Ispirazioni, Pensieri liberi, Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Di fronte ai sogni d’amore delle ragazzine ventenni…

Giornata senza un attimo di tregua, ieri, dalla mattina a finire di leggere il saggio “Psyche e techne”, finalmente compreso, finalmente da ricordare, che finivo di leggere in biblioteca il pomeriggio, quando in casa non riuscivo più a starci, e rilassarsi in biblioteca poi davanti a qualche video della Deutsche Welle, sulle notizie, sulla situazione in Bosnia, tra tensioni etnico religiose… tornare a casa alle sei, quando era arrivato mio fratello, con i suoi figli, sua moglie, lui che cercava già di collegare la playstation 4, ma non c’era il cavo giusto… scherzare, sul mio sfrisare le macchine durante la manovra, come l’ultima volta a mia cugina, io che ero strafatto di caffè per cercare di stare in piedi durante la giornata, senza sentire più quel sonno estremo di questa settimana di ripresa del ritmo, quando un sonno indescrivibile mi prendeva dopo pranzo… ricordarsi delle parole con il dottore, che mi trovava bene, meglio di un sacco di altre volte, e darmi da fare in mezzo ai nipoti per tenere l’atmosfera gioviale e divertente, mentre poi provavano tutti i loro giochi e gli consegnavo anche Fifa18, dicendo che l’aveva scelto la befana, che io non sapevo cosa c’era in quel pacchetto regalo… i nipoti contenti, i ringraziamenti, la serata che andava avanti tra un gioco e l’altro, tra le chiacchiere di mio fratello, sua moglie e i miei, loro che mi dicevano di ordinare una pizza, al trancio, e ordinavo sette tranci formato maxi dal pizzotto, una bella spesa che mi permettevo con i soldi guadagnati con questa settimana di lavoro, una sorta di altro regalo… i giochi con i nipoti, Minecraft, GT, Fifa18, Star Wars Lego, i sorrisi, le risate, i commenti, i giochi, atmosfera piena di vita, e la mia strana tensione da troppi caffè, da neanche un attimo di pausa, dopo che la mattina invece ero molto malinconico, ascoltando nuove canzoni Reggaeton, perdendomi nel ricordo di Ana, e la sera non avevo già più voglia di quelle canzoni, dopo che i miei nipoti erano andati via, quella musica che non significava più niente, una sorta di altra gamma di emozioni, di sentimenti, che non avevano più bisogno di alcun erotismo, di niente, ma solo di un sacco di riposo e tranquillità… uscire la notte per fare un giro, vedere chi c’era, Isabela o la Meroni puttana, altre ragazze, che non avevo voglia di uscire, c’era anche Aleksia… io che per un attimo mi perdevo in foto di VK di belle ragazze, ma non c’era desiderio, troppi caffè, troppo tempo con i nipoti, tutta un’altra gamma di sentimenti, e la voglia che non c’era, anche di fronte a una mora con i pantaloni grigio metallizzati e le scarpe rosse su calze nere, una bellezza dai capelli neri, che per un attimo risvegliava il desiderio, rimandato a non si sa quando… tornare a casa la notte, facendo sfumare quei ricordi della serata con i nipoti, pensando che forse la sera avrei fatto meglio a uscire al frida, in qualche pub, scambiare delle parole con altri, degli amici che non c’erano, e fermarsi invece la notte un attimo davanti al Carrefour Market dell’altro paese più in là, dove giovani di ogni tipo uscivano la sera, a scherzare, a parlare, a bere e fumare, e altri più adulti andavano invece a fare la spesa, di notte, mentre la notte andava avanti, tra pub, puttane, centri massaggi, negozi aperti 24h su 24, e la vita in tutte le sue forme mi si presentava la notte, che avrebbe voluto essere fatta di socialità e parole, al di là dei sentimenti con i parenti, al di là delle puttane in mezzo alla strada, mentre dentro di me musica su musica si manifestava, facendo sfumare i pensieri e immettendomi in un mondo di suoni e canto, una sorta di paradiso stanco… e la notte, la notte sognare un’officina dove c’era il prof Spano, quello di economia, che mi chiedeva se sapevo il russo o no, io che gli parlavo in russo, nel sogno, non so cosa dicevo, non mi ricordo più, che non c’era molto da dire, molto da sapere, e anche lui attaccava, dopo che faceva finta di non capire, con qualche discorso in russo, e mi spiazzava… mi spiazzava anche là in officina quando mi chiedeva della ragazza, e sembrava offrirmi una sorta di puttana russa, voleva incastrarmi, tra il lavoro, le puttane e la lingua russa, e sognavo invece di una ragazza tutta mia, una ragazzina che stava lì ad aspettarmi, la mia ragazza che nel sogno baciavo, ci baciavamo di un bacio appassionato, e non so perché quella ragazza nel sogno era siciliana, come le tre siciliane dell’università, come Desirée di una volta, e c’era tutto l’amore e tutto l’erotismo in quel sogno, anche se poi lei si accasciava a terra, come morta, e io ero preso tra l’officina e Spano che commentava, che mi voleva incastrare con quella ragazza, non so come, e temevo per me, e per lei, dalla quale mi allontanavo, lei sdraiata a terra come morta, che poi invece si riprendeva, ancora viva, e ci ritrovavamo con lei in qualche ufficio per qualche pratica, non so bene cosa, e lei mi stava vicino, e sentivo che mi amava, e che era la mia ragazza, e che io avevo superato il tranello che Spano mi aveva teso, lasciando perdere qualche puttana russa per dedicarmi alla mia ragazza, alla mia ragazzina che mi voleva bene… sogni erotici, come la notte prima dove sognavo un mondo distopico dove dei giovani come noi erano stati rapiti da una sorta di SS cyberpunk, che ci trasportava in un mondo sotterraneo per schiavizzarci e metterci alla prova, un po’ come Hunger Games o quei film distopici che vanno molto di moda adesso, e nel sogno compariva Anna K., la ragazza ucraina avventista, che anche lei sembrava innamorata di me, e voleva servirmi, e si voleva dare a me, e nel sogno la desideravo, come nel sogno desideravo quella ragazzina di questa notte, come un sogno d’amore, queste ragazzine ventenni dei miei sogni… e il risveglio, il risveglio che sapeva delle solite ossessioni, non capire più se era domenica o un giorno lavorativo, non ricordare più le giornate passate, ma immergersi solo nei sogni delle ragazzine ventenni, dei sogni d’amore, e la musica ancora mi invadeva, di una sorta di paradiso dei suoni e del canto, e non pensavo più ai libri di filosofia, alla televisione, alle lingue, a nient’altro, salvo andare al bar per vedere Miryam, un’altra ventenne ragazzina che ispira i sogni, e che trovavo lì al bar, lei, tutta alle prese con il fare caffè e consegnare tazzine, e Paolo che era lì al solito posto, dietro il bancone, ad aspettare la mia solita ordinazione di due pacchetti di sigarette e un caffè… Miryam che preparava subito il mio caffè, tra la ressa dell’altra gente, e mi facevo strada tra di loro per andare al bancone, dove Miryam diceva: “E’ per lui!”, posando la tazzina sul bancone, la sua strana bellezza marocchina e medioorientale, i miei pensieri negativi che si dissolvevano, e io che mi bevevo il mio caffè… lei che mi portava via il piattino, pensando fosse di qualche altro caffè lasciato lì da altri, no, le dicevo, lei che si scusava, un saluto e un sorriso e via, Miryam che dava già luce alla giornata, a quel sogno d’amore ventenne che si inoltra nel mio mondo onirico, tra queste ragazzine ventenni che non riconosco più, nei sogni e nella realtà, e quelle semplici parole con Miryam bastavano a fare andare via un sacco di inutili pensieri, per liberarmi in un mondo di luce diafana e spirituale, dalla quale nascono sogni d’amore, come altre due ragazzine che vedevo ieri in biblioteca, con le quali incrociavo lo sguardo, ragazzine carine, dei sogni, queste ragazzine ventenni che ancora ispirano sogni d’amore… e la mattina sarebbe fatta ancora solo di musica, quest’oggi, senza libri, fatta solo dei sogni d’amore che vanno oltre anche quel dovere di zio nei confronti dei nipoti, quel mio essere fratello e figlio, e mi verrebbe davvero di pensare ai miei trent’anni, se ciò non avesse alcun senso, di fronte ai sogni d’amore delle ragazzine ventenni…

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Prosa Poetica

E non capisco più se è malinconia, desiderio o il daimon dell’erotismo…

Raggaeton narkotik, pensare ad Ana, quando tornerà, a febbraio, non sapere più distinguere il desiderio dalla malinconia, ieri notte, ascoltare la musica più depressiva del mondo, quei due dischi norvegesi black metal, sotto l’effetto narcotico di gocce di valium, il nero che invadeva l’anima, i troppi pensieri schizzati che si disperdevano nella musica, il daimon dell’erotismo che continua a infestarmi, tra nervosismo e malinconia, tra alti e bassi, Ana che continua ad innalzarmi e ad abbassarmi, quasi come ai tempi di Alina, la malinconia di allora, la musica reggaeton che non si capisce se sia desiderio o malinconia, altra musica che non dice niente, la sola esaltazione che si trova a leggere quel libro di filosofia, nell’eterno dilemma se un dio c’è oppure no, come condurre la vita e i pensieri, e svegliarsi senza alcuna voglia di lavorare, neanche di cambiare quella gomma che ieri era andata a terra, eppure poi fare il lavoro, come niente fosse, nella stanchezza del fine settimana, e non sapere più se è desiderio o malinconia, la solita paroliferazione che avviene, i soliti cerebralismi prima della visita, cerebralismi che ora vanno via, portati via dalla musica e dalla malinconia, e non aver alcuna voglia di lavorare, di fare niente, forse solo di leggere, forse quel libro di filosofia o quel libro crime norvegese che speravo potesse sovrascrivere la Norvegia immaginaria dell’anima, tra la malinconia, la depressione e la più pura tranquillità che non si cura più di niente, che non si capisce neanche più il senso della religione, della filosofia, dell’esistenza, che l’unica cosa che forse mi fa impazzire è il daimon erotico per Ana, e l’attesa di lei, che impazzivo l’altra sera invece a incrociare per strada Valentina T., che andava forse in chiesa a cantare o non so che, lei che mi salutava, con un sorriso a trentadue denti, un sorriso di felicità e sentimenti felici, perdermi poi nel suo facebook a guardare le sue serate nei cafè, nei pub, con i suoi amici, con le sue amiche, anche lì ad ascoltare reggaeton, questa musica che non si capisce cosa sia, solo perché piace anche ad Ana, e non sapere più se sia malinconia o desiderio o attesa, e non avere voglia di lavorare, e avere solo voglia di lasciarsi andare alla narcosi malinconica, e non avere neanche in mente cosa dire alla visita, se parlare degli amici ritrovati o dell’arrivo questa domenica di nipoti e mio fratello e sua moglie, a giocare alla playstation 4, fifa18, o lasciar perdere, o ricordarsi l’ultima puttana che ricordava Valentina M., o lasciar perdere, e non sapere più se desiderare o no, se darsi alla vitalità o alla malinconia, o se sforzarmi di essere positivo, come mi diceva qualcuno, e non negativo, come dicevano altri, o se solo questa è malinconia o stanchezza, i caffè, tre o quattro al giorno, che non aiutano a svegliarmi, la non voglia di parlare con nessuno, di impegnarsi sul lavoro, solo perdersi nella musica e nei libri è quello che farei, senza pensare più a niente, a nessuno, forse solo a lei, ad Ana, senza sapere se la sto desiderando o se la malinconia mi sta invadendo, senza darmi la voglia di tornare da nessuna di quelle, soprattuto in questa settimana che era diventata troppo cerebrale, troppo schizzata e infine troppo malinconica, che ora come ora, se avessi ispirazione, mi perderei in un’ubriacatura senza fine, sotto la musica, se solo poi non mi sentissi male, e sono lì tra il cadere nella malinconia e la voglia di riprendermi, là dove però tre o quattro caffè non bastano più, e spero solo di non lavorare né oggi né domani, e che la Norvegia immaginaria dell’anima non mi invada, così come la Romania immaginaria dell’anima, che oramai non capisco più cosa voglia dire, e non so cosa starò dicendo domani, e non so più se sto credendo o no, se sto cercando di essere positivo o mi sto lasciando andare, e non ho neanche voglia di vedere gli amici, di dire cazzate e di scherzare, e la malinonia mi invade, e sognerei un lavoro dove avrei a che fare con libri e solo libri, cose da leggere, cose da scrivere, invece di stare in mezzo a quella gente piena di vita e di scherzi delle officine, o in mezzo a quella gente che vedevo ieri al Carrefour in coda alla cassa, giovani lavoratori pieni di energia che si davano alla birra e ai biscotti, io che non voglio più consumarli, dopo il troppo alcol con Alina o lo stare male, e Leida che mi diceva che era meglio se non bevevo, e la dieta, che mi metto a odiare la gente piena di energia e che si può permettere certe cose, e mi sento condannato e dannato, o forse l’ho solo scelto io, e forse vorrei essere come mi vorrebbe Eugenia, senza alcol, senza sigarette, con la dieta rigida, e la voglia di raccogliermi e lasciarmi andare alla malinconia, e non lavorare più per ciò che non ho studiato, e darmi a chissà che cosa, mentre ieri mi rileggevo vecchie parole di Leida, quando mi diceva che bisogna lavorare anche se il lavoro non piace, che il lavoro è importante, eppure non ho voglia, non ha senso lavorare se poi non ho il desiderio di esistere, di vivere, e mi struggo al pensiero di Ana, e non c’è energia, e dormirei, ascolterei la musica, leggerei e basta e non farei niente, e berrei trecento caffè per sentirmi più vivo ed energico, ma la malinconia mi invade, e non so che fare, e spero solo di liberarmi dalla visita di domani il più presto possibile, e riposare, e recuperare la voglia di vivere e lavorare e studiare e stare in mezzo agli altri e desiderare Ana o qualunque bella come lei, ed essere vivo, energico, e non malinconico, e non so più se sia il daimon dell’erotismo o qualche condizione psichiatrica, e non so più se è malinconia o desiderio o il daimon dell’erotismo, e mi lascerei andare, andare e andare, sperando di ritrovare l’energia e la voglia di vivere che sembra non esserci più, e attendo e attendo questo continuo alternarsi di vette energiche e abissi malinconici e sono stufo di star impazzendo e non capisco più, e non capisco più se è malinconia, desiderio o il daimon dell’erotismo…

Pensieri liberi, Visioni

Andare avanti tra il niente, la spensieratezza, la positività e il ricordo dell’erotismo…

Trentatreesimo compleanno festeggiato con gli amici di una volta, a parlare di film, di musica, di tipe, a scherzare, un festeggiamento che ci voleva, la notte del sei… vedere qualche augurio su Facebook da qualche amica il sette, mia cugina che mi mandava gli auguri con un messaggio, insieme a mia zia, e l’altra mia zia che telefonava… anche mio fratello mi telefonava e mi passava i miei nipoti che mi auguravano a loro modo il compleanno, mentre mi informava sulla data del loro compleanno, così, per non sbagliare, quest’anno… io che quasi mi scioglievo, ricordando di come Leida mi diceva di seguire i miei nipoti, e io che per un attimo mi perdevo in pensieri quasi depressivi, più tardi, a ricordare come lei non c’era più, quel vino che bevevo e che mi stava mandando pensieri negativi… provavo a guardare qualche telefilm in streaming, qualche telefilm di quelli nuovi, consigliatimi dagli amici, ma non erano i telefilm giusti, troppo negativi, troppo pessimisti, e se c’è qualcosa che ho imparato è cercare di stare positivo, di evocare sentimenti positivi, e di cercare quella giusta comprensione delle cose che derivano dall’amore e dall’erotismo… e cercavo di non pensare più, e mi liberavo di oggetti che avevano fatto il loro tempo, e mi mettevo ad ascoltare la nuova musica, quella musica raggaeton che mi diceva Ana, e mi lasciavo portare via da quella musica, da quelle sensazioni, che del nuovo anno volevo solo lei, o forse il ricordo sbiadito di Eugenia, senza perdermi più in visioni mistiche che hanno fatto il loro tempo… se c’è una comprensione delle cose avviene tramite l’erotismo e non tramite la mortificazione, mi dicevo, come c’era scritto in quel libro di filosofia, che toglievo dalla vista, insieme a quell’aquila mistificatrice che ha fatto il suo tempo, e mi lasciavo andare alla musica, senza pensare più… la sera uscivo, come ero uscito anche di giorno, per cercare ragazze come quelle, come se l’ultima non fosse già bastata, e non c’erano le ragazze, né di giorno, né di notte, forse perché era il 7 gennaio e molti papponi ortodossi probabilmente festeggiano, o non si sa perché, incontravo solo una macchina dei carabinieri là dove c’era una di quelle, molto affascinante, e cercavo di non pensare più, di lasciare perdere quei pensieri che andavano in tilt, e la serata finiva con un niente di fatto, lasciata andare ai pensieri che si trasformavano in musica… e me ne tornavo a casa, ripensando al bene della serata prima con gli amici, all’ultima di quelle, all’aspettare Ana, mi facevo una doccia per togliera dalla mente pensieri strani nati da troppo vino e troppo caffè, e mi rilassavo così, dopo la doccia, ancora pieno di nuova musica romena e raggaeton internazionale che non c’era più niente da pensare, l’eterno dilemma della fede e dell’erotismo, l’eterno dilemma che in dieci anni di studi non ho mai fatto un passo avanti, ho solo approfondito troppo questo dilemma, senza mai arrivare ad una soluzione, ed è importante smettere di pensarci ed essere più positivo e più spensierato… al diavolo i libri di filosofia, quei racconti di fantascienza che ieri ad un certo punto abbandonavo, dopo che mi chiamavano i miei nipoti, al diavolo serie televisive nichiliste e pessimiste, al diavolo un sacco di modi di pensare, e mi lasciavo andare alla musica, là dove non c’era più niente… e mi addormentavo, solo per risvegliarmi verso le due di notte con la sensazione più piacevole mai provata, con il desiderio di Ana, che tornerà a febbraio, e la musica mi invadeva, e il senso di piacere e benessere… andavo a dormire, contento di quella giornata, contento che la mattina Larisa mi faceva gli auguri, e io le facevo gli auguri di natale ortodosso, in quella nottata e giornata senza di quelle, e non ci pensavo più, neanche quando andavo da Benito a bere un caffè, per rimanere sveglio questa giornata che forse sarà lunga, una lunga giornata di lavoro, dove avrò modo di non pensare a niente e di pensare a tutto, senza più intrichi dell’anima che non si risolvono mai, altro che pensieri, altro che misticismi, altro che erotismo, meglio tenere il niente, la spensieratezza, la positività e il ricordo dell’erotismo passato e da venire, senza metafisiche o irrisolvibili questioni filosofiche, e andare avanti così, sapendo che non c’è soluzione, non ci sarà mai soluzione, e l’unica cosa che mi resta da fare è comportarmi ed essere una persona normale, senza estremismi, senza strane credenze e convinzioni, e imparare a stare in mezzo agli altri, e imparare a stare con me senza eccessi di pensieri, senza ideologie da inventare o scoprire, senza rivelazioni mistiche che cambino la mia vita, senza erotismi su cui costruire impalcature di credenze e pensieri, e andare avanti così, senza dare i numeri e pensare agli anni passati, agli anni a venire, al tempo, e a chissà che cosa, semplicemente vivere e non fermarsi lì ogni volta su pensieri assurdi, e andare avanti, andare avanti tra il niente, la spensieratezza, la positività e il ricordo dell’erotismo…

Short Story

Trimurti e Nirvana…

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I – Dopo l’Inghilterra

Aldo era tornato dall’Inghilterra ormai da due settimane, là a Londra non gli era andata molto bene, era rimasto tre mesi alla ricerca di una nuova vita, dopo che aveva finito l’università a 29 anni suonati senza aver mai lavorato tranne qualche intervallo nell’officina di suo padre come operaio generico, come aiutante dell’altro collega di suo padre. Erano passate ormai due settimane e rimaneva in casa a bighellonare, a riposarsi da quella esperienza durata tre mesi, lontano da amici, dalle ragazze di strada, dai suoi genitori, sempre vicino invece ai ragazzi e alle ragazze dell’ostello nel quale alloggiava, sempre incasinato tra colleghi di lavoro nell’infimo hotel dove faceva il facchino e gli insopportabili inquilini dell’ostello. E non ne poteva già più, dopo tre mesi, il piano di costruirsi una vita altrove era oramai affondato, e si godeva quei giorni di relax in casa, senza far niente, con quei pochi soldi avanzati da tre mesi di lavoro a Londra, passando le giornate ad ascoltare musica e a leggere notizie sul web.

Ma non ne poteva neanche più di quei quindici giorni passati senza far niente, e aveva voglia di rivedere i suoi amici, per fare quattro chiacchiere, per raccontare le sue esperienze, per condividere qualcosa da quando se ne era andato, anche se era ormai tanto tempo che i suoi amici non li vedeva più, forse un anno, da poco dopo che aveva finito l’università e, visto che i compagni e le compagne di università ormai erano un ricordo lontano, un ricordo di una vita che non gli apparteneva più, non gli rimanevano che i genitori e gli amici da ritrovare.

Con i genitori non si era messo a parlare molto di Londra, gli aveva solo fatto sapere quando era ancora là che non ce la faceva più, che era pronto a ritornare e che piuttosto si sarebbe messo a lavorare di nuovo nell’officina di suo padre, tempo un paio di settimane permettendo, giusto per riprendersi dall’esperienza inglese, e aveva espressamente detto che non ne voleva parlare, voleva dimenticare, e i suoi, ormai in età avanzata, non avevano fatto più di tante domande.

E se ne stava lì in camera sua, ad ascoltare la solita compilation di canzoni pop, lasciandosi andare a strane fantasticherie, ad un relax che aveva la forma di un sogno, lui sdraiato sul letto a cercare di non pensare più a niente, a cercare di dimenticare, e si addormentava con la musica a palla nella stanza.

Si svegliava solo nel primo pomeriggio, mezzo intirizzito da quel sonno fuori orario, il tempo di prendersi un caffè e capire dove stava al mondo, senza più gli incubi di svegliarsi in ostello in mezzo a quella gente più giovane di lui e più casinista, e si era detto: “Oggi vado a fare quattro chiacchiere da Dorian”.

Finiva di bere il suo caffè, Nescafè, era l’unica cosa che gli era rimasta di Londra, non più l’espresso italiano del bar, ma un semplice caffè solubile in una tazza all’americana, molto più comodo che andare al bar o stare lì a complicarsi la vita con capsule da inserire nella macchinetta del caffè, finiva di bere il suo caffè, prendeva la macchina e andava a trovare il suo amico Dorian.

“Uè! Aldo! Allora?”, gli dava il benvenuto Dorian, “Come va? Sei già tornato? Come è andata in Inghilterra? Racconta!”, lo accoglieva così in casa sua Dorian, che viveva da solo con la madre, mentre si accendeva una sigaretta e preparava il caffè della moka in quella specie di trilocale nelle case popolari. “Mah! Guarda! Un casino! Meno male che sono tornato, là era invivibile… otto ore di lavoro in hotel che ti sfiancano, il pensiero di tornare in ostello con gli altri che ti rompono le scatole, la stanchezza, non aver voglia di parlare con nessuno e, anzi, aver voglia solo di mandare tutti a quel paese e non poterlo fare… e poi, ti dico, l’inglese, altro che lingua della musica e lingua bella da parlare, sì, certo, l’ho studiata all’università nella facoltà di lingue, certo, ma non c’era quel piacere lì che hai quando ascolti la musica o guardi i film, sai, una cosa è l’arte, l’altra è stare in mezzo ad inglesi tutto il giorno a sentire una lingua che non è la tua, a dover parlare in una lingua che non è la tua… non ce la facevo più, meno male che sono tornato…”. “Ma quindi? Cos’è? Lavoravi? Hai guadagnato qualcosa almeno o no?”, “Tsk! Quattro spiccioli che  mi servivano solo per comprare le sigarette e mettere da parte qualcosa, ma poca roba, non mi saranno rimasti neanche 400 euro ora, dopo tre mesi, e stanno già per andare via…”. “Vabbè, ma quindi adesso che fai?”, “Mah, non lo so, settimana prossima provo a ritornare a lavorare da mio padre, dò una mano in officina che è molto più rilassante e più tranquillo, e al diavolo la lingua inglese e le lingue, altro che università! Quando mai! Era meglio se me ne andavo subito a lavorare con mio padre quando avevo vent’anni! Altro che studiare all’università!”. “Vabbè, dai, hai fatto la tua esperienza e hai visto com’è andata, no?” “Sì, sì, per quello sì… adesso capisco perché altri come Marcello e Roby erano tornati dall’Inghilterra, dall’Australia, dicevano davvero che dopo un po’ bisogna tornare, e adesso li capisco, lavoro duro, vita dura, e nessun divertimento, anzi, guarda, non vedo l’ora adesso di fare un salto da una di quelle, così da liberare l’anima…”. “Ahahaha, una di quelle! Giusto, ogni tanto ci vuole! Perché là con le tipe com’era messa la situazione?”, “Tsk! Ragazze d’ostello, una più rincoglionita dell’altra, un po’ francesi, spagnole, italiane, tante italiane, che tu sai che io non sopporto, e là erano ancora più insopportabili, con il loro inglese stentato e la loro idea di star facendo il salto di qualità del mondo, solo perché lavoravano come commesse o bariste in Inghilterra, tutta gente esaltata, piena di sé, che chissà cosa ancora voleva da Londra e dall’Inghilterra, gente pessima, che mille volte meglio sono le ragazze di strada…”. “Ahaha, vabbè…” “Te come va con Irene? Siete ancora assieme?”, “Sì, siamo ancora assieme, sono tre anni ormai, e le cose vanno avanti così, lo sai, continuo a fare l’operaio in quella fabbrica, lei la vedo soprattutto il fine settimana, anche lei lavora, lo sai no? Oggi è un miracolo che mi hai trovato in casa, di solito faccio il turno di giorno, ma oggi faccio la notte, e mi stavo rilassando in casa così, Irene l’ho sentita prima in pausa pranzo, diciamo che sì, va avanti così, adesso stavamo pensando di andare a vivere per i fatti nostri, ma è solo un’idea…”, “Dai, buono, mi fa piacere che bene o male le cose vanno avanti…” “Aahahahaha, sì…”.

E il pomeriggio andava avanti così, a casa di Dorian, a parlare del più e del meno, delle delusioni e della stanchezza di Aldo della sua impresa inglese, dei suoi sogni bruciati di università, delle lingue che ormai non sapeva più che cosa farsene, e parlavano di tipe, di film, di musica, delle vecchie amicizie di una volta, di come ormai si erano divisi tutti, e parlavano davvero come due amici che non si vedevano da una vita, e poi Aldo se ne tornava a casa, verso sera, per cenare.

Aveva ormai preso l’abitudine di cenare frugalmente, di stare a dieta, e si cucinava al microonde del pesce surgelato, con qualche verdura, e niente di più, e poi se ne andava a dormire, completamente esausto e sazio dalla giornata, che quasi non si ricordava più di essere mai stato in Inghilterra…

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II – Bahaì

E la settimana dopo cominciava a lavorare in officina da suo padre, non che c’era molto da fare, ma gli piacevano quelle giornate dove non pensava a niente, vedeva scorrere davanti a sé la sua vita nei momenti morti del lavoro, dove non doveva armeggiare in magazzino e in officina, dove c’erano strani momenti di quiete dove l’unica cosa che sentiva era la musica dalla radio, e i suoi pensieri cessavano del tutto, e si lasciava andare. Qualche giorno prima era anche andato da una ragazza di quelle ed aveva goduto quel giusto che bastava per farlo sentire di buon umore e più rilassato, e dopo quasi tre mesi di astinenza quel piacere era davvero diventato infinito, che si crogiolava spesso al pensiero di quelle, finalmente ritrovate. Ci aveva pensato tanto prima di partire, non poter fermarsi da quelle, lui che era ormai una decina d’anni che si serviva di quelle per godere, e aveva avuto anche una cotta per una, una volta, una storia finita poi così, come tutte quelle, che vanno e che vengono sempre, senza alcun criterio. E aveva goduto di quella ragazza più che mai, e ora lavorare in officina era un piacere, era una sorta di relax, dopo i tre mesi di inferno in Inghilterra, e si lasciava andare così, alla musica, alla reverie, al relax, che non aveva più niente da volere.

E finiva anche quella prima settimana di lavoro e se ne tornava a casa la sera solo per cenare e non pensare più a niente.

Il sabato aveva deciso di andare in biblioteca, come per riesumare i begli anni passati in università, in mezzo a gente giovane, tante ragazze, con la speranza di ritrovare quel giusto piacere nella lettura di libri, che per tanto tempo l’aveva accompagnato. Entrava in biblioteca e cominciava a guardarsi attorno a casaccio, scaffali di dvd, scaffali di libri, scaffali di riviste, tutti nuovi arrivi e non sapeva più dove rigirarsi, talmente tanta era la scelta. Alla fine posava lo sguardo su una strana rivista: “Opinioni Bahaì” e, incuriosito dal titolo e dalla copertina che raffigurava una strana porta orientale, si metteva a leggere quella rivista. Era una rivista di religione, i bahaì dovevano essere una specie di setta nata dall’islam, da quanto capiva, e si divertiva a leggere quelle opinioni sul multiculturalismo, sull’accoglienza dei migranti, sull’amore e la pace universale. Spendeva una mezz’oretta così, seduto su un tavolo della biblioteca e, quando stava per rimettere la rivita a posto un giovane sulla trentina, come lui, gli diceva: “Ah! Leggi opinioni bahaì, lo sai, io mi sono convertito!”, “Ah! E cos’è? Un’altra religione? Sai non capivo molto da quello che c’era scritto”, “Sì, siamo una religione nata dall’islam, il nostro fondatore è Bahaullah, il mahdi tanto a lungo aspettato dalla shiismo musulmano, Bahaullah predicava la pace universale e l’unità di tutte le religioni nel corso dei tempi. Noi non adoriamo Bahaullah, adoriamo Dio, quello stesso dio che si è rivelato a Krishna, Zoroastro, Mosè, Buddha, Gesù e Maometto e mettiamo assieme tutti i loro principi!”, “Ah! Sembra interessante!”, diceva Aldo guardando quel trentenne dai capelli scapigliati, vestito un po’ casual, con la barbetta di qualche giorno, dallo sguardo come perso in un altro mondo, “Se vuoi possiamo discuterne”, “Con piacere”, in verità Aldo non era molto convinto di quella discussione, ma visto che non aveva niente di meglio da fare decideva di uscire fuori, accendersi una sigaretta e parlare con quello strano giovane. “Lo sai, sarebbe meglio non fumare, fa male…” “Lo so, ma non riesco a smettere”, e i due se ne stavano lì, fuori dalla biblioteca, sotto i portici della vecchia villa, circondati da altri studenti ventenni, ragazzi e ragazze, un gruppo di cinque persone, che se ne stava lì beatamente a chiacchierare di esami universitari. “Lo sai, noi preghiamo sempre verso Israele, è là il santuario della nostra fede, sono i giardini Bahaì di Akka, e ci rivolgiamo verso là una volta al giorno, quando la preghiera è obbligatoria”, “Aha… e quand’è che c’è una messa, non so, qualcosa?”, “No, non ci sono messe, il nostro giorno sacro è il venerdì, ma qui in Italia ci incontriamo sempre di sabato a Milano, là dove ci riuniamo e discutiamo i testi bahaì e delle altre religioni” “E qual è il vostro testo sacro, la bibbia? Il corano?”, “Non c’è testo sacro, abbiamo gli scritti di Bahaullah, che sono dei commenti di altre religioni, e c’è anche un testo di preghiere, un altro con tutte le norme divine da lui indicate, le studiamo e ne discutiamo. Spesso parliamo anche di educazione universale, pace nel mondo, di mondi perfetti da costruire, e scambiamo le nostre opinioni, non c’è un’autorità ben precisa, siamo tutti liberi di dire la nostra e non c’è alcun clero, nessun sacramento, niente, solo la fede in unico dio”. Questi discorsi gli sembravano un po’ affettati, pensava Aldo, cosa rimane di una religione se non c’è rito, non c’è clero, se si risolve in una discussione utopica di mondi futuri di armonia e di pace, di regole da seguire per stare bene, e gli sembrava il tipico fenomeno di cui aveva sentito parlare: una psicosetta, ma non esprimeva queste parole al giovane che alla fine si presentava anche, “Ah, comunque mi chiamo Dario, piacere”, “Piacere, Aldo… e te cos’è? Lavori? Studi? Che fai?”, “Lavoro come informatico, e te?”, “Ah, no, io sono laureato in lingue, ma lavoro da mio padre in officina, non riesco a trovare lavoro, sono anche tornato dall’Inghilterra da poco, ho lavorato lì per tre mesi, ma mi sono subito stancato”, “Ah, ho capito… lo sai che Bahaullah diceva che ci doveva essere una lingua mondiale che tutti avrebbero dovuto studiare e conoscere per facilitare la cooperazione tra le nazioni? Molte sue idee sono state copiate nei secoli dopo da vari politici, e tra gli uomini che più di tutti stimavano Bahaullah c’era Lev Tolstoj”, “Ah! Tolstoj! Pensa che io sono laureato in russo e non ho mai letto niente di Tolstoj, né in russo, né in italiano… ma quindi, Bahaullah è dell’800?”, “Sì, è una religione che è stata fondata nell’Ottocento, a fine Ottocento, in Persia, ma poi i bahaì sono stati perseguitati e sono scappati in Israele, quando ancora c’era l’impero ottomano, solo lì sono riusciti a salvarsi”, “Ho capito, ho capito, molto interessante, sembra davvero affascinante…”, Aldo non la pensava davvero così, ma non sapeva più che dire davanti a questo che continuava a sciorinare articoli della sua fede, come se stesse facendo pubblicità, o forse proselitismo, e non sapeva più che cosa dire, come scrollarsi di dosso un simile personaggio. Pensava solo alla religione, a quante volte si era perso a cercare di capirci qualcosa, dai suoi vecchi studi di filosofia e cultura medievale al liceo, ma poi lasciava sempre tutto quanto perdere ricordandosi di come si era innamorato, e non tanto platonicamente, della sua prof di filosofia, e aveva concluso che tutti quei ragionamenti fanno solo andare il cervello a puttane, e che alla fine quello che davvero conta sono solo le tipe. E così gli veniva da chiedere: “Eh, come si dice, sai, io non sono molto religioso, sono cattolico sulla carta, ma non sono per niente d’accordo sulla morale sessuale, su alcune posizioni politiche, mi sembrano cose arretrate…”, “No, da noi c’è armonia tra scienza e fede, non siamo su posizioni così estreme come i cattolici su questioni come eutanasia, aborto e altro, però anche da noi si predica l’astinenza sessuale fino al matrimonio”, “Aha, ho capito…” e pensava a come fosse possibile una cosa simile, forse che la riforma protestante non era nata proprio da questo punto controverso? Lutero che non ce la faceva più a contenersi e alla fine sposava una suora? Ma non diceva niente, lasciava perdere, e ora che non sapeva più cosa dire Dario gli diceva: “Vabbè, adesso devo andare”, e tirava fuori dalla tasca il suo cellulare e si metteva a scrivere qualcosa, “Però se vuoi possiamo ancora incontrarci per approfondire gli argomenti, mi sembri interessato, lo sai, qui in città siamo in tre noi bahaì, possiamo vederci quando vuoi, hai un cellulare?” “Sì”, quando mai, pensava Aldo, e i due si scambiavano numero di cellulare, e si salutavano, mentre Dario andava via e Aldo rimaneva lì di stucco, sotto i portici, davanti alla biblioteca, per quello strano incontro, e si accendeva un’altra sigaretta… sconsigliato fumare? Chi se ne frega!

Se ne tornava in biblioteca senza la più pallida idea di cosa potesse leggere, di cosa potesse fare, ancora depistato da quello strano incontro, da quelle strane parole, dalla convinzione cieca di quel giovane, e sperava soltanto che quel numero non si sarebbe mai fatto sentire, per non ascoltare più discorsi che sviano e portano via, e decideva così di salire al piano superiore della biblioteca, alla ricerca di qualche romanzo per non pensarci più. Ripensava anche all’ultima volta che era stato con quella ragazza di strada, a come la sera prima si era perso in elucubrazioni politiche, alla ricerca dell’attore migliore, come chiamava lui, da eleggere alle prossime elezioni, perché alla politica non ci credeva, pensava fosse solo un siparietto, un sorta di teatro venuto male, dove i politici altro non erano che attori che interpretavano il ruolo di qualche ideologia o di qualche modo di essere, ma che in fondo fossero tutti uguali, sarebbe cambiata solo la storia che le televisioni e i giornali e internet avrebbero trasmesso sugli schermi, ma niente davvero sarebbe cambiato. Pensava a come si era perso dietro tali considerazioni qualche notte prima, solo per poi sprofondare nel profondo della notte in una sorta di allucinazione e delirio politico, che si infrangeva solo quando si lasciava sommergere dai ricordi di tutte le ragazze avute, di tutto l’erotismo di sempre, delle ultime immagini accattivanti che aveva visto, e il delirio da politico si era trasformato in delirio erotico e proprio quella notte aveva deciso di ritornare da una di quelle, per liberare l’anima che ogni tanto gli andava in tilt proprio su quegli argomenti. E non aveva più niente da pensare, si diceva, nessuno dei libri lì attorno a lui in biblioteca gli diceva qualcosa, né la letteratura tedesca, né quella francese, né quella italiana, niente di niete, non trovava ispirazione nei libri e oramai capiva che cercare di riesumare la passione che aveva per i libri come quando andava in università era del tutto inutile. Prendeva, scendeva le scale, salutava e se ne andava via dalla biblioteca…

loft

III – Il loft

Il giorno dopo, di domenica, poteva concedersi un attimo di relax ancora, lontano dal lavoro, e si piazzava davanti al suo pc nella sua stanza per guardare qualche notizia in tedesco, una lingua che non aveva studiato all’università, ma di cui si ricordava qualcosa dai tempi del liceo linguistico, e provava a guardare il mondo attraverso quel canale di notizie in tedesco. Gli piaceva assaporare quella strana lingua, così complessa e a per certi versi disarmonica, ma il piacere di comprendere l’incomprensibile era sempre stato più forte di lui e non era un caso che si fosse iscritto a lingue in università, proprio per continuare quella sua passione, e si perdeva così per un’oretta o due di fronte a quel mondo di suoni e immagini, salvo poi spegnere la connessione.
E gli veniva in mente quel discorso fatto con quel bahaì in biblioteca, quel Dario, che gli veniva voglia di indagare quella religione su internet, per saperne di più, ma di più non trovava, di più di quanto non gli avesse detto Dario, qualche particolare, certo, ma niente di più, e da un link all’altro, come gli succedeva ai tempi dell’università, approdava, non sapeva neanche lui come, alle divinità indù. E lo affascinava quel concetto della Trimurti, delle tre divinità, creatrice, distruttrice e ricreatrice, che gli sembrava di vedere tutta la sua vita fino allora, divisa per epoche e per rinascite, come il tempo prima dell’università, il tempo dell’università, e il tempo dopo l’università, e poi ancora il tempo prima dell’Inghilterra, in Inghilterra e dopo l’Inghilterra, che gli sembrava davvero che il mondo fosse un susseguirsi di tempi e epche che si aprono e si chiudono e si riaprono, e si diceva davvero che nonostante tutto un minimo di verità c’è anche in queste religioni strane.
Ma era stufo, dopo quattro ore passate al pc, di stare ancora davanti allo schermo, a rincitrullirsi sempre di più di fronte a nozioni a casaccio, da un discorso all’altro, senza capo né coda e decideva di sentire un suo amico che non vedeva da tanto, un altro di quegli amici lasciati prima che andasse in Inghilterra, prendeva il cellulare e digitava sopra ‘Stefano’.

Stefano, l’ideatore di pubblicità, il grafico, il disegnatore, l’uomo delle immagini, il suo esatto opposto, che Aldo era l’uomo delle parole per eccellenza, l’uomo delle lingue, ed era sempre affascinato dal lavoro tutto fatto per immagini di quel suo amico, che si chiedeva spesso come facesse a vivere in un mondo fatto di immagini quel suo amico, lui che le immagini le aveva sempre tenute a bada, per una sorta di paura di cominciare a delirare, come quando certe ragazze lo mandavano in visibiglio, nella fantasia, nelle immagini, e l’unico sollievo che trovava in quei momenti era immaginare mondi nati solo dalle parole, parole per lo più straniere, ed era da una vita ormai che si dedicava alle parole…

Si metteva d’accordo con Stefano che si sarebbero incontrati nella suo loft in perifieria, dove Stefano aveva uno studio, dove lavorava davanti al pc, alle sue illustrazioni, nel suo studio fotografico, e si sarebbero bevuti qualcosa assieme parlando dei bei vecchi tempi andati.
E Aldo arrivava nel loft del suo amico pubblicitario sul tardo pomeriggio, solo per essere accolto nel più tradizionale dei modi di quel suo amico, con la giusta distanza, con il suo senso di superiorità per i suoi lavori, i suoi studi. Aldo raccontava un po’ dell’Inghilterra, del suo essere ritornato qui, della sua decisione di vivere una vita più tranquilla, senza grilli per la testa, senza inseguire più quelle passioni linguistiche che lo avevano fatto scappare in Inghilterra, e Stefano lo fermava subito. “No! Ti sbagli! Avresti dovuto rimanere là, in Inghilterra! A Londra! Qua non c’è niente! Qua è tutto morto! Lo vedo anch’io con i miei lavori! Dove gira il grano è là in Inghilterra, in America, in Francia, qui non c’è niente! Siamo una generazione che è stata privata del suo futuro! Non c’è niente da aspettarsi qui! E te che sai le lingue non capisco cosa ci fai ancora qui! Perché sei tornato? Se io sapessi le lingue come sai te me ne sarei già andato da un pezzo, e invece vado avanti a pubblicità e illustrazioni. Ho appena lavorato per Armani, per un cortometraggio, ho avuto delle modelle qui nel mio studio, per delle foto concettuali, di semi nudo, e avevo bisogno della mia amica Mara per comprendere queste modelle che parlavano inglese, se io solo riuscissi a sapere le lingue come sai te! Me ne sarei già andato in Inghilterra, dove mi avevano proposto un sacco di cose vari studi d’arte e fotografici, e invece niente, sono qui, in Italia, a fare la fame per Armani e qualche agenzia pubblicitaria, ma non c’è niente, fidati! Qui, la nostra generazione è stata privata del suo futuro!”. Ad Aldo quel discorso catastrofista non piaceva per niente, quella solita retorica nata dopo la crisi, quella dei giovani senza futuro, a lui non sembrava proprio così, Stefano stesso, dopo tutto, un lavoro ce l’aveva, e anche Aldo un lavoro più o meno sicuro con suo padre ce l’aveva, non era vero che non c’era futuro, al massimo non c’era più il sogno di immaginarsi un futuro, ma la situazione non era mai cambiata, né da prima, né da dopo la crisi, era cambiato solo il modo di raccontare la realtà.

“Mah! Sai com’è! E’ vero sono stato in Inghilterra, so le lingue, ma sai cosa me ne faccio! Va bene, so capire, so parlare, ma a parte questo? Mi hanno fatto fare il cameriere, il facchino! Niente di più! Cosa speri di poter fare in Inghilterra? Senza gente che condivide i tuoi interessi, senza donne, senza soldi, non credere che ci sia un futuro semplicemente andando all’estero, c’è forse di meno anzi, perché devi costruire una vita completamente da zero, anzi forse da sottozero, e non sai se arriverai mai nemmeno a uno. Sono stufo di questo mio sogno delle lingue, di parlare inglese, di capire, era una passione giovanile, nata dalla musica, nata dai film, dalle canzoni, da quei campi di volontariato internazionale che avevo fatto, dove si parlava inglese con altri giovani, ma va bene finché è un paio di settimane, ma quando cominciano ad essere tre mesi e non sai più nemmeno quando smetterai di vedere quella gente in ostello ti assicuro che diventa un inferno, altro che lingue! Altro che Inghilterra!”. “Ma no! No! No! Non è vero, dovevi adattarti, cercare un altro lavoro, con la laurea, cercare di sistemarti là, là c’è un futuro, c’è la possibilità di qualcosa, là c’è ancora l’avvenire, secondo me hai sbagliato a tornare qua, te ne pentirai, così come ti pentirai di aver lasciato perdere le lingue!”.
E Aldo stava lì ad ascoltare quei discorsi, quando già aveva vissuto tutto dentro di sé negli ultimi quindici giorni prima di tornare in Italia, tutte le considerazioni, tutti i pensieri che ormai sapeva a memoria, tutti i passi falsi, le lacune nel pensiero di quel suo amico, che si sognava una realtà che non c’è, troppo perso nel mondo delle immagini per distinguere la realtà dalla fantasia, ma più di tanto non gli diceva niente, lo lasciava parlare, guardava attorno il suo loft pieno di foto di modelle, di pubblicità, di immagini e lasciava perdere le opinioni altrui perché, come per quel Bahaì incontrato in biblioteca, ognuno è libero di esprimere la propria opinione, ma ognuno è anche libero di tenersi la sua…

Trimurti

IV – Trimurti e Nirvana

E passava un’altra settimana di lavoro, lavoro pesante, lavoro che lo stancava, ma che non lo stressava più almeno come in Inghilterra, tra quella gente, quella lingua, quei pochi soldi per niente, e si apriva un altro fine settimana, che era la semplice continuazione del tempo, senza stacchi di nessuna sorta.

Aldo apriva un attimo quel social network e si metteva a chattare con quella sua amica che aveva conosciuto l’anno prima, prima di andare in Inghilterra, quella ragazza russa di nome Marina con la quale era uscito tre volte, e si metteva a raccontare un po’ di sé, e lei un po’ del suo nuovo lavoro al call center di lingua russa.
Non si spiegava più come una volta avesse potuto innamorarsi di una lingua così, di una ragazza russa ormai passata negli anni, quella prima ragazza che aveva conosciuto, Katia, che l’aveva mandato in visibilio con la sua bellezza e sensualità. Non riusciva più a spiegarsi l’incantesimo russo che una volta l’aveva sottratto dal mondo, e anche chattare, dopo mesi, con Marina, in russo, non gli dava più alcuna soddisfazione, non gli dava più alcun piacere, era solo un discorso come tanti, e niente di più.
Anche lei insisteva ancora sulle lingue, sui suoi studi, su tanti punti, condivideva con lui alcune canzoni, alcuni film, ma ad Aldo non piaceva niente di lei, né la sua musica, né i suoi film, e a dire il vero neanche l’aspetto di lei e la sua voce, e pensava che ci stava chattando solo per cercare di riallacciare il tempo con il tempo passato, in quella sorta di dimensione spazio temporale di creazione, distruzione e ricreazione, come la trimurti indiana.

E si diceva che era proprio così, era come se il mondo fosse finito e fosse stato ricreato, e ora aveva su di sé solo dei resti di un mondo passato, ormai distrutto, e nuovi resti fossero ancora lì per ricostruire un mondo, là dove né Dorian, né Dario, né Stefano, né Marina avevano più valore, loro con le loro idee e opinioni e niente di più, lui con il suo tempo frantumato tra un prima e un dopo l’università, un prima e un dopo l’Inghilterra, e in quell’istante al compuer a chattare con lei gli sembrava che il tempo si fosse come spezzato, una volta e per sempre, per lasciarlo solo in una dimensione dove si evoca il niente e nient’altro che il niente.

Pensare che una volta si era perso in un’altra dimensione, sospinto da quel suo amico albanese, Niko, che gli aveva fatto il lavaggio del cervello, portandolo a provare cocaina, hashish, escort, night club, e ripensava anche a quella sua ‘epoca dell’oro’, piena di ragazze e di eccessi, una decina di anni prima, ma anche quel mondo si era ormai dischiuso, e l’unica cosa che gli era rimasta di quel mondo era la musica albanese che lui continuava ad ascoltare tra le sue cuffie, e niente di più, senza perdersi più in quei concerti di cantanti albanesi che una volta frequentava, dieci anni prima, per lasciarsi andare allo sballo, al divertimento, alle orge dell’anima. Anche quell’epoca era finita, rimasugli di un mondo passato, come quelle macerie di ricordi per quella ragazza albanese con la quale aveva avuto una sorta di relazione, una relazione inaugurata e conclusasi per la strada, su un marciapiede di fianco a delle rotaie di un tram, e tutta quella scarica erotica e orgiastica di una volta, quell’esaltazione e quell’utopia erotica si era ormai risolta ad un ciclico ritorno fisiologico di energia erotica da scaricare su non importa quale altra ragazza di strada, non tanto differente da lei, da quella Leida conosciuta e persa di vista, che una volta appunto gli diceva: “Come me ce ne sono tante…”.

E rimaneva così, chiusa la parentesi della chat con Marina, chiusi i ricordi dell’epoca dell’oro, davanti a quel monitor che apriva ad un portale di mondi, nella sua virtualità, nella sua virtualità che sembrava tanto virtuale quanto i ricordi di Aldo, delle sue epoche, dei suoi mondi creati, distrutti e rigenerati, e non c’era assolutamente più niente, né prima né dopo, né un quando né un dove, non rimaneva assolutamente più niente, nessuna vera amicizia, nessuna vera ragazza, nessuna vera relazione, nessun interesse più, nessuno slancio vitale, niente più da desiderare, rimeneva soltanto, quel muro davanti al quale c’era un monitor, ora privo di immagini, spento, delle casse prive di musica, dei libri come dalle pagine bianche, senza parole, il ricordo di quell’aquila a due teste rosso nera che faceva da talismano nel ricordare i suoi genitori e la sua vacanza in Albania, degli altri libri che ormai conosceva a memoria, e l’immagine di una cantante, Inna, con il suo ultimo album Nirvana, quella sorta di vacuità che rimaneva, dopo la creazione e distruzione dei mondi, quella vacuità silente nella quale Aldo ormai si ritrovava a vivere dopo lo sconquasso dei mondi…

INNA-Nirvana-CDQ

Prosa Poetica, Sogni, Visioni

Watching the infinite flow of thoughts…

And I was in a plane headed to Moscow, where the passengers cabin was full of people sit on their place, but there was something strange about this plane, there was no separated cabin for the pilot, who was commanding the aircraft from a normal place where people sit. And there was turbulence, as always, as some woman said, the same typical turbulence you get when you travel to Moscow, and there were thunders and lightnings in the atmosphere, and the sky was darkened by the night. “You’ll never get to Russia!”, I said to the captain, and he answered: “Look at how wise you are, you never get to Russia! That’s wisdom, man!”, and he started to talk with some other old men beside him, gossiping about some pop artist while reading a magazine, and there was a change in the pilot some minutes after, when a woman took command of the plane, as if it were possible to have a change in the air, in that dream made of science fiction. And I looked at the sky full of tempest, and I wondered how impossible it was to get to that land of dreams, Russia, and I lost myself into thinking about all those years spent to master the language, constantly dreaming of getting to that land, but nevere getting there, and now, even in a dream, it was impossible to reach that country of imagination, and visions of my teachers and other colleagues who, on the contrary, were used to go there, blurred my visions while another teacher told me: “Don’t worry! It always gets some trouble to get to Russia, most of the time because of horrible weather…”… and I saw airports terminal stuffed with people, passengers that waited an half life time, like an odissey, to get to Russia, and it was like a metaphysical trip, through the foulest of weather, to cross the air border between the West and Russia, and I lost myself into those visions…

And I didn’t get there in the end, there was no Russia in that dream, there was only a blue sky full of thunders, and a vague dream of some Russian woman who instead finally reach her mysterious country, and I looked around me to find myself in a sort of garden in front of a school, where I sit under a tree trying to find a power socket to connect my smartphone and listen to some songs, and I don’t know how there was a socket hidden in the trunk of that tree, and I lied there, under the tree, in front of a school, listening to some songs, and wondering how sooner or later my colleagues would enter that school early in the morning, to attend their lessons, and I was like an outsider, a man who attended school without getting stained by people and teachings that haunted that place, and I could take a step aside all that environment, where I felt I didn’t belong at all.

And then the vision changed again, I was trying to sing some absurd song, some black metal songs, in that kind of singing which was screaming and growling, and I tried to uttere some “Beautiful witch! Beautiful witch in the nightsky!” sung once by some favourite metal metal bands of mine, and I saw them, beyond the door of the corridor of the school, my favourite singers, who tried to teach me the secret of screaming and howling in the black of the night, and I kind of worshipped those long haired artists always dressed in black leather, and it was like an initiation towards a world which contained no hypnotic pop songs, no hypnotic singing that drives you in a land full of enchantment and wonder, where your brain doesn’t work anymore, utterly taken away by melodious songs and singing, like a thousand and one nights, while in that dream everything was made to wake me up from the slumber of reason and the hypnosis of pop songs, and I did wake up, in the end, with a vision of my adolescence, when those black metal artists were like my personal prophets, with remnants of their songs and screaming resounding in me…

And I woke up, still thinking about that dream, wanting to put it down on paper, and I disciplined myself to get back to that time where dreams were my constant preoccupation, as if I could find in them some transcendent meaning of my mind, but it wasn’t like that anymore, I just savoured the beauty of those dreams and I disciplined myself not to fall into that bad habit of creating some inner speech towards a deity which I don’t believe anymore, and I only looked into myself to find the right voice in me, the right vision, trying to understand what was happening in my mind, which I now feel is getting free from some bad ways of thinking… and I could swap all my thoughts into English, and I could say stop to automatic readings, to a lot of automatic bad habits that made everyday equal to any others, in a sort of hellish routine which couldn’t liberate me from obsessive thoughts and reasoning… and I just drank my coffee in the kitchen, a Nescafé, and then I got my espresso in the office, and I could wait to go to the bar to buy cigarettes, I still have all the time of the world, and I kind of put into practice that teaching that popped up in my mind yesterday: “Take your time and don’t hurry, you still have all the time of the world, and do as if the world and the things around you didn’t exist, just free your mind from old habits…”… and it worked, I was no more a slave of books, of the internet, of languages, of talismans and objects, I was no more a slave of a kind of yogi practice, which I thought could save me just by repeating over and over again the same mantra, the same gestures, the same old words to utter to a deity I don’t even know, and words and images in my mind started to change, and I had a different vision of time, of the day, of everything, and I was filled with imagination, and words, that now found all their time and space to live, without feeling pressed anymore by I don’t know what… and I still have all the time of the world, that I could shut down this portal of worlds, that I could spend my day doing completely nothing, just staring into the void inside and outside me, without getting distracted by every electrical pulse in my mind, driving me insane and crazy, and I could stay here all the day, watching the infinite flow of thoughts, doing nothing and contemplating all the time of the world…

Ispirazioni, Pensieri liberi, Poesie, Riflessioni, Visioni

Il tempo…

C’è un tempo ciclico
e c’è un tempo lineare
non affrettarti
là dove c’è tutto il tempo del mondo
c’è un tempo ciclico
quello dell’anima che si carica e si scarica
non cercare quello che non ci può essere
nel tempo sbagliato
non forzare il corso del tempo
il corso delle cose
il tempo ciclico
di creazione, distruzione e ricreazione
come la trimurti indiana
Brahma, Shiva e Vishnu
il tempo ciclico
che non puoi forzare
salvo incappare
nell’hybris divina
e nello sconquasso della mente
non c’è divisione tra mente e corpo
tutto è uno
ahad
l’unità dell’anima
e dei vecchi mondi
creati, distrutti e ricreati
ne porti le tracce
in quel tempo lineare
che scorre nel passato
per rivsionare
creazione, distruzione e ricreazione
e c’è un tempo lineare
per sempre lanciato in avanti
quando alla fine dei giorni
un senso sarà rivelato
non puoi vivere nell’eterno presente
di tutte le pulsioni
di tutta l’alchemia cerebrale
che ogni tanto va in tilt
rimpallato qua e là da contrastanti pensieri
sappi temporizzare il mondo dell’anima
e indicare bene ad ogni cosa
il suo tempo
tra l’eterno ciclo
di creazione, distruzione e ricostruzione
e l’incedere incessante e infinito
del tempo
di cui tu non sei che una forma
tra le mille disponibili su questa terra
in quest’epoca
in questi luoghi
che non puoi rimuovere o rinnegare
figlio del tuo tempo
come tutti
non avere più fretta
non dividere più il tempo
tra un tempo del lavoro
e un tempo del divertimento
un tempo del relax
un tempo dell’esaltazione
è tutto un continuum
infinito
e unico
ahad
e non c’è fretta
non c’è niente da affrettare
impara ad aspettare
e a non dividere più l’anima
in diversi tempi
sclerotizzati e schizofrenici
impazziti
di pulsioni
e sensazioni
tutto continua
tutto è un’infinita unità
che non può più perdersi
dietro a pulsioni istantanee
e non temere più
oggetti e amuleti e rimandi di immagini
che rimandano ad altri tempi
ad altri modi di pensare
a ricordi che vorresti cancellare
a intelaiature strane dell’anima
salva sempre il buono in te stesso
in quella tua anima
che è al di là dello spazio e del tempo
e non farti incanalare
nel tunnel
di attività suadenti
ma ingannevoli
che stressano la tua energia
come quel portale dei mondi
che vorrebbe portarti via
l’anima
c’è sempre una continua unità
nell’esistere
in ogni luogo
in ogni tempo
al di là di ogni fenomeno
contingente
che appare là nel mondo
l’anima si smuove
e impara a stare quieta
anche in mezzo agli altri
tra tutti i cambiamenti
di suggestioni
che si evocano in te
nel corso del tempo e della giornata
impara a non dividire più i momenti
ma a vivere
in un continumm infinito
senza variare la tua anima
secondo come gira il tempo
come girano le lancette dell’orologio
rifletti sul tempo
e troverai l’eterno ciclo
e l’eterna linea
e c’è un mondo al di là
delle cose che puoi sapere e che puoi leggere
con le quali a volte ti perdi
come un bulimico
di letture
un autistico di lettere
la vera comprensione
avviene soltanto nella calma
nel tempo dell’assimilazione
di tante verità
e stati d’animo
e tutto richiede tempo
anche solo per non far niente
e immagazzinare
le innumerevoli verità
non c’è portale dei mondi che possa salvare
là dove il mondo fenomenico
di immagini e parole
ha una sua fine
e si manifesta
per il suo carattere virtuale
c’è un mondo che puoi comparare
ad un muro bianco
niente al di là delle mura
niente al di là degli oggetti simbolici
che ti stanno davanti
o attorno
là dove tutti i fenomeni
si sospendono
e appaiono per quello che sono
senza didascalie dell’anima
e una voce che continua a commentare
e trovare differenze
e calcolare
là dove la voce
fa naufragio
in un mondo senza più parole
fatto solo di concetti
e immagini che si differiscono tra loro
nel corso incessante
del tempo lineare
nell’eterno ritorno di concetti
e strumenti di pensiero
che si completano tra loro
al variare dell’umore
della fantasia
della stanchezza e dell’energia
sia che tu sia da solo
in mezzo agli altri
in mezzo agli oggetti
o in mezzo a niente
al di là del tempo
al di là dello spazio
là dove s’arrestano i fenomeni e la voce
dove si sospende il tempo e lo spazio
solo per arrivare a quell’essenza
naturale della vita
che non ha più bisogno di niente
e di nessuno
immerso come nella luce
di una divinità
sconosciuta
e tutto si ricrea
tutto si distrugge
in questo eterno ritorno
nell’incessante continuum del tempo
nell’unità dell’anima
c’è un tempo ciclico
c’è un tempo lineare
non affrettare le cose
e ritrova te stesso
al di là della voce
e dei fenomeni
al di là
di immagini e parole
là dove una luce di una divinità
sconosciuta
ti invade

Ispirazioni, Pensieri liberi, Sogni, Visioni

Perché l’ultima verità era solo nell’innamoramento e nel sogno di normalità…

Oh, finalmente un po’ di relax, sotto la musica albanese, che m’addormentavo anche stamattina, e nei sogni vedevo solo lei, solo Rudina, a cancellare visioni passate di conflitti dell’anima e non c’era più niente se non questa canzone… Ma more zemren e ma dogje fare, Ma more shpirtin e me le pa fjal – e, Ma more zemren ti moj lozonjare, Ma more shpirtin more ndjenjat m’le beqar… mi hai preso il cuore e mi hai bruciato del tutto, mi hai preso l’anima e mi hai lasciato senza parole, mi hai preso il cuore, mia birichina, mi hai preso il cuore e i sentimenti mi hanno lasciato da solo… musica leggera, musica di tranquillità, che l’ultima verità era solo nell’innamoramento e nel sogno… nel sogno di lei, ancora lontana, come sempre, come ogni estate, come ogni capodanno, da anni ormai, sognare una vita in Albania, tra gente della mia età, a parlare inglese, a passeggiare per Tirana, a passare via il tempo bighellonando per la città, spendendo soldi qua e là, nei caffè, nei pub, con tutto il tempo del mondo, senza dover far niente, nella più totale spensieratezza, nella più totale tranquillità, quel dolce far niente che sogno sempre quando penso di andare in Albania e rivedere lei, Rudina… Rudina che sentivo a capodanno almeno quest’anno, almeno si ricordava di me, almeno mi mandava qualche video dei concerti di Kida, gli auguri, e la sensazione di una vita normale, senza eccessi ascetici o all’opposto pieni di pulsioni… quella normalità che cercavo anche mettendo l’immagine della cantante Inna nella mia stanza, a cercare di ricordarmi di fare sempre il più possibile la persona normale, tra i giovani, tra le giovani, come ieri in biblioteca, come quando si esce con gli amici, senza quei conflitti nati al bar o sul posto di lavoro, cercare una via d’uscita in amicizie sognate e immaginarie, quella giusta amicizia che dà un sogno di normalità e innamoramento, tra amici e amiche, senza più riflessioni metafisiche e filosofiche e teologiche di stati d’animo alterati, cercando sempre di essere una persona normale in mezzo ad altra gente, che le tante domande irrisolte rimangono lì irrisolte, e questa volta indifferenti, impossibile dare una risposta, impossibile capire, meglio lasciar perdere di quale malattia mentale sono affetto, bipolarismo, schizofrenia, psicosi, disturbo della personalità, meglio lasciar perdere capire di quale religione sono, se sono di una religione, o se sono ateo o non lo so, meglio lasciare perdere di quale posizione politica sono, liberale, liberalista, comunista, o democratico, non lo so, basta, lasciamo perdere, non tormentiamoci più alla ricerca di risposte che non si troveranno mai, teniamo lì quei concetti solo come attrezzi di pensiero, per passare da un’idea all’altra, da un modo di pensare all’altro, per capire gli altri, per capire il mondo, perché per capire me diventa un’impresa impossibile, ed è anche meglio non pensare più troppo a me stesso, ma pensare magari a Rudina o a qualche ragazza normale, a qualche amicizia normale, e vivere così più spensierato, senza menate assurde, con il piacere ogni tanto di far andare il cervello leggendo qualcosa di bello, guardando qualche bel film, ascoltando qualche bella canzone, ma quel sogno di normalità e innamoramento sono davvero la via d’uscita da troppi pensieri che erano andati a puttane, e chi se ne frega se non mi voglio sposare, se non voglio storie serie, se ogni tanto vado da quelle là per trovare tutto il relax del giorno dopo, senza fare niente, lasciando trasportare via dalla musica, senza pensare più al lavoro, senza aver voglia di lavorare, e ci voleva davvero questa settimana lontano dal lavoro, lontano dall’influenza, non per capire, ma per non pensare più, e così, senza farlo apposta, cominciare a capire che tutta la normalità stava nel sogno d’innamoramento e di una vita normale, fatta di amicizie, di argomenti, di parole, di impressioni, di condivisione, e non solo di letture, lavoro e puttane in maniera ossessiva, ma là si può vivere meglio sognando un altrove, gente normale, una ragazza normale, amicizie normali, e il giusto equilibrio di tutte le cose, con la giusta leggerezza… e non so come andrà avanti questa giornata, forse sarà fatta ancora di musica, forse sarà fatta di qualche libro, qualche film, non lo so, e non mi interessa, perché l’ultima verità era solo nell’innamoramento e nel sogno di normalità…

Pensieri liberi, Prosa Poetica, Riflessioni, Visioni

Là dove la divinità non c’è più e c’è solo il desiderio, il piacere e la libertà…

Basta, non ce la facevo più, quei pensieri pseudo-teologici, che si confondevano con la fiction di tutte le divinità, Shiva, il distruttore dei mondi, e JHWH, i nomi divini, la trimurti tra creazione, conservazione e distruzione, non ce la facevo più a leggere in inglese quei racconti fantascientifici, mi buttavo giù, sul letto, mezzo sfatto da pensieri mezzi depressivi, e ascoltavo il silenzio… il silenzio e l’eterno errare dei pensieri tra tutte le divinità, là dove oggi chiamare mio fratello e fare qualcosa per gli altri, per i nipoti, non salvava, dava solo più pensieri, e mi perdevo, come mi perdevo nel primo pomeriggio in immagini succinte di ragazzine russe che ricordavano Katia, e dai pensieri del silenzio risorgeva l’immagine e l’eccitazione della ragazza romena senza nome… basta! Basta con quei pensieri religiosi che vanno in tilt, e aveva ragione Benito, è sempre la religione a fare casino, e mi immergevo nel desiderio e nel ricordo della romena senza nome, nel piacere infinito, e decidevo che non era tempo per riflettere e per leggere, ma avevo proprio bisogno di una di quelle, per lavarmi dall’ultimo ricordo di Leida, dall’ultima evocazione… e andavo a vedere se c’erano dei soldi in ufficio, e c’erano quei soldi che bastavano per comprarsi la notte… e uscivo, stufo di quei pensieri, stufo, e andavo avanti indietro pensando di trovare la ragazzina magrolina di fianco a Isabela, che vedevo l’ultima volta, ma non c’era… non c’era Isabela, non c’era Ana, non c’era Estrella, non c’era Alina e neanche le negrette, a parte la negretta di fianco ad Ana, ma le altre non c’erano, segno che questo periodo è davvero un periodo morto… c’era solo lei, la romena anche lei senza nome, dai capelli mori, dal volto che mi ricordava Valentina M., e poco alla volta sorgeva il desiderio, la voglia, dopo che oggi stavo in biblioteca e nessuna ragazza di quelle mi suscitava desiderio, tra quei giovani universitari ancora pieni di sogni e alle prese con un tempo alternativo, che non corrisponde alla vita vera… e facevo avanti indietro nella notte, indeciso se fermarmi o no dalla sosia di Valentina M., e facevo avanti indietro, sempre più indeciso, fin quando la voglia non mi prendeva, di toccarla, di godere con lei… e alla fine la caricavo, mi fermavo da lei e le dicevo le solite parole, e godevo del suo corpo, delle sue gambe, del suo fondoschiena, dei suoi seni che dicevano che erano piccoli, ma andavano bene lo stesso, su quel maglione bianco sui fuseaux neri, che esaltavano le curve delle sue gambe, e mi perdevo nel suo volto, di una Valentina M. ormai sui trent’anni, e godevo di quel suo servirmi con la bocca e con le labbra che tutti i pensieri in quel momento esplodevano per non tormentarmi più, in quel momento di puro godimento, voluttà e orgasmo… e godevo e godevo, di una goduria trash ma al tempo stesso estasiante, con quella sua bellezza rubata ai ricordi e alle somiglianze di una ragazza che non vedo più da decenni, e quel desiderio si realizzava e liberava la notte che non aveva più bisogno di preghiere, ma solo di bestemmie che sapessero di puttane, e liberavo tutti i pensieri, e me stesso, libero anche dal pensiero di Ana, che non c’è niente e nessuno a cui rimanere fedele, e la libertà nella sua forma più pura si manifestava, senza mistificazioni nate da internet e da quella stanza che comprime troppe idee e troppi pensieri, ed era una liberazione fumarsi una sigaretta dopo il godimento, dopo la liberazione, e accorgersi del mio essere troppo spesso rinchiuso in quella stanza, che non ce la fa più a sopportare le mie elucubrazioni e le mie divagazioni sotto forma di meccanismi di difesa religiosi che non stanno in piedi, e dovevo proprio arrendermi al mio ateismo, alla mia ricerca di piacere, al mio arrendermi di fronte a quei libri e quei testi di filosofia della religione che non hanno alcun senso, e rendermi conto della mia libertà, del mio ateismo, della mia visione liberalista del mondo, e non farmi più lavaggi del cervello nati da una stanza e da un monitor, da dei libri che fanno male, e liberarmi, liberarmi come mi libero ora con la musica e con l’alcol, e smetterla di far finta di credere, di inventarmi sistemi filosofici, sensi del mondo tra deliri e mistificazioni mistiche, là dove la divinità non c’è più e c’è solo il desiderio, il piacere e la libertà…

Ispirazioni, Prosa Poetica, Ricordi, Visioni

Sempre avanti nell’ispirazione infinita…

Risveglio giusto, senza troppi pensieri, là dove la musica ieri notte aveva il suo corso, fino a non smuovermi più, riprendere la vita di sempre, con la giusta stabilità, il corso del tempo che non è finito, non è iniziato, prosegue semplicemente il suo corso, come se non ci fosse stato nessun capodanno, far sfumare la percezione del tempo in nome della continuità e della stabilità… riprendere come sempre a raccogliersi, prendere come sempre i soldi la mattina per le varie commissioni, andare dal benzinaio, che aveva finito la benzina e stava arrivando il camion a caricare nuova essenza, dover tornare, pagare cinque euro e andare… da Benito, senza che le sue bestemmie mi facessero più male, ricordare Leida e il suo incantesimo, che svelava il significato mistico di tutte le bestemmie, là da Benito che non c’era un cane stamattina, alle nove, strano, mi dicevo, scambiare due parole con lui, senza dar troppo peso alle immagini di politica italiana sparse qua e là, e fregarsene se il bar dei cinesi non ha ancora riaperto, e non si sa quando riaprirà, e non so neanch’io quando ci tornerò… due parole, né di più, né di meno, un salto al bar come tanti, là dove molta gente fa discorsi come quelli che sento sul lavoro, politica italiana, le solite bestemmie, i soliti discorsi da bar all’italiana… essere quasi d’assetto lavorativo, se non avessi deciso di prendermi una vacanza di una settimana, dopo la terribile e mistica settimana scorsa con la febbre a 39, dove mi veniva in mente tutta la mistica del mondo, tutto lo scibile umano, pensieri davvero febbrili che vanno solo superati, e ricordarsi che questa settimana ho già i miei due libri con cui tenermi impegnato, Batman Apollo e Genocidal Organ, e due libri bastano e avanzano, senza bisogno di inventarsi nuovi libri da cercare in biblioteca, senza rompersi le scatole a scappare per forza in biblioteca… l’immagine di Inna nella stanza che avrebbe bisogno di più colore, un rosso più acceso, che però non mi posso permettere finché non avrò i soldi per cambiare o far ricaricare la cartuccia, farsi venire quasi la voglia di lavorare per avere un po’ più soldi disponibili, ma mi sa che questa settimana riposerò… dover chiamare mio fratello per mettersi d’accordo sul 6 di gennaio o non si sa quando, quando i ragazzi verranno a ritirare il loro gioco, quando si starà ancora un po’ assieme, e se ieri era giornata di Barresi, oggi sarà giornata di mio fratello, due parole al telefono, niente di più… passare al Carrefour e scambiare due parole con Lieta, quella ragazza che mi ha sempre ricordato Xhuliana, lei che stava lì a mettere a posto la roba nel banco frigo, due parole se si poteva spostare che dovevo prendere gli yogurt, aspetta, mi diceva, e poi se ne andava e mi diceva di chiudere, va bene, e andavo avanti a fare la mia spesa, pensando un po’ a Lieta, un po’ a Xhuliana, e il desiderio e il ricordo erotico si mischiavano, dandomi quella giusta sensazione erotica che ti fa sentire vivo, fantasie e ricordi, alla luce del giorno, che l’energia erotica non è per niente finita, ed è ancora libera… passare per la cassa e pagare, con in mente solo Lieta e Xhuliana, e fermarsi poi nel parcheggio del Carrefour a fumarmi una sigaretta, alla luce del sole di questo febbraio, quel sole piacevole che non dà fastidio a nessuno, pieno del ricordo di Xhuliana e del desiderio di Lieta, pensando che in fondo mi basterà aspettare ancora un po’ e Ana tornerà quando sarà il momento… e mi passava davanti Herzl che si fumava anche lui una sigaretta, stava andando probabilmente al lavoro, e mi ricordava di quella stupida e impazzita notte quando cercavo Manuela e chiedevo di lei a lui, quando ancora non sapevo che tutto l’incantesimo era dovuto a Leida, ricordi che passavano, erotismo che si mischiava al vissuto, desideri e ricordi, modi di sentire… finire la mia sigaretta e riprendere la macchina e andare dal benzinaio, a fare altri 15 euro di benzina, là dove si era fermato perché la benzina del distributore era finita… e finire così anche quasi i soldi, che mi rimangono solo quelli per le sigarette domani, e già pensare ai prossimi soldi da spendere, che quasi mi viene da chiamare il negozio delle cartucce, e sarà la prossima cosa che farò in effetti, per avere un’idea del prezzo, per capire quanto dovrò spendere, se hanno disponibile quella cartuccia, e già pensare ai prossimi soldi da spendere, senza ritegno, altro che moderazione! Qua si spende e si spande senza ritegno, e me ne frego… e così comincia la giornata, con tutte le sue buone premesse, e non c’è più molto da pensare, forse solo ad Ana quando tornerà, forse alle uscite con Barresi e Fizi, forse alle giornate sul lavoro, all’incontro con il dottore, al tempo libero fatto di letture, alle prossime rivelazioni e ai prossimi cambi d’umore, senza più assoluti da ricercare, ma questa vita in continuo cambiamento e divenire, con il mio giusto orientamento spirituale ed erotico ritrovato, senza eccessi, la mia voglia di vivere anche in mezzo a gente che non mi va giù al cento per cento, ma così è la vita, e ora pensare alle cose più pratiche, capire davvero quanto costa quella cartuccia, chiamare mio fratello, occupare la giornata, riposare ancora un po’ e poi avanti, sempre avanti nell’ispirazione infinita…

Pensieri liberi, Riflessioni, Visioni

Nei giusti equilibri della vita…

E fare un giro ancora dal Barresi, così, per scambiare due parole, dopo che il primo pomeriggio passavo in biblioteca a riconsegnare i libri… parole su parole, con il Barresi, su come Fizi a un certo punto si era rotto le scatole delle tipe, segno che anche lui ad un certo punto aveva assaporato l’ebrezza dell’hybris erotica, con tutte quelle ragazze conosciute su tinder, lo stesso che era avvenuto a me tra quelle troppe ragazze, tra Leida, Ana, Marina, Isabela, Olimpia, Manuela, troppe ragazze, davvero, troppe ragazze… e mi veniva da ridere in effetti, mentre nel pensiero avevo sempre Leida nei discorsi del Barresi, e ricordavo l’anno passato e l’incantesimo che lei mi ha fatto, che riveva ancora in questi giorni dell’anno… ma non mi definirò più ateo, non mi conviene, meglio sempre mantenere una qualche forza superiore, qualche forza irrazionale e inconoscibile, quel giusto antro della follia che ha bisogno di essere distanziato perché non irrompa come irrompeva ieri notte, tra deliri su deliri, e l’unica via d’uscita era l’errore dell’incantesimo di Leida che ancora mi attraversava… e si parlava di tutto e di più con Barresi, del lavoro, di andare all’estero, di Fizi e delle sue stranezze, delle stranezze di tutti, vite normali che si incrociano, anni che passano, l’amicizia che resta, e se anche Leida mi aveva tirato l’incantesimo un minimo di verità c’era nelle sue parole, quando mi diceva di stare vicino ai miei nipoti, oppure di stare vicino agli amici, che pensavo di aver lasciato, solo per darmi alle tipe in tutto e per tutto… no! Ci vogliono anche gli amici ogni tanto, ed oggi era l’esempio lampante, quando la sola idea di stare tutto un giorno in biblioteca a leggere chissà che cosa non mi aiutava per niente, e anche Michela mi salutava dicendomi che io ero a posto, in fondo, e che era giusto che quei libri lì riconsegnati fossero gli unici che passassero tra le mie mani quest’oggi, dopo che anche la lettura di “Batman Apollo” o di “Gyakusatsu kikan” diventava troppo pesante, senza contare il russo da una parte e l’inglese dall’altra… ci voleva un po’ di questo mitsein insieme agli altri, con Barresi, con sua madre che sul finire del pomeriggio compariva, scambiare due parole, così come vedere Michela, e non essere sempre ingabbiato qui tra i discorsi di mio padre, di Stas, di Larisa, di mia madre, di mia zia, di Marco, che ci voleva davvero una via d’uscita che trovavo solo nelle amicizie, là dove le riflessioni teologiche e politche ad un certo punto si trasformavano in delirio e ritrovavo solo la follia completa del ricordo di Leida e del suo incantesimo, e avevo davvero bisogno di andare al di là del suo incantesimo… che sarà meglio se mi prenderò un periodo di vacanza da quelle troppe tipe, me l’ero già detto ed è meglio che me lo ripeto, meglio prendersi un periodo di riposo e di vacanza da troppe puttane, che è già un bene che Ana torni solo a febbraio, e sarà già un piacere aspettarla, mentre non dovrò tendere la corda troppo, se non voglio star male, ed è giusto ogni tanto stare davvero insieme agli altri, e se oggi c’è stato Barresi e Michela, domani magari sentirò mio fratello per mettermi d’accordo sul giorno dell’Epifania, quando regalare ai miei nipoti Fifa18… e va bene così, con queste amicizie ritrovate, con la visione possibile di passare serate a parlare con gli amici, senza più la claustrofobia di dover solo parlare con quei colleghi di lavoro più attempati, dove non c’è molto da discutere, e andrà bene così con questa prospettiva di nuove uscite, di nuovi discorsi, di normalità ritrovata, insieme ad un minimo di orientamento spirituale, che accomuna me ed altri amici che hanno trovato nell’oriente la loro spiritualità, e anche questo è un tratto comune, così come era un tratto comune cercare le ragazze facili, così come è un tratto comune ad un certo punto darsi una calmata, così come è comune a volte non scappare all’estero alla ricerca di non si sa che cosa, ma meglio cercare un po’ di stabilità al proprio paese, anche a costo di sognare il sogno americano più scontato: un lavoro, una donna e due figli, una casa indipendente e due macchine, e qualche amicizia e niente di più, il sogno comune americano che accomuna tutte le nostre vite, al di là di spiritualismi ed erotismi, al di là di amicizie e modi di vivere, trovare anche nelle piccole stravaganze e stranezze una qualche forma di normalità, senza più quel sogno giovanile di una volta di voler per forza diventare qualcuno, di dover sfondare, di dover diventare una di quelle superstar che nei nostri vent’anni idolatravamo fino ad idolatrare noi stessi e i nostri pensieri, la nostra vita, la nostra energia esagerata dei vent’anni… e va bene così, con un minimo di stabilità, una via d’uscita dai discorsi del lavoro che possono ora trovare amicizie per raccontarsi, vie d’uscita non solo femminili, la possibilità di parlare, di confrontarsi, per non finire più in universi assoluti, metafisici e spazio temporali deliranti come ieri notte a quel pensare di politica e religione che mi stava mandando dritto dritto in manicomio un’altra volta, se non fosse intervenuta la fantasia erotica di Leida, il suo incantesimo, forse a fare più danni, ma a fare semplicemente tutto ciò che è normale che succeda quando una tipa ti fa un incantesimo… ed è bello ritrovare amicizie, è bello sapere che nonostante tutto tutto è ancora nella norma, che vorremmo tutti quanti uscire dalla norma, eccellere, strabiliare, vivere d’eccessi, godere all’infinito, quando tutto questo porta solo all’autodistruzione e la vera felicità sta invece nella normalità… ritrovare amicizie, ritrovare i giusti discorsi, ritrovare una visione di un futuro fatto di confronti e parole, di vita dove si attende la tipa giusta, dove ci si dà da fare e dove ci si dà anche all’intrattenimento, alla cultura, ai propri interessi, e anche alle parole, allo stare insieme agli altri, senza stressarsi troppo, senza esagerazioni, senza ricerche di eccessi, senza però dimenticare gli eccessi passati, in quelle tante eccezioni che ci sono state, sapendo che periodi di eccessi si alternano a periodi di moderazione, come è giusto che sia, così come è per gli alti e bassi della vita, così come è con i sogni di evasione e la stabilità alla ricerca del principio di realtà, nei giusti equilibri della vita… e così questa serata può anche andare avanti, sapendo ancora di qualcosa, svagandosi un attimo come la vita normale di tutti, senza sognare eccessi e vite sregolate, senza mettersi degli obblighi, ma neanche dei divieti, in pura libertà, con la giusta via di mezzo, e andare avanti così, come vorrà la serata, con i giusti pensieri, le giuste visioni, nei giusti equilibri della vita…