Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

E l’aquila svettava di nuovo, e le lacrime e il sangue…

Impossibile da scrivere, le lacrime e il sangue, visione finale, di compiutezza di chi era dimenticata, Leida… ritornava tutto, in quelle lacrime, in quel sangue redentore di una crocifissione che diventava una canzone, una musica, un canto, il ricordo di lei, tre anni andati via così, facendo finta di niente, cercando di dimenticarla, e invece tornava, nei ricordi… non c’era modo di smettere di sentire lo spirito là dove pensavo fosse ormai perduto, e quel simbolo a lungo detestato, scacciato, che si voleva estirpare, tornava con forza, come l’unico simbolo religioso rimasto, l’aquila albanese… mia crocifissione e resurrezione personale, là dove non si capisce più niente, là dove c’era la chiesa cattolica, l’ateismo, la chiesa ortodossa, l’islam, là dove c’era lei, Leida, la senza religione, al di là della religione, in quel chiedersi cos’era lei, ed era solo amore… tornavo a casa da quella chiesa solo per vedere i miei in giardino, e mi sembrava ancora di essere là, in quegli istanti, in quei giorni al mare in Albania, dove la bandiera con l’aquila svettava in ogni dove, e mi sembrava di vedere loro due, dopo la storia mia con Xhuliana, dopo la morte della nonna, i miei genitori, ancora vivi, anziani, e il ricordo di una loro foto sui monti in Grecia mi ritornava, ancora vicini, nonostante i loro continui litigi, le discordie, ancora assieme, mentre io non ho più né Xhuliana, né Leida, né Alina, e l’aquila svettava di nuovo, e le lacrime e il sangue… non serviva a niente bersi un altro caffè al bar, quello degli anonimi, né quello, né quell’altro bar, un bar di nessuno, un bar di niente, un bar del silenzio, un bar anonimo, un bar dell’assenza… non serviva a niente bersi quel caffè, lo spirito sprofondava di nuovo nelle lacrime e ricordavo la serata prima alla vicina pizzeria dei turchi, quando incrociavo un albanese, ti je mir?, va bene?, diceva, pascià!, all’amico suo turco, l’oriente, le canzoni turceasche, le cantilene coraniche, la musica albanese, stai bene? Come va? Shum mir, molto bene, diceva un altro albanese il giorno prima, davanti al bar dei cinesi e dei romeni, e tutto ritornava in questa spritualità linguistica nel ricordo del sangue di lei, Leida, lacrime e sangue, e parole di una lingua non mia, che si elevava nei cieli, e si disperdeva nell’etere… tre anni andati via così, facendo finta di niente, cercando di dimenticarla, rimuovendola, solo per tornare così, dal profondo dell’anima, una voragine, le lacrime e il sangue e l’aquila che porta su di sé tutti i mali e il bene del mondo, e ogni cosa che si fa per amore va al di là del bene e del male… ricordare ieri sera in pizzeria a vedere il matrimonio di Harry e Meghan, lustro di chi in chiesa non va per espiare, ma per sancire l’amore, Harry, la mia età, il matrimonio, l’amore, e perdersi in quell’ambiente, così lontano dai fasti reali, una pizzeria di periferia, tra i turchi e gli albanesi, a chiedere a mio padre al telefono se voleva che gli portassi una pizza, anche a mia madre, la pietà famigliare dopo una giornata passata a Paolo Sarpi con quell’amico per comprare il regalo all’altro amico, una bottiglia di whiskey giapponese, e l’ambiente estraneo, e gli sconosciuti, e le sconosciute, un senso di anonimità e insignificanza, un nessuno tra i tanti, dopo che il giorno di ieri era fatto di musica satanica e apparizioni di vecchie stelle al contrario, tra le corna di una divinità degli inferi, musica di una volta, il nero dell’anima, l’inabissarsi negli inferi, solo per risalire un attimo andando in biblioteca a prendere quei libri sulla Russia, sulla Cina, e scambiare due parole e dei sorrisi con i bibliotecari, Marco e Michela, sulle avventure di altri scrittori che avevano ospitato lì, personaggi particolari, simpatici, e la voglia di vivere e di andare incontro alla gente c’era ancora, dopo l’abisso e gli inferi, c’era ancora vita, che si rimanifestava in quella canzone albanese che canticchiavo, dopo il sorriso di lei, di Michela, a salutarsi per il fine settimana, c’era ancora vita, non c’era solo il nero dell’anima, l’abisso, la stella al contrario, le corna di una divinità degli inferi, la musica del metallo nero, c’era ancora vita… e la giornata di ieri sarebbe stata così, mai avrei potuto immaginare di rinascere tra lacrime e sangue quest’oggi, ricordando lei, Leida, tre anni andati via, Ana che non può darmi quello che mi dava lei, Alina che ormai c’è e non c’è, e non può ritornare come una volta, anche se si sposta l’asse terrestre dell’anima ogni volta che la vedo, e le lacrime e il sangue erano catartiche, purificatrici, mi facevano rinascere dalle ceneri di un oltretomba nero dalla musica di metallo e sotto il segno di una stella suicida, e non c’era bisogno di libri da cieli neri di paesaggi nordici, thriller norvegesi, il diavolo, certamente, di altri scrittori, ricordavo solo le pagine sulla Russia dell’altro giorno, il messianismo russo, tra comunismo e ortodossia, vecchie parole universitarie che finalmente non mi spaventavano più e non rievocavano depressione, ma ispirazione infinita, di un’aquila, delle lacrime, del sangue, di lei, di Leida, di Alina, di Katia, e di ogni cosa… ho ancora altri libri che rievochino ora quegli anni universitari passati a sognare una Russia che non c’è, che forse c’è solo sui libri e nell’anima, e la storia ancora ritorna, per finire nell’infinito, nel ricordo di lei, e dello spirito ritrovato tra lacrime e sangue, ed ogni cosa diventa ora sacra, purificata, linda, nel ricordo di lei… e l’aquila svettava di nuovo, e le lacrime e il sangue…

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Prosa Poetica, Visioni, Sogni

Nel nulla che avanza…

Non li reggo più, non reggo più neanche i libri, neanche quelli del Dalai Lama che avrei voluto prendere in prestito, a che pro? Cercare la quiete e tutti i suoi modi quando la quiete c’è già? Non c’è bisogno di libri, neanche quelli dell’arte buddhista, dopo questa ondata di Estremo Oriente tra Paolo Sarpi e gli amici cinesi che rivedevo l’altro giorno… è già tanto se riesco a mettermi lì davanti a Final Fantasy e non pensare più a niente, e non mi va di riflettere e pensare ancora, come dicevo ad Alex, ora come ora: “Ho bisogno di dimenticare…”… dimenticare quelle ragazze, i giri dell’anima, le idee assurde su divinità fai da te, e non mi va più di leggere niente, è già tanto se leggevo quel libro leggero sulla Cina contemporanea, i cambiamenti dalla Cina antica, il maoismo, il comunismo, il consumismo, l’occidentalizzazione, libro di cultura alla fine, proprio come quelli leggeri dei tempi di Mediazione in Università… e non mi va di aprire romanzi nobel come Mo Yan o Pamuk, sono stufo, ho il rigetto, come mi dicevano le educatrici, il rigetto… che non mi va più di leggere niente, e se ho preso Vittorio Strada in biblioteca è solo per sfogliare quelle pagine che contengono sempre le stesse cose, come per fare un ripasso delle assurdità sulla Russia che sentivo in università, come per rinfrescare l’incubo, e ridipingerlo di bianco e di indifferenza, l’incubo della Russia… che non mi va neanche di star lì a guardare la televisione internazionale tedesca in inglese, le sue notizie di politica internazionale, le solite cose… ci vorrebbero solo più amici, parlare di più con loro, e il vero me stesso, i veri miei pensieri salterebbero fuori, mentre qui, nei recessi di me stesso, perso nella mia solitudine, si scatena solo l’inferno… e ogni tanto combatto con immagini della mente che vorrebbero ergersi a nuovi idoli da adorare, come aver trovato la pietra filosofale in qualche immagine, in qualche simbolo, mentre poi l’ondata del niente spazza via sempre tutto, e lo so bene, anche dopo l’ennesima ondata di Alina, che per fortuna è già passata… non so cosa farmene delle giornate, e a volte rischierei di diventare schizofrenico tra questo lavoro che c’è e non c’è, tra questi lavoratori che vanno e vengono dall’officina, e non sai quando hanno bisogno e quando no, e non sai neanche come organizzare la giornata… mi passa anche la voglia delle lingue straniere, di mettermi lì a imparare, a che pro? Perché tanto poi nessuno ti chiama, non hai voglia di parlare con nessuno, e non ti va proprio giù di metterti e imparare nuove lingue, senza che nessuno ti sostenga, ti insegni, e non sai più che fartene delle lingue imparate, né per il lavoro, né per la vita… ed è già tanto se non ti butti giù sul letto e dormi il giorno intero, come stamattina facevo, e poi dopo pranzo, solo per svegliarmi con un incubo di un disegno bianco di un leone colorato di azzurro, e lo sfondo marrone color terra, “Il mio ultimo disegno!”, dicevo nel sogno, io quattordicenne, “Il mio ultimo disegno!”, la mia parola finale, poi basta disegni, l’azzurro e il marrone, il cielo e la terra, e non riuscire a svegliarsi da quell’incubo sogno, e avere visioni del Cristo con la corona di spina, ed io che sembravo sul punto di morte in un letto di ospedale, con quella visione, e non riuscivo più a svegliarmi, e gridavo, nell’incubo: “Aiuto! Aiuto!”… mi svegliavo, poco dopo, intorpidito, intirizzito, svarionato dal troppo sonno, con la mente confusa, senza sapere più che fare, e la vita e la giornata e ogni cosa non avevano più obiettivi, non c’era più alcuno scopo, era il nulla totale, un nulla bianco che mi avvolgeva… e ciondolavo di qua e di là, prima di giocare un po’ a Final Fantasy, prima di leggere le prime pagine di quel libro orribile di Mo Yan, attratto com’ero dalla copertina con quei monaci, pensando che fosse un libro illuminante, mentre era il libro più terreno che potesse esistere, lo riportavo subito indietro… era arrivato “Impero e rivoluzione” in biblioteca, non lo leggerò neanche, mi sa, corteggiavo quel libricino del Dalai Lama invece, e lo lasciavo lì, “Nessun oggetto merita desiderio” diceva il Buddha una volta, a che pro leggere qualsiasi libro? Aprirlo? Sfogliare le pagine? Concentrarsi? Lo lasciavo lì, insieme a quell’altro sull’arte buddhista, e rovinavo la giornata con troppe sigarette, con il nulla che avanza e ti stritola il viso, un dio che riapre il suo paradiso nelle porte del nulla che mi avvolge, e non rimane più niente, forse solo la cantilena coranica di un “Audu billahi mina shaytani irrajeem”, lontano da ogni immagine, ogni parola, ogni visione, ogni desiderio, un nulla bianco che mi avvolge… non so neanche perché ieri sera provavo a cercare conforto in quelle canzoni pop di tarda epoca sovietica, i “Laskovij maj”, dalle sonorità anni ’80/’90, quelle sonorità che mi fanno venire in mente sempre delle overdose di eroina, e non mi andava più giù neanche quella musica, né nessuna altra canzone pop, né niente di niente, è il nulla bianco che avanza e mi avvolge, e non rimane più niente, più nessuno, più nessuna, e non ho neanche voglia della camminata serale, che di solito rilassa, e se la farò la farò solo per vizio/abitudine dopo cena, per silenziare ancora di più questo nulla bianco che mi avvolge, e poi non ci sarà più niente, proprio più niente, forse solo il sonno… e non mi va di far niente, sto bene così, in questa inessenza di ogni cosa, in questo rigetto, in questa stanchezza che non vuole più niente, più nessuno, più nessuna, e dormirei e basta, e mi disintossicherei da ogni cosa, e non vorrei proprio più niente, solo quei famosi quattordici giorni di vacanza che sognavo: dormire altrove, non parlare più con nessuno, alzarsi altrove, andare a dormire altrove, nel silenzio di una stanza, nella mia solitudine, lontano da tutti e da tutto e da tutte, nel nulla che avanza…

Poesie, Visioni

Ritorno all’orizzonte della realtà…

La lingua romena mi sa
di sterco di vacca
di campagne e contadini
di ubriachi e di perditempo
niente di affascinante
in una landa del vuoto e del niente
la lingua olandese
mi sa di froci che vivono in barche
pieni di soldi
tra i canali di Amsterdam
con le puttane che hanno pure
il loro sindacato
la lingua giapponese
mi sa di perversione
malattia mentale
follia e tutto ciò che è squilibrato
mentre la lingua cinese
mi sa di extraterrestri
persone d’altrove
un altro mondo
un’altra cultura
la lingua albanese mi sa di clan
mafiosi famigliari
relazioni strette
troppo strette con parenti
e persone che non sopporti più
legami inscindibili
e di sangue
la lingua russa
mi sa ormai di depressione
lunghi cori ortodossi
che sembrano salti nell’oltretomba
o parole di gente
che fa la guerra
lavora
o si esalta con i miliardi del gas
e con la fissa del potere
di ragazze con la gamba facile
che chiedono solo di prenderlo
ovunque
senza un perché
e del ricordo di Alina
e di nessun’altra che mai sarà
di nuovo
neanche il comunismo
neanche l’ortodossia
là dove compare lei nella notte
e mi riporta
tutto il male e il nero di una volta
la lingua francese
mi sa di leggerezza
spensieratezza
e sofisticati filosofemi
intellettualismi
e robe tutte radical chic
e una letteratura
che sa di acqua di rose
inconsistenti
come i loro film
la lingua spagnola mi sa di spiaggia e mare
spaccio di eroina
puttane
e gente senza alcuna filosofia
se non il piacere
e lo sfarzo antico
di una Spagna cattolica
che non c’è più
di strane canzoni vagamente arabeggianti
mentre
la lingua araba mi sa di diavolerie
se non fosse
per le sure salmodiate del corano
l’unica bellezza
in una lingua che non conosco
e la lingua ebraica
mi sa di lingua che spezza i denti
come diceva qualcuno
impronunciabile
senza accenti
mentre la lingua tedesca
mi sa ormai di politically correct
di diritti umani
di filosofemi
tutti democraticcizzanti
un po’ come la lingua inglese
piena di ONG
e discorsi istituzionali
una lingua senz’anima
per tutti e per nessuno
una lingua vuota
mentre la lingua coreana
mi sa di esaltazione politica
di autoritarismo
ed esaltazione
questo lo spettro delle lingue
che ho bazzicato
in questi vent’anni
oggi che tornavo
al bar dei cinesi a Milano
dei miei amici di una volta
a parlare di niente e di tutto
io a cercare di dimenticare
Alina
che rivedevo ieri notte
insieme ad Ana
Alesia
e altre
visione da girone infernale
da riesumare quasi la depressione
perduta in me
e si parlava e si parlava
sentivo ancora quel loro dialetto
cinese
così lontano da quando
Alex si metteva a parlare
con quella donna italiana
in un cinese mandarino
un po’ sporcato
di cui intuivo il senso del discorso
grazie ai miei rudimenti
come quei rudimenti
che mi bastavano a capire
quella giovane romena
che parlava in autobus
e tutta la magia delle lingue spariva
la magia che c’è soltanto
quando queste lingue non le capisci
quando ne assapori i suoni
ma quando poi vieni a sapere
delle banalità
delle loro parole
tutta la magia scompare
a che pro studiare ancora?
Io che delle lingue
sono come un italiano
che capisce tutti i dialetti
della penisola
senza neppure parlarne uno
eppure capire
un po’ tutto
e un po’ niente
di albanese
romeno
russo
cinese
tedesco
spagnolo
inglese
francese
olandese
e saper distinguere
coreano e arabo ed ebraico
ma senza voglia di parlare
nessuna lingua di queste
solo sentire
intuire i discorsi
eppure continuare così
con questa mia lingua
l’italiano
lingua della mia unica socializzazione
perché
parliamoci chiaro
quando mai ho veramente parlato
altre lingue?
Quasi mai
qualche eccezione
in inglese
all’estero
in vacanza o nei campi di volontariato
e poi
niente di che
un po’ di russo
con Marina
con Alina
e niente di più
qualche parola in università
ma mai vera e propria socializzazione
vero e proprio coinvolgimento
e delle lingue
sono solo un linguista
che sa distinguerle
che sa capire
qualcosa
leggendo ascoltando
ma di parlare
proprio non mi va
più
ed è inutile
che gli altri vengano a
dirmi
“Tu sai le lingue!”
quali lingue?
Sono solo un linguista
un italiano che allarga la sua conoscenza passiva
oltre ai dialetti
anche alle lingue
di tutta questa gente
che sta qui
e niente di più
chi me lo fa fare di parlare
quando a volte non ho neppure voglia
di parlare in italiano?
E me ne accorgevo
oggi
tra quei discorsi
con gli amici cinesi di una volta
discorsi che mi facevano rendere conto
di quanto in questi anni
io abbia vissuto in dimensioni parallele
senza vere amicizie a tenermi
con i piedi per terra
io e i miei libri
le mie divagazioni
quelle ragazze che mandavano in altre dimensioni
e ogni “oltre”
svaniva
per riportarmi
all’orizzonte dell’esistenza
dove non c’è niente
al di là
e se mi mantengo ancora in pista
è perché
una parvenza di vita
sta riaffiorando
grazie a queste amicizie
grazie a quei batticuore
e inferni con quelle ragazze
che non voglio
più
“Ho fatto un casino ultimamente”
dico sempre a chi mi chiede
delle ragazze
e non mi va di conoscerne nessuna
anche quando oggi
Alex mi voleva presentare una
italiana
non mi va
e me ne andavo
poco dopo
con i miei sensi di colpa
che Alex offre sempre
con la mia depressione strisciante
di chi non voleva conoscere nessuna ragazza
con il solo sorriso
della giovane sudamericana
che voleva presentarmi
appunto
questa
e bastava così
era già più carina
dell’ultima volta
e non c’era più il pensiero di Ana
c’era solo il pensiero di Alina
di averla rivista
di aver rivisto l’inferno
che si manifestava
anche quando Alex
mi chiedeva
se volevo una birra
“Grazie, non bevo più.
Prima bevevo tanto
due o tre anni fa
poi basta
se bevo
o mi addormento
o divento cattivo”
l’alcol
che non mi va più
sempre Alina di mezzo
come ieri notte
che l’inizio di tutto
a questo punto
non è più Katia
come pensavo
ma l’inizio
è solo la fine con Alina
che ancora rimaniamo sempre qui
sempre qui
tra depressione e inferno
ed elevazioni
e andare in un oltre
che non sa di niente
sa di silenzio
e di mancanza d’essere
e di dimensioni parallele
che si annullano
per tornare
all’orizzonte
della realtà
e non so che farmene di questa sera
di quei giochi
che ormai erano diventati incubi
di quei mondi alternativi
nati da letture
da film
da full immersion in altri mondi
e le dimensioni parallele si annullano
e ritorno
all’orizzonte della realtà
rimane una settimana
che non sarà fatta di niente
se non di uscite con amici
che non dicono niente
tranne la semplice realtà
al di là di regali da fare
posti da visitare
uscite
acquisti
esotici
altro ancora
niente di che
ritorno all’orizzonte
della realtà
dopo dimensioni parallele
nate da altre lingue
altri sogni
altre fantasie
che non esistono più

Pensieri liberi

Qualche amicizia, qualche divinità, e ancora qualcuno che ti apprezza…

Non ce la faccio più, questa gente che non ha il minimo apprezzamento su di me, al lavoro, in ogni cosa, la notte di ieri, dove rivedevo Alina, ma non avevo voglia di tornare da lei, e poi la vedevo andare via con un altro, Ana e Alesia e altre due, che stavano in piedi a parlare con un giovane attorniato da quattro puttane, a parlare, non so di che, cazzate probabilmente, che da quelle tipe non ti puoi aspettare chissà quali discorsi, essere nervoso per aver giocato troppo a Final Fantasy, averlo finito, sì, una soddisfazione, un pensiero in meno, essere tormentato da fantasmi di pornoattrici asiatiche, e un caos della mente che non finiva più, evocare tutte le tipe di una volta, per non impazzire, svegliarsi con il bisogno di un doppio caffè, la testa in confusione, le divinità che mi facevano visita, nel bisogno, e andare al solito bar dove non c’è più alcuno stimolo, la gente che ti deprezza, Miryam che non ti considera, Paolo che pensa solo a vendere le sigarette e il caffè, sentirsi inutile… lasciar perdere il lavoro, che di soddisfazioni ne dà poche, poca gente ti apprezza, e tu disprezzi pure il loro lavoro, ritrovare un attimo un po’ di fiducia nelle parole di ieri di quel film giapponese, qualche parola capita, qualche lettere compresa su un romanzo online in giapponese, “Quello che la salva sempre sono le lingue!”, mi dicevano, e ritrovare quasi la voglia di imparare altre lingue, se solo ci fosse qualcuno che apprezzasse le tue capacità… non è più come l’università, dove, bene o male, ricevevi lodi, ti tiravano su il morale, ti sentivi qualcuno, è l’epoca ora del nulla e del disprezzo, e l’unica cosa che ti ricordi è quell’icona dove tutti lo disprezzavano, e l’altra immagine del Buddha sorridente e calmo che se ne importa degli altri: “Do not let the behaviour of others destroy your inner peace”, diceva il Dalai Lama, e ora come ora niente è più vero, che non mi va di stare lì ad ascoltare tutti, silenziare le parole altrui, le impressioni altrui, e ripetere come un mantra quella frase che dicono sempre i miei amici: “Ma lo sai che la gente in giro…”, e non ci si può aspettare niente di niente… e un’altra frase stupida mi salva, quella di quello zingaro musulmano del paese, Mino: “Tutte cazzate! Tutte cazzate!”, che non c’è altro modo di pensare alle cose se non che ormai la gente mi sta facendo sentire inutile e quel famoso “desiderio di riconoscimento” è insoddisfatto, perché non c’è più alcun piacere in quelle ragazze, e neanche al bar, rimangono solo i miei amici e le poche persone che mi apprezzano, e una divinità che mi accetta così come sono, e un’altra che mi dice di trovare la pace della mente al di là di tutto, e vorrei davvero seguire quei consigli di Saverio: “Ora come ora sono due le cose: il lavoro, una relazione con una tipa”, un lavoro che dia gratificazioni, una tipa che ti apprezzi così come sei, e se non ci fossero neanche gli amici e le divinità a quest’ora sarei davvero a terra, senza contare tutte le ragazze di una volta con le quali, bene o male, ci si sentiva bene, e l’evocazione è bastata da sé… e non so più che fare in questa giornata per sentirmi qualcuno, il consumo di film ieri è stato sufficiente, quel film giapponese: “Nessuno lo sa”, dove la madre prostituta abbandona i quattro figli non più grandi di 10-12 anni a loro stessi, e loro si devono arrangiare, per fare tornare i conti, per mangiare, per sopravvivere, vita da barboni che quasi fanno, e non c’è niente di più vero che qualcuno ti accudisca, ti cresca bene, e la capacità di resilienza dell’essere umano, di andare avanti nonostante tutto… e fa niente se mi sento uno straccio, tornerò forse a sentirmi bene, un giorno, per adesso sarà meglio evitare quel bar, andare altrove, ed evitare quelle ragazze, per un po’, sperare che sul lavoro mi possa sentire meglio, più apprezzato, e sperare di trovare forse la sicurezza in sé non nei videogiochi, ma cercando di leggere e studiare qualcosa, per dimostrarmi che non sono ancora così perduto, e forse le parole degli amici, di Saverio, o di non so chi, che mi possano far sentire vivo… perché stamattina, nonostante i tre caffè, mi butterei giù e basta, dormirei ancora, mi rilasserei, e non farei più niente, non riprenderei neanche la distrazione dei videogiochi, che portano via troppa concentrazione, stressano, e mi portano via, e non bastava la visione di ieri di Alina, Ana e Alesia, ma anche quella di stamattina di Miryam, a buttarmi giù, non c’è niente come queste puttane che ti buttino giù, e invano cerco di ricordare quanto Eugenia e le altre ragazze di università mi stimavano, ed è meglio lasciarle perdere, per un po’, queste ragazze, e non pensare neanche che basti cambiare bar per sentirsi meglio… non ascolterò tutti i pensieri estremi che, come una reazione, potrebbero scaturire da questo star male, non ci sono soluzioni estreme, cose da fare, missioni da svolgere per stare bene, basterà riposare un po’, non pensarci e poi potrò riprendere il corso normale delle cose, e non mi va neanche di parlare con nessuno, né di star qui a riflettere troppo, cercando di capire cosa non va, c’è solo una cosa che non va: troppi pochi apprezzamenti, io abbandonato a me stesso, e critiche da ogni parte che vorrebbero buttarmi giù, e solo gli amici, qualche divinità, Saverio e pochi altri mi danno ancora la forza… se solo ci fosse un lavoro che mi piace e che mi facesse sentire bene! Se solo ci fosse gente con cui parlare più apertamente, con cui trovarmi bene! E invece sono qui, a destreggiarmi tra gente che non mi va giù, compiti che non sono i miei, e consigli e parole sbagliate altrui che, per quanto non voglio ascoltare, a volte agiscono in sottofondo…  meglio non ascoltare! Tutte cazzate! Tutte cazzate! E andare avanti lo stesso, e cercare forse conforto in qualche amicizia, in qualche cosa che mi faccia sentire bene, e in qualche lontana divinità di cui adesso ho bisogno, e lasciar perdere, lasciar correre, non pensare più, lasciarsi andare e riposare, e recuperare quella lucidità che non c’è più, e la chiarezza, e la motivazione, e non pensare ai lavori che non arrivano, alle ragazze che non mi vanno giù, ad altri discorsi che non posso sentire, e ricordarsi almeno che c’è qualche amico, di qualche divinità, che c’è ancora qualcuno che ti apprezza…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Nella rivelazione orizzontale dell’infinito…

ハ-ト, hato beer, 阿斗, atou, “Ato!”, diceva il cinese, ato, adou, lo scemo incompentente figlio di un regnante dei tempi antichi in Cina, una figura mitologica quasi, lo scemo, il folle, l’inetto, il mio nome cinesizzato: “Ato”, come mi diceva quel cinese una volta, Ato, Aldo, versione cinese del mio nome… quel cinese in quel negozio cinese di cibi, bevande, spezie, ciotole, tazze, cibi surgelati, incensi, birre e liquori estremo orientali, il Kathai, a Paolo Sarpi… Paolo Sarpi… che ci andavo sempre da adolescente, insieme ai miei amici cinesi, a comprare le cassette di musica cinese, i vcd di film cinesi, con la speranza e la voglia di imparare la lingua cinese, i miei anni con gli amici cinesi, altri, a cercare la ragazza che non arrivava mai, la ragazza cinese, quando ai tempi mi ero innamorato della vicina cinesina… tempi andati… “Paolo Sarpi, mi ricorda la mia prima gioventù, come facevo a uscire con i cinesi?”, dicevo al mio amico fumettista italiano, Barresi, “Eh, vabbè, ci sta…”, diceva lui, e il mondo si apriva… “Ato!”, diceva quel cinese quando compravo la birra giapponese al tè verde: Hato, traslitterizzazione giapponesizzante della parola inglese “Heart”, cuore, il mio nome cinese, Ato, la parola giapponese/inglese che diventava il mio nome, Ato, come mi chiamava quel cinese una volta, lo scemo, il folle, l’inetto, l’incompetente figlio di principi, il padre… il lavoro… la famiglia… nel nome del padre… il mio nome… il nome che nell’antica Cina cambiava, a seconda di chi ti nominava nella società, come in certe tribù africane, il nome nel mondo, nell’esistenza, nel vivere, non il nome della nascita, Ato, un altro mio nome, l’inetto, e Barresi che mi ricordava come mi chiamavano invece nella scuola giapponese di un tempo, Arudo, Arudo-san, アルドさん, ricordi di una vita precedente, di più vite precedenti… quando andavo alla scuola di giapponese, quando uscivo in Paolo Sarpi, quando uscivo con gli amici cinesi, quando studiavo cinese e giapponese, quando oggi, rivedendo tutti quei prodotti estremo orientali mi perdevo negli ideogrammi, nei simboli strani, nelle scritte giapponesi, come quel 白龍の酒, hakuryuu no sake, il saké del drago bianco… troppi ricordi… gli amici cinesi, l’ultima cinesina nel ristorante italo-cinese, Valeria la cinese che ogni lunedì mi serve il caffè al bar, Paolo e il suo vendermi le sigarette, Leo che mi parlava l’ultima volta della sua tipa, Alex che mi parlava della Cina… la Cina… l’Estremo Oriente… troppi ricordi… troppe suggestioni… come quella Kazaka estremo orientale che una volta mi facevo, là, vicino alle rotaie del tram, prima che comparisse Leida, poco dopo Diana la russa, forse tra Magda la polacca, e chi si ricorda più… le cinesi… le estremo orientali… i centri cinesi di massaggi che non vorrò mai frequentare, le cinesi che sono sacre, il primo amore, una cinesina, forse, la libido della mia prima giovinezza… Ato, il mio nome cinesizzato… tre bottigliette di birra, come tre lattine, tre bottigliette di birra giapponesi, e di fronte a quel cinese che mi diceva: “Ato!”, non dire niente, ritrovare solo nella sua pronuncia, nella sua voce, l’esatta pronuncia di quel cinese che una volta mi chiamava: “Ato”, cinese amico di cinesi, ai tempi di QQ, delle chat cinesi, delle amicizie, della follia ideogrammatica, delle lingue estremo orientali, l’infinito… e non dire niente a quel cinese oggi, guardarlo solo negli occhi, ridere, sapere che quel nome è un nome di un folle, e non dire niente, come spesso si usa in Cina, l’elisse delle cose, il non detto, il messo tra parentesi, il silenzio, una sospensione di parole che si fondano sul: “Non lo so”, “Non te lo dico”, “Non si può dire”… ridere e comprarsi tre birre, di fronte a quell’italiana che faceva la promoter, quella giovane ragazza, che mi diceva di assaggiare le patatine viola, di non so che tipo, assaggiarne una e dire: “E’ come le altre patatine”, “La patatina non si rifiuta mai”, diceva un cameriere una volta… e uscire da quel negozio solo con l’idea di dover fare un regalo al Barresi, il suo whiskey giapponese, Sunton o qualcosa del genere, da chiamare Fizi un pomeriggio e andare là a comprare questo benedetto whiskey, un giorno di questi… ma fa niente… pranzare con Barresi al ristorante cinese, involtini primavera, spaghetti di riso, vitello e soia, manzo e soia piccante, ravioli, pane cinese, che si mangiava tutti quanti assieme, dividendo le portate, e si mangiava bene, si mangiava tanto, forse pensando sempre all’affascinante proprietaria del Long Chang di Paolo Sarpi, la cinese già sui quarant’anni ormai, e si faceva finta di niente quando di fianco a noi si sedevano le milanesi upper class con la puzza sotto il naso, i discorsi radical chic, e si provava invece simpatia per la negretta con due figli che arrivava dopo, comunione tra le stessi classi sociali, simpatia per i poveretti, che Barresi manifestava apertamente, lui, eterno abitante di case popolari con la fissa di diventare miliardario e upper class, le classi sociali, Karl Marx, quel documentario sulla Cina che vedevo qualche giorno fa sulla televisione internazionale tedesca, documentario su Karl Marx, a dire il vero, dove però in Cina tutti conoscevano il suo nome, le basi del suo pensiero, e quel cinese dai capelli lunghi, artista, che preparava una scultura nuova di Karl Marx, la Cina, il comunismo, il socialismo, l’ateismo, e quella mia statua del drago cinese, l’Uno che diventa Due, come diceva quel filosofo, come diceva anche Mao Tse Tung, l’Uno che diventa Due, formule filosofiche quasi esoteriche, l’assenza della divinità e il mondo che da vertiale dell’Uno si fa pura orizzontale del Due, le relazioni con gli altri, pura orizzontalità d’essere, e sfacelo di ogni rapporto verticale e individuale con l’Assoluto, l’Uno, la divinità che non si può dire, il simbolismo della croce, orizzontale e verticale, e ogni cosa si risolve nell’orizzontalità, l’uno, dall’uno 一, yi, all’ 一起,yiqi, insieme, come quel cinese quando mi vedeva per quella cinesina, insieme, due, non più uno, orizzontalità infinita… e crollava di nuovo l’idolo di divinità da adorare, quando nel pomeriggio, a fine giornata passata a Paolo Sarpi, tutti i ricordi di una vita si ripresentavano: gli amici cinesi, gli amici italiani, l’eros con tutte le tipe, le conoscenze, le relazioni, e si manifestava quella verità fatta di agapè, e non più eros, di tutte le relazioni di una vita, che si manifestava il senso dell’assenza di eros in quel monaco che vedevo nella chiesa poco prima di Paolo Sarpi, l’eros di una volta e l’estasi dell’agapè, che l’ultima volta Ana mi diceva: “Sposati!”, proprio lei, maestra di eros… e tra eros e agapè mi perderei… che ritornava in mente tutto, ricordi di ogni genere, canzoni di ogni tipo, tutte le relazioni di una vita, tra amici, amate, amici andati, amici ritrovati, conoscenti di famiglia, tutte le persone viste quest’oggi, i cinesi e la Cina, l’Estremo Oriente, ogni religione che svaniva, solo un’estasi di eros e agapè senza fine, che non pensavo più neanche a quei discorsi classisti e d’odio tra quelle signore borghesi e quell’altra ragazzina che si lamentava del gas che non c’era più nel quartiere, lì al bar, che diceva del suo amico andato in Indonesia per tre mesi, non si sa a far cosa, l’Indonesia, che ricordavo le ultime letture di un paese molto musulmano, di Eugenia che è là a fare la missionaria avventista, e questa ragazzina invece faceva la snob, la borghese con la puzza sotto il naso, e Barresi poi partiva con un comizio di questi borghesi che non hanno il senso della consapevolezza, della realtà, di come in fondo dovremmo essere tutti uguali, di come Gaber cantava in “Barbera e Champagne”, la questione delle classi sociali, le divisioni, e io ritornavo sempre alla visione di quella chiesa, di quel monaco, di quel profeta andato, dalla barba e i capelli lunghi, e non ascoltavo più il rosso di Marx, e neanche della Cina, e nessun’altra cosa, nessun tempio lontano, nessun rosso russo, nessuna icona, e non ricordavo neanche più Marina, l’anno scorso, quando passavamo di lì, proprio di lì, a Paolo Sarpi, e niente di tutto questo mi veniva in mente, l’anno scorso, ai tempi di Ana, ai tempi di Leida, niente più di tutto questo… e non c’era più niente a fine giornata, non c’era più niente, solo un’estasi di ricordi di agapè e eros, e non bastavano più le canzoni, la musica, i ricordi, i desideri, e mi lasciavo andare, sotto quell’alcol che sarebbe meglio non bevessi, ma che oggi era solo la porta d’accesso alla verità: tutte le relazioni del mondo che salvano ogni cosa, l’agapè, la comunione con gli altri, la solidarietà, se vogliamo, in chiave ateistica, o le relazioni tra persone, al di là di ogni discorso classista e marxista, l’odio e gli scontri di classe, le invidie, ogni cosa si rivelava, come un’altra apocalisse, e smetteva di avere senso ogni divinità verticale e irraggiungibile, trascendentale, e tutto tornava all’orizzonte…. come ogni volta che guardo quel drago, l’Uno che si fa Due, il comunismo, il dio che non c’è, la pura orizzontalità dell’anima, e tutti i ricordi e le relazioni del mondo… la Cina… il comunismo… il socialismo… Benito il barista che diceva che Cristo, Maometto, Buddha e tutti gli altri sono tutti degli impostori, lui che si definisce sempre socialista, la sociabilità, la solidarietà, come diceva Leopardi l’ateo, l’orizzonte che vince sulla verticale, la comunione e la socievolezza, il simbolo mistico della croce, tra orizzontale e verticale, il volto di Cristo, e tutto tornava all’orizzonte… non c’è più Eugenia che con la sua mania perfettina mi vieta questo e quello, l’alcol, le sigarette, ogni cosa, non c’è più l’ossessione erotica in me quest’oggi, tutti i ricordi sanno ora di orizzonte, e non c’è più nessuna trascendenza, nessuna perfezione, abbandono i libri mistici, i libri d’altrove, i giochi, la musica, ogni cosa, mi immergo nei ricordi che sanno d’orizzonte, e non ho più bisogno di niente, di nessuno, forse solo di qualche cinesina lontana, come mi diceva Barresi: “Ma i tuoi amici cinesi non ti possono presentare una cinesina? O se le tengono per loro?”, la cinesina che non esiste, la musica cinese che non esiste, il mio nome, Ato, altra variante del mio nome, Arudo-san, gli altri miei nomi, il mio nome, io che non esisto più e mi perdo in questi ricordi di relazioni, come se fosse un’apocalisse, nell’attesa di altre relazioni, con la tipa giusta, “Sposati!”, mi diceva lei, “Quando ti sposi?”, mi dicevano i miei amici cinesi, mia madre che ai tempi dei miei 14 anni mi diceva: “Ti sposesarai con una cinesina, con una giapponesina…”… e tutti i ricordi di ideogrammi, altre lingue, cinese e giapponese, Alex che mi diceva: “Dovevi studiare cinese! Non russo!”, e l’apocalisse, la fine di ogni cosa, quel monaco e quella chiesa, San Paolo Dedito, agapè, i ricordi, le relazioni, gli ideogrammi, tutta la gente del mondo, l’estasi dell’alcol, “Amo il mondo!”, si scherzava una volta su chi era un po’ ubriaco, perdersi nell’infinito orizzontale, l’agapè dei ricordi, la gente di quest’oggi, la vita, o le donne o la vita, mi dicevano, e perdersi, perdersi, perdersi, e il mondo che finisce un’altra volta nella rivelazione orizzontale dell’infinito…

Poesie, Visioni

Pura libertà d’essere nell’infinito…

Vediamo se riesco a fare un miracolo!
Il giovane dai capelli lunghi e la barba
che ti vendeva quella memoria
per giocare all’infinito
un ritorno all’origine
di quando si poteva ancora giocare
senza essere tormentato
da demoni erotici
di ragazze che sono
per tutti
il caos dell’ultimo anno
non tanto differente
da quel caos
che portò
alla follia
dieci anni fa
una due tre quattro cinque
ragazze
diventano troppe
da desiderare
e alla fine
non sai più che fartene
del caos
e ritorni sui tuoi passi
dopo dieci anni
a perderti ancora
nei giochi
come un ragazzino
e allo stesso tempo ti accorgi
di avere dieci anni in più
con tutta l’esperienza
una vita vissuta
forse un po’ rovinato
come direbbero alcuni
non corri più dietro ad ogni ragazza che vedi
e tutte ti sembrano ora uguali
anche quando
di giorno
ti compare lei
che sembrava farti impazzire
un anno fa
e ora
resta uguale alle altre
che differenza c’è tra lei e le altre?
Nessuna
tutta tanta immaginazione e fantasia
trasposizione
di desideri
inavverati
con lei
avverati con l’altra
e ora che la tua fantasia
si riporta
ad uno stato più innocente
fatto di giochi video
di fantasia infinita e finale
non sai più che fartene di lei
o di quella romena che vedevi quest’oggi
al ristorante
dei lavoratori
una romena dal volto che ti ricordava
Eugenia
dalle spalle che ti ricordava
Olimpia
ma che in fondo è nessuna
è vuota come lei
come Ana
puro significante
di qualcosa che non c’è
e non ci sarà mai
anche oltre quelle icone ortodosse
che cantano
il peccato
e il sigillo
mentre ora
l’unica icona
sfavilla di bianco
come un mahdi
che alla fine compare
per sconfiggere
l’al-dajjal
l’anticristo
e compare quello dai capelli lunghi
e la barba
vestito di bianco
che è voce della tua coscienza
che è voce di te
che corregge
ogni parlar sbagliato altrui
e sembra guidarti
come un vero mahdi
non solo nello spirito
ma anche in ogni occasione della vita
elevandoti ad altezze
che altri non possono sentire
e che senti dentro di te
distanza infinita dagli altri
il vero te stesso
a distanza siderale
da ogni altro e altra che vedi
lontano da quell’amico
che si perde ancora
dietro mille immagini di ragazze
modelle
sognando di fotografare e fotografare ancora
per raggiungere apici di gloria
te rimani ancora un po’
sciamano africano
la foto ruba l’anima
ti dici sempre
e l’unica immagine che in te compare
è quella di colui che veste di bianco
alla fine del mondo
e sul muro di quella tua stanza
che non distingui più
dall’esterno
come se non ci fosse più distinzione
tra spazio interno e spazio esterno
è solo una parete bianca
dove si dipingono
come nella tua mente
immagini di vita
simboli e parole
e ogni cosa
solo poi per sparire
in quel nulla bianco
che accoglie tutta la libertà dell’essere
e non ti interessa neanche più
dare un ordine al mondo
che è diventato pura libertà
che ognuno la vita la vive come vuole
e nessuno può imporre niente a nessuno
nessuno può star lì a far giudizi morali
giudizi politici
giudizi ideologici
pura libertà del niente
e della sua forza di prendere tutte le forme del mondo
dalle infinite possibilità
e non sai che fartene
di troppe parole
altrui
“Smetti di ascoltare!”
ti dici ora sempre
lontano da quella preghiera che invece diceva
“Ascolta”
no!
Basta!
Non ascolto più
le mille campane
non sarò più una spugna
silenzierò quelle voci
quelle opinioni altrui
quei volti di chi troppo spesso mi è comparso
a sviarmi
la guida è ora altrove
in quel vestito di bianco dalla barba e i capelli lunghi
che compare
a guidarmi
e non c’è più parola
più niente
l’intrico di ragazze dell’ultimo anno si dissolve
e chiede tregua
e tregua e pace
è già
e non rimane più niente
letture che sembrano
vivere di un tempo di seconda mano
post-apocalittico
mentre ogni festa è rimandata
e rimanda solo all’apocalissi
già avvenuta
e a quella che verrà
là dove il tempo si infinita
in una nuova attesa
che non si sa se è già compiuta
o sarà da compiersi
e con la tua spossatezza
giochi
lavori
studi
leggi guardi film
parli con altre persone
e non hai più voglia di interrogarti
perché quelle ragazze ti abbiano sviato così
e continuino ancora a sviarti talvolta
là dove non c’è più differenza
tra lei e lei e l’altra
e tutte sembrano ora
vuote
è l’anima che si svuota
è l’anima che si libera
e trova una guida
che silenzia ogni altra voce
e l’immagine
delle vesti bianche
di quello con capelli lunghi e barba
sembra fare il miracolo
che mai avresti pensato
salvandoti dalla fine del mondo
rimandata a non si sa quando
o forse già avvenuta
non lo sai neanche te
là dove il tempo si infinita
e rimane una sola visione
che le cancella tutte
e
giochi
lavori
studi
parli con gli altri
di lei e di lei e dell’altra
non sai più che fartene
e così all’infinito
e si silenzia ogni demone
e non ascolti più
“Non ascoltare più!”
e il potere smette di esistere
anarchia dell’anima
salvata
“Qui non ci sono capi!”
diceva quel giovane cameriere
proprietario della trattoria
qui non ci sono capi
c’è solo un capo mistico
che trascende ogni cosa
il vero maestro
altri non ce ne sono
la vera guida
che rimanda verso il nulla da cui tutto si fonda
uno infinito
che si disperde
nella libertà dell’essere
di ogni cosa
di ogni creatura
e anche tu
partecipi di questa libertà
non più sottomesso a niente
a nessuno
a nessuna
pura libertà d’essere
nell’infinito

Pensieri liberi, Ricordi, Riflessioni, Visioni

In questa noia bianca…

Può essere solo la primavera, è l’unica spiegazione che mi dò, andare in biblioteca e non aver voglia di leggere neanche un libro, neanche tra quelli in prestito, filosofia del nulla, teologie politiche islamiche, riletture, a dire il vero, nessuna voglia… lasciar perdere quel libro turco di Orhan Pamuk, dopo che stamattina quasi impazzivo a voler ritornare da quel barbiere turco con cui non si può neanche parlare, quello forse un po’ frocio, con la s sibilante, inquietante… e impazzire per tagliare o no quei capelli, e alla fine andare dal barbiere italiano, che quando mi vedeva all’entrata al bar mi dava un buffetto sulla spalla, e già mi riprendevo, che bisogno c’è di farsi tante paranoie sulla pettinatura? Ed entravo poco dopo, dopo un caffè, e mi diceva che sembravo un leone con quei capelli, un pazzo, e c’era davvero bisogno di un taglio… mi rapava ben bene, senza essere ora a zero, ma comunque un taglio quasi militare, e durante tutto il taglio si parlava male dei marocchini, degli albanesi, dei romeni, di questi qua che vengono a spacciare e a gestire la prostituzione, le carceri affollate, i carabinieri che non fanno niente, la politica che non si decide a fare il governo, ed era un puro parlare salviniano come tanti adesso, che va tanto di moda, un parlare vuoto che però mi portava via da quella sensazione di malessere che provavo al solo avvicinarmi al barbiere turco, e ringraziavo iddio che lì è meglio se non ci metto più piede… non so cosa mi spinge là certe volte, forse il ricordo di quel viaggio in Albania tre anni fa o di più, quando, prima di andare in Albania, passavo appunto da quel parrucchiere, e allora sembrava tutto magico, un altro paese, altre culture, altri modi di parlare, uscivo dalla storia con Xhuliana, la ragazza albanese, e allora era tutto incantato, tutto ciò che era estero era incantato, e non so, forse per qualche coazione a ripetere ogni tanto mi verrebbe da tornare lì, ma ora come ora fa solo sentire male, come quell’aquila albanese che non posso più vedere, come quella lingua russa che non posso più sentire, come tante cose straniere che non mi ispirano più, come la stessa Ana, la ragazzina romena, che non mi va più di vedere… e sembra quasi finire una stagione, una stagione tutta esterofila, xenofila, e non so cosa comincia, forse non comincia niente, e non mi capacito più di quell’Aldo che ero, e mi sento disperdermi, come prima in biblioteca, quando nessun libro più mi attraeva, come se non ce la facevo più a dedicarmi a niente, ai film, alla musica, ai libri, e può essere solo la primavera, mi dicevo, come quando in università verso aprile/maggio non ne potevo più di libri, e mi accontentavo di dare quegli esami scritti di lingua, facili, e mi preparavo solo alla sezione estiva, di tre o quattro esami, niente di più, e poi potevo dire dimentica l’università fino a ottobre… ma l’università non c’è più, non ci sono più nemmeno gli esami, non ci sono più letture obbligate, ma neanche letture d’evasione, di piacere, tutto mi stanca, tutto mi viene a noia, tutto si dissolve, e non so se è perché sto giocando troppo a Final Fantasy che non riesco più a concentrarmi, o proprio perché non riesco più a concentrarmi che gioco a Final Fantasy, ma sono stufo di tutto e di tutti, anche di Ana, anche di quel lavoro, che alla fine mi hanno detto di sentirmi libero di trovare altro, e non mi sento più legato a niente, si spalancano le porte del tempo, e non c’è niente da fare in queste lunghe giornate, e nonostante mi abbiano consigliato che adesso come adesso l’unica cosa che potrebbe farmi cambiare è trovare un nuovo lavoro e trovare una ragazza, una relazione stabile, nonostante tutto questo non ho voglia di niente, di nessuno, e passerei le mie giornate a oziare, a rilassarmi, a non fare niente, e mi sembra anche di veder dissolvere pensieri e religiosi, che prima mi orientavano, a parte semplici consigli sulla dieta, sul bere, sulla sessualità, e solo queste regole mi tengono in pista, regole ormai assimilate, ma per quanto riguarda tutto il resto sono completamente fuori di me, disorientato, libero e allo stesso tempo disorientato, e non so più cosa voglio… mi stanco dei libri, dei film, della musica, delle ragazze, degli amici, del lavoro, di Final Fantasy, delle mie ricerche, dei miei pensieri e non so più a cosa dedicarmi, ed è una noia bianca, una noia dove tutto si dissolve e non rimane niente, e vedo me stesso solo in preda ai libri come un quattordicenne sarebbe preda dei nuovi videogiochi da comprare, e non mi sembra di aver mosso un passo da quando ero anch’io quattordicenne, solo ho sostituito ai videogiochi prima i libri, poi le ragazze, poi i vestiti, poi altro ancora, forse i film, e tutto mi sembra una lunga parabola con varie variazioni, la parabola del consumismo, culturale, erotico, ludico, e niente di più, una grande voglia di consumare e niente di più, e ora mi sembra che non rimanga più niente, più nessuno… forse è solo la primavera, mi riprenderò forse trovando qualcosa a cui dedicarmi, se solo anche il lavoro non mi sembrasse un videogioco, un’impresa ludica e senza senso: stare davanti un monitor a inviare mail e cv, con la sola attesa di qualche risposta sparuta che non ti dice niente, rimanda o ti dice semplicemente che la gente non è interessata, e mi sembra davvero tutta un’esistenza virtuale, della stessa consistenza di un videogioco, e anche la mia conoscenza delle lingue sembra fittizia, quasi sempre passata attraverso fogli di carta, o schermi di computer e tablet, e non c’è niente di consistente, tutto è evanescente e virtuale, e tutto mi sembra finto, ogni mio studio, ogni mia conoscenza, che si risolve in nulla… e pensare che oggi la gente sulla virtualità fa i miliardi, quante app? Quanti social? Quanti blog e influencer e youtuber e quant’altro ancora? Tutto virtuale e niente di vero, e mi sembra di vivere una vita finta, virtuale, e mi sembra che non ci sia niente di concreto e tutto evapora, si dissolve, diventa evanescente… e non so neanche che farmene di questa giornata, di questi giorni e dei giorni che verranno, mi verrà voglia solo di giocare ancora a Final Fantasy per non pensare più, magari tornerò ad appassionarmi di qualche libro, di qualche film, ma tutto è ora privo di senso, senza scopo, ed è una noia bianca, un senza senso bianco, non di quelli depressivi dove dici: “Tutto è senza senso”, ma un “senza senso” che si salva da sé, in questo nulla che mi invade, in questa inanità totale, in questa infinita vanità del tutto, in questa noia bianca…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Nel cantilenare dell’anima…

E un altro sabato è passato, è quasi sera e la giornata stava per impazzire di nuovo, per colpa di Manuela, che mi manda in tilt, per quel sonno dopo pranzo che era meglio se non c’era, quelle parole di chi lavora anche il sabato, e quelle mura domestiche che mi soffocavano… e niente serviva andare in biblioteca, solo per tornare a casa, e poi dormire e poi svegliarsi con la mente sempre più confusa, provavo ad andare al parco, ma non bastava, non bastava nemmeno raccogliersi e invocare tutti gli dèi e i santi, stavo impazzendo… che mi drogavo di 5 mg di quella droga e mi stendevo sul letto, attendendo che quella droga facesse effetto… avrei dovuto davvero starmene fuori di casa, dalla mattina alla sera, il pomeriggio in biblioteca, senza incontrare le solite facce, le solite voci, ma ormai è andata così, per questo sabato… solo quando la droga faceva effetto mi riprendevo e tornavo in biblioteca, a leggere “Norwegia Wood”, e solo così mi calmavo, quasi da addormentarsi, sedato… non bastava un caffè, la gente attorno a me, le parole eccitanti del libro, ormai avevo preso la sensazione di languore e stanchezza che mi faceva sentire come un pascià… e leggevo un paio d’ore, solo per farmi venire la voglia di una pizza dai turchi, e andavo in pizzeria… non c’era nessuno, solo due marocchini, tunisini, non so, mi facevano sedere vicino a loro e non mi importava, dalle casse usciva qualche litania islamica, e rilassava ancora di più… immaginavo Abdul Bahà vestito di bianco, come l’imam nascosto che veniva a darmi le benedizioni, e il canto islamico rievocava preghiere e sure del corano, e trovavo la mia pace, nel desiderio lontano di una Manuela che non c’è… me ne stavo lì, mangiavo la mia pizza, guardavo i turchi mentre pulivano il locale, a quell’ora dove c’è poca gente, e mi sembrava di essere in Turchia, in un libro di Orhan Pamuk, lontano da tutto e da tutti, e mai più mi sarebbe venuta voglia di tornare a casa, di leggere ancora Murakami, e mi godevo solo quelle visioni dell’imam nascosto Abdul Bahà che mi aveva consigliato di prendere quella medicina, di non distruggermi, di star calmo che tutto si risolve, e mi godevo quel languore, quella visione, quella pace, quel modo di sentire che mi sembrava di essere un pascià… me ne andavo senza salutare, e mi dicevo che i prossimi sabati mai starò di nuovo a casa, con quel trambusto, quella gente che non ti dà pace, e mi promettevo di stare più attento a caffè, all’alcol, alla droga, e fare mille cose, ed essere frenetico e non fare le cose con calma e, sedato delle mie visioni e di quella droga, decidevo di bermi un altro caffè al bar lì di fianco, e comprarmi le sigarette… prendevo e poi mi fermavo ad un parchetto lì vicino, dove ora scrivo, un parchetto dove non c’è proprio nessuno, c’è solo il silenzio che tanto desideravo, e niente e nessuno che rompa le scatole, neanche la mia stessa voce che a volte diventa insopportabile… e mi rivedo in quella pizzeria, vestito di nero,  con la cantilena islamica che mi appacificava e il mio perdermi nell’infinito, nel desiderio lontano di Manuela, e dimenticato tutti, tutto e tutte e non avevo più bisogno di niente… se solo esistesse un’abitazione tutta mia, dove non sentire i miei, gli altri, i rumori della televisione, i soliti discorsi, quelle mura che a volte danno la claustrofobia, quel fracasso in me di voci, a stare a contatto con quella gente, quegli spazi, non avrei neanche bisogno di 5 mg di droga, e stasera non tentennerei a tornare a casa… ma è così, mi devo abituare, fin quando non sarà il momento, e potrò vivere lo stesso, tra visioni di imam nascosti, desideri lontani di Manuela, nel cantilenare dell’anima…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Visioni

Un simbolo che rimanda alla ricerca d’amore, Manuela… 

E ci mancava di rivedere Manuela, al Carrefour, passare lì come sempre, nella solita corsia dove di solito sta Lieta a mettere a posto la roba, non riconoscerla subito, notare solo quei capelli biondi, più lunghi del solito, il suo vestito da lavoratrice, lei, china a mettere a posto la roba, di schiena, che mi chiedevo chi fosse, se fosse Lieta che aveva cambiato pettinatura e colore o chi, o un’altra, chissà… passare lì di fianco e vederla, vedere lei, Manuela, che non mi diceva niente, il silenzio, il silenzio che era meglio di ogni cosa, non osare salutarla, dopo le figure assurde che facevo con lei, e tutte che, ancora una volta, mi passavano davanti, Leida, Marina, Ana, Elena la shqiptare, Alesia, e tutte… che le mie parole per Manuela erano false, in quel periodo che stavo impazzendo per Leida, e non c’era niente da dire, neanche salutarla e dirle: “Ma non lavori più in cassa? Sei qui ora? O in pescheria?”, lasciar perdere, il silenzio valeva più di ogni cosa, la mia perdizione dell’anno scorso, che tutti forse conoscono bene, ci siamo passati tutti, il delirio erotico, lo stordimento, la follia erotica, che l’unica cosa da fare è stendere un velo pietoso, e non dire più niente, far finta di niente, perché comunque è tutto passato… e il silenzio valeva più di mille parole, quel suo sguardo che per un attimo si incrociava con il mio, le parole che avrei voluto dirle, “Guarda, sono un casinista, ho fatto un casino della madonna”, ma chi sono io per lei per dirle queste cose, chi è lei per me? Non è la mia ragazza, lei è già fidanzata e convive, e tutto ciò che è Manuela per me è solo come un riflesso della coscienza, che si presenta sotto la sua apparenza, e non c’è molto da dirle, ci siamo passati tutti, probabilmente, e le cose vanno avanti così… che ripensavo a come mi svegliavo stamattina, mezzo stordito da questi giorni fatti di Final Fantasy, Evangelion, notizie in inglese, e quel libro di Murakami, e quell’altro di Krishnamurti, che mi sembravo sempre più stordito, tra tutti questi schermi, questi libri, che ieri sera dovevo darci un taglio, mettermi in silenzio, bere due bicchieri di vino nel buio della stanza, e non ascoltare più la musica che mi ha stordito in quest’ultimo anno, non dovevo più scimmiarmi per i videogiochi, per i cartoni animati, per i libri, e ricercavo solo una quiete oscura… e il risveglio, il risveglio dove non avrei potuto sapere che avrei rivisto Manuela, che mi avrebbe smosso l’anima, e non sapevo che andare in biblioteca a cercare di leggere faceva solo male, faceva partire solo maledizioni inutili contro la gente che sta in casa da me, a fare lavori, maledizioni contro il sabato, mentre l’unica cosa da fare è stare anche qui, nel mio territorio, e ignorare chi mi sta attorno, e la giornata potrà ancora essere fatta di Final Fantasy, Haruki Murakami, Krishnamurti ed Evangelion, senza star lì a farsi troppe menate, si è liberi lo stesso, “Non sia così severo, così critico con sé stesso, senò non vive più”, mi dicevano, e accolgo questo sabato come si accoglie qualsiasi altro giorno, senza estremismi, fondamentalismi, che non so da quando avevano fatto un nido in me, e posso vivere questa giornata come qualsiasi altra giornata, anche qui, senza l’idea della maledizione che impenderebbe su questo luogo, mentre tutto deriva da me, dalla mia mente, da me stesso, e anche il tempo è un costrutto, così come lo spazio, e la quiete in me e il benessere sono al di là del tempo, al di là dello spazio, e posso ancora restare nel mio territorio e dedicarmi a ciò che mi piace di più, senza farmi condizionare da inutili menate estremistiche e fondamentalistiche, che altrimenti, davvero, non si vive più… e allora potrà cominciare la giornata, nel ricordo di Manuela, che alla fine è solo una ragazza, e poco importa se mi compariva al Carrefour anche il giorno di San Valentino, lì come un simbolo di un amore che non c’è, una relazione che non c’è, lei a significare tutto quello che non c’era e non c’è con Leida, Ana, Alesia e le altre, una figura, un simbolo che rimanda alla ricerca d’amore, Manuela… e non so se la rivedrò, quando la rivedrò, cosa cambierà, lei che è solo un simbolo, una ragazza che neanche conosco, lei che non mi conosce, e anch’io forse che non conosco me stesso, e lei, non so come, sta smuovendo la coscienza più di qualsiasi altra ragazza, forse insieme a quelle altre cassiere, testimoni dello “scandalo”, che con le loro parole più volte mi hanno anche aiutato, come chi sa quanto si può impazzire per l’erotismo e l’amore, e trovo la mia coscienza, per assurdo, in un supermercato, insieme a tante donne e ragazze italiane, e la vergogna e la salvezza camminano passo a passo, insieme al simbolo d’amore che non c’è, lei, Manuela… e per un attimo mi sembra di finire in un universo dantesco, dove lei è la mia Beatrice, dove lei è la mia vita nuova, dove, con la sua sola presenza, riesce a risvegliare quella sete d’amore che ormai pensavo rinsecchita per sempre nell’anima, morta, mentre qui ancora si ha ancora la speranza di trovare un amore che non c’è, e tutto mi pesa di meno, mi accetto così come sono, non pretendo più da me stesso, non mi pongo più ideali irraggiungibili, mi rendo conto di me stesso, dei miei limiti, delle mie forze, dei miei sbagli e dei miei accorgimenti, e sogno solo una ragazza che mi possa capire, accettare così come sono, e io accettare lei e cercare di costruire qualcosa assiem, come Manuela sta facendo con il suo fidanzato… e si torna così alla normalità, senza volerlo, e lei rimane il simbolo di qualcosa che va al di là, qualcosa che non c’è, ed è bene che sia solo un simbolo, e che non divendi un’amica, una ragazza, va bene così, lei, nella sua magia, come un simbolo di qualcosa che va al di là, Manuela…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Sogni, Visioni

Quella cinesina…

Dieci anni dopo, passare per di là, la stessa via, gli stessi ricordi, per andare a pranzare, il giorno della festa dei lavoratori… ero ancora immerso nel ricordo dell’aquila rosso nera a due teste, l’ortodossia, il cattolicesimo, l’islam, l’ateismo, il comunismo, e la libertà, e non si capisce più niente… passare per di là, la via dove vedevo sempre Alina, per andare al ristorante, gira a destra, dicevo a mio padre, il mondo celato dentro di me, i ricordi, Alina, là, vicino a quel ristorante, quella romena di una sera di infiniti anni fa, e là, dove stava e sta Ana, dove stava Alesia… lasciar perdere… entrare, lo sapevo bene, in un ristorante cinese dalla cucina italiana, cinese, giapponese, come va di moda adesso… i miei conflitti tra ricordi e mondi simbolici, l’aquila che non stentava a scomparire, il volto del signore… parole con mio padre, mia madre, Stas e Larisa, anche loro a mangiare con noi, ed entrare nel ristorante cinese, le foto delle cinesine appese ai muri, altre decorazioni rétro, francesi, Champagne e altro, una marea di gente, tutta attempata, a festeggiare fuori in un ristorante la festa dei lavoratori, il parcheggiatore albanese che ci lasciavamo alle spalle dopo essere entrati al ristorante, sedersi e attendere, stando ben attento a sedermi lontano, da mio padre, da mia madre, da Stas, da Larisa, l’angolo isolato della tavolata, di fronte a me nessuno, io e i miei vestiti di nero, da monaco ortodosso, forse da emo, forse da semidepresso, o vicino alla depressione, o non si sa che cosa, i pensieri che viaggiavano al cartone animato giapponese guardato la mattina: Evangelion… l’Oriente… la cinesina che serviva ai tavoli, in mezzo a mille altri camerieri e cameriere, italiani, cinesi, sudamericane, di tutti i generi, i negretti in cucina, di tutte le razze, la cinesina… che la guardavo per un attimo, dopo che tutti quanti noi sceglievamo attentamente cosa ordinare, tutti che optavano per la cucina italiana, a base di pesce, io no, per una volta che esco voglio la cucina cinese, mi dicevo, anche quella taroccata dei ristoranti, lo so bene che i cinesi non mangiano così, e mi ricordavo di quelle infinite giorante con i miei amici cinesi da adolescente, le ore e le giornate alla play, le uscite a Paolo Sarpi, l’amicizia, una settimana da loro a Torino, a dormire in sei in una stanza, l’amicizia che c’era, l’ultima volta che gli avevo visti a Milano, al loro bar, la vita dei cinesi immigrati, e la vita di quella cinesina? E calava il silenzio in me… cominciavo già a sognare, sognare soltanto che venisse lei a chiederci l’ordine, un po’ come quando sognavo Noemi all’altro ristorante, ma questa volta era qualcosa di più… il volto della cinesina che mi ricordava la visione di qualche notte passata, sotto quella musica new age e il volto del Buddha che mi compariva, e il suo volto, il volto di quella cinesina, che per un attimo sembrava il volto di Guanyin, la dèa della misericordia, solo per poi ricordarmi che era una semplice cinesina, che fa la cameriera, che fa la sua vita, che portava quella maglietta nera con la scritta in inglese: “Give me love…”… ed era lei ad arrivare lì, a chiederci cosa ordinare, per primo mio padre, e poi subito io, la cucina cinese, che era evidente di chi e che cosa avevo un certo languore, un certo desiderio, due portate e un antipasto, la voce di lei, pulita, italiano perfetto, senza accento, sarà nata forse qui, avrà fatto le scuole qui, eppure fa la semplice cameriera, la mia voce che già cambiava al parlarle, il modo di parlare, monosillabico e un po’ cantato, come quando provavo a imparare il cinese, messaggi di mille fenici che conversano fra loro per cercare le parole al di là del mondo, il suo sguardo, impassibile, il sorriso accennato… e si aspettava… si aspettava… le portate che non arrivavano più, la cinesina che continuavo a volere e quel cinese che mi portava l’antipasto, e poi il primo, il secondo altri camerieri, e i discorsi dei miei, di Stas e Larisa, niente da dire, niente di che, parole e parole, e io seduto su quel tavolo a giocare con le idee di suicidio, che già solo il pensiero salva, a volte, e continuare a guardare la cinesina, senza guardarla, sognando qualcosa che andasse al di là di Alina, al di là di Ana, e scomparivano loro come scompariva l’aquila albanese in me, e rimaneva solo quel drago rosso disegnato su quel piatto, e un sogno, un’altra chimera, ancora più forte, viveva in me… la cinesina… che non so perché a fine pasto ordinavo della panna cotta, per caso capitava lì lei, la cinesina, proprio lei, e ricordavo quei giorni in Repubblica Ceca, forse l’ultima volta che avevo mangiato della panna cotta, nel 2012, e ricordavo Tereza, l’ebrea ceca, che mi diceva: “Say it again! Panna cotta! We Czech don’t speak like this! I can hear the accent…”… panna cotta, c’è?, chiedevo alla cinesina, panna cotta… sì… e segnava quella stupida portata là sul foglietto… e mi ero già perso, il rimosso della lingua cinese tornava in me, gli amici cinesi, quella compagna di classe dell’università, Sissi, la cinesina, Paolo e Valeria, i miei amici cinesi, le volte che chattavo su QQ con gli altri amici, frasi e discorsi di amici, e la vita di una cameriera ventenne cinesina che sognavo, che mi figuravo, così intima e da tutti i giorni che vedevo il mondo intero come una linea infinita orizzontale, con le elevazioni non della mistica, ma di un amore sognato che non trova più distanze e separazioni, e la sua vita mi sembrava palese, di quella cinesina, che non c’era niente da scoprire e tutto il mondo da scoprire allo stesso tempo, lei vuole qualcosa di più, mi dicevano, e sognavo una storia, là dove Alina e Ana scomparivano, dove dieci anni mi passavano davanti, e un gioco del suicidio che giocava a volerla rivedere ancora, quella cinesina… ci si alzava dal tavolo, per andare via, dopo i caffè, mi alzavo, e lei era lì, che passava, e mi passava di fianco, io, come immobile per non sfiorarla, per vederla andare via, è andata via, mi dicevo, non la rivedrò forse mai più, ma lei, che il suo ambiente conosce bene, era già alla fine della sala dall’altra parte, e le passavo ancora di fianco, pan nà, diceva, allo stesso stupido modo che avevo detto io, con quel parlare che non ne vuole più sapere della musica italiana, e l’anima si smuoveva… e partivo in un’altra dimensione… final fantasy, i cartoni animati giapponesi, le ragazze asiatiche, quella ragazza asiatica, non da centri massaggi, quella cinesina che, quando le passavo affianco, mi tornava la voglia di baciare una ragazza dopo tempo immemore, quel qualcosa di più che davvero si risvegliava, e si riversava su di lei… quella cinesina… che non avevo più voglia di far niente una volta tornato a casa, forse solo dormire, forse solo scrivere, ascoltare quella canzone di dieci anni fa, 求佛, chiedendo al buddha, non so che cosa, di rivederci, come dice quella canzone, sognare di chiederle il cellulare, o non so che, sognare ancora, quella cinesina, o non sognare più niente, Sissi e il suo post di Facebook su Final Fantasy, i pomeriggi sognati passati a parlare, a conoscersi, a condividere la vita, quel qualcosa di più che si riversava sulla cinesina, e quella canzone, che avrei buttato via in nome di una forte tazzina di caffè, e tutte le altre che mi passavano davanti, e nessuna e tutte, e un qualcosa di più che si riversava sulla cinesina, e l’aquila che scompariva, ed Evangelion, e Final Fantasy, e ogni altra lingua, e solo un canto dell’anima orientale si risvegliava, il suicidio dell’anima che era qualcosa di più, la mistica cinese, tra numeri e sillabe, il delirio d’innamoramento, quella cinesina…