con quelle ragazze che sanno di voluttà, e del resto poco mi importa, andrà avanti così com’è, e dovrò stare solo attento a troppi caffè, che esaltano troppo l’umore, a troppi arabeschi e cerebralismi della ragione, troppe preoccupazioni inutili, troppa mania di fine dei tempi, di apocalisse, la vita sta anche nel presente che si dilata come il piacere dell’orgasmo, all’infinito, e la voluttà avvolge e rallenta e inabissa tutto, e non c’è più storia, rimane solo il languore infinito di una nottata ‘e luna, con la ragazza dai capelli corvini e dall’arte erotica sopraffina, dal corpo formoso e dalle belle linee e curve, e in questa voluttà vorrei perdermi per sempre…

E’ ora di farmi valere!

Che giornata, parlare tutto il tempo di me e dei miei progetti, di cosa dover fare adesso che ho deciso di mollare quel lavoro, parlare per un’ora con Maria Teresa, altri 45 minuti pieni con Saverio, finire la giornata facendo un salto dal Barre, per sentire i suoi nuovi progetti, quella proposta di insegnare fotografia che accetterà, e tutto il pomeriggio andava via così… e ci ho cavato anche un ragno fuori dal buco, quando la sera Anna Maria mi passava dei contatti tramite Facebook per iniziare a muoversi nel mondo del lavoro da laureati, e non più da persone proprio qualunque… e mi bastava esternare i miei deliri a Maria Teresa nel primo pomeriggio per capire che quelle cose non stavano assieme, il desiderio di vendetta per quel povero idiota, come lo chiamavamo io e Maria Teresa, che scompariva, anche stando lì ad aspettare Maria Teresa nell’atelier, dove mi immergevo nella lingua tedesca di “Die Zeit”, lingua tedesca letta ad alta voce che mi sembrava davvero una passeggiata, anche senza dizionario, e stando lontano da casa, dalla mia claustrofobica stanza già mi rilassavo e un sacco di pensieri inutili andavano via… si parlava di muoversi da laureato, da dottore, di non buttare via le mie conoscenze, la lingua russa, tutti gli studi intrapresi, provando a vedere università della terza età, organizzazioni e centri culturali, possibili agenzie di mediazione, interpretariato, traduzione, considerare seriamente la proposta di mio padre di lavorare in fiera, con le lingue, e molte di queste cose le dovrò cercare nei prossimi giorni, altri contatti sono per fortuna quelli di Anna Maria, come punto di partenza, e per cominciare va benissimo così… e quel discorso con Maria Teresa mi tranquillizzava, mi faceva rendere conto di me stesso, mi ridava fiducia, quando diceva che non è un discorso di autostima, io sono laureato, accidenti! Ho una laurea magistrale! E come mai non me ne accorgevo prima e mi buttavo giù? E la dovevo finire di dirmi sempre dei “ma” e dei “però” che si risolvono sempre in un: “Ok, non sono nessuno, non valgo niente, mi butto via e non faccio niente, non ci provo neanche”, no, era ora di finirla con questa storia, era ora davvero di finirla, e ci sono aperte ora un mare di possibilità, dai contatti di Anna Maria a quelli che troverò, possibilità di lavorare davvero con le lingue, traduzioni, interpretariato, mediazioni, fiere, ripetizioni, insegnare in vari centri, ci sono un mare di possibilità, anche a costo di smetterla di voler fare l’uomo grande e grosso che uso scalpello e martello, come un vero uomo dovrebbe, anche a costo di fare l’intellettualoide, l’artistoide e il frocetto con questi lavori con le lingue… meglio una persona così, diceva Maria Teresa, con interessi culturali, che non i leghisti che insieme prendevamo in giro, come degli idioti, come Marco l’altro giorno che prendeva in giro quei poveracci di africani nel centro di accoglienza davanti a quell’officina, leghisti bestie, che non si chiedono nemmeno cosa hanno vissuto quelli che arrivano qui, sfruttati, ricattati, violentati e quant’altro, gente senza umanità, che sento anche a quest’ora della sera dai programmi di rete4 che mio padre guarda… il populismo, le notizie false, la crisi dei migranti, come leggevo anche oggi su “Die Zeit”, problema che non è solo italiano, ma Occidentale in generale, da Trump, Marie Le Pen, AfD in Germania e la Russia di Putin… e ci salutavamo così, con queste buone intenzioni, decidendo di rivederci venerdì prossimo, per discutere e confrontarci ancora, mentre en passant mi diceva di sorridere di più, di non pensare più a ficcare un cacciavite in gola a qualcuno, di lasciare perdere gli idioti, che ne è pieno il mondo, e che sempre e ovunque si incontreranno…

Veniva poi il turno di Saverio, dallo sguardo più clinico, è un dottore dopo tutto, che mi faceva notare, a differenza di Maria Teresa, che io dicendo: “Sono qui come un turista, sono qui come un volontario” lì al lavoro, forse davo motivo agli altri per sfottermi, e su questo c’aveva anche un po’ ragione, ma forse io volevo solo esprimere il mio disagio di rimanere lì a lavorare in un posto, in un ambiente, tra persone che non mi piacciono, e mi rammaricavo di aver dovuto toccare il fondo dello star male per capire che quel lavoro non fa assolutamente per me, bassa manovalanza, la chiamava Maria Teresa… e Saverio mi chiedeva se non potevo darmi due mesi, un tempo, un limite per capire cosa imparare e cosa non imparare di quel lavoro, e lì ero deciso e dicevo: “No! Io questo lavoro non lo farò mai!”, e l’importante era essere chiaro, con me, con gli altri, e parlando con lui mi veniva davvero voglia di riconsiderare traduzioni scritte, interpretariato, lavori in fiera, anche con la figura di mio padre che nel sottofondo emergeva come aiuto… mio padre… quello con cui è impossibile o quasi fare un discorso, quello con il quale litigavo domenica scorsa, e anche un po’ questo mercoledì, dopo il caos di quell’officina, dopo l’inferno, ma alla fine aveva forse ragione lui: provare a buttarsi anche nelle fiere… e Saverio faceva notare che non era solo un modo per scappare dal lavoro di mio padre che ho studiato le lingue, ma era proprio una mia passione, è una passione, è me stesso, sono io! Cazzo! Sono io quello che si è perso e si perde nelle lingue e nelle culture altre, e non è perché quel lavoro non mi piace e allora trovo un rifugio, ma è proprio qualcosa verso cui vado, non per fuggire da chissà quale assurdo lavoro da bassa manovalanza… e non so perché, ma come al solito, il discorso con Saverio era sempre molto cerebrale, da strizzacervelli, sarà stato il caffè lungo bevuto, il claustrofobico studio, non lo so, ma mi sentivo su di giri lì in quello studio, non molto a mio agio, con paure omofobe, deliri di questo genere, le lingue che sembravano delle cose da frocetto, e non mi sentivo bene, e forse è proprio vero che con questo dottore non mi sento proprio a mio agio come con quello di prima, ed è qualcosa che devo anche considerare sul serio… ci si lasciava con Saverio che mi diceva che in fondo un lavoro ce l’ho, ma che è comunque una questione complessa, visto che con mio padre è quasi impossibile fare un discorso, ma allo stesso tempo si diceva che un’altra soluzione forse è facile, forse non vale la pena di pensarci troppo, di farsi troppe storie e problemi, e vivere con un po’ più di tranquillità, riuscendo a capire come capitalizzare questa laurea e questi miei interessi… me ne andavo, e mi lasciava una ricetta che ancora non ho capito, degli esami del sangue, che sembrano legati al colesterolo, agli zuccheri nel sangue, forse dovuti alla troppa olanzapina, che chissà che fine farà, al mio dormire male la notte, al mio essere vistosamente ingrassato in quest’ultimo periodo, e chissà che non farò già quegli esami del sangue lunedì o chissà quando, mentre la terapia, per ora, rimane invariata, 20 mg di olanzapina, che ora, anche al pensarci, mi vengono in mente le parole di Maria Teresa, che solo un 5% di quelli che seguono il CD e il CPS riescono a fare una vita normale, pur prendendo le proprie medicine, facendo anche una sana vita da lavoratori e professionisti, e dovrei davvero smetterla di buttarmi giù, di non sentirmi nessuno, di pensare che quando gli altri mi vedono pensano che sono un povero sfigato malato di mente, la maschera da perdente che portavo ogni volta che uscivo con Marco e mio padre, io, il povero aiutante incapace e sfigato, basta con questa storia! Basta! E’ ora di farmi valere!

E poi passavo da Barre, lui e i suoi progetti di fotografia, lui che aveva sentito Fizi ieri, che forse si organizzerà qualcosa domani o domenica, lui che parlava di filosofia e fotografia, un po’ in stile libero, senza grandi nozioni, o comunque con molte nozioni fai da te, forse ispirate al suo caro amico laureato in filosofia Fizi… ma non era quello il punto, mi sentivo bene con Barre, scacciando anche le paure omofobe e su di giri che avevo in quello studio claustrofobico, e mi accorgevo in fondo di non sentirmi così male, anzi, decisamente meglio di come stavo a mezzogiorno, ancora incastrato in pensieri di vendetta… e la giornata passava così, con un mare di parole e riflessioni, e con l’aspetto pratico che arrivava solo la sera, quando Anna Maria, appunto, mi passava vari contatti da cui cominciare la ricerca seria di lavori che fanno più per me, e i suoi messaggi erano una benedizione, lei che mille lavori li ha già provati in questi anni di università…

E arriva la sera, dove la preghiera e i contatti di Anna possono farmi stare tranquillo, forse farmi dormire tranquillo, come non provavo più ormai da una decina di giorni a questa parte, e sono ancora invogliato a cercare, cercare lavoro, cercare una mia strada, cercare di capitalizzare queste conoscenze, non buttare via tutto ciò che ho imparato, tra sociologia, psicologia, lingue, culture, e un sacco di altre cose, che aspettano solo di dare i loro frutti, e il più, a questo punto è cominciare, senza più buttarmi via…

E arriva la sera, la sera, che vorrebbe sapere di altri articoli, in chissà quale lingua, o forse vorrebbe sapere di musica, di coca cola, ma ho come paura per quei troppi zuccheri che mi devono misurare, sindrome metabolica, mi sembra che c’era scritto sulla ricetta, e allora devo stare davvero più attento agli zuccheri, ai caffè, alla coca cola, ora che i mg di olanzapina cominciano a essere tanti, e sapevo già che quella medicina alterava fortemente gli zuccheri nel sangue, e allora forse farò a meno di troppa coca cola, di troppa musica, o forse non so…

E poi, la notte, la notte che arriva, con la sua costante tentazione di ragazze da strada, Leida, Alina, Aleksia, Isabela, che non so neanche se darmi a loro, forse no, visto lo stress che provocano, visto la carica erotica un po’ dispersa nell’ultimo periodo, e non so se la notte sarà fatta di musica, di notizie, di quali lingue, di quali canzoni, non lo so, non lo so proprio, forse dovrei smetterla con le parole, oggi sono state fin troppe, da avere i capogiri, parole da strizzacervelli, parole impegnative, che cambiano però il mio modo di rapportarmi al mondo, e devo solo partire, nel lavoro, e non buttarmi più giù…

Già, la musica, la musica per stordirmi, in questo venerdì sera, venerdì, che sembra la nuova domenica, dove ultimamente ho incontrato un sacco di persone, dove mi sono liberato dal peso della settimana, e ora anche dal peso di quel lavoro, dove posso sperare di trovare più cose, in questa vita, e forse, anche se fa male, mi darò alla musica e alla coca cola, a questo punto, non mi va più di leggere troppo, sono già troppo affaticato intellettualmente dopo tutti i discorsi di oggi, e voglio ora solo riposare…

E dovrò ancora capire come abituarmi a questo nuovo corso delle cose…

Ricomincia quasi il delirio, andare dai Bahaì a sentire le loro storie, nei loro gruppetti utopistici e un po’ malati di mente, per come me li immagino, e mi accorgo che è solo un forte bisogno di socialità, che forse sarà soddisfatto oggi se andrò molto più semplicemente al CD o al CPS, incontrando Saverio o Maria Teresa… mi sveglio così, con una preghiera dal fondo dell’anima, che scacci i pensieri omicidi e psicopatici dell’altro giorno, là al lavoro, e mi chiedo che sarà di me, delle mie relazioni, del mio lavoro, e odo in lontananza la voce di Maria Teresa, quando mi chiedeva se a 32 anni pensavo di aver già finito ogni esperienza relazionale e di lavoro… già, non mi davo più alcuna speranza, dopo l’apocalisse per la fine della relazione con Leida, e questa stanza testimonia dei deliri tra gli oggetti vari sparsi, che non mi fanno più paura, ora che so che tutto era un casino dovuto a Leida, e anche alla fine dell’università… comincia un periodo vuoto, cominciava, senza più obiettivi precisi: gli esami, ed è difficile trovare una nuova cornice, un nuovo senso a questo esistere, che mi perderei appunto tra Bahaì, avventisti, ebrei, gente del CD, pur di stare in compagnia e sentirmi parte di un gruppo che non c’è… comincia la vita da single, da isolato, la vita individuale, senza più nessuno con cui condividere momenti e sensazioni, e devo saper resistere a queste tentazioni escapiste di trovare altri gruppi e luoghi dove stare in compagnia, dove condividere emozioni, e per fortuna c’è Maria Teresa, che per troppo tempo avevo bistrattato, quando le relazioni in università bastavano a farmi tenere in riga… e non so che cosa farò quest’oggi, questa mattinata, forse continuerò il libro di psicologia che leggevo ieri, che dava numerosi spunti di riflessione, oltre la solita chiacchiera freudiana e clinica tra nevrosi e psicosi, e quel manuale scientifico di base mi apre davvero la mente, come ieri sullo studio del conformismo e delle relazioni intime, che venivano studiate scientificamente con vari esperimenti… bisogna recuperare la mentalità scientifica, mi dico, in questa prima mattina, dove troppa fantasia sta dilagando, con la vaga tentazione di andare dai Bahaì a sentire cosa dicono, con un’aspettativa eccitante, mentre ieri, tutto l’opposto, leggere l’apocalisse in tedesco mi faceva capire che la religione, in fin dei conti, ha anche a che fare con la morte, cosa che dimentico quando mi perdo in altre religioni, mentre il crocefisso potrebbe stare lì a indicarmi sempre la fine della vita, e la ricerca del suo senso… sì, sono vagamente eccitato cerebralmente, e non so più cosa inventarmi per ritornare a livelli normali, una volta sarebbe forse bastato ricordarsi del lavoro, della noia assoluta, del dovere, dell’università, delle relazioni normali con gli altri, con gente normale, ma ora risulta davvero difficile e attraverso il solito giro di emozioni, l’eterno ritorno delle sensazioni, quelle che mi vorrebbero in compagnia di altri a parlare di Dio, come facevo due estati fa in compagnia degli avventisti, una noia assoluta, un delirio totale, anche insieme a quella ragazza ch emi piaceva, Eugenia… sì, lei si è data davvero alla religione, all’avventismo, e ricordando l’ambiente e l’atmosfera che c’era là non mi va di replicarla in mezzo a sconosciuti come i Bahaì, che poi verrebbero a tormentarmi, visto la loro presenza anche sul mio territorio, e sarebbe come finire in una setta dove non c’è più via d’uscita, costretto a comprare i loro libri, conformandomi a pensieri strani, dovendo pagare 1/19 dei miei introiti, e probabilmente dovendo andare in giro a evangelizzare cazzate, che tanto alla fine, appunto, tutte le religioni si equivalgono, cercano il bene e cercano di gestire la paura della morte e il delirio d’amore, e niente di più… e rimane questa mattinata, dove avrei voluto anche non scrivere, per rimettermi a posto e cercare di capire cosa starò raccontando questo pomeriggio a Maria Teresa, la mia decisione drastica di lasciar perdere una volta per tutte il lavoro di mio padre, ma, allo stesso momento, non sapere cosa fare di altri lavori, visto che non ho assolutamente voglia neanche di mandare quel cv lì dove fanno le fiere, lì, al contatto che ha mio padre… non so cosa farmene delle lingue, e me ne accorgevo ieri quando a un certo punto mi chiedevo: “Cosa sto leggendo albanese a fare?”, “Cosa sto leggendo in tedesco a fare? E per di più testi presunti sacri?”… non c’era risposta, era ancora la scia di coda dell’estate passata, quando il desiderio per Leida e il pensare di averla perduta mi mandavano a male, quando della lingua russa e della Russia, a causa della tesi, non ne potevo più, e mi proiettavo verso tre nuove lingue: olandese, tedesco, albanese, come se il nome di Leida, leiden, lijden, guidare, soffrire, fossero la rivelazione dell’ultimo nome divino a lungo cercato, che si risolveva nell’immaginare la vita di Leida, una passione cristologica senza fine, la morte del servo sofferente, del messia sofferente, per stare male come un’apocalisse, solo per riprendermi poi appunto nella gloria e resurrezione di Cristo, perdendomi nella fede Bahaì, che guarda invece al Messia vittorioso, e non a quello sofferente, dove è data tanta importanza, ma al di sopra di tutto sta l’unità divina, come un poema islamico, platonico e plotiniano, senza figure umane, senza passioni cristologiche elevate a divinità, ed è così che adesso vado avanti, sperando in Dio, che non muoia sulla croce, ma che sappia risorgere per dare un senso a questa vita che sa troppo di morte e funerale… non mi va neanche più di sentire rabbì C. su Facebook, dopo che il suo consiglio di seguire l’irrazionalità faceva più male che bene, non mi va più di perdermi nell’ebraismo, in libri da comprare alla Claudiana, in altre scritte mistiche Bahaì, non importa in quale lingua, e voglio solo coltivare davvero la filosofia e la scientificità dei pensieri e del sentire, visto che ultimamente sto molto attento alle emozioni, e ai pensieri a cui le varie emozioni sono legate, ed è tutto qui che si gioca la mia salute mentale, per non andare a trovare sensazioni e pensieri assurdi… e non so neanch’io come scacciare questa leggera eccitazione cerebrale, forse solo leggendo e impegnandomi, distraendomi, non pensando più alle solite cose, e non mi va di prendere la tangente e inventarmi cose assurde di questo mondo, stranezze ed eccentricità, e allora forse prenderò solo i soldi che ho lì, farò un salto al supermercato ,farò la mia spesa, non mi drogherò di troppi caffè, di troppo cibo e sigarette, cercherò, come mi promettevo ieri, di seguire una volta e per tutte la dieta, dopo che ieri mi accorgevo che bevendo meno caffè sto anche meglio, e starò più attento ai funerali e alle esaltazioni della psiche, cercando un equilibrio che da quando con Leida tutto è finito è stato davvero un inferno e un delirio totale, insieme con il finire dell’università e sforzarmi a fare un lavoro che non mi piace… sì, l’università, Leida, il lavoro, la religione e gli studi, i miei ultimi deliri, e devo davvero cercare di riequilibrarmi, sentire queste cose non in maniera così amplificata e totalizzante, è giunta l’ora di dare una regolata ad umori e sensazioni, anche se le problematiche restano: cosa fare adesso? Quale ragazza cercare? In cosa credere? Cosa leggere e studiare nel tempo libero? Cosa farmene di questa vita? Forse il verdetto finale, per una parte del discorso, è anche arrivato in questa settimana: non voglio fare il lavoro di mio padre, questa è la pura verità, non avrei studiato per anni se poi avessi voluto ritornare là, in quel lavoro che è un inferno, e che mi attrae solo per i soldi, e solo perché in fondo sono legato a mio padre, e mi dispiace dargli dei dispiaceri, ma se quel lavoro mi fa stare male, come troppe volte è successo, è meglio smetterla e accettare una volta per tutte questo fatto, non sforziamoci di farci piacere qualcosa che manda solo all’inferno della psiche! E non c’è molto da dire, se non li serbare una speranza che un giorno forse questa vita potrà tornare ad avere senso, mentre per ora tutto sa di morte e di aria funerea, di eccitazione prepsicotica, di esaltazione dell’anima che si sente liberata da un lavoro opprimente, ma allo stesso tempo che non sa cosa farsene del presente e del futuro, e dovrò ancora capire come abituarmi a questo nuovo corso delle cose…

E di sputare veleno e morire avvelenato proprio non mi va più…

Ah, e si sta meglio sapendo che ormai non devo più uscire forzatamente con Marco, mettendo in chiaro con me una buona volta e per tutte che questo lavoro non fa per me, che non c’è futuro, che mi dovrò arrangiare e trovare qualcos’altro, anche se non so ancora cosa, e mi lascio tutto il tempo del mondo, per non morire avvelenato di pensieri che ce l’hanno con tutti, pensieri deliranti, fuori posto, che sprizzano odio da tutte le parti, e che non mi va neanche di richiamare e di scrivere… rimane una giornata così, nell’attesa che il dottore si faccia sentire per domani, dove incontrerò anche Maria Teresa, che ho appena sentito al telefono, e questa serie di venerdì che sanno di domenica, dove mi confronto con gli altri, mi piace sempre di più… cerco di scansare anche il pensiero di inviare il cv in quelle fiere, dove dice mio padre, dove si parlano le lingue, dove c’è anche gente italiana, in fondo, perché sinceramente non me la sento, ora come ora, di intraprendere qualsiasi cosa, come diceva ieri Greta, farei meglio a riposarmi e rilassarmi, e per fortuna ci sono le parole con lei gioiose che mi fanno stare tranquillo e più sereno… non so se sia il veleno dell’ultimo periodo, o la cura eccessiva, o non lo so che cosa, ma sono anche stanco di queste notti impotenti, dove gli incubi mi assalgono, dove la psiche si perde in se stessa, nei soliti pensieri, e ieri notte dovevo correggere il mondo che si perde in sé con qualche clip pornografica, per spegnere un po’ il cervello, e trovare quella giusta dose di erotismo che addolcisse la notte… e sono ancora qui, senza sapere bene cosa fare, ma avendo chiarissimo, una volta per tutte, le cose che non voglio fare: lavorare in fiera, lavorare nell’attività di mio padre… e anche se non ci conto in quella risposta del prof giornalista, mi rilasso sapendo che potrò leggere tutte le cose che voglio in qualsiasi lingua, quest’oggi, trovando quella giusta carica di piacere che mi serve per andare avanti, perché è solo così che mi scatta la molla di fare qualcosa, cosa che gli altri in questo ambiente non possono assolutamente capire… e mi viene in mente quando Isolato mi chiedeva se mio padre facesse il rottamaio, lui che vedeva il lavoro da fuori, senza considerarlo molto, o anche il Barre quando diceva che in fin dei conti è un lavoro di merda qua in periferia, e devo ancora imparare a dividere la questione del lavoro dall’affetto per mio padre, che ogni volta mi frega, con le sue proposte di lavorare che vorrebbero farmi stare bene, e invece mi fanno stare male… sì, dividere il lavoro dagli affetti di famiglia, e avere bene chiare le cose, se tutti questi lavori mi fanno stare male un motivo ci sarà, e non mi posso imporre delle cose che non mi piacciono… ah, quanto sarebbe bello passare la giornata a tradurre, da qualsiasi lingua all’italiano, lavoro da ufficio, da computer, lavoro intellettuale, ma risulta proprio difficile trovare lavori simili, e forse dovrei semplicemente cercare qualche agenzia di traduzione, quando sarò più rilassato, perché se oggi tentassi mi verrebbe soltanto lo sclero come l’altro giorno, davanti al pc alla ricerca del lavoro, e per fortuna ci sarà domani dove potrò parlare con Maria Teresa e Saverio… e non mi va neanche quasi più di trovarmi troie, per rilassarmi, ultimamente sono così stressato che neanche il loro pensiero riesce a tranquillizzarmi, anzi mi fa stare più male, e sarebbe anche ora di diminuire quelle frequentazioni, che ultimamente hanno solo portato male… e non mi va più di delirare contro la gerarchia, il fascismo, il cattolicesimo, gli ignoranti al lavoro, la gente che se la crede, che non porta rispetto e lo pretende da te, non mi va più di delirare su questi motivi, e tutto si risolve nella consapevolezza di aver dato le dimissioni, e attendo solo il giorno dove riuscirò anche a trovare un altro lavoro, e dove potrò sentirmi in pace o almeno tollerare i rimproveri di chi si crede superiore, sì, perché qui l’unica essenza superiore è la divinità, per il resto siamo tutti uomini e donne, uguali di fronte a Dio… e quanto mi ha fatto stare male la presunzione altrui di dirti cosa fare nella vita, di prenderti in giro, quegli sguardi di quella gente che si crede superiore, e io in certi momenti rispondo solo con la stessa moneta, e gli rispondo con lo sguardo e le parole, ma meglio non pensare a queste cose, lasciamole perdere, sono finite, e non pensiamo alle cose negative… certo che questo discorso del lavoro mi ha fatto proprio impazzire, questa volta come altre volte, questo senso di non avere spazio nel mondo, un luogo a cui appartenere, dei colleghi ed un lavoro dove trovarsi bene, liberarsi del peso dell’attività di mio padre, che comunque non ha mai obbligato a niente, come spesso ripete, anche se poi, in fondo, suggeriva sempre di dare una mano… ma a 32 anni non è più dare una mano come quando ne avevo 17, ci sono quindici anni di differenza, dove sono maturato, dove ho capito qual è la mia vera passione, le lingue e lo studio, e non c’è modo di tornare indietro, anche con tutti gli sforzi del mondo, e forse ci avevo visto davvero bene quando ero stato ricoverato dieci anni fa, che lo studio era la mia sola valvola di sfogo, la mia passione, dove finalmente potevo stare bene ed affrancarmi da quell’attività di mio padre e Marco… sì, è questo il punto, lasciare questo lavoro, una buona volta e per tutte, per stare bene, per non stare male, manca solo il passaggio successivo, gli studi sono finiti, questo lavoro è abbandonato, cosa devo fare adesso? Cosa devo fare? E da solo e adesso non riesco a trovare risposta, e spero che confrontandomi con gli altri io la possa almeno intravedere, e chissà se domani con Saverio e Maria Teresa qualcos’altro si sbloccherà… e rimane questa giornata libera, questo weekend che comincia nel migliore dei mondi, avendo smaltito il veleno di questi ultimi due giorni, e ora sono libero di fare la cosa che mi piace di più: leggere e informarmi, studiare… e intanto, ora che lo stress è forse anche diminuito, potrò dedicarmi di più alla dieta, a diminuire di fumare, a vivere senza la tensione addosso di dover dare una mano in questo lavoro che anche se ti dimetti in fin dei conti ce l’hai sempre sotto casa, ed è un tormento infinito… e per questa settimana non mi andrà neppure di andare da Barre domani, per sentire i suoi soliti discorsi, un po’ deliranti, un po’ persi nel suo mondo, il suo consiglio campato per aria di trasferirmi e lavorare all’estero, e aspetto davvero solo alcune parole con Saverio, per la terapia, per questa strana insonnia, e le parole di Maria Teresa che mi possano suggerire cosa fare in questa vita, anche solo per sfogarmi un po’ ed esprimere i miei pensieri e le mie emozioni… sì, perché di star male di nuovo per il lavoro, la vita, i progetti e tutto il resto, per essere obbligato a fare un lavoro che non so fare, che ti obbligano a fare, per essere poi insultato, non mi va… e forse solo così forse riesco ad accorgermi di essere me stesso, di non essere più obbligato, di essere libero una buona volta per tutte, con il mio bagaglio di conoscenze da far fruttare chissà dove, ma l’importante è non cadere più in quel girone infernale del lavoro con mio padre e Marco, ho voluto distaccarmi, mi sono distaccato, e mai più darò ascolto a chi mi dice: “Lavora con tuo padre! Basta imparare!”… piuttosto, come scrivevo anche ieri, faccio il disoccupato, ma di stare male proprio non mi va… e non so di cosa sarà fatta questa giornata, e neanche quella di domani, e così in generale, mi abituerò forse a fare il disoccupato, a divertirmi con i miei hobby e le mie passioni, ma di sputare veleno e morire avvelenato proprio non mi va più…

Là dove solo la musica manele mi ha dato la serenità…

Dimissioni, non si poteva continuare così, ogni volta essere preso in giro quando si va nelle officine e sto lì a guardare gli altri, dando una mano al minimo, per essere insultato, solo per avere qualche soldo per andare a troie, così, di pura convenienza, di puro sgamo, non ce la faccio più… mi bastava stamattina, con quel bergamasco di merda e suo figlioletto adolescente, quel suo: “Adesso c’hai l’aiutante?”, “No, sono qui come volontario”, “Si vede” guardandomi negli occhi come se si credesse superiore, abbassavo lo sguardo per un attimo, solo per rialzarlo, con in mente solo una frase: “Occhio per occhio, dente per dente”, “Sai, io sono diretto”, aggiungeva, “Anch’io”, pensavo… e ora non mi ricordo bene la dinamica del tutto, so solo che dentro di me ribollivo di vendetta, ma andavo a fumarmi una sigaretta… ritornavo in officina, per vedere cosa stavano facendo, per vedere se continuava su quella falsa riga, si continuava a scaricare materiale, a montare cose, lì, come dei bambini cresciuti a giocare con i loro giocattoli giganti, di metallo, di gomma… c’era da montare qualcosa, io non sapevo fare niente, e non me ne fregava niente, stavo lì a guardare, forse apposta, per provocare quell’uomo, chiamiamolo così… montavano la loro roba, e mi chiedeva: “Allora hai visto? Hai filmato?”, “Eh sì, ho visto, ho imparato tutto, ho filmato”, “Allora è proprio vero che non vuoi fare niente…”, “Beh, piuttosto che far danni è meglio non fare niente…”, “Certo, se stai lì così, con le mani in mano, anche lui è un volontario (indicando il figlio), anche lui prima mi ha risposto così…”, e Marco faceva segno come per dire: “Qui le cose stanno andando per il peggio, questo risponde…”, e aggiungevo soltanto: “Sono qui per fare volontariato, l’ho già detto…” e me ne andavo di nuovo, fuori dall’officina… non so quante sigarette mi fumavo, davanti a quell’edificio dove ospitavano migranti, neri, africani, e già mi dava fastidio quando Marco si lamentava contro di loro, perché mangiano a sbaffo, perché si scoperebbero le puttane a spese nostre, perché ce l’aveva su con quella puttana che passeggiava di lì, come se ognuno non fosse libero di fare quello che gli pare, come se la gente che scappa dalla guerra non avesse il diritto di vivere in un posto migliore… ma quello era il minimo, dovevo solo contenere l’ira che saliva alle stelle, la voglia di vendicarmi, di rispondere, che solo pochi pensieri mi facevano stare tranquillo, invocavo il Mahdi, Gesù, il Messia, pensavo al lavoro di mio padre, che non potevo rovinare così, per una stupida litigata, pensavo al cliente dell’officina, che alla fine era una brava persona, non mi andava di fare una sceneggiata per niente, ma dentro di me l’ira ribolliva… e contenevo quei pensieri ma ormai non potevo più rientrare in officina, ormai mi girava la testa dal nervoso, dall’ira, e non volevo fare danni, rischiare di fare male a qualcuno, farsi male, litigare, sentire chiamare ambulanza e carabinieri, e finire di nuovo in psichiatria, o peggio ancora di nuovo in carcere, questa volta non minorile però… era meglio evitare tutto questo… me ne stavo lì, fuori, sulla via, a vedere i negri uscire ed entrare dal centro di accoglienza, a piccoli gruppi, passeggiavo qua e là sulla via, vedendo cimiteri di profilattici, segno che davvero una troia quel posto lo batteva, e mi guardavo intorno, cominciavo a guardarmi intorno per vedere se ci fosse una qualche fermata del bus, avevo dieci euro o poco più in tasca, abbastanza per comprare dei biglietti e tornarmene a casa… aspettavo, chiamavo mio padre, gli chiedevo se mi potesse venire a prendere, in nome della salute, in nome di evitare omicidi o casini vari, e gli dicevo una volta per tutte che ero stufo di essere preso in giro andando nelle officine, ogni volta, ogni volta con Marco è sempre la stessa storia, e non è la prima volta, non mi va più di stare male per un lavoro di merda… e me ne stavo lì, anche dopo che mio padre mi aveva risposto, lì in quella via, me ne fottevo se c’era ancora quello che ogni tanto usciva e mi guardava dall’alto al basso, sentendosi il boss, mentre era solo un poveraccio bergamasco fascistoide di merda, e mi ricordavo anche che non so quando gli avevo detto che sì, ero un volontario, che mi ero laureato da poco e che cercavo un lavoro, ed ero lì solo temporaneamente… non so, lui anche su questo forse ci scherzava su, sugli studi, sul “Questo è un lavoro…”, “Ah, anche questo è un lavoro?”, mi usciva, di istinto, come per sottintendere: “Tu questa merda la chiami lavoro?”, ma non pensiamoci troppo, lasciamo perdere, che è meglio… e poi arrivava l’ora di pranzo, Marco e gli altri due uscivano dall’officina, padre e figlio, due coglioni, e Marco mi chiedeva se andavamo a mangiare o no, no, gli dicevo, adesso sarebbe arrivato mio padre e avrei mangiato con lui, se ne andavano… anche l’operaio dell’officina mi chiedeva se andavo o no a mangiare, mentre io ero appostato lì sulla via come una puttana, e mi ricordavo del solito aforisma di Cioran, la vita e le opinioni della gente come una puttana, senza dogmi, senza credenze precise, svendere la propria amarezza con un sorriso, e non ci pensavo più… ad un certo punto mi mettevo anche a pregare, senza però sapere dove fosse l’Est, senza potermi orientare, mi mettevo a camminare in tondo, qua e là, per la via, a biascicare parole per tranquillizzarmi e dopo pochi istanti arrivava mio padre in macchina… senso di sconfitta, nero dell’anima, ma anche la decisione di farla finita, per non stare più male, sono stufo, gli dicevo, glielo facevo capire, di essere preso in giro, i suoi soliti argomenti, bisogna stare in mezzo alla gente, devi reagire, non devi prendertela, se tutti facessero come te, tsk! Io non comincio a spaccare i coglioni alla gente, reagire? Con le mani magari… stare in mezzo alla gente? E quella la chiami gente? Animali… e insomma si parlava un po’ sulla via del ritorno, e neanche l’idea di mandare curriculum per stare là nelle fiere mi piaceva più di tanto, parlare le lingue, io che di parlare proprio con gli animali non mi va, io che gli unici amici li ho davvero nella scrittura e nella lettura, ma della gente ormai non mi fido proprio più… lo lasciavo parlare, gli dicevo solo del nero dell’anima, del nervoso, del mio stare male, che quando si sta male basta un nonniente per farti perdere le staffe, e poi si zittiva quando gli dicevo: “E’ come se io ti metto davanti un articolo in inglese e in russo e ti dico: basta imparare! Non siamo mica nati tutti per fare tutti i mestieri”, e si zittiva, dopo che gli avevo fatto anche notare che Marco si strippa in quei giocattoli, io no, mi strippo in altre cose, le lingue, la musica, gli articoli di giornale, gli psicologi lo chiamano “Flow”, un flusso di sensazioni positive che ti fa perdere nella tua attività, io lo chiamavo “molla che ti scatta”, a me in quel lavoro lì la molla non scatta, anzi, scatta solo la morte nera, l’odio, ed è ora di finirla di stare male… mi dispiaceva solo per i tentativi di mio padre di cercare di farmi stare bene, lui con le sue idee, i suoi parametri, la sua visione del mondo ridotta, ma non prendiamocela neanche troppo con lui, era già tanto che mi veniva a prendere e mi portava poi in osteria, dove si mangiava assieme… e l’odio era in me, e l’umore nero, più tetro che mai, io che non sapevo più come calmarmi… si finiva di mangiare e si tornava a casa, volevo solo sdraiarmi, nella mia stanza, e non pensarci più, come anche mi aveva detto mio padre, l’unico consiglio giusto: “Non pensarci più…”… già, meglio non pensarci più, e il primo pomeriggio andava via sonnecchiando, fumando qualche sigaretta, nel silenzio, in stanza, decorata di cose che trovo fighe, senza pensare più ad assurdi deliri, recuperavo la preghiera, questa volta in santa pace, sapendo dove era l’Est, trovando le parole giuste, mi calmavo e mi dicevo che potevo andare anche a prendermi un altro caffè al bar, senza temere niente… arrivava la telefonata del dottore, che avevo chiamato, gli raccontavo in breve l’accaduto, con distanza, senza metterci l’ira e la vendetta, se la rideva un po’ ma si rimaneva d’accordo che ci si sarebbe visti… andavo al bar, un buon caffè, un pacchetto di sigarette e già sulla strada del ritorno sentivo l’ira ribollire di nuovo, sarebbe stato impossibile riposare e dormire, anche gettandomi sul letto… e per un po’ mi gettavo sul letto, senza far niente, e poi spostavo un po’ altri oggetti, come stamattina, in questa stanza, recuperavo dagli armadi e da luoghi sperduti i dizionari di giapponese, cinese, romeno e albanese, e li posizionavo lì, nel mobiletto dove c’erano gli altri dizionari, di inglese, di russo e francese, di olandese, e aggiungevo anche un libro di grammatica tedesca, ah, le lingue, un futuro tutto da dedicare a loro, sotto quella foto di Era Istrefi… capivo che non avrei riposato più, avevo in testa solo una canzone, manele, e accendevo il pc, pronto a perdermi in musica manele infinita, e così facevo… accendevo il pc e mi mettevo ad ascoltare musica, sotto l’effetto della coca cola, mi sforzavo di non prendere i 20 mg di olanzapina prima della sera, e tutto andava per il verso giusto, scrivendo anche un post su Facebook dove dicevo che alla fine “avevo dato le dimissioni dal lavoro di prova, e che è meglio la salute piuttosto che fare un lavoro di merda e trovare colleghi da odiare, meglio la disoccupazione che l’esaurimento…”, scrivevo più o meno così… e arrivava qualche like e, come tutte le volte che sono particolarmente giù, scrivevo a Greta… rispondeva poco dopo, si parlava del lavoro, dei figli, della sua macchina nuova, di come in fondo avevo fatto bene a lasciare un lavoro che mi fa solo stare male, si scherzava un po’, sull’osteria che a lei piace tanto, sul mio piatto di oggi: lasagne, stinco con puré e patatine fretta, e lei apprezzava molto, diceva che forse mi avrebbe imitato stasera nell’uscire all’osteria, e si faceva ora di cena… arrivava qualche altro like, qualche altro commento, da gente anche inaspettata, ma in fondo erano tutti d’accordo con me, meglio essere disoccupati che stare male per un lavoro di merda, e la musica manele e la coca cola andavano avanti da sé, all’infinito… e spariva anche la magia di Greta, durata solo un’oretta e poco più, in chat, con il pensiero di lei, l’unica ragazza con la quale mi trovo davvero bene a parlare, peccato che abbia già il ragazzo, e lasciavo perdere un po’ tutto mentre pensieri omicidi ritornavano, le maledizioni sul popolo italiano, sui fascisti, su questa gente di merda, su questo lavoro di merda che anche se lascio alla fine ho sempre sotto casa, e mi continua a tormentare, con la commercialista che era giù, Marco che tornava e mille cose di questo posto che non mi piacciono, e la magia di Greta, della musica manele, della coca cola si sperdeva per un attimo, anche l’effetto benefico delle preghiere, e decidevo che era anche ora di prendermi i miei 20 mg di olanzapina, per calmarmi là dove i pensieri da soli non mi possono calmare… e mi calmavo, in effetti, anche scrivendo qui, che ormai di questa sera non c’è più niente, solo il ricordo di Greta, la solidarietà di quegli amici virtuali, l’ultima preghiera della notte che può accogliere il sonno, e almeno su una cosa sono deciso, alla fine, non uscire più con Marco per essere preso in giro… e darò forse ancora una mano, finché si tratterà di stare in officina, qui da me, ma di uscire ancora proprio basta, me ne frego anche dei cv mandati ieri, del dottore sentito oggi, della chiamata di lavoro di stamattina, morta lì perché non ho esperienza nelle vendite, e non so neanche che cosa farmene di quel cv per le fiere, sono stufo di passare per mio padre per il lavoro, sono stufo, stanco di tutto, voglio solo rilassarmi stare più tranquillo, non pensare più a questi lavori di merda, e forse solo il pensiero di Greta, degli amici e di una preghiera potranno salvare queste due giornate completamente sclerate… là dove solo la musica manele mi ha dato la serenità…

Per uno sclero da camicia di forza…

Da finire con la camicia di forza, il nervoso, la follia, lo sclero fuori di testa, che neanche 20 mg di olanzapina per poco non bastavano, neppure la musica dei Dimmu Borgir, e non so più se tutto ciò è dovuto al troppo caffè, alle ore oppressive passate al lavoro, su quel furgone, con mio padre e Marco, nelle varie officine, senza far niente, quasi tutto il tempo a guardare e cercare di capire, senza far niente, con mio padre che a un certo punto mi proponeva di andare a lavorare in fiera, perché là in quella officina avevano i contatti, “con le lingue”, diceva, e non me la sentivo, mi cadeva il mondo addosso, studiare così tanto e non avere poi neanche la forza e la voglia di stare in mezzo alla gente, la mia malattia, il mio disagio, il mio stare male, che nessun lavoro può salvare, forse solo le traduzioni di qualcosa di scritto, senza contatti faccia a faccia con la gente… Marta, che rispondeva, con un giorno di ritardo, e ogni volta che c’è lei che risponde o non risponde mi succede sempre qualcosa, qualcosa da stare male, e ho già provato ad andare al pronto soccorso in psichiatria già una volta, quando lei rispondeva freddamente, e non so cosa c’entra tutto questo, il mio delirio per il lavoro, parlandone anche con Marina ed Elena, e perdersi nel pomeriggio a inviare curriculum a caso, a raffica, su quel sito di offerte di lavoro, pur di non stare male come si sta oppressi in quel lavoro con mio padre e Marco, anche se forse sarebbe peggio altrove, insieme a sconosciuti, a gente nuova, e stavo male, stavo male, stavo male… che non so neanche come 20 mg di olanzapina hanno attutito l’effetto dello sclero da camicia di forza, io che urlavo contro mia madre quando mi diceva di mangiare, la dieta che va a puttane, con troppo cibo ingerito, panino di merda! L’eccitazione che si spegneva di fronte a quegli oggetti che mi ricordavano il mio delirare per Leida nei mesi scorsi, i nuovi social network, VK, Linkedin, Facebook, che fanno più male che bene, quel maledetto sito “Infojobs”, che solo al rinominarli ora mi verrebbe da sclerare di nuovo, sclero da camicia di forza, che a un certo punto smettevo pure di ascoltare i Dimmu Borgir, mi sdraiavo sul letto, pensando di poter riuscire a dormire, impossibile, evitare le gocce ansiolitiche, sentirsi un ciccione, un obeso, un fumatore, un puttaniere, un disoccupato, a vita, senza lavoro, senza tipa, senza una vita, un incapace, un inetto in tutto, e stavo male, stavo male da sclero da camicia di forza… e non so neanch’io come ne sono uscito da quello sclero, forse solo pensando di leggere qualche articolo in albanese, così, per rilassarmi, senza capire, senza sforzarmi più di tanto nei concetti, ma solo nelle parole, alla superficie di ogni discorso, gli imperativi che sentivo, le voci dei demoni, i deliri passati che si trasformavano in nevrosi, nervosismo alle stelle, che da domani ci penserò due volte prima di bere troppo caffè, di mangiare at random, sentendomi in colpa, sclerando… la giornata che poteva essere una giornata qualunque, mentre diventava l’inferno, in quegli attimi di sclero da camicia di forza, i pensieri che non stavano più in piedi, il caos, come queste parole a casaccio, senza un filo conduttore, lo star male, star male da camicia di forza, e ora non sapere se conviene o no andare in psichiatria al pronto soccorso, ne ho piene le scatole di star male, per il lavoro, per i soldi, per le puttane, per lo studio, per le amiche, per gli amici, per mio padre, mia madre e Marco, per i dottori e le educatrici, per tutte le altre persone, non so più dove sbattere la testa, e non so più come calmarmi, non lo so davvero più, non c’è più niente che mi dia soffisfazione, che mi faccia stare bene, ho perso i parametri della soddisfazione e del piacere, e tutto è un tormento, è un’angoscia, l’unica certezza è la morte, e non ci sono neanche più libri per consolarmi, non c’è più niente, tutto mi sembra una costante malattia mentale, ogni pensiero, ogni cosa, niente più sta in piedi, e tutto impazzito e senza senso, tutto senza uno scopo, un obiettivo, un fine, e sto male, sto male, quasi da camicia di forza, e se non ci fossero state quei 20 mg di olanzapina probabilmente sarei ancora là, dopo quasi dieci anni, in psichiatria, ricoverato, per uno sclero da camicia di forza…

Ed è forse solo ora di mettersi l’anima in pace…

Ah! E finalmente sono riuscito a dormire in santa pace, senza sogni assurdi, senza idee strane, senza incubi, forse perché sentivo Elena e Marina su Facebook e Vkontakte, e anche Rudina, e intessere un po’ di rapporti, con qualche messaggio da niente, in quei social network, mi aiutava a respirare un po’, a sognare, a credere che ci sia ancora qualcosa in questa vita, qualche relazione, seppure a distanza, da mantenere… continuavo a leggere notizie in albanese fino al tardo pomeriggio e poi, dopo cena, non mi andava più di leggere niente, e mi accorgevo invece degli infiniti modi che avevo per riempire il vuoto dentro di me, tra le religioni, i libri, le lingue, gli oggetti simbolici, e non rimaneva niente, se non la sensazione di vuoto, che avvolge tutto, e che ogni volta mi faceva cadere nell’errore che quel vuoto fosse da riempire, anche con le cose più assurde di questo mondo… mi sdraiavo già di sera, senza musica, senza letture, senza niente, e mi gustavo il relax che ne provavo, la stanchezza, il cervello, forse troppo eccitato, nell’ultimo periodo, che si spegneva, e anche la fantasia erotica non mi disturbava più, neanche il desiderio erotico, e mi rilassavo appieno, senza neanche farmi troppe paranoie per aver lavorato poco, per non stare cercando altri lavori, per non sapere bene tedesco, albanese e olandese, senza fasciarmi la testa se tutti i libri che vorrei leggere non riesco a ricordarli, a gustarli, e mi dicevo che in fondo, ogni tanto, il dolce far niente è meglio dell’iperattività impazzita… e mi ritrovo così in questa mattinata, ancora forse un po’ sedato dalle medicine e dal sonno, senza sapere cosa fare, senza voler delirare come ieri su quegli articoli in albanese, che non portano da nessuna parte, con la sensazione di aver recuperato un po’ di parole con Rudina, Elena e Marina, in inglese, italiano e russo, e forse va già bene così, sentire ogni tanto loro o le altre… e non mi spiegherò mai il sogno di questa mattina, dove ero in un supermercato che sembrava uscito da un edificio vecchio di una scuola, mezza abbandonata, e dentro quello squallido supermercato c’era Eugenia che girava con il carrello, insieme ad un’amica, o forse una sorella, che facevano la spesa e parlavano ancora di Bibbia, e da un’altra parte vedevo Anna K., anche lei a fare la spesa, ma verso il reparto abbigliamento, e io mi perdevo in quel supermercato, anche quando vedevo Lucia, compagna di elementari, ora grande, che si metteva a cantare una canzone napoletana alla cassa, mentre passava i vari prodotti sul rullo, e io mi perdevo e mi trovavo a giocare con dei gatti, un po’ randagi, brutti, malandati e non capivo cosa c’entrassero quei gatti orribili con la cassa, forse li volevo salvare, e poi mi trovavo a fare piani su piani, di quell’edificio, di quella scuola, a scendere gradinate senza fine, solo per arrivare al piano terra, dove c’era l’immenso spiazzo e giardino della scuola, dove vedevo Eugenia andare via con il carrello pieno… non so spiegarmi questo sogno, e non voglio neanche spiegarmelo, sta di fatto che l’importante è essersi riposato, dopo troppe nottate fatte di incubi, forse nati dalla mia mania di lingue nuove: olandese, tedesco, albanese, con quegli strani giochi di parole tra Leida e il suo nome in altre lingue, lei come ispirazione infinita, quando era forse meglio lasciarla stare, lei e il pensiero di lei, insieme a quello di altre puttane, che mi fanno stare solo male, ed è meglio davvero vivere questa vita giorno per giorno, senza aspettarsi apocalissi o stravolgimenti dell’anima e della vita, vivere così alla giornata, senza porsi obiettivi irraggiungibili, accettare questa condizione di poco lavoro, di lavoro avvilente, ma che comunque mi dà qualcosa per sopravvivere, non pensare più in grande, a scappare chissà dove, a imparare alla perfezione chissà quale lingua, mondi alternativi, gente alternativa, stili di vita alternativi, veniamo a pace con la realtà, con questa realtà, e scacciamo troppi pensieri invasivi, che emergono solo in questo grande nulla e vuoto che è questa vita, e non fasciamoci più il capo alla ricerca di chissà quale rivoluzione dell’anima e del mondo… e rimane così questa mattinata, questa giornata, dove non mi va di impazzire di nuovo, di perdermi in cose senza senso, ma neanche di annoiarmi, di cercare spiegazioni onnicomprensive, che sono solo illusioni, ed è già tanto aver scambiato due messaggi con quelle ragazze, da non demonizzare più i social network… e dovrò solo stare attento di non riempire i vuoti della vita con deliri di ogni genere, con manie di ogni genere, con piani assurdi per scappare chissà dove, alla ricerca di chissà quale terra promessa, e devo solo imparare a pazientare, in questo lavoro e vita a bassi ritmi, e ricordarmi che ora non ho più nessun esame da dare, nessuno mi chiederà più di sapere le cose che sto leggendo alla perfezione, ed è ora di accorgermi che ora un obiettivo preciso non c’è più, l’università, e rimane così tutto sospeso, tra questi lavori, questo sentire, queste letture, ed è forse solo ora di mettersi l’anima in pace…