E non mi va di disorientarmi di nuovo…

E sono soddisfazioni, pesarsi dopo cinque o sei mesi dall’inizio della dieta e accorgersi di aver perso una decina di chili, non più ottanta, ma sessantotto, buono, mi dico, e io che avevo paura di pesarmi per non farmi influenzare da chissà quale dato… e le giornate adesso cominciano meglio, ora che ho qualcosa di preciso da fare, essere convinto di andare in officina tutti i giorni, in qualunque caso, e cercare di non dormire dopo pranzo, l’ora dove mi viene più sonno di tutte, e pensieri vagamente depressivi fanno la loro comparsa, solo per poi sparire a metà pomeriggio… la battaglia contro le sigarette invece non è ancora vinta, ci vorrà del tempo, ed è già tanto se riesco a fumarne una a distanza di ogni ora, raramente dei tempi più lunghi, ma poco alla volta mi abituerò… e che strano era ieri sera accendere la televisione olandese e accorgersi di non capire niente, di non essere più neanche affascinato da quel groviglio di parole e suoni, e mi rendevo definitivamente conto che l’utopia di tutte quelle lingue straniere non stava in piedi… mi veniva in mente ancora Manuela, che facevo dissolvere nell’immagine di Era Istrefi, di quella olandese che frequentava l’università, di tutte le ragazze e di nessuna, e aspettavo solo che le medicine facessero il loro effetto e non mi mandassero più in quel mondo parallelo fatto di paroliferazioni e deliri e mezze allucinazioni… era anche interessante leggere il libro di Galimberti su tutte le idee filosofiche possibili immaginabili e da quella lettura imparavo molte cose, un libro conciso, compatto, breve, che riassume in quei termini duemila anni e di più di filosofia, aggiornandoti sulle ultime riflessioni, sugli errori dei filosofi del passato, sulle dottrine che non stanno in piedi, e tanti pensieri di una volta, modi di pensare sbagliati, svanivano… e mi trovo così la mattina, ad attendere che la giornata lavorativa inizi, e non ho neanche voglia di leggere quel libro che ieri pomeriggio mi teneva tanta compagnia, quel libro di short stories horror, che nella loro semplicità volevano dire tanto, come quei racconti sui vampiri, o sui fantasmi, di spiriti di ragazze che cercando di intromettersi in nuove relazioni, o di quella ragazza morta che vampirizza con il suo ricordo la vita di un giovane, rendendolo depresso e facendolo stare male, e quanto vedevo Alina e Leida in quelle storie, e quella storia senza senso con Marina… lei non si è più fatta sentire, e neppure io, non mi va di andare a vedere film russi con lei, a Milano, e non mi va neanche di trovarmi una ragazza, adesso come adesso, mi basta il ricordo di Isabella, e il pensiero di aver perso Leida mi fa stare meglio, mi libera, come altre volte aveva già fatto… non mi va neanche più di sentire troppe canzoni albanesi, dopo che Gentian si faceva sentire dall’Albania con l’intenzione di mettere su un’altra officina, ci chiedeva delle vacanze, della famiglia, ma alla fine si diceva che nessuno aveva voglia di andare in Albania quest’anno, e Rudina non ha più risposto, e sarebbe anche ora di finirla con questa storia, anche se la vaga idea di tornare in Albania per lavoro c’è, e la cosa positiva di tutto questo è che mi dovrei preparare ad un simile viaggio, ad una simile permanenza là di qualche settimana o qualche giorno, e non mi va di sembrare depresso o pensieroso, ma vorrei essere solo più vitale… depresso o pensieroso… come mi sentivo ieri quando accompagnavo mia madre al CPS per l’iniezione, e mi dicevano che sembravo pensieroso, no, gli dicevo, sono solo addormentato, devo rimettere a posto il ritmo circadiano, smetterla di dormire dopo pranzo, cercare di stare sveglio, ed evitare strani modi di pensare che non quadrano, che sono solo fantascienza e interpretazioni sbagliate di filosofie sbagliate… e poi devo anche smetterla di ricadere nell’errore di sempre: cominciare a pensare di fare altro quando c’è poco da fare in officina, perdermi nei pensieri letterari e filosofici e linguistici quando c’è poco da fare, sperare in altro, in altri lavori quando non c’è molto da fare, e far così iniziare deliri su deliri, pensieri che non portano da nessuna parte, anche se ieri mi dicevano sempre la stessa cosa: “Prova a cercare lavoro con la laurea, prima o poi troverai qualcosa…”… il solito errore, perdersi in lavori e mondi altrui, il solito giro di tentativi e riflessioni, la solita frustrazione per non trovare niente di nuovo, nient’altro, modo di pensare che mi manda a male, mentre qui devo solo stare concentrato e fermo sul pensiero dell’officina, e tutto il resto confinarlo soltanto a momenti di tempo libero, libero di leggere e guardare film… film… che stupido che era quel film che ieri mi guardavo: “Dune”, film culto, certo, ma noiosissimo e lento e senza senso, il solito giovane destinato a diventare il messia della situazione, a liberare i pianeti e la galassia, a portare la pace e sconfiggere i nemici, a sposarsi con la bella di turno, a vendicare i torti di chi gli ha fatto male, trama scontata, film lento, troppo esplicativo, senza climax, senza complicati intrecci, in un inglese farfugliato e sussurrato che si faceva fatica a capire, dalle battute neanche troppo originali, un inglese che mi dava tanto fastidio quasi come l’olandese della sera di quella televisione, che poi spegnevo… e non so neanch’io perché in questi giorni mi è tornata la voglia di lingua olandese, forse perché con l’albanese, il tedesco e il russo ultimamente avevo esagerato, o forse perché a furia di leggere in inglese sono sempre più affascinato dalle vocali e dai suoni sporchi, ed è tutto una mania sonora, che so dove porta, di solito, al caos della mente, al disorientamento, tra tutti quei suoni alieni, e non ho più bisogno, come una volta, quando andavo in università, di fare “risciacquo linguistico”, perché adesso non so più immerso in lingue straniere come quando frequentavo quei corsi, e, adesso come adesso, penso che troppe lingue straniere disturberebbero la semplicità e la concentrazione sul lavoro, dove si parla solo italiano, o al massimo in dialetto, e non ho voglia di disorientarmi di nuovo, così come con le lingue, così come nella questione del lavoro e delle tipe… e lontana è ormai l’idea di andare in Inghilterra, così come quella di lavorare da volontario in qualche centro culturale, e spero solo di far chiaro tutto questo nella prossima visita: non mi va di disorientarmi di nuovo… e chissà perché, però, avrei voglia di leggere qualche notizia in olandese, distrarmi un po’, come l’altro giorno facevo con una decina di notizie in albanese, ma non mi va più di pensare di scappare in Olanda a fare chissà quale lavoro, emigrare e vivere all’avventura, ora che so che l’unica sorte che mi aspetterebbe sarebbe quella del cameriere o del barista, di cui non ho neanche esperienza, e di certo a trent’anni non mi prenderebbero così, con il mio modo di fare, le mie lingue stentate, il mio atteggiamento assente e poco collaborativo, e mi devo solo rendere conto di qualcosa: le lingue non le so, punto, le so leggere, ogni tanto, qualcuna, ma parlarle e farle mie non mi va, così come mi danno fastidio troppe parole straniere che non si capiscono, come quel film di ieri, come quella televisione di ieri sera, e se ho voglia di notizie è solo perché ci si mette un attimo a leggerle, e non richiedono molta riflessione o concentrazione, è solo un modo come un altro di far passare il tempo, nell’attesa di cominciare a lavorare, e le vere letture sono quelle di romanzi e saggi, e il resto è tutto passatempo… al diavolo il dottore che mi parlava delle lingue, mia vera passione, da portare avanti, della letteratura, della filosofia, no! Non so scrivere, non ho concentrazione, non ho idee, e se leggo qui è là è solo per riordinare la mente, per mettere a posto certi miei vissuti, ma di guadagnare con le lingue, la filosofia, la letteratura, non fa per me, è tutto solo un grande passatempo, e niente di più…

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Libertinaggio dell’anima senza fine…

Ho rifatto le tette
ti piacciono?
mi fa male qui
c’è il taglio
ma poi passa
sì sono belle
e perdersi nel suo seno
con il volto
con le mani
con la lingua sui capezzoli
a giocare con il suo corpo
toccarla ovunque
nel desiderio impazzito della notte
dopo la voglia di Manuela
che ridava vita
a quella giornata fatta di nero e di depressione
di pensieri suicidi
la voglia erotica dorata
l’esaltazione e l’estasi
erotica
perdersi nei suoi seni e toccarla
ovunque
lasciando liberi tutti i pensieri
che mi vorrebbero fermare
di insanità altrui oppressive
liberarsi nella notte
nel godimento di lei
di Isabella
quel suo volto ovale
e rotondo come quello di una bambina
che mi perderei ancora in notti con lei senza fine
lei e i suoi gemiti d’amore
le mie sporche e dolci parole
i miei stessi gemiti
il mio godere
senza confini
la sua merce abbondante
che ancora adesso godo di lei
come la più bella e deliziosa ragazzina romena
lei e le sue labbra
d’arte erotica
i suoi seni strafatti di voluttà
la mia lingua sui suoi capezzoli
come un bacio all’erotismo
che da solo dà la vita
come la visione di Manuela
ieri sera
che tutto rivitalizzava
l’addio a quei film noiosi
con Marina
che non smuoverebbero neanche
il più pietrificato degli uomini
l’abisso nero e le vette dorate
tra un ricordo lontano di Leida
e un desiderio di celestialità erotica notturna
desiderio senza fine
piacere immenso
nei nostri gemiti
nelle nostre parole senza significato profondo
la sua giovinezza
prelibata
l’addio ad ogni pensiero e idea oppressiva
l’estasi dorata di Manuela
e del ricordo lontano di Leida
goduria dei sensi libertinati
e perdersi sul corpo prelibato di lei
di Isabella
toccandola dappertutto
desiderio che si disperde nella notte stanca
e rivive nell’estasi del giorno
quasi cambiando tutti i colori
dell’anima e del mondo
un campo d’azzurro e di verde
nel paesaggio romeno dell’anima
dove compare solo lei
e la sua amica romena
ragazzina anche lei
come quel ricordo lontano
in macchina
noi due ragazzini
dove allora non avevo avuto il coraggio di non fare niente
ripescare quel ricordo sperduto e d’amore
e farlo rivivere nella notte erotica
dopo ere passate senza sosta
il cristallino azzurro della notte
e dei suoi vestiti
e la luce azzurra dell’angolo sperduto della via
sotto una luna diafana che non c’è
il suo sguardo pieno di vita
di leggerezza e dolcezza
le sue parole senza significato
come una cantante che non sa neanche lei
cosa canta
cosa dice
cosa pensa
puro estetismo erotico
e di piacere
senza rimorsi e oltrepensieri
libertà pura della notte
e desiderio erotico
dopo le allucinanti dorature dell’anima
di una bionda che troppe volte
mi ha mandato in tilt
estasi senza fine
libertinaggio dei sensi
senza confini
toccarla dapperutto
i suoi gemiti di piacere
le nostre voci addolcite e senza profondità
l’estasi della notte
Isabella
toccarla dappertutto
i sensi che si liberano
e il libertinaggio dell’anima senza fine

Oltre il nero e l’oro dell’anima…

La sera, la notte, il rumore della pioggia, quanto mi mancava, dopo tutta la giornata a leggere racconti horror e di fantascienza, la mente piena di influssi e suggestioni, e accogliere la notte nella sua carica nera e grigia settembrina, il suono dei tuoni, il dolce fruscio della pioggia, il fresco che penetrava la stanza, settembre, il mio mese preferito, andare a dormire con tutta la calma del mondo, un leggero sentore di morte, e di chiudersi in sé, mentre i ricordi dell’ultima notte con Leida sembravano un sogno, delle scene e delle parole da non dimenticare, e tanti pensieri se ne andavano via, come esiliati nell’infinita categoria di “pensieri altri”, cose che non mi appartengono, voci e idee di persone altrui, la vastità del mondo e delle sue idee, delle persone con diversi punti di vista, filosofie altrui, altri modi di pensare e vivere, che non corrispondevano a me, Fizi e le sue idee radical chic, Barre e le sue idee da ventenne all’avventura, mai cresciuto, preso nelle sue fantasie da artista fallito, che non cresce mai, i dottori e gli educatori che si fanno certe idee su di me, che non corrispondono a verità, il loro mondo un po’ intellettuale, come se da me si aspettassero chissà che cosa, le mie idee che non erano di me stesso, ma erano solo riflessioni su idee altrui, il fantasma sempre forte di chi sul lavoro giustamente mi criticava, per il mio fare un po’ spensierato, pieno di illusioni, nato come dalle pagine di “La Repubblica”, idee un po’ fantasiose, radical chic, intellettuali, quel mondo di favole che non corrispondeva più, chiuso una volta e per tutte sul nero che calava, sul ricordo di Leida e le sue vesti nere, le sue sigarette dal pacchetto nero dorato, la porta della fantasia che si chiudeva, delle divagazioni, di possibili avventure londinesi, di improbabili collaborazioni in centri culturali, di posizioni politiche sinistrorse all’occidentale, un mondo di lassismo, di licenziosità, un eccesso di pensieri di sinistra occidentale, tante storie e favole sulla realtà, un mondo che si chiudeva nel fondo della notte, con il ricordo di Leida….

E svegliarsi la mattina ancora mezzo rintronato, con un messaggio che bastava a colorare di nero e di depressione e di voglia di morire e di non far niente, un messaggio da Marina, che scriveva di una settimana fatta di film russo in qualche cinema d’autore a Milano, no! Mi dicevo, lasciatemi stare, voi e la vostra Russia, i vostri film, quella lingua, quella ragazza, come si permette di farsi sentire ancora quando ormai era tutto finito? Quando il capitolo era chiuso una volta e per tutte, messaggio che bastava a farmi andare a male la mattina, senza quel caffè al bar che mi poteva risvegliare, e fare la spesa che ero ancora annerito nei pensieri, troppi stanchi, troppo oppressi da troppi racconti, da troppe parole, ancora la scia di coda di quei consigli che non portano da nessuna parte, la scia di coda della frustrazione, liberata solo dal ricordo di Leida, dell’ultima notte…

Il primo pomeriggio e il sonno dopo pranzo che non arrivava, la bulimia di racconti del giorno prima che mi impediva di leggere ancora, i soldi che non arrivavano, cercare sonno là dove non c’era, appesantito nell’anima, indeciso se andare a trovare o no gli amici cinesi al bar, se andare a quella presentazione dei corsi di cultura e lingua russa, Marina che non riuscivo a togliermela dalla testa, risponderle o no? Mandarla a quel paese? Ignorarla? Oppure ancora cambiare i libri in biblioteca, sceglierne di nuovi, preparare nuove letture, niente di tutto questo… mi addormentavo per un attimo solo per svegliarmi, con le tenebre nell’anima, e il pomeriggio sarebbe stato una noia mortale, dovendo aiutare neanche troppo mio padre e Marco che cercavano, inutilmente, di cambiare il citofono di casa, non c’era soluzione, neanche a fine giornata, quel citofono è spiritato da anni, ed è inutile provare a metterlo a posto, che chiamino dei tecnici professionisti, apposta per questi lavori, e lascino perdere di fare le cose da sé, un pomeriggio dove l’unica idea alta che mi veniva era quella di farla finita, di buttarmi giù da qualche altezza incommensurabile, e schiantarmi a terra una buona volta per tutte, e farla finita, la sola idea del suicidio mi salvava, e la noia e il nero e la pesantezza erano mortali…

Arrivava il pomeriggio tardi, arrivavano i soldi, quelli necessari per uscire chissà quando, chissà con chi, e dentro di me maledicevo mio padre e Marco, per avermi fatto buttare via un sabato pomeriggio così, a stare di guardia al cancello, a passare attrezzi, a cercare di capire i rudimenti dell’elettricità, mentre avrei potuto espandere la mia conoscenza, buttarmi a capofitto in racconti da leggere e da scrivere, in lettere senza fine, ma l’arrivo dei soldi e la fine della giornata bastavano a farmi sentire più libero, meno oppresso da quei pensieri, e pregustavo già la domenica, vera giornata libera…

Prendevo i soldi e andavo al Carrefour, erano le sette e mezza passate, Manuela avrebbe iniziato solo alle otto e qualcosa, e il pensiero che lei non ci fosse mi calmava, mi diceva di non avere alcuna paura, la dimenticavo, la barravo dai pensieri, immerso come ero in quella noia e in quel nero mortale… alle casse c’era un po’ di traffico, tutta la gente che faceva la spesa del sabato, del sabato sera, ed era un groviglio di persone, di tutti i tipi, italiani e stranieri, uomini e donne, chi pagava con il bancomat, chi con i buoni pasto, chi faceva la spesa e chi, come il giovane dietro di me, che si comprava una cassa di Heineken, una quindicina, chissà da bere con chi, mi dicevo, in quale occasione, e pensavo a quanto avrei voluto anch’io bermi fino all’impossibile quelle birre, per sognare ancora, per aprire le porte della percezione, per sondare altri mondi, altri modi di pensare, per sognare ad occhi aperti, eppure ricordavo le infinite estasi alcoliche erotiche e musicali ai tempi di Alina, e a come tutto ad un certo punto si era trasformato in inferno, e mi dicevo, per motivi di salute e di dieta, che l’alcol era meglio lasciarlo lì, senza tirare in ballo divieti religiosi, consigli di Eugenia, storie campate per aria, elucubrazioni, la risposta era semplice, era meglio non bere solo per un discorso di dieta, tutto qui, e già mi bastava l’ultima estasi alcolica erotica e musicale, l’ultima notte con Leida, e il ricordo dell’ultima ispirazione perduta… e le due ragazze davanti a me pagavano con i buoni pasto, ma non so che cosa, le linee intasate, diceva il cassiere, la nuova legge che prevede al massimo otto bollini, non so che cosa impediva loro di pagare così, e alla fine se ne andavano pagando con il bancomat… e toccava a me, il mio turno, le mie quattro cose da prendere, una spesa da pochi soldi, mentre già ero contento di cambiare quella grossa banconota, per avere soldi più comodi da spendere altrove, chissà dove, chissà quando, chissà con chi… e stavo per mettere a posto gli articoli nella borsa, il solito rituale della cassa, gli oggetti che passavano sul lettore del codice a barre, il solito suono, e di fianco a me vedevo avvicinarsi qualcuno, che diceva con voce spigliata e scherzosa: “Ma che spesa è questa?! Cosa mi ha detto Elena?!”, ed era lei, visione accecata di luce dorata, l’oro dei suoi capelli, la sua figura non slanciata e i suoi prosperosi fianchi e cosce, vestita di jeans e della solita maglietta blu degli impiegati del Carrefour, era lei con la sua voce dolce e piena di scherzosità, di felice inganno, era lei, era Manuela… andavo in tilt per un attimo, per quella solita bionda, non sapevo se farla passare o farla spostare, e mi muovevo un po’ a destra e un po’ a sinistra, in un attimo, in un attimo in tilt, estasiato da quella visione allucinata dorata del biondo dei suoi capelli, e in quell’attimo mi venivano in mente tutte, Marina e come le avevo parlato di lei, a Manuela, della mia uscita, mi veniva in mente quel messaggio maledetto che Marina mi aveva lasciato la mattina, quello del cinema russo, cercavo di sovrapporre l’oro dei capelli di Manuela con l’oro dei capelli di Leida, e quella visione allucinata ritornava a immergersi in altre visioni dal più lungo respiro, visioni lontane, fatte di nero e di argento delle nottate con lei, con Leida, e mi ricordavo delle ultime volte che avevo visto Manuela alla cassa, senza impazzire più, conscio che dietro di lei c’era solo tutto lo sviamento per Leida, e in quell’attimo, in quell’attimo dove tutti questi pensieri e visioni passavano mi decidevo a dirle: “Devi passare?”, “Scusami”, rispondeva, “Niente…”, le dicevo, e mi mettevo di lato, in quello spazio angusto tra le casse, e la lasciavo passare alla sua postazione alla cassa dietro di me, visione dorata e allucinata, voglia di vivere che improvvisamente ritornava, il pensiero del suicidio che se ne andava via, la voglia di farla finita, il nero dell’anima, e ricordavo quei mesi che ero impazzito per lei, e per Leida, tutto l’erotismo e la follia del mondo, con dei pensieri che sembravano usciti da canzoni pop che raccontano tutto il delirio d’amore e di erotismo, tra insonnie, sogni erotici, nottate di voluttà con Leida, le altre giornate e le altre nottate con Marina e Anna, tutto il caos di questi mesi, e la visione dorata e allucinata di Manuela mi ridava vita, una vita sull’orlo della follia, e cercavo, per non far ricominciare quelle visioni, di guardare il display dei soldi della cassa, il resto dovuto, quanto avevo speso, e mi chiedevo cosa pensasse di me e di lei quel cassiere, che della mia follia per Manuela sapeva qualcosa, visto che quei giorni là mi prendeva un po’ in giro, come facevano i suoi colleghi, e mi dicevo che in fondo mi ero comportato razionalmente, in quel momento, dicendo a Manuela solo tre parole, e che era anche ora di non cascarci più in quella visione allucinata, e allora prendevo la borsa, con gli oggetti sistemati, contavo il resto, giusto, e me ne andavo senza dire niente, guardando solo di sfuggita, con la coda dell’occhio, Manuela, senza osare più guardarla negli occhi come quell’altra sera di tempo fa…

Ero stufo del nero dell’anima, dei pensieri suicidiari, ma anche delle voluttà estetiche allucinate, dei sogni ad occhi aperti, dell’oro che pervade la mente e l’immaginazione, la voglia di vivere era tornata, e me ne fregavo anche se volevo andarmi a bere un caffè al bar nella prima serata, comprare le sigarette, spendere ancora… non avevo voglia di passare dai cinesi, andavo al solito bar, quello del vecchio bestemmiatore berlusconiano, ma là al bancone c’era suo figlio, quarantenne o giù di lì, forse di più, sposato con una negra e con un figlio di qualche anno, forse da asilo o elementari, e c’era lui, al bancone, e chiedevo un pacchetto di Chesterfield rosse, un caffè, e nei miei pensieri, anche di fronte alla televisione accesa su qualche stupido programma dove di guadagnano soldi rispondendo a delle domande improbabili, pensavo a Manuela, quell’oro dell’anima che mi invadeva, dopo tutto il nero della giornata, e sapevo che forse quel caffè mi avrebbe fregato, dandomi l’insonnia, l’irrequietezza dei pensieri, ma me ne fregavo, mi godevo quel caffè e me ne tornavo a casa, con l’energia dorata dell’anima, e il pensiero di Manuela…

E me ne stavo lì, per un po’, nella mia stanza, ad ascoltare musica eccitante albanese, e cercavo di non uscire di senno, come altre volte avevo fatto, cercavo di chiudere la visione allucinata, che era sull’orlo di infestarmi l’anima, e la chioma bionda di Manuela si confondeva con l’immagine appesa al muro di quella cantante kosovara, Era Istrefi, la stessa allucinazione, insieme al volto e ai capelli di Leida, e me ne stavo lì, ad ascoltare musica, concentrato nel non fare esplodere i pensieri, cercando di convincermi di non cadere ancora negli scherzi di Manuela, che mi mandano in tilt, lasciando perdere una nottata alcolica fatta di birra, da comprare al supermercato, ripassando da lei, da Manuela, e mi mettevo lì, nel buio della stanza, a concentrarmi sul nero, mentre l’oro mi invadeva…

E stavo lì per un po’, pensando quasi di non cenare, di stare a digiuno, ma poi la musica stancava, l’effetto dorato di Manuela passava, grazie anche a quella pasticca, e mi mangiavo qualcosa di leggero, convinto solo di andare a dormire, e di lasciare perdere ogni uscita di sabato sera, e mi sdraiavo, convinto di poter rievocare la sensazione di perdizione sotto il suono della pioggia, che ancora cadeva ieri sera, e lasciare andare via una giornata così, senza il minimo cenno di letture, senza il minimo ricordo delle lettere, senza aver fatto niente, se non essere passati dal nero depressivo dell’anima all’oro delle allucinazioni… e me ne stavo lì, sdraiato sul letto, a cercare un sonno che non sarebbe arrivato mai, ed era inutile, come una volta, cercare di capire per chi fossi impazzito nei mesi scorsi, Leida, Manuela, Marina, Anna, Eugenia, Alina, non c’era un senso, e chiudevo quei pensieri, e quella “paroliferazione”, non mi lasciavo incantare dai miei stessi discorsi, dalle mie stesse parole, anche quelle che si erano incantate sulle quattro parole con Manuela, e pensavo che in fondo lei si diverte a vedere andare in tilt certi ragazzi, a mandarli fuori con le sue parole insidiose alla cassa, e pensavo solo che lei in fondo è a posto, convive, ha già il tipo, e ognuna di quelle parole deve essere soltanto un modo per farle passare meglio la serata, lì al Carrefour, per non morire di noia, per divertirsi a prendere un po’ in giro i ragazzi che passano di lì, e la lasciavo stare, e la visione allucinata si colorava di nero, e l’ultima visione di ciò che mi riportava alla realtà, al di là della stregoneria di Manuela, era il pensiero di Alina, di quell’ucraina che tanto mi aveva e mi ha fatto soffrire di amore, di passione, di sconforto, ma anche di estasi dell’anima, e ricordavo la serie dei diari dei vampiri, quel nero che si impadroniva di nuovo di me, la sensazione pesante del vivere, e ritornavo alla realtà pensando all’unica ucraina che aveva attraversato la mia stanza, Larisa, la ragazza delle pulizie, e quando assieme parlavamo della bionda cantante Denisa, morta per cancro, cantante romena dalle canzoni d’amore malinconiche, a volte un po’ mielense, e l’allucinazione d’amore ritornava alla realtà pensando a suo figlio autistico, di dieci anni, al suo vivere facendo le pulizie o altri lavori da badante o infermiera, e mi veniva in mente la banalità della vita, la sua semplicità e scontatezza, il suo lungo fluire nell’arco di tutta la giornata, di tutte le settimane, e non di quell’attimo alla cassa che manda sempre fuori di testa, e la visione di tempi più lunghi, la visione di una vita intera, lei e quel suo figlio, quel suo compagno, la sorte d’Alina e del mio soffrire mandavano via visioni impazzite d’oro, e tutto si colorava di nero, e di argento, e di una luce diafana, e tutto il segreto della fine della follia stava in quella ragazza ucraina, nella timida visione della realtà e delle sue sofferenze, e niente di più, e alla fine di tutto vinceva lei, l’ucraina…

La notte, la notte inoltrata, dove due bicchieri di vino non bastavano, dove non volevo ubriacarmi, dove non volevo fumare troppo, dove quel racconto in inglese non mi soddisfaceva, dove l’insonnia si faceva sentire, e l’unico modo per scacciarla era cercare di rievocare pensieri erotici e voluttuosi, senza tutta quella pesantezza, senza tutte quelle allucinazioni o inizi di visioni accecate, e mi sdraiavo lì, sognando ancora visioni erotiche, eccitandomi, chiedendomi se Anna fosse già tornata dalla Romania, chiedendomi come mai nell’ultimo periodo non vedevo più Isabella là per strada, ed ero stufo dell’abisso nero e delle vette dorate, e decidevo di fare un salto là fuori, per strada, nella notte, con la macchina, con i soldi, alla ricerca di non so chi, per non pensare più, per falciare di un solo colpo la notte e la sua insonnia, con la voluttà erotica di sempre…

Ed era la notte, e la strada, fermarsi di qua e di là, fare i giri in macchina, Anna non era ancora tornata, Leida non c’era, e vedevo solo Isabella dentro la sua macchina, che mi abbagliava con i fari, un segno, un segno che per un attimo lasciavo stare lì, non pensandoci troppo, e facevo un altro giro, di notte, solo per poi ritornare da lei, con il cuore all’impazzata, fermarmi da lei e vederla scendere con quel suo bel volto arrotondato, giovane, di una ragazza neanche ventenne, lei che mi chiamava subito: “Amore…”, con quel fare gentile, dolce, leggero, che già godevo al vederla camminare verso di me, con quei suoi fianchi e quelle sue gambe abbondanti, ma pieno di fascino, con quelle sue calze nere a metà coscia, che la rendevano più sexy, e quei suoi seni che sembravano essersi ingigantiti di colpo, dei seni dove perderci le mani, il volto, la lingua, che già godevo di quella mia passione di toccarla tutta, di toccare un corpo femminile pieno di erotismo e di voluttà, e lei camminava verso di me e saliva in macchina…

“Madò che pioggia, che freddo, meno male che hai acceso il riscaldamento, bravo!”, diceva con quel suo fare cantilenato e leggero, quel suo volto dallo sguardo pieno di luce, quel suo volto ovale e arrotondato, come quello di una bambina cresciuta, quel suo volto da bella ragazzina romena, che vagamente ora mi ricorda Andra e Larisa, o qualcosa al di là di loro, Isabella, la pura bellezza, il puro erotismo, la pura voluttà, che la facevo salire in macchina e già pregustavo tutto il piacere del mondo… “Hai visto? Ho cambiato macchina, l’altra me l’hanno spaccata, che cattivi… adesso ho preso questa che nessuno me la rompe”, ah, sì, avevi la golf azzurra, sì, azzurra poi rossa, e l’assicurazione? Niente, non c’era, e ci fermavamo là vicino, in un angolo della via, non al solito posto in fondo alla via, e già gustavo quegli attimi… mi perdevo nello sguardo dei suoi seni, così abbondanti come non mai, hai visto? Ho rifatto le tette, ti piacciono? Sì, mi piacciono tanto, sono belle, e affondavo le mani là dentro, la sopra, mentre lei si scopriva i seni, lasciandomi vedere quelle tette così grandi da perderci la testa, da toccare, da leccare i capezzoli, da perderci dentro, e mi lanciavo su di lei, a toccarla, le gambe, la figa, il culo, le tette, e godevo di quella sua merce abbondante e godevo sempre di più, sempre di più, a perdermi in lei, e lei mi diceva di spogliarmi, e mi spogliavo, tutto eccitato, e cominciava a servirmi con la bocca, mentre faceva dei gemiti d’amore e di voluttà, e io mi lasciavo andare a parole sporche e zozze, contento di insultarla, di godere, mentre anch’io mi lasciavo andare a gemiti, come non mai, per cambiare un po’ i soliti discorsi, il solito sentire, per lasciarsi andare ad una notte lasciva, mentre ancora godevo di lei, del suo corpo, dei suoi seni, e la sua arte continuava per un po’, senza fine, e alla fine godevo in lei, nella sua bocca, mentre mi perdevo in parole e nel toccarla, liberando tutte me stesso, liberando il nero e l’oro dell’anima, per lasciare una notte fatta d’argento e di azzurro della notte, dei suo vestiti sexy, dei quali godevo, e non c’era estasi più grande, godimento più grandi di quelli, che ancora tutta la visione di piacere si riversa su di lei, e godo ancora al solo pensiero, e mi dicevo che la giornata non poteva finire nel migliore dei modi, e la mattina iniziare così, con il più voluttuoso dei ricordi, le sue gambe, i suoi collant sexy, il suo corpo abbondante, i suoi seni da perderci dentro, e il suo sguardo giovane e pieno di luce, la sua voce dolce e leggera, e non c’era più niente da desiderare, tranne perdersi in lei ancora infinite volte…

E le chiedevo di Anna, quando tornava, e dell’altra ragazza che stava assieme a lei in macchina, non sapeva niente, e non mi importava, mi spillava altri soldi perché mi ero messo “a toccarla tutta”, e con il sorriso e con il piacere le davo quei soldi, estasiato, da lei, dal suo volto, dal suo sorriso, dal suo corpo, e la notte poteva finire così, con tutta l’estasi del mondo, con la mia voglia di giocare con il suo corpo che si era realizzata, e la notte sapeva della mia lingua sui suoi capezzoli, del mio toccarla dappertutto, nel mio perdersi nei suoi seni, che ancora godo al solo ricordo, e non ci sarebbe più niente da scrivere, da desiderare, da ricordare, se non quei momenti senza fine, quell’eccitazione e quella voluttà, quell’andare oltre le regole e i pensieri, oltre il nero e l’oro dell’anima, nel cristallino della notte e nell’argento del suo sguardo, visione di voluttà infinità…

Un sogno moldavo…

E mi trovavo in un luogo sperduto, grigio, ai margini della periferia, con il cielo pieno di pioggia, tra appartamenti e casermoni che sembravano usciti da un film sovietico, nella città di Chisinau, e mi mettevo a camminare su delle lunghe scalinate, che salivano verso non so quale altezza, di fianco ad un palazzo, e la salita era difficoltosa, io, con il fiato corto, che cercavo di star dietro alle persone che salivano su quell’altura, e non sapevo più chi ci fosse a farmi compagnia, se Marina, Diana la moldava, o la prof ucraina di russo, Liana, e mi trovavo come a sorvolare quel palazzo, quelle scalinate, la scalinata interna di quel palazzo che ospitava diverse famiglie, e ad un certo punto, da quei balconi grigi compariva Pyotr Poroshenko, che arrivava in quel palazzo come salvatore, solo per atterrare su un largo balcone dove l’aspettavano un gruppo di mafiosi russi, pronti a fargliele vedere, a riempirlo di botte, e la visione terminava lì, con Pyotr Poroshenko che si sdraiava a terra e le decine di mafiosi russi lo cirondavano… la visione cambiava e continuavo il mio viaggio sulle rampe di quelle scale interne, e nel sogno la visione del volto di Diana la moldava mi guidava, io, alla ricerca di non so cosa, non so chi, e mi vedevo scendere quella scalinata di fianco al palazzo, solo per ritrovarmi su un lungo viale lastricato di grosse pietre, un altro viale che scendeva e poi risaliva, verso una scuola, e camminavo a lunghi passi verso quella scuola, su quella strada di pietre, e ad un certo punto vedevo comparire dalla scuola Liana, che camminava a lunghi passi decisi verso di me, e diceva: “Lo so anch’io…”, e non sapevo a cosa si riferisse, e mi passava di fianco, mentre mi sembrava di essere ora accanto a Diana la moldava, che mi voleva guidare in quel mondo grigio post-sovietico…

E mi svegliavo così, l’altra mattina, pronto ad affrontare una nuova giornata di lavoro, visto che ormai tutt’altro non c’è, tutte le altre cose sono barrate, lasciate nel dimenticatoio del tempo libero, e non c’è più da inventarsi niente, cosa fare, cosa non fare, non più scervellarsi per far valere quella laurea, lasciarla libera così, per leggere e al massimo per scrivere, il giorno che sarà, qualche racconto, mentre il sogno di emigrare in Inghilterra si scontra sempre con la sorte di cameriere o facchino che mi toccherebbe, e tutte le altre cose sono barrate, lasciate libere di scorrere solo nel tempo libero, tra una lettura e l’altra, senza scervellarsi più sul cosa fare…

E mi torna in mente Leida, in questi momenti, l’ultima volta che potrebbe essere stata davvero l’ultima volta, dopo tre anni, una sorta di liberazione, con il suo sguardo e il suo volto e la sua immagine mentre le davo quei suoi due pacchetti di Marlboro Touch, che la storia può anche finire, e si può essere liberi di concentrarsi sul lavoro, investire veramente in questo, e non disperdersi più…

E così comincia la mattinata, che vorrebbe essere fatta di racconti di fantascienza o di orrore, di notizie d’altrove, o di non so cosa, nel più puro piacere del tempo libero, e ancora una volta devo dare torto a Barre, che qui non ha niente da perdere, io sì, e le sue idee giovanili di scappare non stanno né in cielo né in terra, e ora come ora solo il pensiero del lavoro e dei soldi mi fa stare in riga, divide il tempo del dovere da quello del piacere, in una visione semplificata della giornata e dell’esistenza, dove almeno c’è la sicurezza del lavoro, e la sicurezza del tempo libero da investire come meglio credo, e il tempo libero è sempre meglio che sia scarso, per non perdermi troppo in letture e visioni che mi fanno andare a pescare i pensieri e i ragionamenti più strani del mondo…

Non so se questa domenica e questo sabato uscirò con gli amici cinesi, o con quelli italiani, per ora non ne ho voglia, non vorrei farmi portare via da discorsi altrui, dopo l’equilibrio che finalmente ho trovato, e non mi va di disperdermi ancora, e così comincia forse la mattinata, la giornata, pieno di voglia di sfruttare quel poco tempo libero che ho, senza sognare più mondi e lavori utopici, le lettere sono ancora mie compagne, a tempo perso, e neanche l’accettazione di amicizia su LinkedIN della relatrice giovane e bionda di russo riescono a distogliermi da questo nuovo equilibrio, va bene così, con il lavoro, con il tempo libero, e la giornata può anche iniziare…

Prologo…

Un tuffo nel passato, ecco cosa avrei fatto quest’oggi, rileggendo i vecchi post di una volta, sul vecchio diario, ora che dopo la notte di ieri mi ritorna lei, il suo volto, il suo sorriso, e tutte le ragazze di una volta… Andra e il suo volto come una rosa, lei e quei suoi occhi sempre così tristi, il suo volto con quelle lentiggini, che la rendevano più amabile, le decine di volte che andavo da lei, ai tempi della scuola serale, quell’anno là al Pasolini, lei che mi serviva sempre con le sue dolci labbra, là tra i cespugli, o in macchina, vicino al boschetto, il suo dolce servirmi, la sua dolce pelle, che godo ancora al ricordo, come quando mi serviva là in mezzo al boschetto, e godevo nel toccarle le gambe, il culo, che lei mostrava con quei suoi mini pantaloncini, delle gambe non perfette, ma sensuali, già un po’ sfilacciate dal tempo, ma dalle curve di un erotismo senza fine, e quando lei si inginocchiava, di fronte a me, e dolcemente mi chiedeva se stavo per venire o no, lei che continuava a succhiare e a succhiare, come una dannata, fino a farmi venire ogni volta dentro la sua bocca, come il più dolce dei ricordi e delle estasi e delle voluttà, lei, quella ragazza romena che mi ricordava il mio viaggio nel suo paese, anni prima, quando c’era Irina che saliva in macchina con me, per lasciarsi andare, ma allora non facevo niente, e mi sarei rifatto anni dopo, come quando Luisa la bionda mi serviva anche lei dietro i cespugli, noi, un po’ esibizionisti, e a volta mi lasciava lì così, con il cazzo ancora in tiro, senza poterle venire in bocca, o quando ci perdevamo in macchina e mi perdevo a toccarla di dietro, ovunque, sfiorarle la figa, e tutte le volte che me la scopavo, così come mi scopavo Andra una volta, l’ultima volta, prima che se ne andasse via, là nel boschetto, ai tempi della quinta superiore, quando l’immagine di Olimpia di Manet mi ricordava solo lei e la sua bellezza, le infinite canzoni manele di Denisa, che lei diceva che erano canzoni vecchie, già allora, eppure con lei si godeva, sognavo di farla mia, quando mi sarebbe piaciuto uscire con lei a bere qualcosa, lei che ogni tanto si fermava al bar là vicino al bosco, per prendersi qualcosa da bere, qualcosa da mangiare, e quelle volte che la riaccompagnavo in stazione, quando a volte la vedevo passeggiare di lì, tra i boschetti, e ogni volta era una dolce visione, una dolce fantasia, che si risolveva sempre nella sua voce dolce, nelle sue poche parole italiane, ma che mi faceva sempre godere con le sue labbra, che al ricordo godo ancora adesso, come una videoclip porno di infinita voluttà, eppure tutto quello era vero, ed è ancora vero nei ricordi, i suoi lunghi capelli rossi, a volte raccolti in chignon, i suoi capelli leggermente ricci, lunghi e increspati, e le infinite volte là a città satellite, godendo come non mai…

E le notti, le altre notti quando c’era Diana la russa, lei che diceva che si era anche sposata con un italiano, un cliente, e avevano avuto un figlio, e la Mercedes, e poi i soldi erano finiti, e si erano lasciati, lei che succhiava dannatamente, di un arte selvatica, inima salbatica, e quando godevo quelle notti poi con quelle canzoni russe, con quella vodka che bevevo, e sognavo l’università, dove avrei imparato la sua lingua, mentre da solo la studiavo per i fatti miei, e sognavo e sognavo, sognavo Mosca, le sue ragazze, belle come lei, come Diana, dalla bellezza sopraffina, lei che mi diceva che non avrei avuto problemi ad avere figli, visto quanta sborra facevo ogni volta, lei che mi scopava ogni tanto, là dove allora c’era anche a volte quella ragazza kazakha, orientale, come una cinese dalle forme abbondanti, ma aggraziate, quella scopata dove vedevo la fine del mondo, e l’estasi senza fine, di un orientalismo erotico che non conosceva confini, Diana e quella ragazza kazakha, l’erotismo nella sua più alta visione, ai tempi di allora, quando una volta rivedevo anche Katia, dopo un anno o di più, lei che era ancora lì, diceva, e non era un buon segno se era ancora lì, lei che ormai aveva già altri accompagnatori, quell’unica sera con lei che mi diceva che ero ingrassato, che mi ero fatto crescere la barba, eppure anche lei succhiava da dio, con quel suo corpo da favola, come un vero porno dove l’attrice ragazzina è una russa atomica, una figa atomica, come lo era lei, e quando scambiava i soldi con la sua amica, là vicino, perché non aveva il resto, e godevo senza fine con lei, come una volta, nel periodo d’oro, gli inizi di tutte quelle puttane che ora non ricordo neanche più, avvolto da tutto l’erotismo senza fine, quante ragazze romene, quante ragazze russe, in mezzo alle vie, godendo come non mai…

E poi iniziava l’università, forse c’era ancora Andra in quel periodo, e poi facevo conoscenza con Eugenia in università, e mi sembrava che lei sarebbe potuta diventare la mia ragazza, lei che al tempo era entusiasta della lingua russa, io che ero entusiasta della lingua romena e della lingua russa, che sentivo nelle manele, che ascoltavo alla radio, mentre mi perdevo nei melodrammi russi che lei mi consigliava di vedere, e imparavo sempre di più la lingua russa, e mi sembrava di poter raggiungere il mio sogno, parlare in romeno, capire il romeno, capire il russo, ed Eugenia sembrava la ragazza promessa di sempre, quel tipico amore universitario che chissà in che cosa sarebbe fiorito… e passava un anno, così, il primo anno di università, tra studi che mi ispiravano, sogni ad occhi aperti, visioni, e prima del secondo anno andavo in Repubblica Ceca, dove scoprivo giovani che della religione, a differenza di me, se ne fregavano, che si dicevano tutti non religiosi, e Tereza, l’ebrea ceca, mi consigliava di scrivere 750 parole al giorno, come diceva un sito, una sorta di gara di scrittura, una sfida con sé stessi, e in quei quindici giorni potevo recuperare la lingua inglese, che parlavo con la romena Veronica, le ceche Tereza e Lucie, il turco Soner, i giapponesi Satoshi e Yusuke, la coreana Kim, e la tedesca Lea, quindici giorni da sogno, altrove, lontano da casa, con il solito fantasma del bordello ceco, come quella ragazza ceca che mi facevo quando avevo 17 anni, in un altro campo di volontariato, lei che apriva la strada a tutta la sessualità e all’erotismo, lei puttana più grande di me, bionda, che lavorava in Germania, che si prostituiva anche qui, in Italia, per pagarsi le sue spese, ed era là che conoscevo l’amore libero, il sesso libero, e la sua ispirazione anni dopo mi mandava appunto in Repubblica Ceca, dove non avevo però bisogno di bordelli, perché la compagnia che c’era là in quel gruppo bastava, e la cultura di una città di Praga, con il suo cimitero ebraico, il suo ponte sulla Moldova, il castello kafkiano, vincevano su ogni puro desiderio di erotismo, che potevo soddisfare tranquillamente quando sarei tornato da me, sempre là, ai soliti posti, dove una volta c’era Katia, dove c’era Andra, dove c’erano tutte quelle, sempre quelle, che con la loro magia dell’est invocavano altre lingue, altre culture, il passato da sogno di un mondo comunista perfetto, senza la smania dei soldi, di farsi vedere, di apparire, ma con l’idea della fratellanza di tutti i popoli dell’est, le infinite lingue da imparare, la cultura senza fine, il sogno d’amore… ed era già strano incontrarsi con un’ebrea in Repubblica Ceca, la mia identità disfatta si rendeva conto che io non ero ebreo, e che il mondo poteva andare avanti tranquillamente anche senza religione, anche se lì nel campo a volte lavoravamo per il prete ceco cattolico, che ci dava qualcosa da fare, ma non era importante, così come non era importante parlare di altre cose, solo rendermi conto di quanto mi ero affezionato alla musica, alla musica di Denisa e di Gigi Finizio, che a volte ascoltavo là in biblioteca, accanto a dove dormivamo, e chattavo a distanza con Eugenia, sognando di farla mia un anno dopo, l’anno dopo in università, quando avevo paura che lei non continuasse lo studio del russo, e l’avrei persa di vista…

E finiva quell’estate, cominciava il secondo anno di università, poco alla volta avrei perso di vista i miei amici italiani, perché mi perdevo sempre di più nelle classi di russo con Eugenia, sognando chissà quali rapporti con lei, che diventavano sempre più amichevoli, fatti di sorrisi, di sguardi, di allusioni, e insieme si frequentavano i corsi, ci si dava una mano per studiare, così come anche con Alice, quel corso fantastico di cultura angloamericana, dove studiavamo la fantascienza e l’horror, generi che sto recuperando in questo periodo, e che mi affascinano sempre di più, Alice che anche lei si era data all’Est in quel tempo, con quel suo ragazzo ucraino, in Crimea, prima che succedesse tutto il casino della guerra, che lei andava a trovare, mentre a volte lei sembrava provarci con me, ma non avevo nessuna intenzione, io ero votato ad altre ragazze, le ragazze della notte, e scoprivo allora sempre di più le estasi alcoliche, erotiche e musicali, dopo quel viaggio in Repubblica Ceca, dove si beveva tanto, e anch’io cominciavo a bere tanto…

E chissà poi come, stare in mezzo a tutte quelle ragazze, in università, gli ormoni impazzivano, la voglia di loro, il desiderio, e la notte scoprivo lei, scoprivo Xhuliana, ragazza albanese dai capelli corvini e dal viso dalle belle fattezze, un corpo che ricordava quello di Katia, solo più formoso, le infinite nottate e luna con lei, sotto la luna, sotto le stelle, quando mi perdevo nella poesia con lei, con le sue parole piene di energia, come solo le ragazze albanesi sanno fare, lei e le sue infinite cavalcate su di me, quelle scopate che non finivano mai, il suo servirmi con le labbra che non conosceva confini, quella notte che di davamo ad un’orgia a tre, con un’altra sua amica romena, mentre lo facevamo nei sedili di dietro, con Xhuliana, e l’amica romena ci diceva come eravamo belli, mentre lei si toccava lì, e godevo con Xhuliana, che l’avrei voluta baciare, fare mia, mentre lei mi cavalcava e mi guardava con gli occhi vitrei, di un nero corvino senza fine, come i suoi capelli, e quante cavalcate, quante scopate senza fine, che lei a volte smetteva quando cominciava a bagnarsi troppo, e mi finiva con le labbra, con la sua vera arte da puttana… e in quel periodo, periodo dalle emozioni più profonde del mondo, con Eugenia che sembrava poter diventare davvero la mia ragazza, Xhuliana che mi stregava sempre di più, e io che mi perdevo nella musica malinconica e neomelodica di Gigi Finizio, canzoni profonde, e scoprivo allora anche la musica albanese, dalla radio, quella musica un po’ orientale, ancora più orientale delle manele, e ricordo ancora quella notte, quando tornavo dopo essermi scopato Lorita, altra ragazza albanese che ce l’aveva con la polizia, che mi faceva gli sconti, mi ricordo ancora come suonava dentro di me per la prima volta la musica albanese, che mischiava il mio amore per l’Est, non solo più Romania e Russia, ma anche Albania… sì, mi ricordo ancora quando mi scopavo Lorita, lei, a pecorina, come diceva, o quell’altra ungherese bionda, di una sola notte, quando non c’era Xhuliana e non so perché, e tutto lo strascico di quelle emozioni, di quella voluttà, tra alcol, sigarette e musica e puttane e ragazze di università, un’ondata di sensazioni senza fine, mentre in casa aleggiava aria di morte, la morte di mia nonna, orami in convalescenza, morte che sarebbe arrivata da lì a poco, in aprile, il più crudele dei mesi… e mi ricordo come il giorno del funerale mi perdevo nella visione della campagna di Mantova e provincia, dove compariva mia cugina Morena, ex modella, modella come Eugenia, ma più formosa, che mi parlava un po’ in italiano e un po’ in dialetto, e c’era il silenzio poi, le parole basse, il pranzo abbondante con mio zio Elia e mia zia Maria, il pranzo che sembrava per un attimo scacciare tutto il peso di quei sentimenti, il mio desiderio per Eugenia, la mia voglia di Xhuliana, il mio sogno di lingua russa, i sentimenti più profondi e voluttuosi del mondo, e mi perdevo in quel mondo di amore e di morte, come la sera del funerale, che mi davo a Xhuliana un’altra volta, un’ultima sua cavalcata, una delle ultime, quando la riaccompagnavo anche a casa, e lei era sempre forte e sorridente, sempre pronta a tirarmi su con le sue parole, a farmi sentire speciale, come quando mi diceva che non dovevo parlarle del tempo, come tutti gli altri, come quando mi diceva che lei preferiva la musica kosovara a quella albanese, e la notte la riaccompagnavo là, pieno di energia, anche dopo il funerale, e l’amore e la morte si intrecciavano, nel giorno e nella notte, sotto il chiaro di luna, sotto tutti quel labirinto di sentimenti che era fatto di musica e di Eugenia, di Xhuliana, di Lorita, di tutte quelle ragazze che scoprivo, e mi dicevo che solo l’amore per una ragazza può salvare, al di là di tutto, e tutto il resto è inganno, mentre studiavo ancora, un po’ a memoria, convinto che il trucco stesse nel fatto di leggere e ripetere, imparare una parte da recitare ai professori, e non mi chiedevo a cosa sarebbe servito lo studio, studiavo solo per il piacere, mentre intervallavo il piacere delle lettere a quello delle ragazze, in un’ondata di voluttà senza fine, che ancora adesso mi sembra di sentire e vedere, negli occhi neri di Xhuliana, nei suoi capelli corvini, nella sua pelle di cui godevo e che toccava, con quel suo vestito nero e la gonna corta, quel suo sapere ogni volta di sigarette tabacco e liquidi del corpo, un odore strano, un profumo strano che aveva lei, sulfureo, che si liberava in tutto l’erotismo e la voluttà con lei, fino a quando, una notte, non ci davano la multa, la polizia in borghese, ma ce ne fregavamo, lei protestava e diceva che manco per scherzo avrebbe pagato quella multa, io che non mi preoccupavo più di tanto, e dopo che la polizia se ne andava la ricaricavo su, e me la facevo l’ultima volta, la solita cavalcata, e quando tentavo di baciarla lei spostava il suo volto, e mi lasciava solo la guancia, e sapevo che quella storia sarebbe finita lì… non l’avrei più rivista, sarei passato soltanto un’altra sera, e lì al suo posto trovavo un’altra, che mi diceva che lei era partita, in Albania, chissà dove, e non c’era più, non c’era più, non c’era più quella voluttà durata due o tre stagioni, e l’estate, per pura coincidenza, sarei andato in Albania una settimana…

Che strano era sentire il muezzin cinque volte al giorno, là in spiaggia, sentire la musica albanese che allora sentivo solo alla radio, mentre là veniva fuori sempre dagli speaker dei locali sulla spiaggia, fare il bagno sotto le stesse notte che mi avevano ispirato tutta la voluttà del mondo, quelle note che sentivo quella notte con Lorita, e parlare inglese, stare con i miei genitori, e non pensare più alla perdita di Xhuliana, alla perdita di mia nonna, mentre anche quell’estate chattavo con Eugenia, che ora si trovava in Russia, a Mosca, con gli altri compagni e compagne di corso, mentre io ero in Albania, la provincia una volta dell’impero sovietico, e tutto era fatto di magia, tra Eugenia e Xhuliana, quel mondo albanese che sognavo dai tempi di quell’amico delle medie, Dorian, che raccontava del suo paese, e già allora faceva nascere in me tutto l’immaginario dell’Est… e stare per una settimana di fianco ai miei genitori, a parlare, a parlare con mio padre, che di solito non parla mai, a non pensare più al lutto della scomparsa sua madre, stare lì in spiaggia, tra gli albanesi che parlavano italiano, e io che sognavo di rivedere Xhuliana, da qualche parte, non so dove, lei che diceva che era di Valona, e si lamentava che in Italia il mare è troppo lontano, che doveva essere più vicino, come in Albania… e là a Ksamil conoscevo Rudina, ragazzina albanese che faceva la receptionist in quell’albergo, quella notte che con lei parlavamo di Shakespeare, di libri, di romanzi, di canzoni, in inglese, in inglese, come non lo parlavo più dall’anno prima, quando ero stato in Repubblica Ceca, e ogni giorno scrivevo, scrivevo e scrivevo per liberare l’anima, sognando sempre l’amore con Eugenia, facendo poesia di quelle nottate con Xhuliana, di quel lutto, di quell’erotismo, di quella voluttà, di quel labirinto dei sentimenti…

Tornavo in Italia e sapevo che una nuova ondata sarebbe cominciata, là dove ormai i luoghi dell’anima dell’ultimo impero avevano fatto strada dentro di me, l’ultimo impero sovietico, l’Est Europa e le sue ragazze, l’impero ottomano con quel muezzin che cantava sempre in Albania, quella volta che quasi non mi intrufolavo in quella piccola moschea a Ksamil, non so perché, forse per ricordare tutto il mio sviamento per Katia anni prima, quando un delirio holliwoodiano portava con sé tutte le lingue e le culture del mondo, ma in fondo io ero sempre legato all’Est, al mito sovietico, la fratellanza tra i popoli, voler imparare le lingue dell’Est, la lingua di Katia, la lingua di Eugenia, la lingua di Xhuliana e di tutte le altre… tornavo in Italia e cominciava il terzo anno di università e la notte, sì, la notte, avrei conosciuto lei, Alina, la ragazza ucraina… nuova ondata di sentimenti, di sensazioni, dopo il lutto, dopo la voluttà senza fine con Xhuliana, c’era lei, Alina, che mi parlava in russo, e anch’io con lei in russo parlavo, dei diari dei vampiri, delle canzoni romene, russe, albanesi, che mi sembrava finalmente di aver trovato la ragazza dei sogni, scopare come non mai, parlare in russo, godere della musica dell’Est, lei che diceva che senza musica stava male, lei che mi parlava della sua figlia in Ucraina, lei che mi parlava dei diari dei vampiri, che allora cominciavo a vedere in russo, per avere qualcosa da dire a lei, e che profondità, che voluttà, quale erotismo, quali altre nottate e luna con lei, che sembravano non finire mai, godere sempre, ubriacarsi sempre, andare sempre da lei, la notte, come un disperato, un disperato d’amore, perché con Eugenia più che parlare e sorridersi non c’era di più, e io che mi perdevo nella lingua russa, nelle sue canzoni, quell’anno che cominciava tutto il casino con la Crimea, Maidan, la guerra, la situazione ucraina, io che in università una volta facevo una specie di lezione sull’Ucraina, come una specie di esame, una lezione intera, e nei mie sogni sempre lei, nei miei desideri, sempre lei, Alina, Alina, Alina, la ragazza dai capelli corvini lunghi, dal corpo slanciato, dai fianchi abbondanti, dall’erotismo oltre ogni confine, dalla bellezza e dallo sguardo che ad ogni istante ed ogni volta cambiavano, per farmi godere della notte, dell’alcol, della musica, degli studi, mentre la mia vena poetica non conosceva limiti, e si librava nella notte, estasiata da lei, dalla musica d’amore dell’est, da quell’alcol, vodka e birra, che scorrevano a fiumi, e già le dicevo che forse non sapevo come avrei fatto dopo di lei, dopo che lei se ne sarebbe andata, e lei scherzava, diceva che era meglio non amare, che lei conosceva meglio di tutti come funzionano queste cose, che ne averi trovata un’altra, che l’amore sarebbe arrivato da sé, mentre meno me l’aspettavo, e con Eugenia non sapevo più che fare, lei che mi diceva di andare nella sua chiesa, la sua chiesa avventista, e Alina che mi diceva di lasciare stare, che se volevo andare in chiesa dovevo andare in una chiesa normale, come tutti, e lasciare a loro la loro fede… lei che mi diceva anche di non legarmi a niente, di non legarmi a nessuno, che era meglio essere liberi, liberi come la notte e le stelle e la luna che ci vedevano ogni notte parlare in russo, fare l’amore, sorridere e ridere e a volte quasi piangere, tra le nostre difficoltà, i nostri umori sballati, il nostro gettarci ai margini di una via, come due reietti, due disperati nel mondo, lei che mi diceva di smetterla di bere quando andavo da lei, di bere dopo, dopo che la poesia dell’anima e il labirinto dei sentimenti toccava il suo vertice, con quelle canzoni, con lei che a volte si metteva la parrucca bionda, e io scherzavo con lei perché ora assomigliava a Caroline della serie tv, ora assomigliava a Elena, e non sapevo più chi stavo amando, chi amavo, se la ragazza della serie tv su cui proiettavo tutto l’amore per Alina o se stavo amando Eugenia ma non capivo più perché dovevo andare in chiesa da lei, io che ormai ero sempre più convinto che solo l’amore e la passione per una ragazza potevano salvare, ed Eugenia che mi diceva che l’amore di Dio è più grande ancora, ma non ero affatto convinto…

E così non so per quanto tempo, due anni forse, tra il terzo anno e il primo anno di specialistica, forse di più, c’era ancora Alina, e io volevo sempre di più da lei, non solo sesso, ma parole, discorsi, una qualche uscita, un numero di telefono, e impazzivo, bevevo sempre di più, ascoltare la musica era arrivato ad un punto morto, le estasi erotiche, alcoliche e musicali non bastavano più, come era tutto iniziato ai tempi di Xhuliana, lei che mi dicevano aveva fatto un casino dell’anima come non poche, e Alina ancora di più, sempre di più, che una sera alla fine si scocciava e mi diceva: “Senti! Sto lavorando!”, e non c’era più niente, mi dicevo basta, basta con la musica, l’alcol, questa follia con Alina e scoprivo lei, Leida… Leida, ragazza albanese bionda, carica di erotismo, carica di energia, ancora più che Xhuliana ai suoi tempi, ragazza dal corpo dalle curve più sensuali di questo mondo, la nuova Katia, puro erotismo e voluttà, lei e le mie canzoni albanesi che le dicevo, lei che diceva che non amava troppo la musica albanese, preferiva la musica inglese, anche se non la capiva, e cercavo di dimenticare Alina, andando da Leida, e cercavo di smettere di bere, iscrivendomi a Taekwondo e cercando di fare una vita più sana, più equilibrata, con un po’ di fitness, per riprendermi dall’ubriacatura dei sensi con Alina, dall’abisso e dal labirinto di sentimenti, e cominciavo a perdermi senza di lei, senza Alina… ed era utopia erotica, utopia e desiderio senza fine con Leida, scaricare tutta l’energia su di lei, le tante scopate, le tante nottate con lei, lei e quel suo volto affilato, quella sua voce sensuale e suadente, quel suo modo di scherzare e di darmi energia per la vita, facendomi dimenticare i troppi studi, i troppi cavilli e rimuginazioni dell’anima nate da una storia con Alina che ormai non decollava più, che aveva raggiunto un punto morto, anche al di là dei diari dei vampiri, della musica, delle canzoni, delle suggestioni dell’Est… Leida, Leida, Leida, e maledetta quella notte che prendevo una multa con lei, e per un po’ non l’avrei rivista, e mi decidevo, come non mai, ad andare in chiesa avventista, da lei, da Eugenia, sul finire del corso di taekwondo, verso l’estate, e mi sforzavo di non bere più, di non ascoltare più troppa musica albanese, di cercare di evitare estasi alcoliche, erotiche e musicali, e credevo di rifarmi una vita, pentendomi, stando da Eugenia e dagli altri giovani avventisti, a sentire le loro parole, a parlare di Bibbia, di salute, di fitness, come se dovessi ricominciare un’altra vita, un’altra vita che però non iniziava, perché Eugenia non era più la ragazza di prima, la ragazza libera di prima, si era estremizzata, era diventata fondamentalista, e con lei non si poteva più scherzare e ammiccare come un volta, si era perso l’affiatamento, lei che aveva lasciato l’università, al terzo anno, dopo la laurea, io che invece l’avevo voluta continuare, sempre in nome di quella lingua russa che ormai avevo sognato e imparato a parlare con Alina, ora che quel sogno di una ragazza dell’Est, anche se non mi accorgevo, era stato quasi completato, il sogno russo d’amore… sì, Eugenia e la chiesa avventista, imbambolato, incantato da lei, convinto di poter continuare l’amore là dove era finito con Alina, lei, Eugenia che metteva troppi paletti all’anima, non bere, non fumare, stare a dieta, fare esercizio fisico, studiare le scritture, non perdersi nella scienza, nella filosofia, lei, sempre più estrema e io sempre più ritratto in me stesso, in quelle parole, in quei regolamenti, e poi, una notte, il ritorno di lei, la rivolta, il sogno di Leida e dell’erotismo, la cacciata dal paradiso e l’inizio dell’inferno, dei deliri antireligiosi, l’utopia erotica con Leida, che riprendevo a vedere, a frequentare, mentre lasciavo Eugenia e la sua chiesa avventista, per incompatibilità di vedute del mondo e di stili di vita, per non essere ipocrita, e infine per essere libero…

E poi non ricordo più bene, cominciava il tira e molla infinito, le battaglie dell’anima, contro il sesso, contro Leida, contro le sigarette, contro l’alcol, la botta di depressione che arrivava perché con Alina ormai non c’era più niente, e l’ultimo anno di università, quello dove dovevo preparare la tesi, una tesi di cultura russa… e la depressione mi devastava, e i deliri per Leida, che non ricordo neanche più, e le nottate con lei, come quel mio trentesimo compleanno, scoparmela, e così il mio trentunesimo compleanno, scoparmela ancora, mentre passavano così due anni con lei, e neanche me ne accorgevo, tra un tira e molla continuo, lo stile di vita che volevo cambiare, le estasi erotiche alcoliche e musicali che non erano più con me, come ormai non erano più con me né Alina né Eugenia, l’ultimo anno di università, quando la lingua russa era oramai diventata la normalità, tra quelle aule di università, non c’era più magia, né in quella lingua, in quella cultura, in quelle canzoni, Alina aveva portato via tutto, lei e il suo erotismo, la sua arte erotica, le sue parole e la sua voce suadente, la sua bellezza, il suo vampirismo, e cominciava quell’epoca difficile, quella che già presentivo, dopo di lei, dopo Alina… e qui la memoria mi fa difetto, cala la tenebra e si innalza l’oro dei capelli di Leida, della sua bellezza da farmi impazzire, il suo volto affilato, la sua energia che niente avevano a che vedere con il vampirismo di Alina, e non capivo più niente, mentre pensavo di riesumare la magia della lingua russa dandomi ad altre lingue, albanese, tedesco, olandese, come se potessi rivivere di nuovo tutti questi ultimi anni, quasi un decennio, il sogno russo che si era frantumato con il finire della storia con Alina, lo sfumare del sogno d’amore con Eugenia che si dava alla religione, e non mi rimaneva più nessuna, più nessuno, neanche nei nuovi compagni di università, nelle nuove compagne, tutto non era più come prima e neanche me ne accorgevo, avevo perso qualcosa, e non me ne rendevo conto, il sogno d’amore russo di una volta, durato così a lungo, aveva perso tutto il suo fascino e la sua profondità, e nella superficie delirante si muovevano ora parole tedesche, olandesi, albanesi, da far impazzire… un periodo così, di voglia di Leida e di non voglia di nessuna, la depressione per Alina, quella tesi di cultura russa che spostava i cardini del mondo, tra quella figura di Stalin che crollava in me, per gli orrori, e la lingua tedesca e albanese e olandese che volevano essere il fronte anti russo, solo perché con Alina tutto era andato a male, solo perché Eugenia aveva abbandonato anche lei la lingua russa, un disorientamento totale, un continuo gioco tra tenebre e lucentezze dorate allucinanti dell’anima, e sempre Leida, l’unica mia guida in tutto questo caos… l’esaltazione, il perdersi di nuovo, la depressione e lo sviamento, le parole che non bastavano più, neanche le 750 parole di sempre, la poesia che non c’era più, dopo Alina, dopo Eugenia, e l’utopia erotica con Leida che faceva acqua da tutte le parti, e tanta confusione, tanti deliri…

Arrivava alla fine il periodo della laurea, dicembre 2016, e la facevo finita una volta e per tutte con la Russia, ci mettevo una pietra sopra…

Rivedevo Alina, a dicembre, poco dopo, e si spostava l’asse del mondo, tutta l’emozione di una volta ritornava, l’amore, il sogno d’amore russo… il 32esimo complenno, quella notte non con Leida, come gli altri due compleanni, gli altri due inverni, ma a chattare con Marina, ragazza russa conosciuta in università, e augurarle il buon natale, creder di poter riesumare il sogno d’amore russo con un’altra ragazza, una ragazza russa…

E il resto sta qui in queste pagine, da gennaio 2017, l’avventura con Marina, il ritorno di Alina, non più ritorno d’amore, il caos dell’anima con Manuela, la fine dell’università e la fine della depressione, le scopate con Anna la ragazzina romena, unica che mi faceva ancora godere dopo le giornate con Marina, che di amore non aveva niente, tutto l’erotismo con Leida, le nottate erotiche, il desiderio per lei, il mio rimuginare su scuola e lavoro, le frustrazioni, i momenti spensierati, gli apici del desiderio e della voluttà, e sempre lei, sempre Leida, unica costante in questi ultimi tre anni, l’amore, il scettro dell’amore che ormai va a lei, Leida, amore, e il resto è qui, è dentro di me, oltre questo prologo di dieci anni, il resto sta nella sua figura, nella sua forza, nella sua bellezza, nell’erotismo che mi sa dare, nelle sue parole, nel suo ricordo, al di là di tutto e di tutte, ora che forse sta per finire, non si sa, le altre pagine lo diranno, oltre questo prologo…

E sognarla ancora nel buio infinito…

Estasi alcolica e musicale
come era una volta
ecco che ritorna il ricordo
la stessa sensazione
che non era relegata a qualche pagina virtuale
sperduta
era solo tutta l’estasi
di amicizie disperse
di parole piene di energia
di discorsi immaginari
che ti danno la carica
come una volta
il ritorno dell’energia
quando allo studio e alle frustrazioni
dici basta
quando non ne puoi più di te stesso
quando solo la voluttà dell’alcol
e della musica ti possono portare via
come una festa orgiastica
e dionisiaca
che scardina il tempo e i pensieri
e la voglia di lei
sempre di lei
che ritornava
come l’unico e ultimo desiderio
coronare l’estasi alcolica e musicale
con l’estasi erotica
e così era
tra un pacchetto di sigarette
sbagliato e l’altro
un suo dolce sorriso
il suo tenero sguardo
che la facevano sembrare più desiderabile di sempre
sempre lei
oltre i miei sensi di colpa
e le mie redenzioni
ancora la voglia di lei
che la notte non finirebbe mai
comprandosi le emozioni
con la musica l’alcol le sigarette e l’erotismo
che non c’è più bisogno di nient’altro
se non una vita spensierata
e votata con fiducia al lavoro
senza farsi più mille problemi
le parole con lei
la voglia oltre ogni dove
e la voluttà senza fine
che la notte dovrebbe essere infinita
e sapere ancora di musica
nel ricordo di lei
schiacciando con il suo nome
immagini suggestive
che mi portavano male
disegnate sui pacchetti di sigarette
altro che “deve succedere qualcosa per smettere”
bastava lei
il suo nome
il ricordo di lei
a vincere ogni cosa
e ancora la sua immagine mi assale
mi si para davanti
come l’unica bellezza notturna
l’ultimo sogno
l’ultima visione
prima di prendere congedo dalla notte
e sognarla ancora
nel buio infinito

Estasi alcolica, erotica e musicale, Leida…

Estasi alcolica, dopo infinito tempo, “Parla forte!”, mi diceva una volta quell’amico cinese, e dentro di me parlavo forte, sotto l’influsso della musica, pieno di energia, dopo la giornata stupida in quell’agenzia, ritrovare l’energia di parlare con quegli amici, quegli amici cinesi che una volta mi riempivano di vita, al di là di tutti i pensieri deboli, fragili, fatti di preghiere e di paure, nate dalle parole con Eugenia, e il loro coro di avventisti vari, religioni alternative, e altre cazzate… altro che dedicarsi alla cultura, qui c’è da lavorare, e come diceva sempre il medico anche Italo Svevo faceva il bancario, eppure poi scriveva, ed ero pieno di energia, sotto l’influsso della musica, che scorreva come non mai, come ai tempi folli di Alina, l’energia e l’estasi musicale, che niente si può comparare, liberati i pensieri, come una giornata in cui dai l’esame, prendi il tuo voto, e non devi pensare più a studiare… sì, perché quei racconti di fantascienza avevano anche rotto le scatole, e solo l’energia di parlare con mio padre, con Marco, decidere di lavorare con loro, una buona volta per tutte, liberato da tutti i pensieri intellettuali, mi salvava, e mi liberava, senza più frustrazioni… e l’estasi musicale continuava, pieno di parole dentro di me, di musica, e non ci voleva più niente che dimenticarsi tutto, quel periodo terribile della tesi, e tutte le sue frustrazioni e depressioni, non se ne poteva più, e ritrovavo la forza cercando di immaginare discorsi con quegli amici cinesi, altro che amici italiani, un radical chic e un altro che si crede un artista incompreso, un genio, e poi si vanta della sua presunta setta, dove esalta l’autoerotismo, dovresti passare alla prostituzione, gli dicevo, ma lui neanche sentiva, perso nel suo mondo, come nella sua cameretta e nei suoi progetti, e a quel punto non me ne fregava più niente di loro, e immaginavo solo discorsi con quegli amici ritrovati, che forse questo sabato visiterò, e non ci pensavo più, pensavo solo al lavoro, alla fine degli studi, alla libertà, all’essermi liberato di agenzia inglese e di centro culturale in due o tre giorni, e come Leida mi diceva di essere forte, così mi ricordavo dei cinesi di parlare forte, come mi diceva Alex… forte! Forte! Forte! Che non dovevo più lamentarmi se dovevo andare da Leida, basta lamentarsi, mi dicevo, e sognavo già dialoghi con lei, mentre la musica e tre bottigliette di birra mi portavano via, e tutto quello che avevo pensato di aver perduto, tra le pagine di quei diari dimenticati, si risolveva nell’estasi alcolica e musicale che riprovavo stasera, altro che divieti dell’alcol e dell’estasi, dovevo uscire dagli schemi, liberarmi, essere libero ancora, e tutta l’estasi alcolica e musicale si faceva risentire di nuovo riesumando e facendomi comprendere certe mie sensazioni del passato… e tornava la voglia, la voglia di lei, di parlarle, di stare assieme, la voglia di Leida… e prendevo soldi e mi vestivo, chiudevo la musica, che continuava a risuonare in me, e mi precipitavo in macchina da lei… non c’era, all’inizio, e mi fermavo a metà strada là in quel campo, come una volta facevano i contadini, nell’Ottocento, completamente libero, indiavolato come non mai, e pensavo a tutto l’istinto che certi contadini ancora conservano, alle mie origini, a me stesso, all’energia vitale del mondo, che esplodeva… e mi rimettevo in macchina, solo per tornare a casa e riprendere i soldi necessari per fare benzina, e al ritorno la rivedevo, rivedevo lei, Leida, appostata là dove una volta c’era Katia… mi lavavo le mani, mi pulivo, mi liberavo ancora di più, prendevo i soldi necessari e andavo a fare benzina, non il solito benzinaio, che era chiuso, il self service non andava, e allora andavo a quell’altro, sempre sulla via, e mi riempivo di benzina, e di profumo di senza piombo… e mi precipitavo di nuovo da lei, da Leida… e lei era là, già che mi sorrideva al vedermi passare, al vedermi fermarmi, fare il giro nello spiazzo, mentre io da dietro osservavo le curve del suo corpo, delle sue gambe, dei suoi fianchi, che non erano mai stati così desiderabili… mi fermavo da lei, e mi chiedeva subito: “Hai la tessera?” “Che tessera?” “Per prendere le sigarette” “Sì” “Va bene dai allora andiamo” “Dov’è?” “Laggiù in fondo, dopo il cavalcavia” “Va bene”, e già sapevo che sarebbe stata una serata diversa… e chiamava subito il suo amico Albi e gli diceva “No guarda Albi lascia perdere vado da sola” Albi… “Chi è? Il tuo accompagnatore?” “Sì, mi accompagnava tre mesi fa, adesso era andato al Carrefour, diceva, si fa i cazzi suoi” “Sì, qua ognuno si fa i cazzi suoi, è così…”, e facevo il giro del semaforo, mi fermavo lì allo stop, vicino al distributore di sigarette, “No, non fermarti qui, non si può, passano le macchine, entra dentro” “Ah, si può entrare?” “Sì”, e mi muovevo con la macchina sul piccolo piazzale che dava al distributore di sigarette, “Ce li hai i soldi?” “Sì, ho dieci euro, compra due pacchetti” “Quali sigarette?” “Marlboro touch, le solite”, “Va bene”, e dentro di me sentivo l’energia salire… scendevo dalla macchina e pensavo che sarebbe andata lei a comprarsi le sigarette, e invece andavo io, al distributore, quali sigarette, fa vedere un po’, ecco, marlboro touch ’20, devono essere queste pensavo, e inserivo la tessera, la toglievo, inserivo la banconota spiegazzata di Leida, e compravo quei due pacchetti di sigarette, convinto di aver fatto giusto… tornavo in macchina e come Leida vedeva i pacchetti le calava la tenebra sul viso “Nooo”, diceva, “Cos’è?!! Non sono quelle?” “Nooo, perché non sono scesa io, erano quelle nere, non queste! Io quando vado al bar mi danno sempre quelle nere, che cazzo di sigarette sono queste?” “Ah, ho sbagliato, mi dispiace, vabbè fuma queste, tanto le sigarette sono tutte uguali, o senò vendile a qualcuno, non hai altri dieci euro?” “No, avevo solo dieci e un altro venti, fa’ provare queste sigarette…” e se ne accendeva una, e faceva la faccia schifata, “No, queste non mi piacciono! Mi dà fastidio aver speso dieci euro, cazzo, io non ho soldi!” “E vabbè fuma un po’ queste, fattele cambiare, vendile a qualcuno!” “Cazzo!”, e vabbè, tornavamo indietro, e mi sentivo in colpa, timoroso per aver sbagliato, per averla delusa, ma più di tanto non ci pensavo, cosa me ne può fottere di una puttana, pensavo… e tornavamo indietro, al solito posto, al solito luogo, “Cos’è? Qua a destra?” “Sì” e poi a sinistra e poi più in là, lontani dalle macchine, non proprio sempre al solito posto… e poi le dicevo come andava, come non andava, o forse glielo dicevo prima, prima di andare a comprare le sigarette sbagliate, ho risentito i miei amici cinesi, mezzi mafiosi, che hanno un bar, ah, diceva lei, buono, dai, e poi sono andato in agenzia per andare in Inghilterra, ma chi c’ha voglia di fare il barista, di fare il facchino in albergo? E vai in Inghilterra, così trovi lavoro! Macché lavoro! Guadagno di più da mio padre e dal suo collega! Ah! Allora va bene così… e ci mettevamo lì, al parcheggio, mentre lei mi diceva che stasera non aveva voglia, che al massimo a mezzanotte e mezza se ne andava, come Cenerentola… e non vedevo l’ora di toccarla, di toccare il suo corpo, le sue gambe, mentre il desiderio impazzito in me voleva solo lei, solo lei, solo Leida… e mi toglievo gli occhiali, spegnevo il motore e appoggiavo la mia mano sulla sua gamba, le davo i soliti soldi, e mi dimenticavo di quelle sigarette sbagliate, e lei faceva finta di niente… “Dai, spogliati!” “Non lo so, non ho voglia…” “Dici sempre così poi hai sempre voglia di questo” “Non lo so neanch’io cosa voglio…” e intanto mi spogliavo, e cominciavo a palparle il seno, dentro il reggipetto, la maglietta, e godevo di già alla prospettiva di godere, sentivo tutta l’energia liberarsi in me, mentre lei si posizionava per mostrare il suo di dietro, le sue gambe e i suoi fianchi… e cominciava a servirmi, con le labbra, con la testa, con la bocca, con quel suo andare su e giù, e io mi perdevo con le mani nei suoi pantaloni, nelle sue mutandine, nel suo di dietro, e osservavo le perfette curve del suo corpo, mentre lei mi serviva e mi serviva, mentre le accarezzavo i capelli biondi, ed era visione erotica e pornografica, estasi erotica dopo l’estasi musicale ed erotica, e me ne fregavo di Albi, delle sigarette, di ogni cosa, del lavoro, dei soldi, di ogni cosa, e mi godevo come non mai quegli istanti, dimenticavo i discorsi immaginari con gli amici cinesi, con gli amici italiani, al lavoro, in agenzia, ad ogni centro culturale, dimenticavo tutto, e godevo solo di quell’istante, mentre la serata aveva un colore diverso, con quella piccola tappa a comprare le sigarette, come due amici che si conoscono da tanto tempo, come lei che sapeva già che avevo voglia di quello, e aveva già intuito tutto, quando mi diceva: “Massì che hai voglia!”… e godevo e godevo, e le sfioravo i capelli, e le sfioravo la figa, le gambe, i fianchi, e godevo di lei, godevo di lei e le venivo in bocca, con un piacere intenso che non provavo da tempo… e finiva lì, mentre ero ancora eccitato quando lei finiva, in estasi, come non mai, e mi porgeva il solito fazzoletto, mi pulivo, lei si rimetteva a posto, dopo che si era sfilata i pantaloni mentre io mi perdevo con le mani sui suoi fianchi, eppure l’eccitazione non finiva lì… e mi diceva che aveva voglia di andare via subito, che appunto stasera non aveva voglia, lei, di stare lì, e mi chiedeva se volevo una sigaretta, no, grazie, sto già fumando troppo in questo periodo, e mi diceva di andare, e ce ne andavamo, la solita storia dei documenti, a fine mese, e non all’inizio come pensavo, e i soldi che mancano, i soldi… che sembra non contino niente, le dicevo, e lei diceva macché non contano niente, senza soldi non fai niente in questo mondo… e la riportavo indietro, e la lasciavo lì al suo posto, mentre le dicevo che mi dispiaceva per le sigarette, e lei diceva che non importava, andava bene così, fa niente… e la salutavo, pensando chi se ne frega, tanto è solo una puttana, e non ci ho neanche parlato, detto chissà che cosa, le sono solo venuto in bocca come altre volte le ero venuto dentro altrove, e chi se ne frega, ero libero, me ne fottevo, volevo essere forte, sembrare forte, pensare e parlare forte, e me ne fregavo… e me ne andavo dopo averla lasciata lì… e sulla strada del ritorno mi veniva in mente, come un flash, come fare per ovviare a quel mio errore: prendere altri soldi, comprare le sigarette al bar e portagliele lì… e così facevo, tutto di fretta, tornavo a casa, aprivo l’ufficio, rubato i soldi, riprendevo la macchina e passavo al bar, Marlboro touch nere, sottolineavo con la voce, nere, e le compravo, e ripartivo subito in macchina, a cento all’ora, pensando che lei se ne sarebbe andata, visto che ormai era mezzanotte e qualcosa, e correvo in macchina per arrivare da lei, neanche fosse, correvo a cento all’ora per trovare la bimba mia, e la trovavo là, ancora al suo posto, e mi fermavo… “Cos’è successo?” mi guardava un po’ preoccupata, un po’ impaurita, e non dicevo niente, prendevo solo i due pacchetti di Marlboro touch dal cruscotto e le dicevo: “Sono queste? Marlboro touch nere?” “Sì… ma io non ho detto niente… non dovevi…” e mi guardava un po’ sorpresa, un po’ sorridente, e un po’ contenta, e mi diceva se volevo qualcosa, no, le dicevo, lascia stare, ti dò l’altro pacchetto, quello che ho aperto, l’altro vedo se riesco a cambiarlo, ma non dovevi, massì, lascia perdere, e ci scambiavamo i pacchetti, i due pacchetti giusti e quel pacchetto aperto, che lei non avrebbe mai fumato, mi sentivo in colpa, le dicevo, macché, lei mi diceva, lascia perdere, e finiva tutto così, in un attimo, dove fotografavo il suo sorriso, la sua voce melodiosa, la sua semplicità, la sua contentezza, e dentro l’anima sentivo di essermi tolto un peso, di essermi tolto una colpa, di aver fatto la cosa giusta, e mi sembrava quasi di voler bene a quella ragazza, a quella Leida… e non c’era più niente da dire, per non mischiarsi più in faccende di cuore, per non approfondire cose che è meglio non approfondire, sopratutto a qualche mese che lei se ne va via, a qualche settimana, non si sa se poi è vero, non si sa… e me ne andavo via, lasciandole i pacchetti, prendendo quel suo pacchetto, che neanche guardavo, e non vedevo davvero l’ora di fumarmi una sigaretta, là al deserto d’asfalto…

E arrivavo là al deserto d’asfalto, là dove decine di volte tornavo dopo essere stato con Alina, dopo tutte le estasi alcoliche, erotiche e musicali di una volta, e avevo la stessa identica sensazione, la stessa sensazione di quando c’era Alina, ma questa volta era per Leida… e non era la poesia, la lingua russa, i diari dei vampiri, no, era la voluttà, l’estasi musicale, l’erotismo, il calore, la vicinanza, l’amore, in una parola, l’amore che mi mancava a farmi sentire così, anche senza storie universitarie, senza altre compagne, senza niente, era solo la voluttà della notte, le estasi alcoliche erotiche e musicali, il senso di aver fatto la cosa giusta con Leida che mi faceva sentire così e aprivo quel pacchetto di sigarette di Leida, quello con le immagini stupide che a volte suggestionano, e mi fumavo quella sigaretta, quella strana Marlboro touch, là, nel deserto d’asfalto, dove tutte le sensazioni ritornavano… e mi fumavo quella sigaretta, e riprendevo la macchina e facevo il giro, dopo aver sistemato le sigarette nel mio portatabacchi rosso, e lanciavo il pacchetto dal finestrino della macchina, facevo il giro della rotonda e lo schiacciavo sull’altro lato della strada e andavo a parcheggiare là al Carrefour, dove piantavo la macchina davanti all’Aumai e mi sdraiavo lì, in macchina senza pensare più a niente, solo pensando a Leida, al pacchetto di sigarette, alle stupide immagini, e l’immagine di Leida vinceva ogni possibile orrore, ogni cosa, ogni pensiero, ogni preghiera, ogni discorso debole e avvizzito, lei vinceva ogni cosa, dopo tre anni, dopo tre anni ancora, e l’estasi alcolica erotica e musicale ancora regnava in me… e mi mettevo lì, a perdermi nella sua immagine, nelle sue parole, nel piacere intenso e non c’era più storia, non c’era più niente, e l’anima era liberata in quell’estasi alcolica erotica e musicale, come non era da tempo…

Voi che di me raccontate cose che non corrispondono! 

Vaffanculo! Ancora una volta! Il dottore e i suoi consigli da strizzacervelli! Il suggerimento di quell’amico di scappare da qui e andare in Inghilterra, da qualche parte, perché ovunque è meglio di qui, ma dove? Parlare ieri sera al telefono con quell’amico di una volta, vai altrove, come hanno fatto in tanti! Cosa hai da perdere? Luca non è andato via, non ci ha provato a inseguire la carriera con la chitarra, diceva che con la musica non si campava, e Marcello è andato in Inghilterra ma poi è tornato, perché? Loro qui avevano una casa, avevano la prospettiva di un lavoro, uno nell’informatica, l’altro nelle assicurazioni, insomma, avevano qualcosa, non il niente di quell’amico che vive nelle case popolari in affitto e progetta ogni giorno storie e fotografie da presentare nel mondo dello showbizness, sognatore folle? Forse… E mi facevo imbambolare dalle sue parole di ieri sera, vai altrove, vai all’estero, tu che le lingue le sai! Un po’ come il dottore, spero che a ottobre mi dirà che sta per partire per la Russia, o per altrove… ma partire dove? Per dove? E oggi andavo in quell’agenzia per trovare lavoro in Inghilterra, e già sul tragitto ci ripensavo su, mentre leggevo quei racconti di fantascienza in inglese, io le lingue non le voglio parlare, io le lingue non le voglio sentire sul lavoro, all’estero, io le lingue le ho studiate solo per leggere e avere informazioni in più, per motivi filosofici e di conoscenza, per non incancrenire il cervello, per godermi i film e i romanzi in lingua, le notizie di altrove, altroché imparare a parlare o lavorare! E al diavolo anche tutti quei pensieri, vivere in ostello, con gente che non conosco, animali, gente che pensa solo alla pancia, convivere con i giovani, i ventenni, quando io ho trentanni suonati, stare là all’estero senza poter leggere, guardare film, avere un attimo per sé, senza la prospettiva di ragazze come Alina, come Leida, senza nessuno, trasportato via dal mondo del lavoro, e che lavoro… sì, andavo in agenzia e sapevano solo offrirmi lavori da cameriere, facchino, barman, stiamo scherzando?!! Certo, poi mi dicevano che lì potevo trovare il lavoro che volevo, se me lo cercavo, e utilizzare i loro ostelli, ma andare in Inghilterra per fare che cosa? Cosa me ne faccio della laurea, questa grande illusione su cui operatori ed educatori continuano ad insistere? Non me ne faccio niente, mi serve solo per capire meglio cosa leggo e le cose di cui mi informo, le cose che coltivo, ma non mi interessa di certo parlare del più e del meno in un’altra lingua, o sul lavoro, quella gente mi ha proprio capito male, e al diavolo i loro discorsi di andare all’estero, di imparare a parlare, di offrirsi come volontario! Vaffanculo! Loro e i loro discorsi che fanno più male che bene, e già me ne accorgevo andando verso quell’agenzia, sarebbe stato un pomeriggio perso, o forse guadagnato per capire di più quello che voglio: soldi, un lavoro che non mi strizzi il cervello, il tempo libero per coltivare filosofia, lingue, letteratura, un tempo tutto per me! E al diavolo i loro consigli, il valore della laurea, le qualità che loro mi attribuiscono: parlare in lingua, conoscere bene la cultura, la letteratura, ma chi ce le ha queste capacità? Loro si immaginano cose che non sono, hanno tutti una falsa idea di me, e ogni volta mi faccio imbambolare dalle loro parole su di me, che non mi corrispondono! E allora sì, è servito a qualcosa questo pomeriggio all’agenzia, capire me stesso, i miei desideri, le mie passioni, il senso di libertà che coltivo, nel tempo libero, e la voglia di non perdermi più in elucubrazioni di andare chissà dove, di sognare altri luoghi che non esistono, una vita giovanile che ormai non fa più per me, le lingue da parlare che non ho neanche voglia di parlare in italiano, figuriamoci in inglese o in russo, vaffanculo! L’unica cosa che mi rimane, che coltivo ancora è la lettura, lo studio, non importa in quale lingua, la visione di film, ancora una volta per studio, come se dovessi un giorno scrivere qualcosa, inventare qualcosa io, un racconto, un soggetto, un film, qualcosa così, anche se poi so che neanche questo è vero, studiare mi serve solo come autodifesa, diceva Woody Allen, solo per capire meglio il mondo, per non farmi fregare da discorsi, da altre ideologie, da storie di ogni genere, un meccanismo di difesa per non essere imbambolato ancora, come lo sono stato in questi giorni, dai discorsi altrui… e tutto quello che ho fatto, scrivere al centro russo, andare in agenzia inglese, era tutta una specie di esperimento per verificare la mia tesi: quella gente diceva cazzate, io non corrispondo al racconto che loro si fanno di me, punto! E sono stufo di pensare e scervellarmi, come quello strizzacervelli ogni volta fa, che non gli va mai bene niente, che io lavori con mio padre e Marco, che non utilizzi la laurea, che mi continui a vedere con quelle ragazze, e la dieta e tutto il resto, e le medicine, e la religione, e tutte storie da strizzacervelli, che fanno più male che bene, e meno male che dovrebbe essere gente che ti aiuta, come quell’altra educatrice che più di altri casini non ha fatto! Che vadano al diavolo! Loro e quegli amici che di me non sanno niente, perché io non ho mai svelato niente di me! Sono stufo di seguire la loro linea di pensieri, i loro ragionamenti, me ne fotto, una volta per tutte, e lo ripeto, le lingue a me servono solo per leggere altra roba, staccarmi dall’Italia e da questo mondo chiuso su stesso, questo mondo rappresentato dalla lingua che lo circoscrive, le lingue a me servono solo per espandere i confini della conoscenza, e del resto non mi importa niente, altro che parlare e capire persone altrui, andare all’estero, per che cosa? Quando i miei soli interessi si concentrano su libri, film e notizie, e tutto il resto è un di più senza senso? E poi, a pensarci bene, ci perderei andando all’estero, qui bene o male ho un lavoro con mio padre e Marco, le prospettive di guadagno ci sono, e non mi devo sforzare di parlare chissà quale lingue, di sapere chissà che cosa, e lo stress è limitato all’anarchia del programma della giornata, che non si sa mai cosa si fa il giorno dopo, tutto qui, e poi ho il tempo libero, il tempo libero per conservare i miei interessi, ma quella gente questo proprio non lo capisce, e mi vorrebbe forzare chissà verso cosa, chissà verso dove, e sono stufo, stufo ancora una volta di tutta questa gente e dei loro consigli che di me non hanno capito niente! Sono stufo! E ora non mi va più di pensare! Al diavolo i centri culturali, il volontariato, l’andare all’estero! La giornata è giunta al suo termine, lasciatemi leggere in pace, ascoltare la musica, lasciatemi fare la mia camminata serale e non rompetemi più i coglioni con le vostre storie, voi che di me raccontate cose che non corrispondono! 

Per quelli che non sanno come funziona il mondo…

E bastava solo una notte per rendersi definitivamente conto dell’irrealizzabilità di quell’idea nata da educatori e compagnia bella, non esiste nessun centro culturale dove fare il volontario, perché il mondo non funziona così… prima di tutto una laurea ce l’hanno tutti al giorno d’oggi, ed è dagli anni ’60 che il titolo di laurea si è svalutato, con l’università che si faceva di massa, aperta a tutti, pronta a soddisfare tutte le esigenze di quei giovani sognatori che avevano ancora voglia di prolungare il mondo scolastico, una sola laurea al giorno d’oggi non conta niente… e inoltre non me la sento e non me la sentivo, e vivo invece questa liberazione dalla Russia come manna dal cielo, come un’entrata nella terra promessa che mi libera dal faraone che per troppo tempo mi aveva tenuto nelle sue grinfie: il mondo russo… e mi sveglio così, pieno di vita e di libertà, consapevole del fatto che non ci sarà nessuna risposta, che quel progetto non nato neanche da me era solo un castello nell’aria di chi queste cose non le comprende, chi sono io per propormi come volontario, quando ci sono centinaia di studenti e studentesse più bravi e volenterose di me? Perché chiedere di andare in Russia quando non ho neanche i soldi, non ho neanche la voglia di confrontarmi con altri giovani russi e russe, quando già Marina ha affossato ogni mio sogno, una volta e per tutte? Altro che la delusione per Alina, certo, anche questo c’entra, ma non è tutto, la sola idea di ritornare tra libri russi, in quella cultura, in quell’ambiente universitario mi soffoca, e mi ha già fatto rivivere in piccolo gli incubi durati tutta la fine dell’anno scorso, prima della laurea, non vedevo l’ora di liberarmi dalla Russia, da quella tesi, da quel mondo, e me ne sono accorto ieri notte, quando ho rivissuto in piccolo tutti i miei pensieri di allora, guai a ritornare nella mania russa! Altro che iscriversi o prepararsi al dottorato! Chi riuscirebbe a seguire un progetto, un’ipotesi, qualcosa da seguire sette giorni su sette, otto ore al giorno o di più? Sono stufo della Russia, delle idee fisse, e quella gente proprio non vuole capire che ormai con la Russia c’è il disamore, e inutilmente continuano a dirmi: “Segui qualcosa che ti piace, vai in un centro culturale, vai a fare volontariato all’università della terza età, a insegnare cultura russa!”, ma in che mondo vivono?!! Innanzitutto la Russia non mi piace più, la lingua russa la parlo a stento, e oltre le conoscenze degli anni di università di quella cultura non so niente, in Russia non ci sono mai stato, e non ho intenzione di andarci, e chi sarei io per propormi come volontario? Nessuno, o forse solo uno dei tanti ex studenti, e questo la prof lo sa bene, come saprà bene come tanti studenti a volte avranno delle crisi di nostalgia e vorranno ritornare sui propri passi universitari, solo per rendersi conto che quel ritorno al tempo perduto è un errore… e a questo punto non andrò nemmeno a quell’open day, dove in fondo l’unica cosa che propongono, alla fine dei conti, sono solo corsi in lingua russa, corsi di conversazione, che non portano da nessuna parte, ti fanno spendere dei soldi e assomigliano tanto alla scia di coda dell’università, di chi ancora non si è arreso e non si è reso conto che con un po’ di cultura così e una lingua conosciuta scolasticamente non portano comunque da nessuna parte… è finito il fascino del comunismo, il comunismo come la fine dei tempi, il mondo messianico, è finita l’illusione di parlare con una ragazza russa, di avere una storia con lei, di parlare in russo, per questo c’è già stata Alina, e riesumare quelle sensazioni con Marina non è servito a niente, tutto nasceva da un’attrazione erotica sperduta per quella ragazza russa di una volta, Katia, ma questa scia ha ormai fatto il suo corso… e sono così libero, libero dalla Russia, dalle incombenze da studente e da laureato, dalla mania russa, e mi sento finalmente libero di perdermi e ritrovarmi in altre lingue, in altre culture, in altri libri, in altri film, come puro consumo culturale e di intrattenimento, senza dover niente a nessuno, senza dover scrivere saggi o research papers per nessuno, dopo gli anni di studio torno ad essere un semplice consumatore di prodotti culturali, e niente di più che questo… e sono stufo di sentirmi dire che ho finito bene gli studi, che meriterei qualcosa di più, che dovrei far crescere i miei studi e i miei interessi, le mie passioni, no! E’ un po’ come ieri sera quando mi allenavo, puoi essere convinto di star facendo bene ginnastica, di far esercizi difficili, ma rimani comunque rinchiuso in casa tua, convinto di essere chissà chi, quando sei solo una rana che non è mai uscita dal pozzo, che non gli va di confrontarsi con gli altri perché saprebbe che in fine dei conti sei solo una specie di nerd di libri, lingue e film, e sai bene che è tutto solo un modo per passare il tempo, per divertirsi, per svagarsi, e che da queste cose non nasce niente… basta aprire il quotidiano della domenica, l’inserto culturale, per capire quanto è vasto e complesso il mondo, che la tua laurea non vale niente, neanche i tuoi sogni di una volta di scrittorucolo, che non riuscirà mai ad aprire una vera e propria storia, e finirla, perché non ha niente da dire, e tanto meno saprebbe come dire qualcosa, anche se avesse un’idea… e alla fine è tutto politica, anche la letteratura, i film, la cultura, è tutto un ambiente che si muove sotto messaggi ideologici, culturali, politici, e te non hai la voglia, né hai la stoffa di metterti in gioco, servirebbe una mentalità un po’ ottusa, fissata con le proprie idee, convinta di poter dire qualcosa, che ci crede alle proprie illusioni, ma te sai che è tutto un’illusione e il mondo della cultura, così come quello della politica, è solo arte dell’inganno e delle menzogne, a cui troppa gente ancora crede… non mi va più di entusiasmarmi per niente, solo per poi scoprire che era tutto una visione cristallizzata, immobile, che pensava di poter spiegare tutto, mentre era solo uno dei tanti sogni che costellano la mente, una delle tante illusioni, una delle tante fiction dell’anima che non porta da nessuna parte, e dopo l’apocalisse di dicembre-gennaio sono stufo di questi ritorni di fiamma verso le illusioni… cosa rimane? Rimane ancora la voglia di perdersi in consumo culturale, tutto qui, per non far incancrenire la mente, per tenersi aggiornato, ma sono lontano dal proporre qualcosa io stesso, da commentare e criticare gli altri, da conoscere bene le altre cose del mondo, no! Sono libero ora di perdermi dove meglio credo, senza capi, senza obiettivi, senza scopo, così come viene, in pura libertà, senza dover niente a nessuno, senza dover spiegare niente a nessuno, la cultura come puro consumo, tutto qui… e non mi interessa neanche leggere quegli articoli dove dicono che bisogna saper bene le lingue, che ai colloqui di lavoro ti possono tranciare la carriera se le sai male, altri articoli che ti dicono che bisogna scappare dall’Italia, che altrove c’è lavoro, e tutte queste cose, e gli intellettuali, e la cultura e il lavoro, non mi interessa! Lasciatemi fuori dai giochi, che io non ho intenzione di entrarvi, né voi avete intenzione di farmi entrare, lasciatemi così, vivere la mia vita senza di voi, senza macchiarmi di giochi di potere e di influenze, di visioni culturali, di servire altri parlando altre lingue, di conoscere il mondo, di studiarlo come vorreste voi, no! Non fa per me, mi tolgo dai giochi così come voi mi avete tolto dai giochi, non mi va di servire nessuno, non mi va più di credere alle vostre narrazioni, che si deve lavorare, fare un lavoretto saltuario e seguire le proprie passioni, i propri interessi, qui è passata l’apocalisse, dove altre volte era già passata, e nessuna idea può portarmi via, ormai non credo più a niente, non credo più ai vostri discorsi, non ci credo più, e sono stufo anche di sentire gente che a certi discorsi ci crede, e vorrebbe consigliarti di finire nel mondo delle illusioni, il mondo non funziona così, nessuno ha bisogno di volontari, io non ho bisogno di loro, la laurea non vale niente, le lingue non le so bene perché in fondo non le ho mai volute parlare, il mio rimane solo una questione estetica e di piacere, di svago: leggere in altre lingue, stop… non cercate di ingannarmi ancora, di ingannarvi anche voi, avevo già intuito come andava il mondo, e quella mail di ieri è solo servita a confermare le mie intuizioni, e sarò solo contento di dire ad educatori e gente varia che loro si sbagliavano e avevo ragione io: le tue passioni non valgono niente, la gente te le soffoco, e anche se sapessi qualcosa tutto questo è solo una goccia nell’oceano, e non c’è via d’uscita, se non la via della libertà, di liberarsi da quei vecchi sogni, da quelle vecchie passioni, e se ne esce solo dopo un’apocalisse dell’anima, dove finalmente ti risvegli al mondo, come un illuminato, e ti rendi conto della falsità del tutto, dei tuoi sogni, di ogni mondo che ti eri creato e nel quale vivevi, dell’inconsistenza delle tue passioni e dei tuoi interessi, e non c’è discorso che possa salvare, anche quelli sinuosi e suadenti di chi ti sprona ancora a credere in te stesso, nei tuoi studi, quando non c’è assolutamente niente da fare… sì, l’università è stata un bel periodo di inganni ed illusioni, un nutrimento infinito di sogni, che sono crollati su se stessi di fronte alla realtà del mondo, e questo l’hai capito nei tuoi viaggi infernali, nel mondo dei morti, nel nero della depressione, che però alla fine ti ha risvegliato e ti ha fatto comprendere quel mondo che hai sempre detestato, e che continui a detestare, per studiare servono soldi, convinzione, una qualche specie di mania e idea fissa, ci vuole ambizione, così come nel mondo del lavoro, bisogna saper proporsi, sapersi vendere, avere la faccia tosta, entrare nei meccanismi del mondo che hai sempre rifiutato, e tutto questo non fa per te… e allora me ne frego, continuerò a vivere così come viene, finché si potrà, lavorando ogni tanto con mio padre, con Marco, l’ultima spiaggia, il mondo vero, quello dei più, dei reietti, degli sconfitti, di chi non ha la faccia tosta come in quel mondo di intellettuali, studiosi, mezzi politicanti, professori, è un mondo che non fa per me, un mondo che vende sogni e illusioni, che non ti permette di passare dalla loro parte anche quando vorresti, non sono organizzazioni di beneficenza, e lì le logiche di mercato più le logiche politiche escludono tanta gente, e ti fanno vedere come va il mondo, non stiamo qui a prenderci in giro, per favore, il mondo non va così come pensano quegli educatori e gente varia, e avevo solo bisogno di una conferma, una conferma che arriverà proprio perché non ci sarà risposta, alla fine avevo ragione io, e sarò contento di dirglielo, a quella gente lì, che si sbagliava, su di me e sul mondo, e che l’unica via non è neanche chissà quale regolamentazione del lavoro, del mio lavoro, delle mie occupazioni, scappare chissà dove, far fruttare la laurea, no, l’unica via è la libertà da quel mondo che mi sono lasciato alle spalle, libero di perdermi nel consumo culturale, senza aspettative ed obiettivi, con la cultura non si campa, dicevano, è vero, ma almeno serve ad orientarti nella vita, e non mi interessa di lavoro regolamentato, paesi stranieri dove fuggire, lingue da parlare, crediti pensionistici, aspirazioni accademiche, no, lasciatemi vivere libero, e non intralciatemi più con le vostre visioni che non sanno come funziona il mondo…

NO! IO NON VOGLIO!

Vaffanculo! Chi me l’ha fatto fare di ricontattare la relatrice della tesi di russo per sapere di collaborazioni, viaggi in Russia, dottorati, vaffanculo! Lei, la Russia e tutta quella gente che mi dice di ridarmi alle “mie passioni”, ai “miei interessi”… da un anno ormai, e forse di più, la Russia non mi dice più niente, e non ne posso più, così come non ne potevo più già un anno fa, e non so come non siano riusciti ad accorgersi di questo mio odio viscerale per questo paese, nonostante Alina, nonostante Marina, nonostante la tesi, nonostante oggi mi mettessi a leggere il romanzo di Pelevin in russo… vaffanculo! Quando mai ho mandato quella mail alla prof, che spero proprio non risponderà, così come è giusto, cosa diavolo vuole uno studente mezzo rincoglionito? Che si cerchi la sua strada, con o senza Russia, la nostra non è un’organizzazione di beneficenza o un’associazione che aiuta i malati di mente, che quello studente si faccia i fatti suoi, e sarà meglio appunto che neanche mi rispondano… sono stufo, stufo di essere tirato di qua e di là dai consigli altrui, dalle parole altrui, che mi mandano sempre fuori pista, stavo così bene nelle mie letture di puro piacere, nella mia ricerca senza scopo di lettere e storie, e ora ci mancava solo questa, che mi mettessi a ricontattare i prof di una volta, come per rievocare un passato che non c’è più, che era bello solo finché c’era Alina, finché c’era Eugenia, ma poi, dopo anche il ricordo sbiadito di Katia, non c’era assolutamente più niente… ed è giusto così, forse, mandare questa mail per farla finita una volta per tutte… mi ha scaricato Leida, mi ha scaricato Marina, mi hanno scaricato quelli del centro diurno e del cps, mi ha scaricato la barista marocchina, mi ha scaricato Rudina, e mi ha scaricato a prima vista Manuela, e non ci sono parole che mi possono confortare, neanche quelle del CD e del Cps, che mi dicono di seguire le mie passioni, quali passioni?!! Quali passioni?!! Se tutte le passioni di una volta sono morte, sono morte così come è morto il mio vecchio blog, tra la fine dell’anno scorso e l’inizio di questo, rivedendo Alina, dopo un anno, e capendo che tutto era un’illusione, i miei studi, le mie passioni, e ci mancava questa gente che si introducesse nella mia anima intima per farmi perdere la strada, e ora sto più male di prima, altro che gente che deve aiutare e curare! IO NON VOGLIO! NON VOGLIO ritornare a occuparmi di Russia, a scervellarmi per parlare in inglese e in russo, IO NON VOGLIO! Non vedevo l’ora che finisse l’università e finalmente è finita e ora cosa mi consigliano? Ritornare tra le grinfie di chi mi aveva affossato l’anima con quegli studi?!! Non se ne parla proprio! Sono stufo anche di questo mio stato d’animo, tra il depressivo e il frustrato, e magari fossi depresso! Potrei dormire tutto il giorno, senza fare niente, ciondolarmi nei miei pensieri suicidiari, e mandare a quel paese il mondo intero, e togliermi dalla vita una volta per tutte, dalle sue preoccupazioni e dai suoi inganni, e invece eccomi qui, ad aspettare una qualche mail, una qualche visita a qualche open day di lingua russa, qualche chiacchiera a chissà quale centro per farmi dire che l’unica cosa che dovrei fare è andare in Russia a mie spese e continuare a studiare, con quali soldi? E perché poi la Russia quando tutto era nato da quella ragazza, Katia, che di danni all’anima ne ha già fatti troppi, così come Alina e Leida, e non rimane più niente, non rimane più niente, IO NON VOGLIO parlare le lingue, non voglio più occuparmi di cultura e storia e lingue, IO NON VOGLIO!!! E chi mi consiglia che cosa?!! Che cosa?!! Ritornare all’inferno?!! Che ci vadano loro in Russia! Che vadano loro a fare i volontari non pagati per qualche centro culturale! Mi ero acquistato la libertà con la fine dell’università e dovrei forse tornare in prigionia? Come gli ebrei fuori dal deserto che rimpiangevano la schiavitù? Non scherziamo! Non scherziamo! E’ già bastata questa mail a farmi capire tutto, questa mail che non avrà risposta, così come non ci sarà nessuna mia partecipazione all’open day di quell’associazione, non ci sarà perché la strada per la Russia, nella mia anima, è sbarrata per sempre! Dopo l’inferno di dicembre dell’anno scorso, dopo la fine, che già questa mattina nei miei incubi vedevo di cose da imparare a memoria, parti e fogli come un esame universitario, da imparare a memoria e recitare! Incubo! Incubo! Incubo! Non se ne parla proprio di tornare all’inferno! Non se ne parla proprio! IO NON VOGLIO! Lasciatemi vivere così, la mia vita, senza intromettervi, voi e i vostri consigli per quelle ragazze, voi che vi immaginate passioni che non sono mie, nonostante l’apparenza e gli studi, io con la Russia ho chiuso! Una volta e per tutte, e così con le lingue! Rimane solo la voglia di leggere un libro in lingua, vedere un film in lingua, una volta ogni tanto, per pura distrazione e divertimento, ma non chiedetemi di lavorare o fare il volontario in queste cose, non fa per me, e non è da me che nasce questo desiderio, impostomi da altri! IO NON VOGLIO! E la giornata va ormai avanti così, con questa pioggia che forse mi toglierà la voglia di fare la mia camminata serale, questi libri che sono diventati pesanti e illeggibili, questa musica che non mi dice più niente, Leida che oramai non mi eccita più e non mi dice più niente, tutti mi hanno scaricato, e forse è quello che volevo, sotto sotto, essere libero, perché IO NON VOGLIO più avere a che fare con quel mondo che mi sono lasciato alle spalle, e non saranno discorsi altrui, di chi non mi capisce, a rispedirmi all’inferno! NO! IO NON VOGLIO!