Ispirazioni, Pensieri liberi, Ricordi, Visioni

Magari perdermi nella musica, magari in quel libro, e lasciare andare tutto quanto…

Macchina distrutta, lunedì in assicurazione a raccontare storie, macchina nuova che arriverà, tra un mese, poco più, chi lo sa, qualche occasione da poche migliaia di euro, chi se ne frega… andare da Ana, andare dalla massaggiatrice cinese, poco importa, se avrò voglia, chi lo sa, non mi interessa, e dopo il lavoro con Alex che è andato a male, dopo la macchina distrutta, oggi ci voleva anche il pc che se ne andava e che dovevo reinstallare da zero perdendo tutti i dati, chi se ne frega… è cominciato davvero bene il nuovo anno, devo dire, mi salva solo la chiacchierata stamattina con Bruna al bar, sul lavoro di barista, di operaio, di laureato… cercare lavoro oggi mandando qualche curriculum a caso su euspert bianco e infojobs e synergie, non che ci creda tanto, perché tanto so che non chiamerà nessuno, e va bene così… leggere un po’ “Dell’inizio” ancora questa mattina, che mi serviva mentre reinstallavo il pc, come quell’immagine del Deus Absconditus, c’è qualcosa al di là di questi oggetti: macchina, pc, del lavoro, delle puttane, c’è qualcosa al di là che mi fa sentire salvo, al di là di tutto, e che è la vita, la pura vita senza appendici, tra puttane, sigarette, caffè, soldi, lavoro, pc, cellulare, tablet, macchina, canzoni e musica, e un sacco di altre cazzate senza le quali si può vivere bene lo stesso, qualcosa al di là che è la pura vita… e stamattina era anche consolante andare con mio padre a fare la spesa all’Alta Sfera, consolazione di un sabato che non mi vedeva al Carrefour con la macchina, e non so ancora per quanti sabati sarà così, e poco importa… c’era anche del bello a sentire quelle canzoni su Spotify di Miryam Yeung (杨千嬅), musica bella che sentivo e mi faceva ricordare Valeria del bar, la sua bellezza, il suo sorriso, e tutto quel caos nato da lei, quando le parlavo in cinese, quando per sbaglio su VK vedevo della pornografia asiatica postata da un tedesco che usa VK, forse tutto il casino era nato lì, in quel periodo stressante per l’attesa del dentista e di togliere i denti del giudizio, quando in sostanza mi disamoravo di Ana, e tutta la mia carica erotica si orientalizzava, tutto quel casino, che ritrovo ogni mattina quando vado al bar, e per non creare fraintendimenti preferisco non parlare in cinese, neanche provarci a parlare con Valeria, anche se stasera, visto che con gli amici non si esce, con tutta probabilità leggerò un po’ di pagine in cinese di quel romanzo comprato 11 anni fa a Paolo Sarpi, ed è davvero incredibile come dopo dieci anni io non mi sia dimenticato niente di quello che sapevo, di come anche al bar, quando parlavano cinese, capivo ancora quasi tutto, incredibile, la magia di questo Estremo Oriente… e questo pomeriggio, dopo aver trafficato con il pc, sul tardi, me ne andavo a correre, a fare un po’ di taekwondo, un po’ di karatè, sfogando tutto il nervoso delle ultime settimane, della giornata, e pensavo ad Alex quando mi diceva che dovevo essere più flessibile, più morbido, più rilassato, e che avrei dovuto fare Tai Chi la mattina, per non essere così rigido, così teso, così chiuso, e mi veniva in mente come le stesse cose che mi diceva lui me le diceva forse il maestro di taekwondo, o non mi ricordo chi ancora… eppure Saverio diceva che non si può costringere qualcuno ad essere ciò che non è, che lui ha un’impostazione più naturale, che si è ciò che si è, e non si può forzare qualcuno a diventare qualcun’altro, anche se Alex diceva che se non cambiavo non riuscirò mai ad andare bene in nessun lavoro… lavoro… che brutta parola, che brutta cosa, fosse per me, glielo dicevo anche, passerei la vita in università, tra i libri, e nient’altro, mentre ieri proprio dall’università si faceva sentire quella del TFA, quando le mandavo una mail, e non so se settimana prossima mi incontrerò con chi, anche solo per sapere, anche solo per informarmi sulla strada di diventare professore, per continuare a leggere, studiare e insegnare tutta la vita… il maestro… che mi veniva in mente rav C., quando gli chiedevo della barba che può essere tagliata solo con rasoio elettrico, che Geova si può dire, perché non è il Nome, e che anche lui i testimoni di Geova li chiama testimoni di Genova, ma così, per scherzare, il maestro… il maestro… che adesso mi viene in mente il maestro di karatè di una volta, quello zingaro musulmano, quel maestro di taekwondo, terrone leghista, e davvero c’è maestro e maestro in questo mondo, e io che maestro sarò? Pensare che una volta volevo diventare uno scrittore alcolizzato suicida, un poeta maledetto, e ci ero andato vicino quando stavo con Alina, con Xhuliana, con Leida, puttane e poesie ed alcol, puttane, poesie ed alcol, era tutta la mia vita, mentre me la spassavo in università tra tutte quelle ragazze, che neanche desideravo più di tanto, proprio perché tanto c’erano Xhuliana, Alina e Leida, nel corso degli anni, a far sfogare la mia carica erotica, il mio desiderio, la mia voglia da poeta maledetto alcolizzato e suicida, ricordi di una vita passata… che non penso più neanche così male al giorno della mia laurea, il 13 gennaio, il giorno di Santa Lucia, e me ne accorgevo solo quest’anno, quest’ultimo Natale, il 13 gennaio, Santa Lucia, come mia zia là in provincia di Mantova… Mantova, che chissà se ci tornerò a comprare la macchina nuova, visto che il concessionario amico di mio padre è sempre là in zona, chi lo sa se visiterò anche i miei parenti, chi lo sa… e qui per un attimo i pensieri si fermano sulle tombe e non sanno andare più avanti… grave poetry… che mi verrebbe da riesumare i miei poeti sepolcrali di una volta, quelli inglesi dell’800, se solo avessi voglia di sentire la lingua inglese come poesia, se non fosse che ormai la lingua inglese è così imbastardita da film, canzoni pop e notiziari che non ci trovo più niente di poetico… Mantova, le tombe di famiglia, la macchina distrutta, la macchina nuova, Xhuliana quella notte, la notte del funerale di mia nonna, godere con lei, che mi sembra così un ricordo lontano che neanche mi ricordavo più, che avevo quasi paura a ricordare, eppure ora riemerge e non so perché, quel passato, quei ricordi che ritornano, quelle pagine di poesia andate perdute, per colpa di Alina, quando lei era diventata tutto, quando perdendo lei mi sembrava di aver perso tutto, puttane, alcol, poesie, una vita da poeta maledetto volevo condurre e così per alcuni anni ho condotto… quel passato che era diventato completo oblio, dimenticanza, sigillato, che ora non so come mai ritorna, e mi fa anche passare la voglia di leggere in cinese… quel cinese che parlava quella testimone di Geova italiana, lei che era stata in Cina, lei che diceva che credeva in certi ideali, un’altra Eugenia non avventista, ma testimone, ragazze strane, un po’ fuori, un po’ invasate di Dio, e io che ora ricordo tutta la voluttà che c’era una volta con Xhuliana, con Alina, con Leida, quella voluttà che non ho poi saputo trovare con Ana, e quella voluttà che a volte ritorna per l’ultima volta con quella cinese, che credere in Dio mi sembra solo un modo per dedicarmi meglio al mio amore per le donne, per la voluttà, per il piacere, come l’ultimo sogno notturno dove ricompariva Aleksia, la sorella di Ana… e per un po’ andrà così, perso tra il desiderio di Aleksia, di Ana, di Alice, e non me la prenderò più per il lavoro che mi capita, per i libri da leggere, per le sigarette, per l’alcol, per la poesia, per i film, per i discorsi con gli amici, per tante altre cose, che devo solo imparare a non lamentarmi e non arrabbiarmi, e trasformare di più questa vita in favola, in poesia, come facevo una volta, e liberarmi da quel pensiero oggettivo e scientifico e freddo, e ritrovare le ali dell’ispirazione ancora una volta… che ora come ora mi viene in mente solo la foto di Miryam Yeung, di quando Leo mi diceva di scaricare le foto delle cantanti cinesi, di non guardare clip pornografiche, che fottono il cervello, e ora preferisco stare tranquillo, magari perdermi nella musica, magari in quel libro, e lasciare andare tutto quanto…

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Pensieri liberi, Visioni

Questo venerdì che lascia tutto essere, dove ritrovo me stesso…

La noia di abitare in periferia, dopo l’ennesimo salto a Milano, per parlare di niente con Alex, la tranquillità dell’anima di aver lasciato perdere quel lavoro, il ricordo vago di ieri di quel tamponamento che ha messo in carrozzeria la mia auto, niente di che, se ne occuperà l’assicurazione, ora come ora, dell’auto posso farne a meno… la noia della periferia che finché stavo a Milano tutto sembrava un sogno, altra gente, un’altra atmosfera, tranne quella ragazza milanese che parlava con Alex, e gli diceva che andava a mangiare “asiatico”, Shambalà, Shangrillà, non lo so, con un suo amico di Torino, la strana sensazione di estraneità che mi provocano le ragazze di Milano, tutte sofisticate, un po’ come Marina, cause perse… salutare Priscilla e Shirin, tramite Alex, lasciarsi in pace, senza discussioni, senza litigi, è già qualcosa, dare un euro alla zingara, lo sguardo pieno di quell’ortodossia che vedo solo negli occhi dei romeni e delle romene, lasciarsi in pace, lei che mi augurava di trovare un lavoro… un lavoro, che Saverio l’ultima volta mi accennava a dare ripetizioni, a provare a diventare professore, ad informarmi sui requisiti del TFA, andare in università e chiedere, sapere quali esami dare, l’iter, ecc…. ed essersi liberato di Marco e di mio padre, almeno sul lavoro, lontano da loro si sta meglio, con i semi-analfabeti si fa fatica ad andare d’accordo, e forse le scuole e le università potrebbero essere i miei ambienti naturali, come dicevo oggi ad Alex: “Fosse per me passerei tutta la vita in università…”, e lui che mi diceva: “Scrivi un libro!”, “Ci ho pensato”, dicevo, vecchi sogni adolescenziali, di gioventù, scrivere come scrivevo una volta, da poeta maledetto, da scrittore alcolizzato e puttaniere, scrivere per scrivere, per liberare l’anima… leggere in questi giorni ancora “Dell’inizio” di Cacciari, e ritrovarvi tutto lo spirito universitario, le belle lezioni di una volta, altri temi, temi a me più vicini, un mondo più vicino, più mio, che sento più naturale del bar e delle officine, passare dai turchi al ritorno per una pizza margherita e una coca cola zero, una volta alla settimana la dieta me lo permette… i soldi che arriveranno domani, del fine settimana, senza fare niente, chi mi costringe a lavorare se i soldi arrivano lo stesso? Dedicarmi alle cose che mi piacciono di più, essere me stesso, come dicevo oggi ad Alex quello che mi aveva detto Saverio: “Ti obbligano a essere ciò che non sei…”, e Alex che mi diceva che dovevo cambiare, per trovare lavoro, per essere felice, antica storia mia di sempre, la gente che mi chiede di cambiare, di essere altro da me stesso… lasciarli parlare, non ascoltare… l’idea delle ripetizioni che non mi attizza più di tanto, mettere quasi in dubbio che a me le lingue piacciano veramente, insegnarle o parlarle, non lo so, di certo leggerle, ascoltarle, poi il resto non so, fino a che stamattina quasi mi veniva da ripensare tutto e mi chiedevo perché all’università non avevo studiato filosofia, avrei potuto fare il professore, e non mi sarebbe costato niente, ah, è vero, il lavoro, i soldi… questo lavoro e questi soldi che non vanno mai d’accordo con il mio vero essere, accademico, studioso, intellettuale, non di certo da uomo di affari, da uomo di lavori manuali, da ristorazione, niente di tutto questo, solo leggere e studiare, leggere e studiare, e ripetere, e informare gli altri… non so di cosa sarà fatto questo pomeriggio, forse di niente, del continuo di quel libro, forse di niente, forse non avrò neanche bisogno di dormire, dopo la dormita non stop alimentata dalla chimica per lo stress di ieri del tamponamento e della macchina che non c’è più per un po’, chi se ne frega, uscirò con gli amici e mi accompagneranno loro… non sapere più che fare, essere solo tranquillo per essere andato in pace con Alex, con la zingara, con i turchi, non pensare più a niente, forse solo a quel libro, dormirei e basta, e vagamente penso a settimana prossima quando dovrò muovermi per sapere di più del TFA, per capire come funzionano queste ripetizioni, se davvero ne avrò voglia, se non come stamattina, davanti al teatro pensavo: “Basta, non ho più voglia di vivere, di fare niente, non voglio più fare niente…”… e rendersi conto di questa fissa del bar che ormai è passata, tra le parole di Bruna di ieri e quella nuova barista androide dell’altro bar, “A lei…”, “Prego…”, “Buona giornata…”, come una vera androide, che al bar a Milano mi rompevano le scatole se facevo come lei, lasciamo perdere… non avere più voglia di sentire Saverio per niente, di fare discussioni con mio padre sul lavoro, lui che anche mi incitava a provare quel lavoro, Alex non più, e neanch’io, neanche Saverio, la follia di ieri di voler andare da Maria Teresa a sfogarmi ancora, la mia immagine senza barba che mi tormentava, la foga e la rabbia e la follia, di una giornata dopo troppa vodka del giorno prima, lo scontro tra due macchine, rimettere la testa a posto dopo i deliri, le esaltazioni, i pensieri fuori fase, quella chimica che se non ci fosse stata mi avrebbero messo in camicia di forza… riprendere a correre, ad allenarmi, domani o dopodomani, poco importa, sfogarsi così, fumare nella normalità, non una dopo l’altra come ieri, esaltazione sbagliata, pensare di uscire con gli amici, fare quattro chiacchiere, il vero me stesso che è da solo e pensa e scrive come quando si parla con Fizi e Barre, quegli amici che mi fanno accorgere di chi sono veramente, non un barista, non un meccanico o un tecnico d’autofficina, tutt’altro, quel mio me stesso perduto che si ritrova… Ana che ormai è un ricordo lontano, così come le massaggiatrici cinesi, dopo questa esperienza con i cinesi ci starò più attento, l’importante è essersi lasciati in pace con Alex, era da tanto tempo che non ci si vedeva, le nostre vite hanno preso strade completamente differenti, niente ci accomuna più di quando eravamo ragazzini e giocavamo alla playstation, si guardava cartoni animati e film orientali assieme, tutto è cambiato da allora, noi siamo cambiati, le nostre strade sono anni luce di distanza… tenere le distanze, ecco, tenere le distanze… questo pomeriggio che non sa di niente, questo venerdì pomeriggio che è forse il giorno più tranquillo di tutta la settimana, più di un sabato, più di una domenica, il vero fine settimana che inizia, lasciarsi andare in questo giorno che considero quasi più sacro della domenica, questo venerdì che tutto lascia essere… “Due volte nella mia vita ho dovuto fare i conti con la mia inadeguatezza”, diceva Saverio, “Una volta a vendere porta a porta enciclopedie mediche, l’altra a fare prelievi di sangue ai dipendenti delle aziende, ti rendi conto quando qualcosa non fa per te…”, non fa per me fare il ristoratore, il cameriere, il barista, e forse neanche l’operaio tecnico, non so come sarà fare il professore, dare ripetizioni, non lo so, di certo è meglio pensare a questo che pensare di rinchiudersi in un monastero ortodosso come pensavo stamattina, si può vivere nel mondo anche stando contro il mondo, diceva quel testo sufico, che ancora ispira tutto il bahaì dentro di me, vivere nel mondo rifiutandolo, senza bisogno di rinchiudersi in un monastero… pace, amen, così mi dico riguardo a questa esperienza da barista, pace, amen, forse, nei confronti del lavoro di mio padre, pace, amen, per il botto in macchina, pace, amen, per quella lingua russa che pensavo mia e invece non ho più voglia di parlarla, pace, amen, su tante cose, che ora non mi va neanche di richiamare alla mente, pace, amen, anche su quella breve conversazione di ieri con rav C., su Geova che si può dire, perché non è il Nome, sulla barba che si può tagliare solo con rasoio elettrico, i precetti biblici antichi, questioni estetiche, psicologiche, che stamattina pensavo che il lavoro con Alex sarebbe andato bene se mi fossi fatto rimanere la barba, assurdità senza fine, là non mi trovavo, non mi trovo, e non mi sarei mai ritrovato… Alex che diceva che in sei mesi a fare il meccanico tecnico impari tutto, tsè! Come se le cose fossero sempre le stesse, prova te a fare quel mestiere e vedi quanto c’è da imparare! Volevo dirgli, ma non gli dicevo niente, non lo so, non lo so cosa farò, di cosa mi occuperò questo fine settimana, nei prossimi giorni, non so neanche se mi accorderò al consiglio di Saverio sulla scuola, l’università, quel suo “lavorare lì in officna è controproducente…”, non lo so, non mi va di pensarci troppo, e voglio solo godermi questo venerdì che lascia tutto essere, dove ritrovo me stesso…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Visioni

Se non sentire sempre questa Ortodossia dell’anima in me, e Ana…

Fine di un’altra apocalisse… il bar… Allahu Akbar… Allahu Al-Bar… uno dei nomi divini, la divinità che è più grande di tutte… al bar… provare a lavorare, dall’amico cinese di una volta… disastro… pressione… dei clienti, dei colleghi, delle colleghe… la tazzina va tenuta così, devi dire così, devi fare così, devi montare il latte così, il marocchino si fa così, tieni pulito, stai attento ai tavoli, devi avere la visione, devi imparare la caffetteria, devi cuocere le brioche, vuoi lavorare? No… non al bar… confusione nata da Miryam, da Valeria, da Luna, l’altra barista cinese, quella che al suo bar mette la pubblicità dei centri benessere… centri benessere… finirci qualche sera fa, il 29 di dicembre, forse, se non ricordo male, essere servito dalla massaggiatrice cinese, godere, liberarsi in un sogno, godere… la bellezza della voluttà e dell’erotismo… la cinese… e dannarsi poi il 30, il 31, per l’inizio del lavoro, il 2 di gennaio… una settimana, una settimana di lavoro, da zero, imparare da zero a fare il barista, in una settimana… disastro… arrendersi dopo una settimana, guarda, non fa per me, lo vedo dagli sguardi della gente, lo vedo da come lavoro, trovati un altro più esperto e più motivato, dicevo all’amico cinese, non fa per me… e poi, questioni estetiche, di sicurezza della propria immagine, io che senza barba non mi vedo, maledetti parrucchieri turchi, che mi radevano quasi a zero la barba, non si può, non si può, io che per anni mi sono considerato ebreo ortodosso, cristiano ortodosso, con la barba, che segna quel 2008 di follia con Katia, la ragazza russa, l’internamento per follia, da allora, spartiacque, sempre con la barba, segno della mia nuova identità dopo la follia per le ragazze, senza la barba, senza l’ortodossia dell’anima, non sono io… ortodossia dell’anima, che ricordo ancora quella sera a vedere Ana là, seduta in macchina sul posto dei passeggeri, senza i suoi stivali sexy, lei, lì, vestita ma nuda nell’anima, ad attendere il niente sulla via del nulla, il suo sguardo, disarmante, le sue parole, su Pasqua, su Natale, poco prima di Natale, ortodossia dell’anima, amore… che ancora adesso mi torna in mente quell’immagine, quel centro benessere cinese lì vicino, lei e sua sorella, Aleksia, la sorella di Ana, a vendere loro stesse, le parole di Don Piero, cosa pensi di ottenere da una ragazza che vende il proprio corpo? La caduta di Adamo ed Eva salvata dal Salvatore, la chiesa ortodossa in quel viaggio in Romania di quindici anni fa, catapeteasma, icone ortodosse… perdere il conto delle sigarette, dei caffè, quest’oggi, dove me ne andavo via dopo una settimana di prova e cinque giorni nel nulla, me ne andavo via con i miei quasi duecento euro malamente guadagnati, abbastanza per essere a posto per un po’, insieme ad altri soldi ritrovati qua e là tra feste vari e mio 34esimo compleanno, passato proprio quel giorno a lavorare, dopo che il sabato prima uscivo con gli amici e offrivo da bere, e si inventavano un nuovo rito, quello di dare il regalo del compleanno un mese dopo la data, come per sbaglio avevamo fatto io e Barre al Fizi, che per vendicarsi ha deciso appunto di ritardare il regalo, strana nuova usanza… avevo chieso lo Zarathustra in inglese, e arriverà molto probabilmente invece qualcosa di vestire, qualche felpa, qualche maglioncino, non si sa, spero nero, taglia L, come dicevo a loro quando mi chiedevano che taglia portavo, non si sa, la bellezza del regalo ritardato, che non sai neanche quando arriverà… uscire ieri pomeriggio con Fizi al mercatino dei libri in piazza Duomo, stare lì e guardare i vari titoli, più o meno famosi, libri esoterici, libri antichi, libri commerciali e classici, alcuni già letti, altri nella wishlist, altri da ignorare, e io che in questi giorni torno a leggere Cacciari, “Dell’inizio”, trovato su Yandex, rilettura proficua di un periodo che ha bisogno dell’ortodossia dell’anima, leggere un po’ a vuoto, un po’ a niente, ma leggere con piacere, senza credere neanche più alle parole, come è giusto che sia in un libro tra filosofia e teologia che va oltre le parole e i concetti… passare il tempo così, sonnecchiando, dormendo, leggendo, dopo tutto lo stress di una settimana di un lavoro che non era mio… rivedere ieri sera Ruggero, l’amico di mio padre con il quale eravamo stati in Romania, lui che una romena l’aveva pure sposata, salvo poi divorziare, lasciarsi, ortodossia dell’anima da allora, discorsi vari tra politica, religione, lavoro, dolori romantici… dolori romantici… ci si ubriacava, un po’ di birra, un po’ di spumante, un po’ di grappa al mirtillo, si mangiava una pizza, qualche fetta di panettone assieme, lo strascico di questo Natale… e adesso le feste sono finite, e il tempo ricomincia anche dove il tempo non c’è più, il sacerdote che diceva che la divinità è al di là del tempo e dello spazio, come oggi me ne rendevo conto andando a Milano centro, la piazza del Piccolo Teatro, io là, sotto il sole d’inverno, ad attendere l’amico cinese che mi dicesse chissà cosa, che mi desse la mia paga malguadagnata, e io che ero io lo stesso, comunque, in ogni luogo, poco importa se nella mia stanza, in mansarda, a Milano, a Varese in qualche officina, a Como, la divinità al di là del tempo e dello spazio, me stesso, e l’Uno intrascendibile in me, divinità di mille parole dei libri di Cacciari, Cristo in me… la mia barba ortodossa, il mio aspetto, il mio sguardo… io che quasi litigavo con l’amico cinese, devi sorridere, anche oggi mi diceva, la felicità, bisogna essere felici… come essere felici? Dopo che l’amore lo conosci sulla strada, di fianco a un marciapiede, quando l’amore si chiama Ana, e lei si vende come sua sorella Aleksia, come sorridere? Quando nell’Ortodossia e in Russia non si sorride mai, è considerato falso, tutti i turisti che vanno in Russia si lamentano che nessun commesso o cameriere o cameriera sorrida, retaggio culturale dell’Ortodossia, si sorride con lo sguardo, con le parole, con dei piccoli gesti, non si sorride falsamente come si fa qui in Italia, sorriso di circostanza, sorriso forzato, sorriso falso… non si sorride… non posso togliere la barba, non posso sorridere, Ortodossia dell’anima, Ana, amore… è inutile cercare di lavorare ancora là, al bar, sarebbe una tortura, per me, per loro, non mi va di tormentare Alex, l’ho già tormentato abbastanza quest’oggi spillandogli i soldi per il lavoro malfatto, e non c’è comprensione, amico di vecchia data, quando si era ancora adolescenti, impossibile ricucire un rapporto che si era eclissato per un decennio, troppe cose sono successe a me nel frattempo, la scuola di giapponese dove conoscevo la ragazza russa Tatyana, e poi Katia, e la lingua russa, e la follia, e gli studi, l’università, quella tesi sulla cultura russa che ripristinava l’Ortodossia dopo la megalomania comunista e sovietica, si ritorna sui propri passi, si ritorna a essere se stessi, e della Cina rimane solo il vago ricordo di un amore angelicato con Valeria, di un amore da angelo decaduto con la cinesina del centro benessere, e niente di più, solo un ricordo del passato, un delirio, una voglia erotica, e nel inframezzo il vuoto e il nulla e le parole di Cacciari e del suo libro, “Dell’inizio”, parole che risuonano ovunque, parole che sono più forti di qualsiasi altro libro, di qualsiasi altro film, di qualsiasi altra distrazione tra social, internet, cellulari e computer, e discorsi con gli amici, e lavoro, Ortodossia dell’anima, amore, Ana… che non rimane più niente, rimane solo un’icona ripristinata in quella stanza, che rimanda a tutte le frasi lette, all’immagine di lei, all’amore per lei che si abbandona in una via di notte, e non ha più niente da darsi e da dirsi, tutto che si abbandona, come cadere volto a terra in una chiesa ortodossa davanti a delle icone, abbandono totale alla divinità, non si può servire al contempo D-o e Mammona, i soldi, il lavoro, le tipe, l’amore erotico, l’amore divino, bisogna sapersi abbandonare e lasciarsi andare, togliersi di mezzo quando si è inopportuni, lasciarsi andare per essere se stessi, e non forzare ciò che non può essere, ciò che non sarà mai, neanche in potenza, barista in potenza, ma mai in atto… mi abbandono così a me stesso, alla divinità, al ricordo di Ana e al ricordo dell’ultimo sogno erotico, dove compariva un’altra lei, per liberarmi dallo stress e dal delirio, nell’attesa che il desiderio erotico ritorni, per sfociare ancora in lei o in lei, e non si sa quando, mentre tutto è ignorato, mentre tutto è tralasciato, mentre tutto è annullato, mi annullo nella divinità, nell’Ortodossia dell’anima, nell’amore per Ana, nell’amore per l’erotismo passato di tutti i ricordi, l’ultima cinese, e niente di più conta, né il lavoro, né le amicizie, né i soldi da parte, né le parole di quel libro, né i caffè, le sigarette, l’alcol, le immagini su internet, dei social, niente di niente, tutto si annulla, tutto si abbandona, tutto si disperde, e neanche la visita con Saverio questo mercoledì, visita appuntata in extremis, potrà cambiare le cose o farmi cambiare decisione o modo d’essere, tutt’al più confermerà ciò che ho già deciso, ciò che già sono, nell’attesa di mandare un messaggio ad Alex e confermargli che quel lavoro per me non s’adda fà… mi abbandono così e mi lascio andare, sento già le prime avvisaglie del sonno profondo che mi seguirà questa notte, sento già il silenzio in me al di là del brusio della televisione nella stanza accanto, dove stanno i miei, sento già il silenzio in me e i cori ortodossi ascoltati e riascoltati, paesaggio monastico dell’anima dove non rimane più niente, neanche strani misticismi orientali, dopo che oggi, rivedendo Miryam al bar, mi accorgevo di quanto inutile fosse la mia infutuazione, dopo anche le parole in cinese con Valeria, dopo le altre parole in inglese, spagnolo, cinese lavorando da Alex, tra testimoni di G-va e turisti e clienti un po’ da ogni dove, le lingue anche al di là dei telegiornali in francese, inglese, spagnolo, e tante altre lingue, le lingue che una volta credevo dono di qualche spirito, semplice invece mia inclinazione e passione e laurea e vocazione, per far sparire le parole in me, che si ritrovano bene in italiano adesso solo in “Dell’inizio”, e in queste pagine da me scritte, più forti forse di una preghiera che non sa più cosa dire, cosa chiedere, cosa prospettarsi da una giornata che finisce e un’altra che inizierà domani… non so cosa prospettarmi, se non sentire sempre questa Ortodossia dell’anima in me, e Ana…

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E questo sogno sembra essere diventata la vita…

E il caos se ne è andato, dopo una bella corsa, dopo qualche esercizio di karate e taekwondo… scene mirabili allenarsi nel parco, tra le foglie arancioni che sembrava autunno, le raffiche di vento che sembravano corrispondere allo zen dell’anima marziale, la vacuità di ogni cosa, delle scene da cartone animato giapponese, da pubblicità… giocare un po’ con il nuovo cinturino che conta le calorie consumate, ma che in realtà non le conta, dà i numeri e basta, altri conti si trovavano su internet, mypersonaltrainer, e poi si brucia anche una volta finito l’allenamento, e chissà quanti altri fattori contano, l’importante che il peso sia stabile, l’importante è sentirsi bene, l’importante è continuare la dieta con tutta tranquillità… e poi… le cinque del pomeriggio di domenica, orario tipico dove chissà perché mi viene sempre voglia di andare dai barbieri turchi, sempre a quest’ora, dilemmi sulla propria immagine, riflessa tra quelle di divinità e profeti, con la barba più o meno lunga, guardare gli altri italiani e la loro barba, dopo che Alex mi diceva che dovevo tagliare la barba… no… non mi convince, per niente… l’accorcerò un po’ domani, la curerò e basta, e nell’immagine mia allo specchio un po’ di narcisismo si confonde con le immagini dei giovani profeti, le loro acconciature, e gli sguardi di quelle ragazze di ieri al bar, in quell’atmosfera sognante, innamorata della vita, mentre i miei capelli continueranno a crescere… per un attimo non sentivo neanche più la voglia di fumare, tutto andava via, liscio, tutto scorreva, e anche l’immagine ricordo della cinesina di ieri si disperdeva, e mi sentivo invaso dalla divinità, sopra ogni altra cosa, e tutto il mondo diventava sogno, anche Bruna che stava lì a parlare con gli altri del bar lì vicino, quello dei marocchini, e l’immagine di Abdul Baha da sola bastava a vincere ogni delirio religioso, tra paura di testimoni di Genova e altri pensieri paranoici, che adesso che devo essere impegnato ad imparare un mestiere, vanno via come il vento, e niente mi può lasciar perdere questa atmosfera incantata e illuminata dalla divinità… andrò là più presto di quello che mi ha detto, per essere corretto, per cominciare il lavoro insieme agli altri, anno nuovo, vita nuova, come si dice, e prenderò tutto questo daffare con filosofia, con chiarezza e lucidità, con tranquillità… e qui i testi zen e i momenti di meditazione sufica bastano a vincere ogni cosa, che davvero mi perdo in questa luce bianca incantata, dove tutto ora scorre, insieme alle immagini delle belle ragazze di ieri, e alla cinesina erotica della notte, insieme alle immagini incantate di Kaylani Lei, come quella giovane madre filippina che vedevo, tutto il fascino delle ragazze asiatiche… che davvero tutto scivola via e si dissolve, là dove non c’è più bisogno di musica, dove la musica la sento dentro di me, e le immagini dei film svaniscono dentro di me, in questo film che scorre in me che sembra così essere diventata la vita, e mi ricordo solo dell’altra cinesina di ieri, di quando compravo la camicia nera, e già tutto l’erotismo era pronto per darsi alla notte… tutto va avanti così, in maniera tutta soft, dopo che di Ana mi sono innamorato così tanto che tutto diventa sogno, persino lei, diventa un sogno tra le tante, e tutto si disperde, tra le ragazze asiatiche e le altre del bar… solo stando tranquillo e rilassato andrò avanti, qualunque cosa succeda, la vita va presa con filosofia, e così mi abbandono a questo sogno che sembra essere diventata la vita, e tutto scorre e va avante, tutto svanisce e si dissolve… non so che cosa starò facendo stasera, dopo cena, se qualche film mi catturerà o meno, chissà in quale lingua, non so come mi distrarrò, forse continuerò quel libro sullo zen, leggendolo un po’ così, di sfuggita, senza davvero leggerlo, sfogliarlo e guardare le parole, che si dissolveranno da sé, perché i veri momenti di illuminazione sono stati quelli invocando divinità sufiche, e tutte le ragazze del mondo, è lì che si perde l’anima mia, e si ritrova e questo sogno sembra essere diventata la vita…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Quiete erotica del silenzio…

Я философ… я как Распутин… я не техник, не инженёр, нет, я православный человек… и это понял я вчера в баре, когда с китайским другом говорили о всём, когда с клиентами в баре разговарывали, о культуре, об итальнянской культуре, с поваром мусульманец, который жил в Франции, в Париже, и он говорил, что ты никогда не остановить знать город, а Милан совсем другой город… когда с итальянкой говорили про Китаю, о революции… когда с другой итальянкой говорили про футболь, о Неста, итальянский футболист, который мне дал вспомнить о моей первой девушке, Элена… Элена… Алина… Алина… Ана… все православные девушки в которых я влюблился… и потом другие девушки, из Бразили, “Бразиу!”, я сказал, и они кивнули головой… и все другие, филиппинка которая работает в баре, она дала мне вспомнить о Марианн, о Кейлани Лей, о любви, как много я задумался в Марианн в школе, когда она говорила по английскому, любовь… как следующий раз напротив Кейлани Лей, моё вдохновение… Милан… Милан… Милан… город который я люблю, где я учился, где я встретил самый интересные люди в мире, из всего мира, международный город, где я настоящий я…

И потом вечер… после бара, где я согасился с другом попробовать работать там, все слова во мне проходили, все воображаемые разговоры, до бреда… слишком много кофе, я знаю…

E poi la sera, fatto di vino, tre bicchieri di vino rosso, passare al bar qua vicino a me, là dove c’è sempre la cinese bionda, vera ispirazione erotica, bersi una vodka, stare lì un attimo e liberare la mente…

La sera, perdersi, rilassarsi, darsi all’erotismo di quell’altra cinese, dopo che i video di Kaylani Lei mi avevano ispirato, lasciarsi andare a tutto il piacere del mondo, perdersi e ritrovarsi, e non delirare più, nel piacere erotico più intenso, e dopo lei che mi offriva un mandarino, e sorridendo ci si salutava, e la notte dormire in macchina, nella prima notte, nel silenzio, era l’estasi dei sensi che si diffondeva ovunque…

Tornare a casa nel mezzo della notte, con l’anima estasiata, il tantrismo che aveva svelato l’estasi, e le parole in me che non c’erano più, quiete erotica del silenzio… 

Svegliarsi, solo per fare un attimo il punto della situazione, e non pensare più, accendere i canali 24h in altre lingue, perdersi nelle immagini, in altre parole che non siano le mie, vulcano di parole e battute che potrei vendere a qualche poeta, la quiete erotica del silenzio vinceva su tutto…

Cambiare due o tre canali, e poi andare a bersi un caffè dalla cinese bionda, vera estasi, ancora una volta, al di là di quei discorsi in me che non potevo più ricordare e ascoltare, veder dissolvere persone e discorsi altrui, perdermi nella quiete erotica del silenzio, del gusto del caffè, di una radio che emette giusti suoni, in quel caffè che sapeva di ogni voluttà…

E la quiete erotica del silenzio vince ancora, si trasforma in parole scritte, in altre che ascolterò alla radio, alla televisione, non importa in quale lingua, per me sono tutte indifferenti, belle allo stesso modo, mondo dove perdermi all’infinito…

E la quiete erotica del silenzio saprà ancora di voluttà, di ogni piacere, di ogni me stesso ritrovato in questo infinito, e questo erotismo che invade tutto, che si fa quiete erotica, là dove mille parole scorreranno, solo per dissolversi, come il sottofondo di una musica…

Anima liberata, che non sa più cosa sia il tempo, eterno infinito, quiete erotica del silenzio, dove mi perdo…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Riflessioni, Visioni

Tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia, tra Eugenia, Alina e Ana, e oltre…

Ricevere insulti online nei commenti, chi odia la Romania, delirio diffuso, e pensare che c’è sull’Espresso l’antiitaliano, Saviano, ma al di là della politica un mondo si apriva dopo che guardavo France24, dopo che cambiavo su Digi24, la tv online romena di notizie 24 ore su 24… il ricordo, il ricordo principe, da cui discende tutta la mia anima, ortodossia dell’anima compiuta, la chiesa di Iasi, catapeteasma… ieri le parole con Francesco, quello dello Sharm, il ristorante, le parole di Rizzi sulla politica, lavorare e fare l’inventario, passare il tempo in officina, farsi male da solo a cercare di non fumare, pensare a quando comincerò a lavorare al bar, tra altra gente, altre persone, tutt’altra cosa, e domani mattina che dovrò andare a parlare con Alex per capire quando cominciare… combattere contro il sonno, quel sonno profondo e depressivo che mi prende a cavallo tra mezzogiorno e il primo pomeriggio, sforzarsi di non buttarsi giù, prendere un caffè al di là dei due consentiti, tre, il numero perfetto… stare in piedi, ascoltare le notizie online solo per sentire la lingua romena, senza neanche stare attento e capire, un bel sottofondo, e nella visione dell’anima solo lei, lei che ha fatto più casino di ogni altra, questa volta, Ana… che era inutile ritornare a Eugenia, ad Alina, o forse ci ritornavo con i pensieri, con l’anima, senza farlo apposta, la mia anima vagava in tutto questo, anche quando pensavo a Noemi, e Cristina, le due cameriere dello Sharm che oramai se ne sono andate… e vedere ieri al ristorante una ragazzina, neanche diciottenne, le cui fattezze non erano tanto differenti da quelle di Ana, e provare un desiderio, un desiderio differito fino all’infinito, un desiderio che si elevava sopra i cieli, e un desiderio che mi faceva lasciare Ana come quando un uomo decide di farsi monaco ortodosso, per ritrovare l’anima perduta in sé… Ana… farò crescere questi capelli, questa zazzera, la barba sarà sempre la solita, i pensieri gli stessi, l’assenza di pensieri, ascoltare e parlare con tutti, sentire tutte le opinioni, tutte le lingue, senza appartenere a niente, come quell’aforisma di Cioran sulle ragazze pubbliche, quelle che ascoltano tutti senza appartenere a niente e nessuno,

“Philosophie et prostitution.”

” Le philosophe, revenu des systèmes et des superstitions, mais persévérant encore sur les chemins du monde, devrait imiter le pyrrhonisme de trottoir dont dont on fait montre la créature la moins dogmatique : la fille publique. Détachée de tout et ouverte à tout, épousant l’humeur et les idées du client, changeant de ton et de visage à chaque occasion ; prête à être triste ou gaie, étant indifférente ; prodiguant les soupires par souci commercial ; portant sur les ébats de son voisin superposé et sincère un regard éclairé et faux, – elle propose à l’esprit un modèle de comportement qui rivalise avec celui des sages. Être sans conviction à l’égard des hommes et de soi-même, tel est le haut enseignement de la prostitution, académie ambulante de lucidité, en marge de la société comme de la philosophie. “Tout ce que je sais je l’ai appris à l’école des filles”, devrait s’écrier le penseur qui accepte tout et refuse tout, quand à leur exemple, il s’est spécialisé dans le sourire fatigué, quand les hommes ne sont pour lui que des clients, et les trottoirs du monde le marché où il vend son amertume, comme ses compagnes, leur corps. “

Cioran,
“Précis de décomposition” (1949).
pp. 651 et 652.

Si risolve tutto in questo aforisma, il mio preferito di una volta, c’è solo una differenza, che in quel niente trovo quell’ortodossia dell’anima che prima mi mancava, quella che mi salva, quella che non mi lascia nelle mani della follia o dell’infinito indefinito dove tutto è uguale o indifferente, rimane solo l’ortodossia dell’anima, e le mille parole e convinzioni degli uomini e delle donne, che alla salvezza forse non sono mai pervenuti, privati di quelle apocalissi che da sole possono salvare l’anima… riparto daccapo, e finisco daccapo, l’Alfa e l’Omega sono completati, non rimane nient’altro, il tempo è finito, non esiste più, l’infinito si staglia in me e si fa persona, e non rimane più nient’altro, pensieri magici, follie da scienziato pazzo, da filosofo mago e stregone, alchimismi e altre magie, in quel niente dove ritrovo me stesso e l’infinito, tra Ana, Eugenia e Alina… si trovava tutto qui me stesso, e ora mille parole e lingue altrui possono tornare a scorrere, e niente cambierebbe, semplici opinioni altrui, calcoli matematici altrui fatti di parole e idee, ma là dove il mondo finisce e comincia solo l’ortodossia dell’anima niente può essere scalfito… quel monaco ortodosso che mi benediceva, allora, più di dieci anni fa, l’immagine di Rasputin, le icone ortodosse, e questo niente che sa di infinito dove si svela e scompare la sua immagine, Ana, nella notte prima della vigilia, è la fine del tempo e l’inizio dell’infinito… Hristos a inviat… non credo tornerò più da lei, neanche per parlare, non credo tornerò più da sua sorella Aleksia, neanche per parlare, perché in me vivono le loro immagini, Eugenia, Alina, Ana, e come le tre donne dei Vangeli finisce il mondo, finisce il mondo, finisce il mondo e si apre l’infinito… ultima ispirazione… ispirazione infinita…

Non so di cosa starò parlando domani mattina con Alex, del bar, di servire ai tavoli o al bancone, alla cassa, non lo so, e poco mi importa, non mi importa del nuovo applicativo delle fatture online che vedevo ieri usare da mio padre, tutti quei numeri, quei numeri, e quel lavoro che vale come qualsiasi altro, io che l’altro giorno gli dicevo: “Non ho un motivo per vivere, quindi non trovo neanche un motivo per lavorare…”… e mi viene da dire che allora sia il lavoro per il lavoro, come una volta si diceva, l’arte per l’arte, un lavoro vale un altro, in officina, al bar, che differenza fa? Non mi va neanche più di maledire colleghi o persone o altri, no, non c’entra niente, erano solo movimenti dell’anima che andavano verso l’infinito, passaggi infernali, da cui si esce e si va oltre, oltre quel libro sullo zen, oltre quello stesso libro sullo Zarathustra che forse arriverà il giorno del mio compleanno, il 7 gennaio, craciun ortodoox pe stil vechi… finisce il mondo, finisce il mondo, finisce il mondo e comincia l’infinito… non so più che farmene dei libri, degli stessi libri di Emil Cioran, rimane solo questo suo aforisma, e il ricordo della sua lotta contro l’ortodossia, che invece, a me, riesce a salvarmi… nel ricordo di Ana, Eugenia, Alina… e oltre… le parole con Alex, con Francesco, un altro mestiere da imparare, darsi da fare, essere se stessi, più naturali, come mi dicevano una volta, e tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia trovo me stesso… non so di cosa starò parlando domani con Alex, non so cosa starò facendo, se mi perderò ancora in crisi mistiche obbliate come il giorno di Natale, qui in casa da solo, a sentirmi parlare da solo dentro di me, in me stesso, quasi alla follia, mi poteva salvare solo un romanzo scritto in cinese, che risvegliava la mente, mi poteva solo salvare due o tre bicchieri di vino, dei notiziari, ma tutto questo è già passato, come è già passato quel regalo di mio fratello, l’orologio power band che conta calorie e un sacco di altre cavolate salutiste, da gente fissata, con la salute, con la tecnologia, deliri diffusi tra i nuovi, che vanno di moda, come le parole della moglie di mio fratello ai suoi figli, parole da donna serpente, che rimpiangevo Eugenia quando dava gli stessi consigli, ma con tutto un altro fare, lei e i suoi consigli salutisti, non i suoi ordini rigidi, della moglie di mio fratello con i suoi figli, i miei nipoti, che un giorno o l’altro di certo scoppieranno, tira la corda, tira la corda, e un giorno farai scoppiare il mondo… non sono fatti miei… qui si va avanti lo stesso, al di là dei consigli dei più anziani, di altri giovani della mia età, di altri delle officine, di voci e ricordi e suggestioni passate, di sogni e incubi notturni, come quelli di queste notti, si va avanti lo stesso, sperando che un giorno migliore arrivi, con la pazienza di chi aspetta un messia che è già arrivato, là dove c’è la salvezza, tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia… tutto passa in questo mondo, ogni cosa, e ora come ora le uniche regole semplici mi aiutano ad andare avanti, cercare di non dormire di giorno, bere al massimo tre caffè, fare un po’ di movimento ogni tanto, guardare i notiziari in altre lingue, aprirsi a tutte le opinioni del mondo, lasciarsi andare tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia, là dove trovo solo Eugenia, Alina e Ana, e poi andare oltre a loro, per trovare me stesso, e il nulla, e l’infinito, e l’ortodossia… è tutto qui, non rimane nient’altro, forse altre parole e immagini della televisione mi accompagneranno, per non perdermi in deliri monologanti da crisi mistiche e oblii dell’anima, ci sarà da darsi da fare, probabilmente quei libri sul buddhismo e sullo zen non serviranno più, neanche i libri di Cioran, neanche il lavoro, le persone, gli amici, le tipe, la musica, i film, tra il niente, e l’infinito e l’ortodossia si aprono mondi dell’anima dove tutto convive e niente rimane permanente e certo, tutto si muove, tutto scorre, e ritrovo solo me stesso tra il nulla, l’infinito e l’ortodossia, tra Eugenia, Alina e Ana, e oltre…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

E si libera la prigione in me, Ana…

Voglio lei, voglio solo lei, è tutto il giorno che ci penso, per questo amore mi sono perso…

Delirio notturno da insonnia, pensieri folli senza nesso, rimanere chiuso in me stesso, nelle mie parole, diventate prigione, e non sapere come uscirne… e decidere di andare a fare un salto là, dove c’era lei, Ana, a vedere là vicino se c’era la massaggiatrice cinese, salto nell’inferno dopo la prigione delle parole… c’era una macchina, là dove c’era lei, e dentro una ragazza, che non si capiva chi era, forse una nuova? Non lo so… parcheggiavo più in là, indeciso o no se entrare o meno dalla massaggiatrice cinese, camminavo sulla lunga via, con il freddo di dicembre che pungeva l’anima… vedevo davanti a me camminare una famiglia di islamici, un uomo e due donne, e andavo oltre tutti quei pensieri religiosi, quella prigione di parole che mi ero creato, quella gabbia, e andavo anche oltre quel centro massaggi, volevo vedere chi c’era là in quella macchina, non la solita, quella di sua sorella Aleksia, un’altra macchina? Un’altra ragazza? Mi avvicinavo a piedi, e lei, era lì, seduta sul posto del passeggero, con una gamba appoggiata sul sedile, l’altra che la lanciava nello spazio del posto passeggeri, lei che era lì con il suo cellulare, lei, Ana, era lei, e la vedevo, vedevo il suo volto, l’ovale del suo volto, le sue curve, le sue linee, i suoi occhi, il suo sguardo, sentivo la sua voce, era lei, Ana, era tutto per colpa sua… “Ciao! Pensavo che eri andata via!”, “No! Vado via tra un anno!”, “Tra un anno! E io che pensavo che non c’eri più! Quando passavo non ti vedevo mai, ora sei sulla macchina!”, “Sì, ora soo sulla macchina!”, “Vabbè, quand’è che vai via allora?”, “A Pasqua!”, “A Pasqua! Allora c’è tempo!”, “C’è tempo…”, “Magari ci vediamo più avanti, adesso ti lascio lavorare…”, “Va bene, ciao!”, “Ciao…”, e rivedevo il suo volto, e la follia di questi mesi, lo star male, perché lei non c’era, era sparita, e rivedere il suo volto, risentire la sua voce mi ridava vita, riappariva la luce dell’anima, tutto si disfaceva, tutto quel castello di pensieri impazziti, e mi perdevo nel suo volto, nel suo sguardo, nei suoi occhi, nella sua voce, e la cinese smetteva di esistere, e rimanevano solo le mie parole che avrei potuto usare al bar se mai facessi il barista e mi rivolgessi a delle ragazze, là, al bar dei miei amici cinesi a Milano… la romena… come mi diceva anche Don Don, la romena… sì, la romena, Ana… che tutta la follia era solo per lei… e per chi mi aveva instillato il dubbio di non desiderarla davvero… maledetta gente… maledetta zizzania… e quel mio desiderio per lei che era impazzito… me ne tornavo verso la macchina, superando come niente quel centro massaggi, non pensando più ai musulmani che mi erano passati accanto quando avevo scambiato due battute con Ana, e sapevo che quella notte sarei riuscito a dormire… e l’incantesimo delle parole come gabbia si spezzavano, nella notte sognavo solo lei, continuavo a rivederla, a ripetere il suo nome, a sognare il suo viso, la sua voce, e il solo suo pensiero mi dava quella calma, quel sogno, quella luce che andava al di là della velocità del suono di parole e discorsi impazziti in me, tra Maitreya e divinità, nomi sacri, e teologie senza sosta, discorsi impazziti di un professorino ammattito, solo lei, solo lei, solo Ana mi ridava quel sonno che non conosco più da mesi ormai, da quando l’avevo persa per colpa di quell’operazione, di quel caos, da quando mi sono accorto che da lei voglio qualcosa di più che il suo corpo, qualcosa come la sua voce, il suo sguardo, la sua musica, il suo stare lì come una povera zingara romena la notte ad aspettare chissà chi, senza avere niente, spogliata di tutto, di ogni cosa, pura nudità della vita e delle parole, pura luce dei miei occhi, pura mia ispirazione infinita, Ana… e l’avrei sognata tutta la notte, che tutti quei libri, quei film, quei pensieri che erano una prigione si liberavano da me, e il sogno di lei mi faceva andare oltre ogni cosa, e mi perdevo in quella visione, nella visione di lei, e rimandavo il desiderio ad un giorno che sarà, ad una notte che sarà, ma intanto tutto veniva superato solo dal suo sguardo, dalla sua presenza, e mille angeli avevano solo il suo volto nei sogni la notte, solo lei, Ana…

Non so perché mi svegliavo come al solito alle sei di mattina, ormai l’abitudine è questa, e tutto smetteva di aver senso, la camminata al bar per il caffè, i libri, i miei pensieri prigione, le preghiere, le divinità, tutti quei testi, quei film, quei libri, e solo la musica mi invadeva, musica che avevo lasciato nell’armadio dei ricordi, dai tempi di Alina, forse, dai tempi di Xhuliana, e mi sarei perso, come i vicini innamorati napoletani, in musica su musica, dimenticando ogni cosa, e visualizzando solo lei, solo Ana, la mia voglia di lei, che forse ieri sera avrei fatto bene a fermarmi da lei, a scambiare due parole di più, perché di lei ho bisogno come non mai, non di amici, non di lavoro, non di dottrine e libri e film, ma solo di lei, della sua voce, del suo sguardo, delle sue curve di pura bellezza, della sua semplicità, e chissà perché mi ero perso così senza di lei, per colpa di quell’operazione che mi aveva fatto perdere la testa, solo perché ascoltavo le parole false, come al solito, degli altri, di chi mi diceva che avrei sentito un male della madonna, mentre invece non era vero… sarebbe bastato stare lì, mettersi calmo ed aspettare, non perdere Ana, non perdere la visione di lei, che non sarei impazzito… e invece… lei è ancora lì, sulla via del niente, Ana…

Non dormo ancora, ancora non dormo, ma tutte le cose degli altri giorni smettono di aver senso, e aveva ragione Mandzato quando diceva che tutto dipendeva dalle ragazze, e anche loro avevano ragione, tutto per colpa di una ragazza, che tutti i deliri e le gabbie dell’anima si risolvono sempre così, per una ragazza, e questa volta è lei, è Ana, c’è solo lei alla fine del tunnel, e non rimane nient’altro e nessun’altra… che ora sarà difficile passare una giornata così, dei giorni così, senza lei, a non sapere che farmene della giornata, dei libri, della musica, dei film, non saprò che farmene del tempo, senza lei, senza Ana, e solo attenderla potrà forse salvarmi, o forse niente, perché al di là di lei forse c’è il niente, ma almeno esco da quella gabbia di pensieri, e non impazzisco più per cose che non sono, era la follia, la follia per lei, per Ana, e ritrovo me stesso ritrovando lei, il suo volto, il suo sguardo, la sua voce, e si libera la prigione in me, Ana…

Pensieri liberi, Visioni

E scelgo solo l’attesa in questo grande caos sotto il cielo…

Non sapere più cosa leggere, in quale lingua leggere, se leggere l’arte buddhista, il libro sullo zen, il siddharta di Hesse, il Batman Apollo di Pelevin in russo, le poesie di Holderlin in tedesco, il Tao Te Ching… non sapere più che film guardare, se The man in the high castle o qualche film sul natale, natale che non sento, non so più in quale lingua guardare il telegiornale, in francese, tedesco, spagnolo, russo, inglese, italiano, non sapere più che medicine prendere, tra zolpeduar e valium, in eccesso, sintomi da astinenza, insonnia, aver sempre sonno e non dormire, lasciare che i sintomi da astinenza passino, che torni la mente lucida tra qualche giorno, senza contare il raffreddore che sembra un’influenza che ho preso, senza febbre, ma stanchezza, mente non lucida, tutto offuscato, i pensieri non chiari, la mente che vaga tra canti ortodossi e sure del corano salmodiate, i salmi letti in italiano su quella bibbia rossa, andare al supermercato a fare la spesa del sabato e distrarsi un attimo, avere qualcosa da fare, e poi ritornare nell’oblio, una sigaretta dopo l’altra, mangiare, fumare, dormire, svegliarsi, andare al bar solo per vedere la nuova cinese sorridente come una divinità femminile buddhista, al posto di Miryam che ormai se ne è andata, anche da loro, in quel bar, c’è scritto: “Cercasi barista”… barista, barista, barista… dappertutto, e nel bar della cinese bionda, che cerca una barista donna, io maledetto quel giorno che ho chiesto a Marina se aveva intenzione, ma lasciamo perdere, e anche Dong Dong che mi offriva di lavorare da barista con lui, nel suo negozio di ravioli e bar, lui che vuole ingrandire, e Saverio che quasi mi consigliava che era meglio lavorare da barista che lavorare nelle autofficine, almeno non in nero, almeno con degli orari, dei compiti precisi, una tabella di marcia, uno stipendio, e non più quel senso di precarietà lavorando qui a spizzichi e bocconi in un’officina che non fa per me… barista, barista, barista, ovunque “cercasi barista”, che è diventato un tormento, i baristi, le bariste e i cinesi e le cinesi, che se non avessi letto due righe sullo zen crederei a tutte queste parole e fenomeni, che in realtà sono vuoti, inconsistenti, nulli… barista, barista, barista, che sono strafatto di caffeina, sono insonne da giorni, ho mischiato valium con zolpeduar con caffeina e alcol, e sentito cose inascoltabili in altre lingue, un miscuglio di sensazioni, un caos di emozioni e sensazioni, tra amiche russe e cinesi, bariste e baristi, amici e parenti, feste che non sento e che eppure ci sono, caos totale sotto il cielo, e non sapere più cosa fare… cercasi barista, cercasi barista, cercasi barista, che è diventato un mantra, un mantra ovunque in ogni bar, di cinesi, e italiani, che non mi va di pensarci, di dire parole ai clienti quando lavorerò, alle clienti, cosa dire, cosa non dire, cosa servire, la parte più difficile? Mi dicevano… il rapporto con il pubblico, imparare a servire è una cazzata, ti insegniamo noi, mi dicevano… ritrovarsi a fare lavori da immigrati, qua in magazzino, come Haruna l’africano islamico, quando era qua, l’aiutante di Marco sul furgone, come Jean Pierre il sud americano giovane tamarro, non faccio quello che mi sarebbe più naturale, stare davanti al pc a inserire fatture come faceva quel giovane italiano una volta, poi licenziato, casini che aveva fatto, pornografia sul pc che era comparsa, e chissà cos’altro, ancora, tre o quattro anni fa, quando mio padre voleva ampliare l’attività, con quel suo amico, Della Rosa, che poi invece vinse la causa per dei soldi dati o non dati, il bello e il brutto del business, delle attività in proprio, dei collaboratori, i soldi in ballo, le responsabilità e il rischio, e ritrovarsi così a fare dei lavori da immigrati, proposti da immigrati, il manovale o il barista? Che dilemma, e io che avrei voluto fare il traduttore di testi scritti, proprio perché lì non hai davanti nessuno, sei solo tu davanti a dei testi, a delle parole, non hai contatto con la gente, non la vedi e non la senti neanche parlare, vaffanculo tutti quanti! Come vedevo scritto su un post di facebook di un gruppo virtuale di traduttori: “I am not antisocial, I’m just a translator…”… niente vita sociale, solo tu e i testi, tu e le parole scritte, nessuno che può fracassarti l’anima, tu che non puoi fracassare l’anima a nessuno, per fortuna, altro che contatto con il pubblico, mi sono bastati quei meccanici e gommisti, gente dell’altro mondo, e al bar non credo possa essere peggio, ma chissà, e intanto non so cosa fare, grande caos sotto il cielo, non so cosa leggere, cosa guardare, cosa ascoltare, cosa pensare, cosa non pensare, chi pregare, cosa dire, in quale lingua leggere o vedere le notizie, ascoltare musica, non so più cosa fare, cosa decidermi di fare, e alla fine rimane il niente, scelgo il niente in questo grande caos sotto il cielo, e mi metterei solo a dormire, se non infrangesse quel ritmo circadiano ormai andato a farsi fottere una volta e per tutte con tutta la chimica, l’alcol e la caffeina dell’ultimo periodo, e allora leggerò meccanicamente quel romanzo in russo di Pelevin, solo per distrarmi, salvo poi passare a poesie lette senza capire, o Holderlin o Marino, o Omero, in italiano, così, leggere a vuoto, come quando, dieci anni fa, ero al cra, disintossicandomi dai veleni dell’anima che dieci anni dopo ritornano sotto forma diversa, veleni che non esistono, sono solo io a crederli tali, in questo grande caos sotto il cielo dove scelgo il niente… e niente mi soddisfa, mi acquieta, mi distrae più, non rimane più niente, solo questo grande caos, e l’attesa che questo caos possa finire, l’attesa che il ritmo circadiano torni al suo stato normale, che ci sia qualcosa di preciso che mi interessi, qualcosa di preciso da fare, a cui dedicarsi, un mondo che non sappia solo di noia e di vuoto e di caos dove rimane sempre il niente, l’ultima e unica scelta, il niente in questo grande caos, al di là dei baristi, delle bariste, dei cinesi e delle cinesi, di Final Fantasy a cui ieri giocavo solo per pubblicare su Facebook quel post sperando piacesse a quella compagna di università cinese, Sissi, che infatti metteva il “like”, e niente di più, anche Final Fantasy oggi serve a poco o a niente, lavorare dai cinesi, non lavorare, lavorare nelle officine, non lavorare, festeggiare, non festeggiare, cosa fare, cosa non fare, disintossicarsi, aspettare, e scelgo solo l’attesa in questo grande caos sotto il cielo…

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Dove il mio io estinto si ritrova, alla vista del profeta, una volta sigillato l’inferno…

Viaggo all’inferno di nemesi adolescenziali di demoni cinesi che mi perseguitavano, anche là, a bere il caffè dalla nuova cinese più grande di me, il sorriso di Valeria, il suo servirmi il caffè stamattina, che tutto tornava ad essere angelicato, e le pozioni magiche da far impazzire in me tra alcol e gocce e pasticche chimiche e immagini erotiche olografiche di chi è europea ma sta all’estremo oriente dell’Europa, per rifare la vista e gli occhi di quella ragazza che era un obbrobrio, come diceva anche ieri Saverio, il mio maestro, che mi intimava anche di non mischiare e mischiare e mischiare chimica su chimica, che i medicinali sono fatti per i sintomi, e non si può interpretare tutto come un sintomo, ogni minima variazione, l’alcol che scorreva nell’estasi di poter cambiare lavoro e lavorare dal mio amico cinese là nel suo bar, piuttosto che nelle officine, mio padre che acconsentiva, io che ci pensavo, lui che mi diceva che lo devo sapere io, indecisione che da estasi alcolica si trasformava in abisso infernale chimico, perso tra canti ortodossi di monaci vestiti di nero, e litanie coraniche che fanno girare la testa, canzoni black metal che fanno sprofondare sempre di più, assurda e assordata la mia anima che impazziva, e neanche una camminata riusciva a risparmiarla dall’inferno, ci voleva ancora della chimica per ammazzare il caffè, e una doccia, e una preghiera ad una divinità lontana, che non mi dicesse di segregarmi là al palazzo dei folli solo per scappare di casa e non vedere più i soliti lavoratari sotto il balcone là in officina, che certe volte mi verrebbe da dirgli: “Tornatevene a casa vostra, bergamaschi di merda!”, con lo stesso odio che loro hanno per gli immigrati, e invece qui è tutto indifferenziato di ogni etnia, tra repulsioni, attrazioni fatali e follie, disorientamenti dell’anima, che davvero mi perdo in questa scia infernale dalla quale solo ora mi sembra di uscirne, senza consultarmi con il maestro, ma invocando direttamente quella divinità che non conosce altri suoi tramiti… e le sure del corano rieccheggiano ancora in me, la decisione per il bar è rimandata a più avanti, dopo le vacanze di natale, quando avrò imparato a non mischiare più l’alcol e la chimica e le immagini olografiche, e le ragazze con cui divertirsi, quando la follia sarà più sotto controllo, solo allora, tra una settimana mi farò sentire dal mio amico cinese, per vedere e capire meglio cosa fare, cosa non fare, e andare oltre l’esaltazione di ieri e l’abisso di oggi… che se non c’era la divinità mi sarei perduto per sempre, mi sarei consegnato nelle braccia di chi ti mette la camicia di forza e ti fa qualche puntura per sedarti e portarti in ospedale psichiatrico, dove passare le vacanze di natale, ma quel sigillo della divinità è lì solo per indicare un prima e un dopo, un dopo la follia, e la follia di prima sta relegata ad un passato da dimenticare, da resettare, che qui se non riparto daccapo con nuove regole semplici da rispettare rischio davvero la follia come dieci anni fa, e visto che nei miei occultismi a volte sto attento ai numeri è meglio che non si ripetano strane combinazioni e operazioni matematiche di pensieri impazziti, a richiamare assurdi inferni e paradisi… è questo il mio viaggio all’inferno che si conclude con il cielo stellato di un tardo pomeriggio dicembrino, tra il freddo che picchia, e un cielo che non ha niente da dire, forse solo l’immagine di quella nuova barista cinese che di me non sa niente, e io niente di lei, perfetti sconosciuti in questo nuovo mondo dopo l’università, una scia interetnica di relazioni senza lasso di discontinuità, tra barbieri turchi, massaggiatrici cinesi, ragazze del marciapiede di ogni dove, amici cinesi, e ragazze russe dell’università, senza contare tutto il mondo contro tutto questo, quei salviniani dei vari collaboratori, e gli amici cinesi del bar, da perdere la testa e non capire più niente, a quali riferimenti culturali farsi, a quale divinità votarsi, a quale lingua darsi, a chi dar ragione nel marasma di opinioni, scherzi, odii e amori, simpatie e antipatie, da far perdere la testa e da far perdere quella mia personalità mai ben definita che come una spugna assorbe tutto solo per perdersi ancora di più, e non essere mai neanche vagamente definita, costretta a navigare e affogare tra le mille onde diverse di suoni e persone e immagini e lingue e parole e colori della pelle, che mi ci perdo e non mi ritrovo mai più, fino alla follia… è questo il mio viaggio all’inferno personale, che spero sia finito e presto possa rivelarsi solo come una cosa del passato, una cosa superata, che non abbia lasciato segni e tracce indelebili, che siano solo screzi da niente, che sia solo come la pelle di un serpente, che una volta che è cambiata è più forte di prima… e non vedo l’ora di quei giorni dove non ci saranno lavoratori qua attorno, dove non ci sarà da perdersi in mistiche ortodosse o islamizzanti o buddhiste, o di ogni sorta, dove la volontà di vivere torni a farsi sentire, e non quel quietismo che spesso assomiglia ad un abisso dove non c’è vita, anzi solo sete e pulsione di morte, che non si risolve in un semplice dormire, ma vorrebbe proprio farla finita con la vita stessa, diventata invivibile, insopportabile, impossibile da percepire, macchiata da troppe ferite e screzi, che non sa come redimersi se non sapendo aspettare il momento della rivelazione, dell’ispirazione, della liberazione, che avverrà da sé, con tutta la pazienza del mondo, da un attimo all’altro, da un giorno all’altro, evitando forse di mischiare chimica e alcol e chimica su chimica là dove non c’è da mischiare niente, neanche con la caffeina e la musica e le immagini erotiche, e altre sensazioni e percezioni su percezioni, da perdere la testa, da far impazzire l’anima bombardata di sensazioni, che non si trova più un minimo di ordine al caos, e neanche la quiete, e neanche la voglia di vivere, solo la voglia di sdraiarsi, nel silenzio più assoluto, come in un letto d’ospedale da convalescente, ricoverato al CRA a tempo indefinito, nell’attesa che qualcuno ti dimetta non si sa per quale motivo, e te non sapresti comunque come organizzare la tua vita, sempre più allo sbando… ma si parla di un prima e di un dopo, prima e dopo l’inferno, e voglio quel sigillo a coprire il prima e il dopo la follia di quest’anno, che tutto si risolve in quell’Ana che c’era e poi non c’era più, il disorientamento, perdersi completamente, andare alla deriva e perdersi sempre di più, tra le occupazioni di una giornata che non c’erano, e il vuoto da riempire, a volte in maniera sbagliata, per fare ancora più male a quest’anima impazzita, prima e dopo il viaggio all’inferno… fr che rimane ancora una serata che non sa nemmeno lei di cosa sarà fatta, che rimarrano ancora giorni, che non si sa di cosa saranno fatti, forse solo del leggero non dimenticarsi di non mischiare la chimica, essere pazienti, aspettare, e non farsi prendere da mille impulsi e pulsioni contraddittorie, in un marasma infernale schizofrenico dal quale non si sa mai come uscirne, là dove il rimedio è peggio del male, là dove la chimica fa più male della follia stessa, è questo l’inferno, l’inferno da quando a settembre sono tornato in Italia dopo Berlino, un mondo che non mi andava più, i soliti loop che tornavano, la dipendenza dalla chimica, e una voglia di staccare da quel lavoro, di cambiare vita, questa vita che non si riesce mai a cambiare, e allora, ecco, se non si può cambiare la vita, cambiamone la sua percezione: chimica su chimica, e alcol su alcol, stordimento su stordimento, e la vita è lì, sempre la stessa, indifferente, e tu con i tuoi viaggi all’inferno sei solo pieno di più cicatrici di prima, che non sai come farai a rimarginare, e che forse un giorno scorderai… incontri ravvicinati del terzo tipo, affari interetnici, discorsi salviniani, vivere in un mondo di contraddizioni, e persone le une contro le altre, senza sapere che partito prendere, giocare a dare ragione a tutti, ad accomodare tutti, a non andare contro le loro opinioni e i modi di vedere, fino a perdere il proprio io che non si trova più, estinto nell’estasi della follia chimica… il proprio io estinto in questa scia, in questo marasma, in questo inferno vivente che si ha da chiudere, da sigillare, come si sigilla l’accesso al mondo dei demoni, con qualche formula magica, con qualche segno o scritta magica, dove i demoni non passeranno più, e neanche l’inferno… il proprio io estinto in questa scia, in questo marasma, in questo inferno vivente che si ha da chiudere, da sigillare, come si sigilla l’accesso al mondo dei demoni, con qualche formula magica, con qualche segno o scritta magica, dove i demoni non passeranno più, e neanche l’inferno… compare così il profeta, il profeta seduto nella quiete più estrema, pensieroso e pronto a benedirti, per andare al di là del sigillo sull’inferno e sui demoni, per riprendere a vivere, quel profeta che alla fine mi compare e dischiude ogni accesso all’inferno, al mondo dei demoni, dove il mio io estinto si ritrova, alla vista del profeta, una volta sigillato l’inferno…


Ispirazioni, Pensieri liberi, Riflessioni

In questa nuova estetica vacuità guerriera…

E ormai è un dato di fatto, mi sveglio alle quattro, alle cinque di mattina e non ho più bisogno di dormire, non mi va neanche di raccogliermi e raccontarmi le solite cose, che non servono a niente, stare calmo, diminuire sigarette e caffè, stare attento all’alcol, evitare intrugli chimici e le solite cose, non me le devo ripetere più ogni volta come un rituale, non serve a niente, me le devo solo ricordare durante il resto della giornata… al diavolo la massaggiatrice cinese, ci volevano delle belle immagini di sexy russia per farmi riprendere, e nonostate tutto il casino di ieri, tra chimica in eccesso e alcol e caffè alla fine mi sono ripreso, al di là di superuomini e divinità… ci voleva la musica dei Dimmu Borgir, i loro primi quattro dischi per stare lotnano da quei libri che mi avevano incantato e che volevo tenere su una mensola che stava per diventare un altare, un altare pesante di oggetti pesanti, tra quell’incenso di Avalokitesvara e quella strausata aquila albanese, ero e sono stufo di questi oggetti e dell’inconoscibile nome divino sulla parete, da oggi non mi dirò più che adotterò un’estetica islamica del niente, ma quella invece zen del wabi, la desolazione, la tristezza e il vuoto, senza oggetti a trasformarmi in un loop vivente, non ne potevo più, e un giorno dopo aver ordinato quel libro sullo zen su Amazon mi sento anche contento, che quel libro, pieno di caratteri cinesi e giapponesi è davvero una figata, e mi ricorda anche quando andavo a scuola di lingua giapponese, dieci anni fa, forse undici, e non ho niente da rinnegare, visto che la lingua cinese e giapponese me le ricordo quel poco che basta anche dopo dieci anni, e l’egemonia russa e inglese avevano rotto le scatole ultimamente, lingue dell’università, mentre ora mi perdo ogni tanto anche nei notiziari 24h in inglese, francese, romeno, albanese, tedesco, spagnolo, e voglio così espandere la mia mente, e andare al di là dei confini di Russia e Inghilterra e America, e dimenticare o comunque andare oltre gli anni di università e i suoi studi… sono anche stufo di stare nei soliti luoghi a leggere come un automa, un robot, un autistico, un cyborg, mi devo muovere ogni tanto, fare quattro chiacchiere con le altre persone, come succedeva ieri con Marco, mio padre, Rizzi e mia zia che veniva a trovarci, anche quando sono fuori di me, anche quando nel mio sottofondo c’è un caos infinito, stordimento totale, tra alcol e chimica in eccesso come ieri, che mi sembrava di essere ricoverato in psichiatria talmente ero fuori di me, salvo poi riprendermi la sera, e questa mattina appena mi svegliavo… e devo prendere un po’ dai jihadisti e dai samurai zen, devo essere più guerriero, nonostante gli sbagli, e meno religioso sempre pronto a farsi venire paranoie per una divinità indifferente, e combattere, combattere, combattere… interessante anche la serie televisiva “The man in the high castle”, che sto guardando in inglese, facendo un po’ di fatica a seguire, visto che la narrazione è lentissima, e spesso mi perdo tra una scena e l’altra in miei viaggi mentali, ma l’ambientazione di quella serie tv è davvero una figata per me, un mondo, un universo, una storia parallela, che fa riflettere su un sacco di cose, e mi perderei ancora nelle prossime puntate che devo guardare… e stamattina comincerò però con i notiziari, France24, e poi qualcos’altro, e lascerò perdere il raccoglimento, che non serve a niente, e anche il caffè e le sigarette alle 6:30 precise della mattina, là al bar della cinese, e se berrò un caffè e comprerò le sigarette sarà solo a metà mattinata, quel giusto caffè di mezza mattinata, prima dell’ultimo che mi concedo nel giorno, quello dopo pranzo… dovrò andare da Saverio oggi, raccontargli un po’ di cose e non raccontargli niente, forse accennargli a questa strana insonnia che mi fa svegliare presto la mattina, e poi non dormo più, forse è anche un modo per svegliarsi e non cominciare subito con il lavoro sotto casa, o con il bar, è un modo per aver tempo per me, la mattina, senza per forza leggere o guardare film, ma solo per rievocare quelle lingue straniere che sempre mi tengono compagnia, al di là delle divinità indù che in questo periodo mi avevano circondato, andare al di là… e per fortuna che ora con il dentista sono a posto, con tutti quei marocchini del bar che non vedo più e Miryam sarò meno estasiato dall’islam e dai suoi derivati, anche dall’ebraismo e quant’altro, e anche dalla musica pop che ultimamente suonava come una sirena che ti fa sviare, e davvero ieri c’era bisogno di un po’ di black metal dei Dimmu Borgir, quel giusto mix di cacofonia, accompagnamenti strumentali e chitarre e bassi elettrici, per andare oltre la soavità sirenante delle canzoni pop, che ero stufo mi incantessero come una medusa, e per fortuna che c’è ancora il black metal ogni tanto… non mi andrà più di fare mix chimici, sono stufo di star male, non mi andrà più di andare oltre l’estetica del wabi-sabi, 侘寂, tutto sarà transitorio, mujyou 無常, e non ci saranno trofei o oggetti simbolici da reinventare, rimarrà solo quel drago cinese e quella tartaruga, regalo di amici cinesi, a ricordarmi l’estremo oriente, e la sua estetica, e forse anche il ricordo di quei miei genitori che litigavano dallo psichiatra che aveva la stessa statuetta, il dottor Drago, ma non mi va di diventare psicanalitico, e i ricordi di infanzia li lascio nel passato e nella dimenticanza… e con calma ora mi lascerò a qualche libro, nei prossimi giorni, senza più quella pulsione alla lettura che mi stava facendo impazzire, quella mente impazzita di mille pulsioni, da disturbo multipolare, schizofrenia, ogni tanto bisogna davvero stare lì e non fare niente, non pensare a niente, che sia sdraiarsi e ascoltare la musica, o stare in piedi in officina e ascoltare la musica, quando c’è poco lavoro da fare o quando non ce n’è niente, e non posso essere sempre impegnato e stressato in qualcosa, che quando non leggo scrivo, o guardo la tv, o ascolto la musica, o vado ad allenarmi o chissà cos’altro, mi devo ricordare che cè anche la possibilità del niente, rilassarsi ogni tanto, staccare, e non essere sempre iperattivo, senza un attimo di sosta… e ci voleva un po’ di vuoto, di niente, per riprendermi dallo stress senza fine di tutti questi tre mesi tra dentisti e ospedali, e adesso che sono stato operato è tutto finito, anche se mi dispiace che nel frattempo è anche finita la storia con Ana, e quella con Marina, come se un capitolo si fosse chiuso, o anche di più di un capitolo… continuerò a lavorare, ogni tanto, quando serve, lascerò perdere Dong Dong e il suo invitarmi a lavorare nel suo bar, nella sua nuova ravioleria, non fa per me fare il barista, né tanto più lavorare da un cinese, anche se mio amico da una vita, si rovinerebbero i rapporti, e non voglio legami monetari con altre persone, tanto più vivere a Milano città e pagar loro un affitto, sarebbe più quello che ci perdo che quello che ci guadagno, e non fa per me… e allora niente, ecco ciò che mi sarei detto in un raccoglimento, mentre stavolta ho affidato tutte queste parole a questa specie di diario, e non c’è niente da aggiungere, ho già detto troppo, e non mi va di sprecare parole, mi godrò un’altra sigaretta e poi passerò ai notiziari in altre lingue, risciacqui linguistici per andare oltre le catene di questo pensare in italiano, e la mattinata inizierà comunque, al di là del lavoro e di Saverio nel pomeriggio, di sexy russia e la chimica, i caffè, i cinesi, i marocchini, gli amici, i libri e gli oggetti magici, gli altari e le estetiche, la musica pop e black metal, le divinità e i profeti, e mille altri pensieri, sempre gli stessi, e nessuno alla fine, in questa nuova estetica vacuità guerriera…